Aiutiamo i moderati per il dialogo tra culture
Caro Direttore, vi è chi rimprovera ai politici occidentali e italiani (lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli gravi insiti nelle manifestazioni che scuotono i Paesi islamici. E si chiede maggiore e più visibile fermezza contro chi assalta ambasciate e chiese, aggredisce occidentali, brucia bandiere di nazioni democratiche.
Ora non vi può essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita di ogni violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli del tutto pacifici.
Così come netta deve essere la condanna verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.
Ma la condanna da sola può non bastare. Serve individuare con quale strategia rispondere.
L'ondata di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco che divide l'Islam dall'Occidente. Dall'11 settembre — che fu salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo — ad oggi la situazione si è fatta via via più critica: la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta da gran parte dell'opinione pubblica islamica come una guerra occidentale contro l'Islam. E le vittorie elettorali di Hamas in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad in Iran hanno reso visibile l'espandersi di consenso all'integralismo. Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle sulla opportunità delle vignette satiriche.
L'Islam però non è un tutto omogeneo e compatto. L'Islam non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano la complessità del mondo islamico.
Appartengono all'Islam anche le donne marocchine che hanno conquistato una riforma del codice civile più rispettosa della loro condizione e dei loro diritti; i ragazzi e le ragazze di Beirut che hanno riempito le piazze invocando democrazia e libertà; le classi dirigenti riformiste e democratiche di Turchia, Giordania, Marocco, Emirati Arabi; i milioni di iracheni che, sfidando i terroristi, sono andati a votare. L'Islam è anche Abu Mazen e quella parte della dirigenza palestinese che vuole una pace fondata sul riconoscimento sì dei propri diritti, ma anche di quelli di Israele. E sono Islam quei tanti studenti universitari di Teheran che non accettano di sottomettersi all'intolleranza fanatica dei «Guardiani della Rivoluzione».
Nostro compito è non lasciare sole le forze democratiche e riformiste, ma aiutarle a contrastare derive integraliste e fanatiche. Così come con altrettanta coerenza, si deve chiedere piena e riconosciuta libertà di culto nei Paesi islamici per i cristiani, gli ebrei e per ogni altra fede religiosa.
Per questo serve una politica dell'Occidente capace di promuovere, riconoscimento reciproco, dialogo interculturale e interreligioso, cooperazione economica e politica. Non perché si sia ignavi o imbelli, ma perché questo è il modo più utile per sconfiggere chi vorrebbe trascinarci in una guerra di civiltà e di religioni.
Per questo Calderoli non poteva che dimettersi: i suoi atteggiamenti offrono alibi e argomenti all'integralismo e mettono in difficoltà chi nei Paesi a religione islamica si batte perché il fanatismo non prevalga. E per questo è urgente che l'Italia indichi con quali gesti e quali scelte intende dare al mondo islamico un'immagine diversa da quella offerta da Calderoli.
In Medio Oriente occorre sostenere la ripresa di una forte iniziativa del «quartetto» — ONU, Russia, USA e UE — che solleciti Hamas ad assumere la piattaforma indicata dalla Road Map, compreso il pieno riconoscimento della legittima esistenza dello Stato di Israele.
Di pari passo a una forte iniziativa politica e di pressione nei confronti di Teheran perché garantisca sull'uso esclusivamente pacifico dell'atomo, bisogna affiancare un'azione per la riduzione degli armamenti nucleari, perché la comunità internazionale sarà più forte nel chiedere garanzie all'Iran se contemporaneamente spingerà altri Paesi della regione a ridurre i loro arsenali nucleari.
Il rientro delle truppe italiane dall'Iraq entro il 2006 va accompagnata da sostegni economici e politici utili alla crescita e la stabilizzazione della democrazia.
Più in generale vanno rilanciati il dialogo interreligioso e interculturale e, insieme, una cooperazione economica, culturale e politica che offra l'immagine di un Occidente che vuole costruire il futuro del pianeta insieme all'Islam e non contro




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