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Discussione: I nodi di Israele

  1. #1
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito I nodi di Israele


    25-2-05

    di Aluf Benn
    da Haaret's
    Traduzione per Megachip di Mauro Manno, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica
    Il Ministro degli esteri, la signora Tzipi Livni afferma che l'attuale Onu non approverebbe la risoluzione del 29 Novembre 1947, la decisione, cioè, che stabiliva la spartizione della Terra di Israele [Palestina, ndt ] e la fondazione dello stato di Israele. Livni si riferisce ad un problema vero: oggi Israele lotta per mantenere la sua legittimità di esistere come stato ebraico. La questione è ciò che il Ministro degli esteri e i suoi colleghi del governo stanno facendo per far fronte al pericolo.

    Il giornale britannico The Guardian ha pubblicato questa settimana due lunghi articoli in cui si paragona Israele al vecchio regime di apartheid in Sud Africa. Non era cosa piacevole leggere una lista di peccati dello stato ebraico di Israele commessi contro i suoi cittadini arabi e contro i palestinesi nei territori [ occupati dal 1967, ndt ]: discriminazioni, separazioni, odio e occupazione. Il problema sconvolgente non è la presentazione dei fatti ma il relativo messaggio sottinteso, e cioè: se il sionismo è la stessa cosa dell'apartheid, allora si deve ritenere che esso merita di essere sradicato come è successo per l'apartheid.

    Nel 2006 è emersa un'alleanza ideologica tra circoli di sinistra in Europa e il conservatore presidente iraniano dai discorsi infuocati. Entrambi descrivono il sionismo come uno sforzo europeo di liberarsi degli odiati ebrei del vecchio mondo a spese dei palestinesi; entrambi accusano Israele di sfruttare l'Olocausto europeo (che Mahmoud Ahmadinejad nega abbia mai avuto luogo) per opprimere gli arabi; ed entrambi vorrebbero che fosse eliminato. L'unica differenza è che il presidente iraniano propone che gli europei si riprendano dietro gli ebrei, mentre gli europei di sinistra preferiscono una minoranza ebraica in una Palestina araba (come «uno stato per tutti i suoi cittadini»).

    Di solito Israele rigetta queste posizioni come manifestazione di antisemitismo. Ma anche se ciò fosse vero, il problema rimane lo stesso: Israele sta perdendo la sua presa su importanti ed influenti parti dell'opinione pubblica in Occidente, e viene sospinto nell'angolo insieme alle destre, ai gruppi cristiani che predicano in favore di una guerra di civiltà con l'Islam.

    Ne risulta che c'è un crescente divario tra l'interpretazione israeliana della realtà e il modo in cui Israele viene percepito nel mondo. Alcune mosse che agli israeliani appaiono come ritiro e compromesso – a cominciare dal muro di separazione e il ritiro da Gaza – all'estero vengono interpretate come esercitazioni per perpetuare l'occupazione e l'annessione. Il boicottaggio che il governo Olmert ha dichiarato contro l'Autorità Palestinese in risposta alla vittoria di Hamas, da noi, viene presentata come una misura difensiva contro un nemico assassino. Ma all'estero sarà percepita come sovversione di elezioni democratiche, con lo scopo di evitare negoziati ed espandere gli insediamenti. La Bbc mostrerà Olmert in gita lungo il muro mentre promette di annettere i blocchi degli insediamenti e la valle del Giordano, accanto a ciò mostrerà le proposte dei dirigenti di Hamas di cessare il fuoco, e le immagini della crescente miseria nei Territori come risultato della chiusura delle frontiere e del congelamento dei trasferimenti di fondi.

    David Ben Gurion affermò che il destino di Israele dipende da due cose: la sua forza e la sua rettitudine. I suoi eredi hanno creduto che bastasse la forza. Nell'attuale campagna elettorale come nelle altre passate, i candidati sono in competizione sul punto di chi annetterà più territorio e colpirà i palestinesi più duramente. Nessuno parla dei problemi di legittimazione di Israele e dice ciò che deve essere fatto per risolverli.

    Olmert un tempo ci avvertì che l'occupazione avrebbe trasformato Israele in un lebbroso, ma quando poi raggiunse la posizione di dirigente dimenticò tutto e tornò alle soluzioni di forza. Il suo rivale, Benjamin Netanyahu, il quale, come ministro delle finanze, parlava dello «tsunami dei mercati» che neutralizza i governi indipendenti e li piega alle richieste dell'economia globale, apparentemente oggi crede che la globalizzazione non si applichi alla vita politica, per cui Israele può erigere muri e liquidare e ignorare la comunità internazionale.

