Maurizio Blondet
20/02/2005
Con le piazze islamiche in fiamme, può sembrare inutile ricordare la fine di un giornalista che credeva nella libertà di stampa occidentale.
Il suo nome: Salam Al-Jabouri, iracheno.
E', o era, lo stringer e l'interprete del giornalista britannico Phil Sands, freelance.
Nel giugno scorso, Salam aveva voluto testimoniare al Tribunale Mondiale sull'Iraq (il Tribunale di Bruxelles, un'istituzione europea) sulle atrocità dell'occupazione del suo Paese.
In dicembre aveva dato allo stesso tribunale, come elemento d'accusa, un suo articolo sulle prigioni segrete americane in Iraq.
Un articolo ben documentato: tratto dalle testimonianze di un amico personale di Salam, certo Majid, 27 anni, che era stato arrestato e detenuto in uno di quei carceri segreti insieme a tre fratelli e a uno zio.
Uno dei fratelli, Hamed, da prigioniero era stato obbligato a caricare su camion cadaveri che apparivano morti sotto tortura per essere, a quanto sembra, portati via, buttati nel fiume o nel deserto.
Il suolo su cui aveva faticato Hamed da becchino era coperto di sangue.
Quelle prigioni esistono, diceva la testimonianza, a Medain, Kut, Baladiyat e Hilla (antica Babilonia); le gestiscono milizie iraniane sotto l'egida degli USA.
Incredibile?
Non del tutto, almeno secondo lo scandinavo Dirk Adriaensen, uno dei membri del Tribunale di Bruxelles.
Adriansen era diventato amico di Salam, anzi «mi considerava il suo papà», evoca: e ricorda di avergli consigliato di non firmare col suo nome il suo articolo, o deposizione scritta.
Salam aveva rifiutato: era responsabile delle sue asserzioni, pronto a difenderle in giudizio.
Ma alla vigilia di Natale Salam, con il giornalista Phil Sands e l'autista Abdullah sono stati presi in una retata fatta da truppe USA.
L'inglese racconta di essere stato portato a Dubai, interrogato da ufficiali britannici per una settimana, e poi rispedito in Inghilterra. Salam e l'autista sono stati invece detenuti più a lungo.
Prima a Camp Bucca, prigione gestita dagli USA vicino a Bassora, e poi ad Abu Ghraib.
Sei settimane.
Secondo gli americani, entrambi sono stati rilasciati il 12 febbraio.
Il fatto è che da quel momento nessuno li ha più visti né sentiti.
Sono due tra i tanti desaparecidos dell'Iraq.
La libertà di stampa non è fra le qualità più ferme dell'Iraq restituito alla «democrazia».
Tra il marzo 2003 e il settembre 2005, 60 giornalisti vi sono stati uccisi: diversi da mine ed esplosivi, ma i più da spari «accidentali» di soldati americani o rapiti da oscuri gruppi «islamisti» e non più liberati; 37 sono (erano) iracheni.
Lo dice il Committee to Protect Journalists (CPJ), un'associazione professionale che tiene i contatti coi comandi USA per rintracciare gli scomparsi (1).
Ma mentre i giornalisti occidentali uccisi o rapiti, come Giuliana Sgrena, fanno la notizia d'apertura nei nostri TG, la sorte dei colleghi scomparsi con nome arabo passa inosservata.
Tareq Ayoub lavorava per Al-Jazeera quando, l'8 aprile, è stato ucciso da un missile USA che ha colpito «per errrore» l'ufficio della TV araba a Baghdad: gli americani erano appena arrivati in città (il 9 aprile organizzeranno per le telecamere CNN e Fox News la «folla» che abbatte la statua di Saddam).
Non solo: visto che nel novembre 2001 la TV aveva già subito l'accidentale bombardamento dei suoi uffici in Afghanistan, Al Jazeera aveva fornito al Pentagono le coordinate dell'edificio che aveva in affitto a Baghad, per scongiurare simili «incidenti».
La comunicazione era stata inviata a Washington il 24 febbraio 2003, e ne aveva accusato formale ricevuta un addetto del Dipartimento di Stato di nome Nabil Khoury.
E l'edificio di Al Jazeera era vistosamente segnalato da una scritta sul tetto.
Il produttore della stazione TV Maher Abdullah ha testimoniato che un attimo prima, un aereo americano aveva sorvolato l'edificio volando così basso, che «ho pensato ci cascasse addosso»: invece, tirò il missile fatale.
Un quarto d'ora dopo un altro apparecchio USA aveva sorvolato, ugualmente basso, evidentemente per controllare la precisione dell'incidente.
Negli stessi minuti, raffiche di mitragliatrice pesante, sparata da pochi metri da un cingolato americano, colpivano accidentalmente la sede di Baghad della TV di Abu Dhabi, parimenti segnalata in modo vistoso.
Del resto pochi mesi dopo i giornalisti di Al Jazeera si sono visti negare l'accesso alle conferenze-stampa del «governo ad interim» (Interim Governing Council) messo in carica dagli americani.
