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    Post Olocausto, «verità ufficiale»

    Maurizio Blondet
    21/02/2005

    David Irving è stato condannato a tre anni, senza condizionale: e molti lettori mi chiedono un commento.
    Ma quale commento si vuole?
    Ogni giorno, su questo sito, non facciamo che spiegare qual è ormai la situazione della libertà in Europa e in USA.
    E c’è qualche lettrice che ci accusa, per questo, di «condonare» le violenze dei musulmani.
    Che cosa si vuole da noi?
    Che ci mettiamo da soli nelle condizioni di Irving?
    La libertà europea fa pendere anche su di noi la minaccia della galera.
    Il solo commento possibile è una presa di distanza.
    In Occidente la libertà d’espressione esiste eccome, e i vari servi d’Israele ci incitano proprio in questi giorni a difenderla, contro i musulmani che vorrebbero tapparci la bocca.
    Dobbiamo obbedire.
    E capire quale specifica libertà d’opinione va difesa anche con le armi.
    Quale «cristianità» siamo chiamati a presidiare.



    Fra le vignette pubblicate dal noto giornale danese, ce n’era una come segue: «un musulmano in preghiera, dunque prosternato, che viene sodomizzato da un cane».
    Questa è la libertà d’opinione, il vertice della civiltà occidentale, che va difesa.
    La libertà di Irving no, perché è «pornografia»: lo ha decretato alla RAI un tale Guido Bolaffi.
    Lo stesso Guido Bolaffi che è stato premiato dalla RAI: conduce un programma chiamato «Radiomondo» su Rai 3.
    Bolaffi, comunista, sociologo, ha scritto per La Repubblica, poi per Il Corriere della Sera, oggi per Il Riformista di D’Alema; è un grand commis pubblico («Affari Sociali» alla presidenza del Consiglio 1993-2003); e ovviamente grande amico di Israele.
    Così ben protetto, non ha bisogno di farsi una cultura.
    Perciò non ha letto un articolo, apparso su Financial Times (ed è tutto dire) che definisce l’Olocausto (ovviamente maiuscolo) una «verità ufficiale» (con tanto di virgolette) e caldeggia l’abolizione delle leggi che puniscono il negazionismo (1).



    Lo fa Christopher Caldwell, «senior editor» del Weekly Standard.
    Il quale prende le mosse dalla polemica sulle vignette anti-Islam, e riporta (anche questa è una novità) l’argomento dei musulmani che protestano: l’Occidente dice di avere sacra la libertà d’opinione, e invece ha varato leggi che vietano penalmente l’opinione di chi mette in dubbio il genocidio ebraico.
    E’ vero, ammette Caldwell: «in gran parte dell’Europa esiste una ‘verità ufficiale per legge’ sull’Olocausto».
    Ed elenca: in Francia la legge Gayssot del 1990 è stata subito imitata in Germania e Svizzera; ed ora anche in Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia.
    Si noterà che il divieto non esiste nei paesi anglosassoni.
    Ciò perché, spiega Caldwell, «è che sanzionare poliziescamente opinioni marginali sulla seconda guerra mondiale crea più problemi di quanti ne risolve. E alcuni di questi problemi sono costituzionali».



    E qui, si cita Ronald Dworkin, il filosofo del diritto, anche lui intervenuto sulla polemica:«la libertà di parola», dice Dvorkin, «non è solo uno speciale emblema della cultura occidentale, che possiamo limitare come forma di rispetto per altre culture… la libertà di parola è una condizione del governo legittimo. Le leggi e le direttive politiche non sono legittime, se non sono state adottate attraverso un processo democratico; e un processo non è democratico se lo Stato ha vietato a qualcuno di esprimere le sue convinzioni».
    «Se esigiamo anche dai fanatici di accettare la decisione della maggioranza una volta che la maggioranza ha deciso, allora dobbiamo consentire loro di esprimere il loro fanatismo durante il procedimento la cui decisione chiediamo loro di rispettare».
    La risposta non è di compiacere i musulmani non pubblicando le vignette.
    La risposta è di togliere loro l’argomento che usano a ragione contro di noi, «colpendo le leggi che puniscono la negazione dell’Olocausto per quel che sono: violazioni della libertà d’espressione».
    Sono le leggi che condannano il negazionismo: e devono essere cancellate, dice Dvorkin.
    Il Financial Times approva.
    Almeno, gli anglosassoni continuano a pensare in proprio.
    Da noi, pensa per tutti Bolaffi.
    Anche in Austria.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Christopher Caldwell, «Historical truth speaks for itself», Financial Times, 17 febbraio 2006.




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  2. #2
    El Criticon
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    Ecco, questo è il punto veramente decisivo:
    << La risposta è di togliere loro l’argomento che usano a ragione contro di noi, «colpendo le leggi che puniscono la negazione dell’Olocausto per quel che sono: violazioni della libertà d’espressione».
    >>

    Per estensione di questa stessa affermazione, l'unico modo per evitare la mega catastrofe finale conseguente all'attuale ipercasino geopolitico mondiale, consisterebbe infine nel riconoscere pubblicamente la reale causa di tale ipercasino, magari anche denunciandone gli abominevoli criminali ...

  3. #3
    philanthropist
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    Io credo che l'Olocausto ci sia stato, ma credo pure che avere una legge che vieta di negarlo e' sbagliato. La liberta' di parola deve essere assoluta, senza nessuna restrizione. ieri sera ho visto alla tv (USA) un intervista a un geuppo di nazisti che vivono in una "comune". Tutti hanno negato l'Olocausto, quasi tutti vestivano con le svastiche, ecc. Personelmente penso siano rincoglioniti, ma mai mi verrebbe l'idea di chiedere di perseguirli legalmente.
    Lo stesso per l'Islam. Se Maometto e' cosi "grande" come mai ha bisogno di una legge per difenderlo? O come mai una caricatura puo' fargli paura?
    Qui si tratta di evitare un ritorno al Medio evo.

    -N-

  4. #4
    Totila
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    Trafiletto su "Il Giornale"

    Dagli archivi dei lager, sequestrati dagli americani nel '45, emergono i nomi di migliaia di ebrei collaborazionisti. Ma i nomi rimarranno top secret...

 

 

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