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    Predefinito Giustizia e pregiudicati edizione speciale: apertura anno giudiziario '06

    Questi sono alcuni passaggi dell’intervento del Procuratore Generale di Torino Gian Carlo Caselli in occasione dell'inaugurazione dell’anno giudiziario 2006

    Cronaca di una giustizia al collasso
    Gian Carlo Caselli
    29 Gennaio 2006

    Premetto che la mia presenza in questa Assemblea è dettata solo da dovere istituzionale.
    Condivido infatti pienamente, nel metodo e nei contenuti, la posizione dell'Associazione nazionale magistrati, che ha deciso di disertare la cerimonia.
    La Relazione - quest'anno - non spetta più al Procuratore Generale, ma al Presidente della Corte d'Appello.
    È uno dei pochi aspetti positivi della riforma dell'ordinamento giudiziario.
    È giusto infatti che a parlare sia il giudice.
    Anche perché il Procuratore Generale diventa così più libero di dire….
    Il mio intervento si articolerà su due punti:
    la situazione organizzativa della giustizia e l'attacco all'esercizio indipendente della giurisdizione.
    ***
    Fin dall'inizio della legislatura il ministro Castelli aveva proclamato al CSM che era inutile investire risorse in un sistema che non funziona e aveva annunziato che non avrebbe fornito ulteriori mezzi alla macchina giudiziaria prima della riforma dell'ordinamento.
    Detto fatto: per cui alla fine sono venuti a mancare finanche beni e strutture elementari (dalla carta per le fotocopie, alla benzina, ai fondi per la fonoregistrazione delle udienze…).
    E oggi la giustizia, nel nostro paese, è al collasso.
    Due soli esempi, fra i tantissimi che purtroppo si potrebbero fare.
    La legge 31.07.2005, n. 155 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale) ha vietato l'impiego degli ufficiali delle sezioni di P.G. delle Procure come PM nei dibattimenti e per la notificazione di atti.
    Ne è derivato il rallentamento e in taluni casi la paralisi dell'attività dibattimentale, cui seguiranno il ridimensionamento delle attività di indagine, l'aumento delle pendenze sia avanti alle Procure della Repubblica che avanti ai Tribunali e ai Giudici di Pace, la successiva prescrizione di numerosi reati: in definitiva, ulteriori disfunzioni del servizio giustizia.
    Il secondo esempio riguarda un'emergenza che proprio in queste ore va facendosi sempre più drammatica.
    Si tratta della situazione di generale sofferenza delle strutture informatiche.
    Le ricadute sulle indagini e sulla celebrazioni dei processi - civili e penali - sono purtroppo ovvie.
    Si configura pertanto una situazione destinata ad un rapido decadimento, che di fatto pregiudicherà tutto l'impegno profuso per automatizzare i servizi dell'amministrazione.
    Se non si adotteranno le misure indispensabili, alcuni uffici hanno già prospettato - come unica possibile soluzione - il ritorno ai registri cartacei!
    E dire che l'informatica era una delle famose “I” del programma del Governo….

    La situazione organizzativa della giustizia è tale che solo con enorme fatica gli uffici riescono a far fronte anche solo all'ordinaria amministrazione.
    Vero è che questa è l'ottica con cui lo stesso Ministro, per bocca del direttore generale dell'organizzazione, non molto tempo fa raccomandava ai dirigenti di «effettuare un rigoroso controllo sulle spese effettuate dagli uffici dipendenti, invitandoli a limitarsi a quelle strettamente necessarie per il funzionamento minimale degli stessi».
    È chiaro però che senza farina non si fa pane.
    E ciò significa - occorre dirlo in modo esplicito - ridurre le possibilità di fare adeguatamente fronte alla domanda di giustizia, penale e civile, che la collettività esprime.
    Significa rischio di minor sicurezza e di minor tutela dei cittadini.
    È doveroso fissare un tetto congruo alle spese di giustizia e stabilire gli opportuni controlli per evitare sprechi (se non altro perché le risorse non sono illimitate). Ma senza le risorse essenziali e senza razionali scelte di priorità la giustizia chiude i battenti.
    ***
    Le gravi insufficienze riscontrabili sul piano dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giustizia (di competenza - come sappiamo - del Ministro, in base all'articolo 110 Costituzione) si intrecciano inestricabilmente con il tentativo di “governare i giudici” che ha caratterizzato questi ultimi anni.