    La forza è una condizione necessaria all'esistenza di uno stato, ma da sola non è una condizione sufficiente. È venuto il momento di cambiare le priorità, e dare qualche importanza al fatto che Israele deve essere giusto. Ciò non vuol dire alzarsi e scappare da tutti i territori.

    Anche dopo un tale ritiro, ci saranno cose per cui Israele sarà rimproverato e di cui sarà accusato. Ma il prossimo governo deve porre al primo posto il problema della legittimità di Israele ed investire ogni possibile energia per migliorare la sua l'immagine nel mondo.


    Segue Il nodo al pettine
    di Mauro Manno
    Megachip

  2. #2
    bluedanube
    Ospite

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    Il segreto di Kadima
    11 Febbraio 2006
    di Uri Avnery
    Solo un terremoto potrebbe ancora impedire una vittoria schiacciante di Kadima alle prossime elezioni. Ma non escludiamolo. In questa campagna elettorale, si sono già verificati quatto terremoti. Primo: il Labor Party ha eletto un capo di sinistra nato in Marocco. Secondo: Ariel Sharon ha diviso in due il Likud e creato il partito Kadima. Terzo: Sharon è stato colpito da un grave ictus ed ha abbandonato la scena politica. Quattro: Hamas ha vinto in modo decisivo le elezioni palestinesi.

    Dopo simili incredibili sconvolgimenti, perché mai non un quinto? Sinceramente, al momento è persino difficile immaginare un evento in grado di insidiare la posizione dominante di Kadima nella compagna elettorale.

    Sembra un incantesimo. Che cosa c’è in Kadima a dargli un tale fantastico vantaggio? In un primo momento si era ritenuto che dopo l’entusiasmo iniziale, si sarebbe ridotto a proporzioni normali. Le previsioni (anche le mie) dicevano che alla fine sarebbe emerso un quadro di tre partiti più o meno equivalenti, il Likud, Kadima e il Labor Party che avrebbero ottenuto circa 25 seggi l’uno. Secondo i sondaggi, le cose non stanno andando in questo modo.

    Successivamente si è detto che era l’imponente figura di Ariel Sharon a mantenere Kadima al vertice. Dopo il ritiro da Gaza, e soprattutto dopo le melodrammatiche trasmissioni televisive che mostravano l’evacuazione delle colonie, la sua popolarità ha toccato altezze vertiginose. Così quando è caduto in coma, ci si attendeva che anche le sorti del suo partito sarebbero crollate, forse dopo i primi giorni di partecipazione emotiva. Dopo tutto chi diavolo è questo Ehud Olmert? Nient’altro che un politico impopolare e di secondo rango! Un partito sotto la sua guida è destinato al declino.

    Eppure nemmeno questo è accaduto. Al contrario, sembra che il partito di Sharon non abbia bisogno di Sharon. E l’impopolare Olmert ha conquistato dal giorno alla notte una sorprendente popolarità.

    (Questo, comunque, è già successo. Dopo la morte improvvisa del primo ministro Levy Eshkol nel 1969, gli successe Golda Meir, donna politica a quel tempo assai poco popolare. Diventando primo ministro il suo indice di popolarità crebbe praticamente dal giorno alla notte dal 3 (tre) percento all’80 (ottanta!).

    Qualche giorno fa è successo qualcosa di ancora più strano: Olmert ha perso parecchi punti in popolarità mentre quelli di Kadima sono di fatto cresciuti. Pare che aumenterebbero anche con il cavallo di Caligola alla sua guida.

    Attualmente, a 48 giorni dalle elezioni, i sondaggi prevedono la seguente distribuzione di seggi nella prossima Knesset: 40-45 per Kadima, circa 20 per il Labor, e circa 17 per il Likud. I restanti seggi su 120, cioè circa 40, saranno divisi fra 9 o 10 partiti più piccoli. Se questo quadro viene confermato dalle urne, Olmert sarà in grado di formare una coalizione a sua scelta. Ci sono molte possibilità: con il Likud e i partiti della destra, con il Labor e i partiti della sinistra, con Labor e Likud, con le destra e i partiti religiosi, con la sinistra e i partiti religiosi. Esistono almeno una dozzina di possibilità differenti.

