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Putin è cattivo: si riprende il titanio
Maurizio Blondet
21/02/2005
Il magnate Victor VekselbergLa finanza britannica è allarmata: proprio mentre credeva di avere in tasca un importante pacchetto azionario della massima fabbrica russa di titanio, l'operazione è ostacolata da Mosca.
L'azienda che fa gola alla City è la VSMPO-Avisma: il più grande produttore al mondo del prezioso metallo.
La ditta detiene il 30% del mercato mondiale del titanio, e vende alla Boeing e alla Airbus tra il 30 % e il 60% del metallo che le due imprese usano nei loro apparecchi. Inutile sottolineare che il titanio, leggero quasi come l'alluminio ma resistente come l'acciaio, non è una merce qualunque: è una materie prima strategica ad alta tensione politica, essendo essenziale all'industria aeronautica e missilistica (ed anche ai sommergibili: i vecchi sottomarini nucleari sovietici Titan erano tutti in titanio).
Ma il comproprietario della VSMPO-Avisma, Vyacheslav Bresht (nome ebraico: in tedesco sarebbe Brecht), stava giusto andando a Londra a quotare la sua azienda e a fare un'offerta pubblica di vendita di azioni.
Perché?
Bisogno estremo di capitali?

La cosa pare strana, dato che Bresht è uno degli uomini di ricchi della Russia (al 17mo posto nella graduatoria), e che la sua azienda ha avuto l'anno scorso profitti per 230 milioni di dollari su un fatturato di 750.
Forse voleva ricompensare i suoi finanziatori occulti, cedendo loro le chiavi della ditta.
Perché non è chiaro come Bresht sia diventato il padrone dell'azienda.
Ovviamente la VMSPO era un gioiello dell'apparato militare-industriale sovietico - forniva laminati per i sommergibili e i missili - e già nel 1989 produceva due volte e mezzo il titanio di tutti i suoi concorrenti occidentali messi insieme.
Con il crollo dell'URSS e il regime corrotto di Eltsin, la fabbrica fu lasciata cadere nel dimenticatoio, senza ordinativi e con gli operai (ultra-specializzati) senza lavoro, nell'attesa di qualche «mano» occidentale che la raccattasse per un boccone di pane.
Ma i tecnici disoccupati della ditta, ridotti a fabbricare vanghe e pentole al titanio che vendevano a 3 rubli l'una, chiamarono il salvatore, una persona che stimavano: lo scienziato Vladislav Tetyukhin, l'uomo che per primo, nel 1957, aveva prodotto il primo lingotto di titanio proprio alla VSMPO, e per questo aveva ricevuto il premio Lenin.
Lo scienziato aveva idee, ma non capitali.



Come d'incanto (non si sanno i particolari), a quel punto accanto a Tetyukhin compare il signor Bresht.
Forse come fornitore di capitale.
Forse, anzi così ammette lui, come persona in grado di mettere la fabbrica russa in contatto con potenziali clienti USA: Rockwell (missili), General Electric (settore militare) e Boeing.
E con la Boeing viene firmato il primo contratto di fornitura nel 1998: Bresht offre il titanio a metà del prezzo dei mercati mondiali.
Proprio allora - altra straordinaria coincidenza - l'impresa mineraria russa Avisma, la sola fornitrice del minerale di titanio alla VSMPO, viene comprata da un'altra vecchia conoscenza della City: mister Khodorkovsky, mafioso ebreo russo che di colpo ha ricevuto molti soldi dai Rotschild per fare shopping nel grande «discount» delle imprese appena «privatizzate» da Eltsin.
La Menatep, la finanziaria di Khodorkovsky, compra la Avisma; e comincia a far pagare di più la materia prima alla VSMPO: contando evidentemente di metterla alle corde per poi inglobarla.
L'affare però non va in porto.



Khodorkovsky, che cerca profitti più rapidi, è impaziente; volge i suoi interessi (e i capitali dei Rotschild) all'acquisto della Yukos, diventando di fatto il padrone del petrolio russo.
Oggi, come si sa, mister Khodorkovsky è detenuto in Siberia dove l'ha fatto cacciare Putin per frodi fiscali e varie malversazioni, e il petrolio è tornato in mano alla Russia.
Anzi, la VSMPO riesce a comprare la Avisma, la sua fornitrice, diventando VSMPO-Avisma.
A questo punto, della fabbrica strategica s'interessa un altro oligarca ebreo-russo: Victor Vekselberg: padrone di conglomerati petroliferi e dell'alluminio (ex aziende di Stato comprate per nulla), Vekselberg è il numero tre nella lista dei più ricchi in Russia, con un patrimonio personale valutato sui 6 miliardi di dollari.
Vekselberg rastrella il 13,4 % della VSMPO comprando le azioni della ditta che lo Stato ha messo in mano ai dipendenti: con lo sconto, essendo i dipendenti alla fame. E' il bello del libero mercato.
Divenuto così terzo azionista, il nuovo oligarca offre agli altri due, lo scienziato Tetyukhin e il capitalista Bresht, uno strano patto di sindacato: in base a tale patto, uno dei tre azionisti può vendere la sua quota agli altri due a un prezzo qualsiasi; se gli altri due non sono in grado di comprare, essi avranno l'obbligo di vendere al primo, al prezzo che questi ha offerto.