    L'intervento giudiziario è in espansione in tutti i sistemi democratici.
    Ovunque i suoi effetti turbano spesso equilibri politici, se non destini di governi.
    Basti pensare - per limitarsi all' esempio più recente - all'inchiesta denominata «Cia-Gate», che ha incriminato il braccio destro del Vice Presidente e indagato lo stratega politico del Presidente USA.
    In tale contesto internazionale di generalizzata espansività, il caso italiano non fa eccezione.
    E tuttavia presenta una singolarità che lo caratterizza negativamente. Soltanto nel nostro Paese, infatti, l'esercizio dell'azione penale nei confronti di “santuari” del potere determina la contestazione in radice del processo, da parte di soggetti con responsabilità istituzionali elevatissime, e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici (indicati “tout court” come avversari politici).
    Soltanto in Italia è stata scatenata una guerra frontale ai giudici e alla giurisdizione, con il connesso rischio (calcolato?) di travolgere l'immagine stessa della giustizia.
    In un crescendo che negli anni si è snodato lungo tappe che a metterle tutte in fila c'è da restare allibiti.
    Oltre all'insulto quotidiano ai giudici praticato come una specie di sport nazionale; oltre all'indicazione delle attività di indagine scomode come iniziative sempre “ad orologeria”; oltre alle famigerate leggi “ad personam”; ricordo la pesante pressione operata dalla maggioranza del Senato (con mozione approvata il 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge» in riferimento ad uno specifico processo.
    Ricordo la proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane» (sic!).

    Lo sbocco finale di tutto ciò è stata la riforma dell'ordinamento giudiziario, con i vari profili di incostituzionalità che la affliggono.
    Una riforma che si propone di assoggettare i giudici al controllo di un potere politico che per se stesso è refrattario ai controlli.
    Una riforma grazie alla quale la cultura che ha impregnato la lettura della vicenda giudiziaria italiana negli ultimi anni è diventata legge.
    Per resistere alla controriforma i magistrati hanno ripetutamente scioperato e oggi disertano questa cerimonia, quando non debbano parteciparvi per legge. Sono notissime le motivate e civili ragioni della protesta.
    Per parte mia aggiungo che la riforma dell'ordinamento giudiziario non è una riforma della giustizia, ma dei giudici, perché disegna un nuovo modello di magistrato le cui caratteristiche sono quelle del conformista-burocrate.
    Vanno in questa direzione i poteri attribuiti al “nuovo” Procuratore capo, che diventa una specie di “mandarino”, padrone di tutto.
    I magistrati del suo ufficio saranno sostanzialmente dei sudditi.
    Il che significa, tra l'altro, rischio di cancellazione di qualunque spazio per quell'azione penale diffusa che in questi anni ha tutelato interessi fondamentali: salute, ambiente, sicurezza sul posto di lavoro.
    Ma attenzione: il conformismo e la burocrazia perseguiti dal nuovo ordinamento giudiziario sono di ostacolo all'indipendente esercizio della giurisdizione (condizione indispensabile per tendere al traguardo dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge).
    E sono nemici giurati della ricerca della verità a trecentosessanta gradi: che è sempre faticosa; e anche rischiosa ogni volta che si incrociano determinati interessi.
    ***
    È tempo di concludere.
    L'intreccio fra l'inefficienza organizzativa ed il tentativo di “governare i giudici” consente di chiedersi se anche la prima non sia frutto di una scelta.
    Una scelta indirizzata all'indebolimento della giurisdizione come garanzia del rispetto delle regole, nel quadro più generale della concentrazione del potere e della riduzione delle funzioni di controllo (cui sembra funzionale anche la riforma della Costituzione, ancora soggetta a referendum popolare).
    Certo è che il rispetto internazionale del nostro Paese appare a rischio.
    La Corte di Strasburgo ci ricorda ogni settimana che il drammatico problema della nostra giustizia è la sua lentezza.
    Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Alvaro Gil-Robles, in un rapporto del 14 dicembre scorso, ha disegnato un quadro desolante della giustizia italiana.