Ciò perchè due giorni prima la TV araba aveva fatto uno scoop proibito, documentando sia la presenza di agenti israeliani tra le truppe occupanti, sia una (presunta) visita segreta di Ariel Sharon a Baghdad nel dicembre precedente.
Per questo genere di notizie, si sa, la «libertà di stampa» non esiste.
E' lo stesso periodo in cui - secondo il giornalista britannico Kevin Maguire del Daily Mirror - Bush parlò ad un Blair esterrefatto del suo progetto di bombardare la sede centrale di Al Jazeera, che si trova in Katar, emirato «alleato» degli USA.
Bush accusava Al Jazeera di essere «in combutta con Al Qaeda».
Così, non stupirà sapere che fra gli innocenti detenuti senza processo e senza limiti a Guantanamo, c'è un giornalista di Al Jazeera, Sami Muhieddin Al-Haj, sudanese.
E' in galera dal 2001.
Per fortuna s'è occupato di lui un avvocato americano, Clive Stafford Smith, militante dei diritti civili, che ha potuto visitarlo.
E lo ha trovato in condizioni «pietose».
E' Smith a dire che Al-Haj ha subito «orribili persecuzioni fisiche, sessuali e religiose»; e che ha subito «pressioni» per dichiarare che Al Jazeera è collegata con Al Qaeda, con l'offerta, in cambio, di avere la cittadinanza USA.
Secondo le autorità americane, il sudanese era stato arrestato perché «cercava di penetrare in Afghanistan»: cosa che effettivamente aveva fatto, per il suo lavoro, con regolare visto d'entrata.
Peggio succede a testate meno note.
Il piccolo giornale iracheno «Al-Haa» è stato chiuso dagli americani nel marzo 2004.
Due le sue colpe: aveva speculato che l'invasione non era stata attuata per portare la democrazia, ma per prendere il petrolio iracheno, e - peggio - in un reportage di cronaca, aveva dimostrato che una presunta «auto-bomba» stragista era stata, in realtà, un missile USA.
I media occidentali da tempo usano cronisti locali, essendo divenuto l'Iraq troppo rischioso per i pagatissimi giornalisti bianchi.
Assad Khadim Ali lavorava per Al-Iraqiya, la TV finanziata dalla CIA a Baghdad: ciò non gli ha risparmiato la morte presso Samarra, per fuoco «accidentale» americano, come ha ammesso il generale di brigata Mark Kimmit.
Allo stesso modo sono stati uccisi «per errore» Duraid Isa Mohamed e il suo autista Yasser Khatab, che lavoravano per la CNN, il 27 aprile 2004.
Il 21 maggio Rashid Amid Wali di Al-Jazeera stava riprendendo i combattimenti delle truppe USA a Karbala: è stato colpito a morte da un singolo, preciso, colpo «accidentale» sparatogli da un franco tiratore americano alla testa.
Mahmoud Abbas e Isam qal-Shumari lavoravano per la TV tedesca N24, ed hanno ripreso i bombardamenti americani a Falluja: il primo è stato «accidentalmente» mitragliato, il secondo è «desaparecido».
Nel settembre 2004 Mazan Al-Tumeizi, reporter di Al-Arabiya, è stato ucciso in diretta ad Haifa Street a Baghad, mentre trasmetteva.
Secondo gli americani, si trovava accidentalmente sulla traiettoria di un Bradley in panne e abbandonato, contro cui i Marines sparavano cannonate per distruggerlo onde non fosse saccheggiato dalla guerriglia.
Anche Seif Fouad e Shahit Ahad, che lavoravano per la Getty Image, sono stati feriti in quella circostanza.
Anne Cooper, la direttrice del già citato CPJ, dice di avere la certezza di almeno sette casi di detenzione di giornalisti in mano americana, oltre a «numerosi» incidenti ed «errori» di tiro.
«Ma non riusciamo ad averne conferma né a fare indagini, perché ci viene opposto il segreto militare».
Infine, varrà la pena di ricordare Mazen Dana, un cameraman che lavorava per la Reuter, ucciso «accidentalmente» da soldati americani il 17 agosto 2003, mentre riprendeva dall'esterno la prigione di Abu Ghraib.
Secondo il suo tecnico del suono Nael Shyioukhi, Dana si era presentato a soldati americani davanti al carcere, aveva mostrato il suo pass rilasciato dai comandi americani, aveva chiesto il permesso di filmare (accordato) e persino chiesto se c'era qualcuno di loro autorizzato a parlare davanti alla camera.
Nonostante ciò, i Marines hanno poi detto di aver scambiato la telecamera di Dana per un RPG: un errore «deplorevole», secondo l'US Central Command.
Il fatto è che la sera prima, Dana aveva telefonato al fratello cui aveva raccontato di avere scoperto e filmato una fossa piena di cadaveri avvolti in fogli di plastica trasparenti: opera, secondo lui, delle truppe USA.
I comandi americani hanno aperto un'inchiesta sulla sua morte, e l'hanno segretata (2).
Nella clima di opposti isterismi islamisti e anti-islamisti in cui siamo entrati, dove ogni analisi razionale, ogni distinzione e ricerca dei fatti viene spenta nella fiamma del «noi contro loro», può sembrare superato (3).