    E allora è qual è l'incantesimo che protegge Kadima da tutti i mali e lo rende quasi invincibile? Non è la prima volta in Israele che un nuovo partito salta fuori alla vigilia di un’elezione, si posiziona al centro e raccoglie voti sia a destra che a sinistra. E non è neppure la prima volta che un partito nuovo conquista la simpatia popolare del momento e riesce ad imporsi al di là di ogni previsione. Uno di questi è stato il nuovo partito Rafi di David Ben-Gurion, Moshe Dayan e Shimon Peres, con i suoi 10 seggi nel 1965. Nel 1977 il nuovo partito Dash di Yigael Yadin e il suo gruppetto di generali ottenne un risultato sorprendente di 15 seggi. Nelle ultime elezioni anche l’opportunista partito Shinui vinse 15 seggi. Ma nessuno di questi si è nemmeno avvicinato al successo che ci si attende da Kadima.

    Che cosa ha fatto saltare Kadima da nulla a 40 e gli fa conservare la sua posizione dominante a dispetto di tutti i colpi della sorte – la scomparsa di Sharon, la breccia di Hamas, la diffusione in diretta televisiva degli attacchi della polizia sui coloni di Amona, le aggressioni da destra e da sinistra?

    Dunque Kadima è riuscito ad attirare un mix di uomini politici di destra e di sinistra che sembrano completarsi reciprocamente. Tsakhi Hanegi un teppista di destra diventato “statista” è complementare al celeberrimo, fallimentare Shimon Peres. Tsipi Livni, di destra dalla nascita con un’aria rispettabile e razionale è complementare a Haim Ramon, di sinistra dalla nascita con una storia di avventatezza politica. Ma Kadima è un’entità che si pone al di sopra dei suoi elementi costitutivi: rappresenta esattamente quello che la maggior parte degli israeliani sente in questo momento. Fornisce un epicentro in cui far convergere il consenso israeliano dell’inizio del 2006 – e questo è il punto fondamentale. Tale consenso dice: - L’enorme divario fra ricchi e poveri è molto spiacevole, ma non così importante. Amir Peretz non è riuscito a farne il problema centrale. - La maggioranza vuole porre fine al conflitto e detesta le colonie. L’avanzamento di Hamas in Palestina non ha causato un’esplosione di panico. Questo perché la campagna di Binyamin Netanyahu non è decollata. - La gente non si fida degli arabi e non vuole aver niente a che fare con loro. Per questo motivo sono attratti dall’idea centrale di Kadima: che si può arrivare ad una pace “unilaterale”.

    E’ chiaro che “pace unilaterale” è una contraddizione in termini. La promessa più popolare di Olmert – formula vincente, pare – è “fissiamo i confini permanenti di Israele unilateralmente”-. Che è, ovviamente, un totale nonsenso. Né i palestinesi né il mondo arabo e neppure gli Stati Uniti e il mondo intero riconosceranno un confine fissato senza accordi. Non condurrà alla pace ma alla perpetuazione del conflitto per le generazioni future.

    Questo è quanto dice la logica. Ma nelle elezioni le emozioni hanno la meglio sulla logica. La promessa di Olmert di “separarci dai palestinesi” è solo la traduzione più elegante della frase volgare “teniamo i palestinesi fuori di vista” – è questo ad essere popolare di questi tempi. Olmert dichiara francamente dove correranno i confini permanenti che devono essere fissati unilateralmente. Il principio è: uno stato ebraico più grande possibile con il minor numero di arabi possibile. Egli intende annettere i “blocchi di insediamenti”, la “grande Gerusalemme” , “zone di sicurezza” non meglio specificate e la valle del Giordano.

    Fra i blocchi di insediamenti ha menzionato Ariel, Modi’in Illit, Ma’aleh, Adumim e Etzion. Miracolosamente corrisponde al muro di separazione che si sta costruendo (confermando quello che abbiamo sempre sostenuto: che il percorso del muro non è tracciato in base a considerazioni di sicurezza, ma sulla mappa delle annessioni.)

    Ovviamente la mappa di Olmert è quella di Sharon. Solo che lui lo dichiara apertamente ed in dettaglio. Questa annette il 58% della West Bank. Quel che resta ai palestinesi (complessivamente l’11% della Palestina prima del 1948) è suddiviso in enclavi isolate, separate dal resto del mondo.