    Siamo ancora una volta sotto processo.
    Per non essere esclusi dal consesso internazionale, per non diventare “black listed” con riferimento all'affidabilità complessiva del sistema giudiziario, è necessario voltare pagina.

  2. #2
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    29 Gennaio 2006
    Missione compiuta, ministro Castelli
    Livio Pepino

    Il ministro Castelli è riuscito nel “miracolo”: i magistrati di ogni tendenza disertano l’inaugurazione dell’anno giudiziario; gli avvocati proclamano l’ennesimo sciopero contro una politica della giustizia miope e fallimentare; il personale degli uffici giudiziari scende in piazza per protestare contro l'insostenibilità della situazione; persino il presidente della Corte di cassazione e la gran parte dei presidenti delle corti d'appello denunciano le inadeguatezze dell'azione di governo nel settore della giustizia.

    Così, mentre il presidente del Consiglio si duole del tempo perduto a sentir parlare di giustizia
    (tema evidentemente a lui non congeniale...),
    l'unico ad essere soddisfatto è, ancora una volta, il ministro della Giustizia, secondo il quale in questi cinque anni si sono fatti passi in avanti epocali che vengono (da tutti) negati solo «per partito preso».
    La grottesca comicità dell'affermazione non deve (come il ministro vorrebbe) occultare la drammaticità della situazione.
    Come il cittadino che entra in un tribunale tocca ogni giorno con mano, la giustizia continua, per lo più, ad essere una macchina che gira a vuoto (spesso provocando interminabili e incomprensibili perdite di tempo a chi ne è coinvolto) e che può stritolare chi non sa (o non ha i mezzi per) difendersi. Non è sempre così: ci sono isole felici in cui le cose vanno meglio ma sono, appunto, “isole”.
    Né potrebbe essere altrimenti a fronte di un numero di processi pendenti prossimo ai nove milioni (di cui tre milioni e mezzo nel settore civile e cinque milioni e mezzo nel settore penale), da anni stazionario o in crescita nonostante il considerevole aumento della produttività media dei magistrati. L'ovvia conseguenza è che i processi durano anni (a volte anche molti anni) e che, in queste condizioni, la decisione finale, seppur giusta, è comunque insoddisfacente perché tardiva. Il ministro lo sa bene (e forse per questo evita di fornire dati statistici elaborati in modo serio e ragionato) ma la cosa sembra non interessarlo.
    Basti ricordare la sua raccomandazione, fatta per bocca del direttore generale dell'organizzazione ai dirigenti degli uffici, di «effettuare un rigoroso controllo sulle spese limitandosi a quelle strettamente necessarie per il funzionamento minimale degli stessi» (sic!) ovvero la riduzione del 46% e del 30% operata nell'ultima finanziaria degli stanziamenti per l'assistenza e gli investimenti nella rete informatica (una delle tre “I” della propaganda elettorale...), con conseguente vanificazione degli sforzi per informatizzare i servizi e impossibilità persino di far fronte agli impegni già assunti.
    Intendiamoci, in una situazione come quella descritta non basta potenziare l'organizzazione: lo sforzo di risanamento deve partire dalle fondamenta. Facciamo, per essere concreti, degli esempi:
    - il consumo di stupefacenti si può affrontare più utilmente nell'ambito della tutela della salute che in sede di repressione;
    - il diritto penale è strutturalmente inidoneo a governare, come invece gli si chiede di fare, fenomeni sociali epocali come le migrazioni;
    - chi rischia una multa deve avere un processo garantito, ma non allo stesso modo di chi rischia l'ergastolo;
    - l'interesse pubblico al perseguimento di un omicidio o di un grave episodio di corruzione è evidentemente diverso da quello del furto di un'autoradio;
    - l'accertamento di una servitù di passaggio richiede un impegno diverso dal fallimento di un'impresa con migliaia di dipendenti;
    - l'affidamento dei figli esige un vaglio giudiziario ma con regole che hanno poco in comune con quelle necessarie per accertare l'eventuale nullità di un contratto;