Invece, è altamente simbolico: liquidati i giornalisti che cercano la verità sul terreno, vivono famosissimi e strapagati (dalla Fallaci all'Allam) quelli che - al sicuro nelle redazioni - alimentano l'odio irrazionale, attizzano il fuoco degli opposti estremismi.
E diffondono menzogne.
Come quella che vuole i disordini anti-occidentali che scoppiano nel mondo islamico, ormai inarrestabili, come prodotti dei regimi locali.
Per esempio, Gheddafi avrebbe permesso l'attacco della folla al nostro consolato a Bengasi; ma allora perché la sua polizia, certo non abituata a manifestazioni di massa, avrebbe sparato? Come in Pakistan, la rabbia della piazza musulmana, si alimenta di ostilità represse contro il regime. Persino Il Corriere ammette che le manifestazioni libiche sono in qualche modo contro Gheddafi. Bengasi sta a 1200 chilometri da Tripoli, e al confine con l'Egitto: e la frontiera porosa è infiltrata da clandestini egiziani e agitatori d'ogni genere, da cellule di Fratelli Musulmani.
In una manifestazione di piazza tutte le provocazioni sono possibili, e non bisogna dimenticare che Israele dispone di agenti che hanno la faccia di arabi e parlano i dialetti locali (4).
Né occorre perdere di vista il momento in cui la furia di piazze musulmane alimenta la cieca isteria europea sul tema «l'Islam ci attacca»: nei giorni in cui Israele taglia i fondi all'autorità palestinese perché Hamas ha vinto le elezioni, il che significa far morire di fame i palestinesi; notizia che scompare, sotto le paginate di notizie dalle piazze, e sulla demente idiozia di provocatori italiani.
Infiltrati e teleguidati ottengono l'effetto voluto: anche in Europa ormai è egemone il sentimento che i musulmani «sono tutti eguali», che «ci vogliono ammazzare tutti» e che «non si può trattare con loro».
Guarda caso, è la stessa psicosi politica che regge la politica in Medio Oriente di Israele.
Pare proprio che lo Stato ebraico, per continuare ad esistere, debba destabilizzare l'area che lo circonda per migliaia di chilometri attorno; renderla tutta come l'Iraq «liberato», come la Palestina dopo Arafat, un caos di milizie suicide, infiltrati d'ogni genere
e schegge impazzite.
Un caos sociale e frenetico che ne farà una terra di nessuno, dove europei e giornalisti non possano più andare, e dove la sola presenza occidentale possibile sia di tipo militare.
La rabbia anti-islamica, tanto più disonorevole in quanto dettata da una segreta paura, ci accieca di fronte ad altre realtà.
Una, per esempio: avete visto qual è la discriminante, in Italia, per capire quali candidati sono «presentabili» alle imminenti elezioni?
E' il loro atteggiamento verso Israele. Insomma, è Israele, non l'elettorato italiano, che dà le patenti di legittimità ai politici italiani.
Un politico che voglia avere speranza di successo non si rivolge al popolo italiano; per prima cosa, deve celebrare il rito di sottomissione a Gerusalemme, visitare il Memoriale della Shoah, farsi fotografare con la kippà in testa.
Ci avete fatto caso?
I più, no.
E' l'Islam che ci attacca.
Maurizio Blondet
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Note
1)Varrà la pena di fare un confronto con i giornalisti caduti in Colombia, il secondo paese più pericoloso del mondo per la stampa: 28 giornalisti morti in dieci anni, dal 1996 al 2006. In Iraq sotto controllo USA, 60 in poco più di due anni.
2)Felicity Arbuthnot, «Reporting Iraq: 'accidental' deaths of independent journalists», Al Ahram Weekly, 17 febbraio 2006.
3)E tuttavia, non è stata formalmente abolita la Convenzione di Ginevra: essa riconosce ai giornalisti in zona di guerra un'autonomia maggiore di quella degli altri civili, e ne vieta l'arresto se non per «imperativi motivi di sicurezza»; e in questo caso, con le garanzie previste almeno per i prigionieri di guerra. La Convenzione non decreta diritti minori per i giornalisti con nome arabo, non ne raccomanda l'eliminazione né l'arresto arbitrario. E si tratta della carta che incarna alcuni dei principii fondamentali della civiltà occidentale. Accingersi allo «scontro di civiltà» cominciando dallo spogliarsi della nostra civiltà, non pare un buon inizio. Anzi, è un segno di prognosi infausta.
4)Dal momento che non è più possibile tenere Gheddafi nella salamoia dei «terroristi» da quando ha ammesso le colpe libiche (forse inesistenti) nell'attentato aereo di Lockerbie, bisogna trovare altri metodi per destabilizzarlo: necessità urgente, nella strategia della presa di possesso diretto delle fonti petrolifere. E fra l'altro, il 30% delle forniture energetiche italiane viene da lì. Quanto ci costerà, alla fine, aver gettato nel cesso la cauta tradizionale politica italiana filo-araba?
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a» è stato chiuso dagli americani nel marzo 2004.
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