    Yossi Beilin, l’ideatore dei “blocchi di insediamenti” ha già annunciato le intenzioni di Meretz, il suo partito di sinistra, di unirsi alla futura coalizione di Olmert. Il Labor non lo dichiara apertamente ma è sua palese speranza. Sicuramente discuteranno con Olmert sulla posizione definitiva dei confini, ma accettano il suo approccio generale. Tempo fa c’era un detto scherzoso che girava in America: “Quel che più detesto sono i razzisti e i negri.” Adesso l’israeliano medio vuole la “pace senza gli arabi”. L’approccio “unilaterale” di Kadima riflette esattamente questa posizione – questo è il segreto del suo successo.


    ZNet.it

    Dejá Vu, di Uri Avnery
    ZNet.it

  3. #3
    bluedanube
    Ospite

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    OFFENSIVA DIPLOMATICA DI HAMAS
    Hanyeh lancia messaggi a Washington.
    Pace possibile, se Israele si ritira sulla linea del 1967

    27/2/06
    di Paola Caridi
    Non comincia da Mosca l’offensiva diplomatica di Hamas, ora che Ismail Hanyeh ha assunto formalmente l’incarico di formare il nuovo governo palestinese. E’ vero, una delegazione ufficiale del movimento integralista è attesa in Russia venerdì prossimo, il 3 marzo, per vedere i dirigenti del Cremlino. Anche se non è sicuro, sinora, l’incontro con Vladimir Putin, che pure aveva lanciato poche settimane fa il ballon d’essai dentro il Quartetto con l’invito ad Hamas a recarsi a Mosca.
    No, l’offensiva pubblica inizia a Washington. Là dove nessuno di Hamas andrà, dopo che l’amministrazione Bush ha intensificato negli ultimi giorni (con esiti ben poco soddisfacenti, a dire il vero) le pressioni anche verso i paesi arabi perché non sostengano una ANP guidata dagli eredi dello sceicco Ahmed Yassin. Se la pattuglia diplomatica di Hamas non andrà negli Stati Uniti, la voce dello stesso Hanyeh è arrivata chiara nella Casa Bianca, con l’intervista concessa al Washington Post e a Newsweek.
    Hanyeh si dichiara “pronto a riconoscere Israele”. Se, però, “Israele dichiara che darà ai palestinesi uno stato e darà indietro tutti i loro diritti”. Hanyeh non lascia neanche spazio alle elucubrazioni. La sua disponibilità ha frontiere chiare. Riconoscerà Israele se Israele “riconoscerà uno stato palestinese lungo le frontiere del 1967, rilascerà i prigionieri e riconoscerà il diritto al ritorno dei rifugiati in Israele”.
    Per Hamas, si ricomincia da qui. Non dagli accordi di Oslo, che secondo Hanyeh non sono stati rispettati da Israele, perché Tel Aviv non ha concesso di creare uno stato palestinese nel 1999, ha invece “rioccupato la Cisgiordania, costruito il muro, espanso le colonie e giudaizzato Gerusalemme”.
    Alla richiesta di accettare le tre condizioni poste dal Quartetto (rinuncia alla violenza, riconoscimento di Israele e accettazione degli accordi firmati dall’OLP), Hanyeh risponde che “stabiliremo una pace a tappe”, se Israele si ritirerà lungo i confini del 1967.
    Questo, insomma, è il pacchetto che definisce la strategia di Hamas. Sul quale le reazioni ufficiali del mondo politico israeliano sono, sinora, caute. Queste sono anche le proposte che la delegazione di Hamas, formata da Mahmoud A-Zahar e Siad Siyam ha portato con sé venerdì scorso, quando è andata in Giordania per partecipare alla riunione dell’Unione parlamentare araba ad Aqaba. E che aveva, molto probabilmente, già esposto nel lungo tour arabo e musulmano in cui Khaled Meshaal, il leader del bureau all’estero, aveva forzato l’isolamento politico ed economico, centro della strategia di Israele e degli Stati Uniti.
    La presenza dei due dirigenti di Hamas in Giordania, peraltro, conferma l’ipotesi che il movimento integralista voglia aprire un canale di comunicazione con Amman, nel cui parlamento è forte l’unica rappresentanza legale dei Fratelli musulmani nel mondo arabo. Non tanto con l’obiettivo di rompere l’embargo sulla presenza di Meshaal in Giordania, a cui non è concesso l’ingresso dopo l’affaire del suo avvelenamento fallito da parte del Mossad nel 1997. Quanto perché il regno hashemita possa rivestire un ruolo più importante di ponte tra il fronte occidentale e i palestinesi.
    Che, peraltro, re Abdallah sia al centro di pressioni da più parti, lo dice anche il caso diplomatico scoppiato tra Tel Aviv e Amman la scorsa settimana, dopo le frasi del generale Yair Naveh, uno dei più alti nella gerarchia dell’esercito israeliano, che aveva predetto una vita breve per il regno di Abdallah, visto che la Giordania ha un’altissima percentuale di palestinesi e che potrebbe essere rovesciato da un “asse islamico”. Immediato lo scoppio della crisi, solo formalmente sedata dalla telefonata di Ehud Olmert al monarca hashemita per porgergli le sue scuse.
    La settimana, dunque, si apre con una situazione molto più complessa di quella precedente, sul fronte della diplomazia palestinese. Il viaggio di Condoleezza Rice nei paesi arabi, Egitto e Arabia Saudita in testa, non ha portato frutti: i paesi della Lega Araba non possono isolare l’ANP, ma devono attendere le mosse di Hamas. Confermando, peraltro, gli aiuti economici. Hamas ha già effettuato la delicata tappa turca, dove siede – ricordiamolo - un governo islamista moderato. Ismail Hanyeh, peraltro, continua a disegnarsi il profilo di pragmatico, e smorza anche gli usuali termini dell’integralismo, dicendo al Washington Post che Hamas non vuole “ributtare gli ebrei a mare”. E la Russia di Putin continua a dire che l’invito a Mosca serve per convincere Hamas ad accettare le richieste del Quartetto. Una speranza, questa, nutrita anche dallo stesso Mahmoud Abbas che, nella sua intervista all’emittente inglese ITV, dice di riporre fiducia negli incontri internazionali di Hamas per moderarne le posizioni.