    e via elencando.
    Inutile dire, peraltro, che per affrontare questi nodi nessuna iniziativa hanno assunto il ministro e la maggioranza parlamentare, troppo impegnati nel tentativo di ridurre l'indipendenza dei magistrati (mediante una legge di ordinamento giudiziario degna di un regime autoritario), di assicurare l'impunità a un ristretto gruppo di amici e di clienti, di trasformare, nel resto, lo Stato sociale in un tragico Stato penale (con aumento a dismisura del carcere, che ha toccato proprio in questi giorni il picco assoluto di 60.000 “ospiti”).
    Ma torniamo al ministro della giustizia.
    Molti sono convinti che la situazione di sfascio e di inerzia qui ricordata dipenda solo da uno straordinario concentrato di incapacità e di insipienza.
    Noi non lo crediamo.
    L'indebolimento del sistema giustizia non è, infatti, casuale; è, al contrario, un tassello fondamentale di un progetto di riduzione dei diritti, di eliminazione di ogni controllo sull'esercizio del potere, di irrigidimento autoritario dello Stato.

    Per questo, dopo cinque anni, il ministro Castelli può (anche) dire con orgoglio:
    «missione compiuta».

  3. #3
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    Le esternazioni di Caselli non fanno che consolidare in me l'idea che sia necessario procedere quanto prima alla separazione delle carriere (e non vagamente delle funzioni).

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da paolor_it
    Le esternazioni di Caselli non fanno che consolidare in me l'idea che sia necessario procedere quanto prima alla separazione delle carriere (e non vagamente delle funzioni).
    Che è il vero male che affligge la Giustizia italiana, immagino.
    Risolto quello, risolto tutto; no?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles
    Che è il vero male che affligge la Giustizia italiana, immagino.
    Risolto quello, risolto tutto; no?
    E' innegabilmente una seria stortura della giustizia italiana.

  6. #6
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    29 Gennaio 2006
    Le sedie vuote dei giudici aprono l’anno giudiziario
    Dure le critiche alle nuove leggi.
    Giovanardi s’alza e se ne va, Castelli polemizza.
    Fassino: la vostra giustizia non è più uguale per tutti