Non è un accordo: è qualcosa che è stato definito «la roulette russa».
E ci si chiede come i due altri azionisti abbiano potuto cascarci, specialmente Bresht, il finanziere. A meno che «volesse» cascarci. Infatti, appena firmato questo accordo, Vekselberg offre di comprare agli altri due le loro quote per 96 dollari ad azione, parecchio al disotto del prezzo di mercato.
Sapendo che i due non hanno abbastanza capitale liquido per fare la contro offerta (comprare loro le sue azioni), si appresta a diventare padrone assoluto della ditta.
Un buon affare.
Troppo buono.
Al punto da suscitare l'attenzione di Renaissance Capital, una banca d'affari nata a Mosca, ma il cui capo supremo è un americano di nome Stephen Jennings.
Niente di più facile per la Renaissance che prestare a Bresht e Tetyukhin il poco denaro richiesto per contrastare l'offerta-capestro di Vekselberg. Il quale, in base al patto «roulette russa» da lui escogitato, è obbligato ora a vendere la sua quota al prezzo ridicolo da lui stesso fissato: preso nella sua stessa trappola.



Ma il prestito americano, come quelli che fa il Fondo Monetario, viene concesso con diverse condizioni.
Fra cui questa: la VSMPO-Avisma deve diventare una «vera» azienda capitalista, trasparente e «pubblica», ossia a proprietà diffusa.
Deve offrire le sue azioni sul «mercato» finanziario di Londra, dove chiunque potrà comprarne le quote.
E' quel che Bresht, felice, si accinge a fare.
Incurante del fatto che le azioni sue e di Tehyukhin sono congelate dai tribunali, perché Vekselberg ha fatto causa ai due.
Ma si può?
Il Cremlino si allarma.
Secondo il Financial Times, a bloccare l'operazione entrano in scena i «siloviki», nome con cui si indicano «i duri vicini al potere, con un passato nel settore militare e di sicurezza» (leggi: Armata Rossa e KGB) che «essendo stati lasciati fuori dalle privatizzazioni degli anni '90, vogliono rifarsi».



Entra in scena la Rosoboronexport: l'azienda di Stato che commercia nel mondo l'armamento russo, ed è guidata da Sergei Chemezov, amico personale di Putin fin dai tempi in cui entrambi lavoravano a Dresda, Putin come capo del KGB e Chemezov come «uomo d'affari» (sempre KGB). La Rosoboronexport allaccia una joint-venture con una piccola finanziaria privata con uno scopo dichiarato pubblicamente: «coordinare le imprese metallurgiche di acciai e leghe speciali destinati
a forniture aerospaziali e militari, sì da prevenire che tali aziende siano accaparrate da organizzazioni che agiscono nell'interesse del capitale straniero con l'uso di metodi illegali».
Segnale chiaro: è finito il tempo dello shopping con lo sconto per la finanza anglo-americana.
La VSMPO viene sottoposta a un'ispezione fiscale che è tuttora in corso; mentre la Procura Generale russa apre un'indagine su certi scambi azionari fra Bresht e la Menatep, la ex banca di Khodorkovsky.
Sono le stesse manovre che hanno consentito di smantellare l'impero di Khodorkovsky: probabilmente, indagini e controlli finiranno non già se la VSMPO vende le sue azioni allo Stato (c'è il libero mercato, in Russia): basta che accetti di mettere al vertice un amministratore delegato designato dalla Rosoboronexport.



Magari un «silovik», ossia un «duro con background militare» temuto dalla finanza anglo-americana.
A garanzia che il valore strategico della ditta sia salvaguardato, nell'interesse nazionale.
La cosa non è piaciuta al Financial Times: che ha dedicato una pagina intera per urlare che la VSMPO «vuole restare libera», e gridare al soccorso contro «i grandi rischi all'economia russa» che farebbe correre Putin (1).
Cattivo, non rispetta il «libero mercato».
Cattivo, vuole riprendersi ciò che appartiene alla Russia.

Maurizio Blondet




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Note
1) Arkady Ostrovsky, «A Russian phoenix struggles to stay free», Financial Times, 20 febbraio 2006.




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