L’inno dei sudtirolesi

A ogni Olimpiade si tirano fuori le menate sulla fratellanza dei popoli, sullo spirito di Olimpia, sulle buone intenzioni del barone de Coubertin. Tutti fanno finta di crederci. In realtà – ha ragione Massimo Fini – è solo un ambaradan sul quale vengono appiccicate tutte le possibili etichette commerciali e politiche: Hitler ne aveva fatto una manifestazione di partito, Americani e Russi uno scenario da guerra fredda, pantere nere e terroristi palestinesi ci hanno fatto i cavoli loro. Solo i più civili si sono limitati a farne uno spot elettorale facendo vedere quanto fossero stati bravi a organizzarle.
La Repubblica italiana non ha ideologie o prodotti Ogm da vendere: la sola cosa che può spacciare è se stessa. Mostrare al mondo come un aggeggio improbabile riesce a resistere contro ogni legge di natura e vento della storia è di per sé piuttosto notevole, e per farlo si può anche buttare un sacco di soldi e arricchire un po’ di furbetti del quartierino olimpico. Non serve mostrare opere di regime (che non ci sono o non sono presentabili) o i muscoli, non ha da esibire che la propria sopravvivenza, come faceva un Breznev incartapecorito sul mausoleo della Piazza Rossa. E lo fa con il solito contorno di icone rassicuranti, sventolando tricolori e gorgheggiando inni patriottici e guerreschi. Così le Olimpiadi di Torino sono cominciate con un tripudio di bandiere agitate dagli atleti con la frenesia delle cheerleaders con i pon pon. In realtà di italiani “veraci” nella squadra ce ne sono pochini: sono quasi tutti sudtirolesi e padani.
Non sarebbe stato perciò più bello (scenograficamente) e civile fare sventolare a ciascuno la propria bandiera identitaria, magari lasciando in testa quella della Repubblica, così come la si mette sulle confezioni di spaghetti di fianco alla scritta in italiano.
Sarebbe stato un bel colpo di civiltà, uno sfolgorio di leoni, croci, aquile, i mille colori dela libertà che avrebbero sollevato un grande entusiasmo fra la gente. Invece si è preferito entusiasmare solo degli anziani coniugi livornesi che alla tricromia sono tanto affezionati forse perché ricorda quegli occhiali che parecchi anni fa venivano spacciati per la visione tridimensionale. Invece li si è voluti tutti uguali. Ha resistito solo un ladino con un artigianale cartello di saluti nella sua lingua. Un grande!
Adesso salta fuori la grana del forestale sudtirolese che non conosce a memoria le bellicose strofette di Mameli. Primo: non è il solo. Tutti si fermano all’elmo di Scipio ed è già una notevole prova di tenuta organica. Secondo: nelle Forze Armate sono in pochi nati sopra il 44° parallelo. Se ne hanno qualcuno, non se lo facciano scappare costringendolo a improbabili esercizi canori. Terzo: come si fa a chiedere a un Tirolese di gorgheggiare l’elegante verso: “Son giunchi che piegano le spade vendute; già l’aquila d’Austria le penne ha perdute”? Quarto: non è bastata l’esibizione canora di una innocente bambinetta vestita come Elvira Donnarumma (roba da sito per pedofili)? Quinto: non tutti aspirano ad andare alla Corrida. Non si può pretendere che si confonda un Palazzotto del Ghiaccio con una Arena de Toros.
Un buon montanaro tirolese canterebbe assai più volentieri in “Serbidiola” o “Zu Manta in Banden” l’inno che ricorda il sacrificio di Andreas Hofer Anche noi.
P.S. A proposito, domani mattina alla cittadella di Mantova Padani e Sudtirolesi si ritrovano a commemorare la fucilazione di Hofer. Nessuno sarà costretto a cantare l’inno di Mameli. Neanche in playback.

Gilberto Oneto, La Padania, venerd' 17 febbraio 2006, prima pagina