    di Susanna Ripamonti / Milano

    ANNO GIUDIZIARIO
    C’erano tutti, tranne i magistrati. Le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, che ieri si sono svolte in tutta Italia secondo il nuovo rito, previsto dalla riforma ordinamentale, sono state un autentico fiasco per il governo. Nelle aule semideserte le uniche toghe presenti erano quelle, che per dovere istituzionale, non potevano disertare la cerimonia, ovvero i vertici degli uffici giudiziari. Alle spalle dei presidenti di Corte d’Appello, ai quali per la prima volta è spettato il compito di leggere la relazione inaugurale, niente ermellini in toga rossa, ma poltrone miseramente vuote. In platea sindaci, governatori,, prefetti e capi delle forze di polizia, ma le toghe hanno aderito in massa all’invito dell’Anm a disertare la cerimonia. E quasi dappertutto, i relatori in toga hanno espresso solidarietà ai colleghi assenti, dichiarando di condividere la loro protesta, come ha fatto a Milano il presidente della Corte d’Appello Giuseppe Grechi.
    A Torino, rivolgendosi a una platea virtuale, il procuratore generale Giancarlo Caselli ha parlato del «tentativo di governare i giudici che ha caratterizzato questi ultimi anni. Soltanto nel nostro Paese infatti, l'esercizio dell'azione penale nei confronti di santuari del potere determina la contestazione in radice del processo da parte di soggetti con responsabilità istituzionali elevatissime e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici».
    Idem a Roma dove il presidente della Anm del Lazio Paolo Auriemma ha precisato: «Sia chiaro che siamo presenti al posto che ci assegna la Costituzione nella imparziale difesa della legalità. Siamo solo assenti ed estranei a quel progetto che ci vorrebbe burocrati timorosi del potente di turno».
    A Bologna show del ministro per i rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi:
    «Sono venuto qui per l'apertura dell'anno giudiziario, non per partecipare a Ballarò: lì almeno c'è il dibattito tra le parti che possono confrontarsi».
    E dire che la magistratura ha scelto l’Aventino dopo aver tentato per cinque anni di confrontarsi con un governo sordo a tutti i suoi suggerimenti, come gli ha indirettamente replicato il presidente dell’Anm Ciro Riviezzo, ricordando che il guardasigilli «anche nella relazione di recente inviata alle Camere si vanta orgogliosamente di non aver preso in nessuna considerazione le motivate critiche svolte in questi anni dall' Anm».
    Attaccando la relazione del presidente della Corte d'appello Manlio Esposito, Giovanardi ha aggiunto:
    «Sono in grande imbarazzo per i toni offensivi che sono stati usati nei confronti di un Parlamento sovrano, li respingo con sdegno».

    E sdegnato se n’è andato, abbandonando l’aula con un gesto che il sindaco Sergio Cofferati ha definito «incomprensibile e ingiustificato».
    Più tardi ha fatto sapere che lo attendevano « impegni istituzionali».

    A Milano, il sottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali, ha attaccato il presidente della Repubblica che bocciando la legge sull’inappellabilità, delle sentenze di assoluzione avrebbe travalicato i propri poteri:
    «Rispetto la magistratura e il capo dello Stato ma qui a Milano prendo l'impegno di dire che il Parlamento licenzierà questa legge, perchè è sacrosanta».

    Poi fuoco a vista sulle toghe:
    «la magistratura italiana è arrivata ai minimi storici della credibilità, l'assenza dell'Anm alla inaugurazione di questo anno giudiziario non è un affronto al governo, ma di uno schiaffo al Paese».
    Risposta del segretario dei Ds Piero Fassino:
    «Veramente lo schiaffo al paese l'hanno dato questo governo e questo ministro che invece di occuparsi della giustizia per i cittadini si sono occupati di garantire l'impunità a questo o quell' imputato eccellente con le leggi ad personam».
    In Italia, ha aggiunto Fassino, in questi ultimi 5 anni «la giustizia non è stata più uguale per tutti. Il grido di dolore che viene dai magistrati di tutta Italia indica esattamente questa emergenza».

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles
    istituire una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane» (sic!)..
    embe'?! e se esistesse davvero...?!

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da paolor_it
    E' innegabilmente una seria stortura della giustizia italiana.
    La vera stortura della Giustizia (al tempo dei pregiudicati) è che la si è resa "più uguale" per qualcuno.
    Poi, che la si voglia succube come lo è stata per 50 anni; probabilmente per evitare che capiti ancora un "incidente" come quello di Mani Pulite.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Felix
    embe'?! e se esistesse davvero...?!


    Già.
    E, chi ci metti nella commissione; i pregiudicati e gli inquisiti?

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles
    La vera stortura della Giustizia (al tempo dei pregiudicati) è che la si è resa "più uguale" per qualcuno.
    Poi, che la si voglia succube come lo è stata per 50 anni; probabilmente per evitare che capiti ancora un "incidente" come quello di Mani Pulite.
    Probabilmente ti è sfuggito che negli ultimi 50 anni le carriere dei giudicanti non sono state separate da quelle dei procuratori della repubblica. Nè prima nè dopo tangentopoli.

 

 
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