La sinistra e i laici part-time
di Carlo Famigni
Conosco Lanfranco Turci da quando eravamo entrambi molto giovani, lo stimo e gli sono amico. Il fatto che lasci il partito nel quale ha militato per tanti anni dovrebbe essere considerato con maggior cautela e con un po’ di preoccupazione (e anche con maggior generosità) da chi nel partito ha deciso di restare: sarebbe bene chiedersi se la stessa tentazione di Turci l’hanno avuta altri (secondo me è così) e bisognerebbe cercare di capire le ragioni del malessere di tutte queste persone.
Sto naturalmente parlando dei laici, che sono numerosi nei Ds e che ragioni di malumore ne hanno avute e ne hanno molte. E per capirci bene e per capirci subito, premetto che sono d’accordo con Barbara Pollastrini che ha recentemente dichiarato che le battaglie per la laicità si combattono restando nel partito e non abbandonandolo: il che significa che capisco la scelta (certamente sofferta) di Turci, ma non la condivido.
Non mi piace parlare per allusioni, e così dichiaro subito una mia personale ragione di malessere. Ho firmato recentemente con molti altri compagni una lettera nella quale si chiedeva a Prodi di considerare con attenzione e benevolenza il nuovo partito - la Rosa nel Pugno - che chiedeva di far parte della coalizione di centro sinistra e che ci sembrava portatore di alcuni valori assolutamente condivisibili, primo tra tutti quello della laicità. A causa di questa lettera sono stato aggredito da molte parti e cancellato dall’elenco delle “persone grate”. La mia prima reazione è stata di meraviglia. Poi mi sono francamente irritato: possibile che in un partito di solide tradizioni democratiche ci fosse posto per tanta intolleranza? Nell’ipotesi che i miei timori fossero fondati ho chiesto e ottenuto di pubblicare su questo giornale un mio articolo sull’argomento, sperando di aprire un dibattito. Silenzio di tomba. Per fortuna sono un uomo libero che oltretutto non chiede niente alla politica: libero dunque di esprimere le proprie opinioni (e l’ho fatto); libero persino di perdonare chi lo offende (e lo sto facendo qui). Ma veniamo al problema vero, quello dei rapporti tra Ds e laicità. Leggo che illustri compagni hanno protestato dopo aver letto le dichiarazioni di Turci e per dimostrarne la infondatezza hanno fatto addirittura un elenco dei comportamenti laici che il partito ha avuto in questi ultimi anni. E credo che il problema stia tutto qui, in questo mastodontico errore: perché identificare momenti di laicità nella vita del partito significa ammettere che ci sono stati altri momenti in cui la laicità è stata dimenticata; significa non aver capito molto di cosa realmente significhi essere laici.
La laicità (o il laicismo, non lasciatevi imbrogliare, sono sinonimi) non è una scelta né una opzione: un Paese non può essere laico fino al sabato e non esserlo più nei fine settimana. Bisogna proprio che sul significato di queste parole - laicità e laicismo - ricominciamo a discutere da capo.
In termini culturali, la laicità non dovrebbe essere considerata una ideologia e non dovrebbe essere giudicata usando lo stesso metro che si usa, appunto, per le ideologie. La laicità è invece un metodo, utilizzabile per mediare tra le ideologie, ma anche per smascherarle. Cito, a questo proposito, una definizione di Guido Calogero: la laicità non è una filosofia né una ideologia politica, ma è piuttosto il metodo di convivenza di tutte le filosofie e le ideologie possibili: il principio fondamentale della laicità consiste nella convinzione - che deve essere applicata come regola - di non poter pretendere di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere di possederla. Del resto, gli sviluppi attuali del pensiero laico lo hanno completamente affrancato dalle tendenze anticlericali e antireligiose che lo hanno caratterizzato nell‘800, soprattutto nei Paesi latini. Ciò è potuto accadere dal momento in cui le religioni non sono più state così forti da sopraffare l’inclinazione politica, un evento che ha consentito la nascita di una attitudine alla tolleranza di pensiero. È, evidentemente, un processo in evoluzione, visto che ancora oggi i grandi valori del pensiero cristiano sembrano legati più a una professione di fede che a una cultura comune, indipendente da princìpi dogmatici. Ciò significa che i laici sono ancora costretti ad affrontare questioni di principio (ad esempio, il fatto che l’etica possa avere soltanto un fondamento religioso), una discussione molto difficile, considerato il fatto che la laicità non può essere oggetto di una predicazione, ma può solo impregnare una sofferta cultura.
Penso così che almeno una delle dichiarazioni di Nicola Abbagnano sulla laicità debba essere considerata più una speranza che una lettura dell'esistente. Dice Abbagnano: la laicità va considerata come autonomia reciproca non solo tra il pensiero politico e il pensiero religioso, ma tra tutte le attività umane, che debbono essere subordinate le une alle altre in un rapporto di dipendenza gerarchica e non possono essere assoggettate a fini o interessi che sono ad esse estranei, ma debbono autonomamente svolgersi secondo le proprie finalità e secondo regole interne.
Anche la definizione “in positivo” dello Stato laico non è difficile e non offende le orecchie di nessuno: lo Stato laico è un sistema di governo politico e amministrativo della cosa pubblica che esige l’autonomia delle istituzioni pubbliche e della società civile dalle ingerenze di qualsivoglia organizzazione confessionale e dalle direttive di tutti i poteri che si sono costituiti senza far ricorso alle regole imposte dalla democrazia. Ciò significa separazione tra Stato e Chiesa, nessuna ingerenza da parte del magistero ecclesiastico, garanzia piena di libertà per tutti i cittadini nei confronti di entrambi i poteri.
Lo Stato laico garantisce a tutti libertà di religione e di culto, ma assegna alle confessioni religiose la sola possibilità di esercitare una influenza politica in rapporto alla rilevanza sociale acquisita, considerando tutte le religioni su un piano di uguale libertà, senza mai istituire, nei loro confronti, né un sistema di privilegi, né un sistema di controlli. È inoltre compito dello Stato laico tutelare l’autonomia delle religioni rispetto al potere temporale, che non può imporre ai cittadini professioni di ortodossia confessionale.
Ho sempre pensato che un partito che si definisce laico e che dichiara di sostenere i principi che ispirano la laicità dello Stato non possa rifiutare queste premesse. È stato così anche per i Democratici di Sinistra?
Su questo punto si deve aprire una discussione, che deve essere insieme aperta e impietosa. La mia personale opinione è che il partito al quale sono iscritto è stato laico cinque giorni alla settimana, ma nei week-end si è comportato come se la laicità potesse avvelenare i rapporti con la Chiesa cattolica e spostare i voti dei cattolici verso la destra. E questo è profondamente sbagliato: la laicità è dialogo e mediazione e molti degli errori che abbiamo commessi li dobbiamo proprio al fatto di essercene dimenticati. Di questa laicità a intermittenza, molti hanno pagato le spese. Un esempio? Non ha forse la segreteria del partito usato due pesi e due misure nella definizione delle rappresentanze parlamentari dei cristiano-sociali e dei repubblicani di Bogi? Per favore, niente ipocrisie, sapete bene che è così.
Concludo. Mi associo a Passigli nella proposta di presentare al prossimo congresso una mozione ispirata al laicismo. Con una premessa: chi si farà carico di questa (non facile) impresa, non dovrà chiedere niente per sé: né un posto in Parlamento, né un assessorato alla Cultura, né una partecipazione a Porta a Porta. Siamo nati per soffrire.




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