Le dimissioni imposte a Roberto Calderoli sono un doppio cedimento del governo: cedimento alle richieste dell’opposizione interna del centro-sinistra e cedimento all’opposizione internazionale, cioè ai registi del fanatismo islamico. Un errore che da un lato indebolirà subito la campagna elettorale di Berlusconi e dall’altro attirerà sull’Italia l’attenzione dell’intero mondo arabo-islamico, mettendo in evidenza la sua fragilità politica. La sgangherata macchina di autodifesa del nostro “sistema” politico ha reagito con riflessi pavloviani alle violenze di Bengasi, scaricandole sulla maglietta del ministro leghista, drammatizzando i toni e provocando un inevitabile caso internazionale attraverso la stampa araba.

Nella grande sceneggiata mondiale che si è accesa sulle vignette danesi, pochi si sarebbero accorti della biancheria intima del ministro leghista se il titolare degli esteri Gianfranco Fini avesse parlato a bassa voce, evitando di suggerire per primo di dimissioni del collega. Ma non basta: subito dopo i disordini di Bengasi lo stesso Fini, assieme al gran concerto dell’opposizione e della stampa, non ha atteso un istante ad attribuirli a Calderoli e in pratica a rivendicarne la responsabilità al nostro Paese, che adesso si trova sotto i riflettori, esposto a tutte le possibili vendette del mondo islamico. Bel capolavoro di “responsabilità”.
Sarebbe bastato riflettere qualche minuto, attendere le versioni del nostro ambasciatore a Tripoli Francesco Trupiano e della stessa tv araba Al Jazira per apprendere tre cose: 1) che la sommossa di Tripoli era scoppiata dopo la preghiera del venerdì nel quadro delle generali proteste contro le “vignette blasfeme” che, almeno inizialmente, nessuno dei dimostranti sapeva niente della maglietta di Calderoli; 2) il consolato italiano che è stato preso d’assalto era l’unica sede occidentale a Bengasi e quindi i dimostranti non avevano altri obiettivi a portata di mano contro cui accanirsi; 3) la folla era stata arringata da un mullah e guidata da elementi ben individuati contro la polizia della Giamairia e sarebbe bastato chiedere ai nostri diplomatici per apprendere che il fattore religioso non c’entrava molto in una città che è considerata da 30 anni teatro di complotti e manovre contro il regime del colonnello.

Gli integralisti e i dissidenti libici non conoscono Calderoli ma lavorano da tempo contro la dittatura di Gheddafi. Ma Roma ha cercato per l’ennesima volta la benevolenza di Tripoli, partecipando a un doppio passaggio di repressione interna: una repressione tutta italiana con la quale sotto l’assedio della propria opposizione di centro-sinistra il governo di centro-destra ha rimosso un ministro leghista, sponsor ufficiale della riforma della Costituzione e simbolo della combattività del partito di Umberto Bossi. E una parallela repressione a Tripoli dove il colonnello ha defenestrato il suo ministro della sicurezza. Se causa di improvvisi disordini fosse stata la maglietta di salute di Calderoli, il ministro di polizia libico non avrebbe avuto alcuna colpa. La sua rimozione invece significa che non è stato capace di sventare disordini preordinati da agenti provocatori.

Nessun organo di stampa italiano ha saputo collegare la guerriglia di Bengasi con la decomposizione interna del regime libico di cui l’eterna crisi tra Roma e Tripoli è conseguenza. Nessuno ha riferito che i rapporti bilaterali tra il regime dell’”amico Moammar” e il governo dell“amico Silvio” sono al momento interrotti da un paio d’anni. L’unica autorità italiana in contatto d’emergenza con la Giamairia è il ministro dell’interno Beppe Pisanu, impegnato ad arginare il flusso dei clandestini nel canale di Sicilia. In un recente incontro, i libici gli hanno espresso il loro risentimento verso Berlusconi, accusato di false promesse, perché dopo aver detto sì alla delirante richiesta di regalargli un’autostrada costiera da 2 o 3 miliardi di euro, non era stato in grado di mantenere la promessa fatta a Gheddafi e quindi quest’ultimo ha revocato anche lui le proprie, bloccando la riconciliazione con quegli sventurati a vita degli ex italiani di Libia.
E quindi i rapporti diplomatici tra i due Paesi sono congelati, anche se nessuno lo dice. La sede dell’ambasciata libica a Roma è vacante da un anno e mezzo. Palazzo Chigi ha staccato la spina con la tenda di Gheddafi. L’ambasciatore a Tripoli Francesco Trupiano è costretto a vivere chiuso nella nostra rappresentanza, limitandosi alle piccole incombenze formali, come se fosse un semplice incaricato d’affari. Le nostre esportazioni in Libia si sono contratte del 25 %. Le grandi commesse sono state affidate a Francia, Germania e Gran Bretagna. Dal processo di riconciliazione della Libia con la comunità internazionale l’Italia è l’unico Paese rimasto fuori

Ma il clan Gheddafi mantiene una rete finanziaria in Italia (Capitalia, Fiat, varie società di calcio, etc), nell’ambito del rapporto ambiguo e diciamo pure losco che dura da 35 anni, grazie alle coperture fornite da tutti i governi del nostro Paese, dall’Eni e dai servizi segreti. Questi rapporti ambivalenti del colonnello con l’Italia, con gli intrighi, la corruzione e gli eccessi consumistici dei suoi figli non sfuggono certo agli oppositori interni del regime e costituiscono –altro che le magliette di Calderoli- la nostra vera finestra di vulnerabilità nell’ex colonia.