Il giorno dopo la manifestazione di Bengasi contro il consolato italiano (scatenata dalla T-shirt con le vignette di Maometto mostrata da Calderoli sulla Rai), la situazione nella città a libica a 1000 km a est di Tripoli, sembra tornata alla normalità. Nessun incidente è avvenuto nella notte.
I segni di quello che è accaduto rimangono però evidenti: vetri rotti, il portone del consolato annerito dal fuoco, carcasse di automobili incenerite a poca distanza dalla sede diplomatica. E soprattutto 11 manifestanti uccisi dalla polizia. Nella tarda serata di venerdì una folla si era di nuovo radunata davanti al consolato per protestare propiro contro l' intervento della polizia. E sabato il ministro della sicurezza libico Nasr Mabrouk è stato sospeso dalle sue funzioni e portato davanti al giudice istruttore per essere incriminato per l«'uso eccessivo della forza».
I funerali delle vittime si svolgeranno domenica e, secondo quanto riferisce l'inviato della Tv araba al-Jazeera, si terranno sotto misure di sicurezza eccezionali per la rabbia della popolazione locale, che accusa la polizia di aver represso con troppo zelo e violenza i manifestanti.
Sale la tensione anche fra Italia e Libia. I rapporti diplomatici (ma anche commerciali) restano sul filo del rasoio. La fondazione Gheddafi (di cui è a capo il riformista Seif el-Islam Gheddafi, figlio del leader libico e da molti indicato come il suo successore) in una nota ha chiesto all'Italia di «assumere iniziative urgenti contro questo ministro odioso e razzista» responsabile con le sue azioni «provocatorie e oltraggiose» di aver causato i disordini. Se Roma non interverrà, si legge nel comunicato, «gli interessi italiani in Libia e le relazioni con Tripoli potrebbero passare attraverso una delicata e decisa rivalutazione».
Più tranquillizzanti le dichiarazioni ufficiali del governo. Il vice-ministro degli Esteri libico, Al Obeidi, ha rassicurato l'ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano, che le violenze a Bengasi non incrineranno i rapporti tra Italia e Libia. Al Obeidi, ex Ambasciatore libico a Roma, ha inoltre ribadito la ferma condanna del suo governo per l'attacco contro il consolato «di un Paese amico come l'Italia», e ha assicurato che «le autorità di polizia libiche hanno avviato le indagini per individuare i responsabili e hanno già effettuato degli arresti».
Il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, che da 20 anni vive in Libia ed è a capo della piccola comunità dei cattolici (circa 20 mila cristiani, la maggioranza dei quali immigrati) ha comununqe sottolineato la necessità che il governo italiano si scusi ufficialmente con quello libico. «Mi auguro che l'intero governo presenti le scuse in modo ufficiale al popolo libico offeso nella sua religiosità» ha detto il vescovo sottolinenando l'atto «irresponsabile» di un ministro. «Un ministro dovrebbe essere consapevole di quelle che sono le sue responsabilità. Non si può deridere la religione di un intero popolo».




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