I PERICOLOSI GIULLARI DI PRODI

Roma–Qualcuno l’ha ribattezzata l’era del “buffonismo”, prendendo a esempio il caso-Calderoli per denunciare la mancanza di credibilità dell’Italia, ma in pochi ricordano che prima dell’avvento del presunto governo dei pagliacci la paleontologia politica aveva conosciuto ben altre forme di grottesco esercizio della nobile arte del governare.
C’erano una volta ministri (Visco) che parlavano a Borse aperte di tassazione dei capital gain e ne provocavano il crollo, sottosegretari (Fassino) che annunciavano l’intenzione di pilotare il voto in Albania, titolari della Farnesina (Dini) che provocavano la più grave crisi diplomatica degli ultimi cinquant’anni con la Grecia rilasciando dichiarazioni sul doppio governo di Cipro, e ancora, ministri (Flick) che non si dimettevano neanche dopo la fuga di boss mafiosi, altri (Burlando) che collezionavano incidenti ferroviari in serie senza lasciare la poltrona, terroristi curdi come Ocalan coccolati dal governo italiano, terroristi italiani come la Baraldini accolti dai comunisti di casa nostra con rose rosse alla mano. Ma non basta, c’era una volta anche Prodi: era lui a svelare accordi sottobanco per rallentare l’entrata dell’Italia nell’euro, era lui a beccarsi ironie, frizzi e lazzi contro i governi che cadevano e si autoribaltavano riprendendo vita grazie ai massaggi istituzionali di Scalfaro, il grande coreografo dell’allegra combriccola di dilettanti allo sbaraglio che tenne il palco dal ’96 al 2001 davanti a un proscenio internazionale che rideva di noi.
Dunque, basta andare indietro di qualche anno per riportare alla luce stratificazioni di puro dilettantismo politico in grado di oscurare le estemporanee gaffe di qualche ministro del governo Berlusconi, su cui invece si soffermava ieri *Il Riformista* per teorizzare la debolezza italiana sul piano internazionale dopo la vicenda delle vignette ostentate in tv.
A ben vedere sono le gaffe e gli scivoloni collezionati in Italia e all’estero dagli esponenti del centrosinistra in cinque anni di singhiozzante governo del paese quelle che testimoniano più di tutto quanto utile possa essere il richiamo di Prodi alla futura “serietà” dell’esecutivo dell’Unione nei sei-per-tre che si prepara a stampare. Giusto il richiamo alla sobrietà, visto che nei primi anni del governo Prodi qualcuno arrivò a coniare l’espressione “fassinata” per definire una gaffe politica inattesa, sulla falsariga delle celeberrime “maldinate” calcistiche del Cesarone nazionale. Giusto l’invito alla serietà, se si ricordano i giudizi che l’autorevole *Financial Times *diede su Prodi al termine del mandato europeo. Il quotidiano britannico arrivò al punto di sfotterlo perfino sulla sua proverbiale incapacità di farsi rispettare raccontando il suo debutto a un summit europeo: mentre lui leggeva un discorso ufficiale, Chirac e gli altri discutevano animatamente della qualità dei formaggi serviti a cena, e lui continuava imperterrito a leggere...
Ma questi sono solo pettegolezzi. Per comprendere al meglio lo spessore internazionale dei governi ulivisti su questioni serie basta andare con i ricordi all’ottobre del 1996, quando il ministro Visco denunciò l’esistenza di un complotto per non far rientrare l’Italia negli accordi sulla moneta unica.
Per reazione Prodi si beccò gli strali di Francia e Spagna, che svelarono alcuni retroscena inquietanti, come il tentativo del professore di arrivare a un’intesa con Aznar per rallentare Maastricht. Ne scaturì un caso internazionale, sul quale si espresse anche Antonio Polito, all’epoca inviato di *Repubblica*, che già allora utilizzò contro l’esecutivo dell’Ulivo molti degli argomenti spesi ieri per criticare l’armata berlusconiana che straparlerebbe: «Forse il governo dell’Ulivo avrebbe potuto evitare che l’affannosa rincorsa all’Europa si trasformasse in una specie di “vengo anch’io; no tu no”. Del fardello storico di deficit e debiti che si porta sulle spalle non si può certo dargli la responsabilità (a Prodi ndr); ma l’approssimazione, l’autolesionismo e la tendenza alla gaffe iinternazionale che stanno emergendo in questo passaggio vitale per il futuro del nostro paese solo al governo possono essere addebitate». Dunque, forse, a pensarci bene, anche allora eravamo “più deboli e meno temuti”, anche se di mezzo c’era l’economia e non la Libia, eppure oggi si parla solo di Calderoli, del buffonismo tv, della scivolata sul linguaggio, sulla comunicazione, sulla tendenza alla provocazione.
Però la televisione sui cui impazzano i “buffoni” di oggi, quelli di Polito, c’era anche nel ’98, quando Paolo Cento chiedeva a Rutelli d’intitolare una piazza di Roma al Kurdistan, mentre il ministro Diliberto sul piccolo schermo annunciava di voler dare asilo politico al terrorista Ocalan dopo che una delegazione del suo partito era andata ad accoglierlo all’aeroporto con tutti gli onori scatenando la durissima reazione della Turchia. E la tv c’era anche quando lo stesso Diliberto, sempre da ministro della Giustizia, faceva uno show su Silvia Baraldini, preannunciandone l’arrivo in Italia a pochi giorni dalle elezioni Europee, arrivo che si verificò dopo due mesi, con tanto d’aereo della presidenza del Consiglio, con tanto di ministro che fa da scorta alla mamma di quella persona condannata per l’omicidio di due persone, con Cossutta che le consegna rose rosse...
Ecco, immaginateli al governo, oggi, dopo l’11 settembre, con gli equilibri del mondo appesi al filo dei kamikaze, delle bombe atomiche dell’Iran, della polveriera irachena, delle prigioni di Guantanamo. Immaginateli mentre portano le rose rosse a un terrorista di Hamas che sbarca in terra italiana su invito di un governo amico. Altro che buffonerie, stavolta ci sarebbe davvero poco da ridere.

(LUCA MAURELLI - Secolo d'Italia di martedì 21 febbraio 2006)