    Leggi l'articolo a p.7 del Riformista

  4. #4
    Hanno assassinato Calipari
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    Per chi si illudeva della pace... I palestinesi sono sempre più circondati e rinchiusi.

  5. #5
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Per coloro che non se ne fossero accorti

    Stiamo assistendo alla dissoluzione della Palestina
    di Jennifer Loewenstein, CounterPunch, 24 febbraio 2006
    Oxford, Inghilterra, 24 febbraio 2006
    Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per impedire a uno stato Palestinese di sorgere e continuerà a farlo finché potrà contare sulla complicità dei suoi potenti amici e sull'estesa indifferenza dell'opinione pubblica.

    In tali circostanze spetta a noi chiederci perché ad Hamas sia stato ordinato * da Israele e da quegli stessi potenti amici * di accettare la "soluzione dei due stati", soprattutto tenendo conto del fatto che, diversamente da Israele, ha dichiarato chiaramente e ripetutamente che avrebbe accettato uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nella guerra del 1967, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. E questo è stato ribadito esplicitamente da tutti i suoi principali rappresentanti: Zahar, Haniye, Meshal, e Yassin e Rantisi prima di essere assassinati.

    La Giudea e la Samaria, che costituiscono (o costituivano) la Cisgiordania settentrionale e meridionale, sono state suddivise e spartite nei vari decenni tra centinaia di migliaia di coloni ebrei perché vi insediassero le loro case, i loro frutteti e i loro giardini. Sono attraversate e circondate da strade riservate esclusivamente agli ebrei che collegano la terra, le case, i frutteti e i giardini a Israele. Vi sono stati schierati guardie, soldati, carri armati e bandiere israeliane che difendono e proteggono i coloni * le loro case, i loro frutteti e i loro giardini * dando loro la certezza di essere israeliani appartenenti ad un unico stato ebraico.

    Le terre abitate dai coloni, con le loro famiglie, le case, i giardini, i negozi, le scuole, i circoli, i bar e le piscine, sono state registrate sulle mappe e assegnate, prese e messe al sicuro dagli arabi vestiti di stracci che vivono in villaggi fatiscenti al di fuori delle zone coloniali protette che sono stati costretti ad abbandonare. Le nuove frontiere e i futuri confini dipendono dalla scomparsa di questi arabi, che è ansiosamente anticipata e attivamente incoraggiata. La maggior parte del perimetro orientale dello stato attuale è un muro di cemento che cancella alla vista l'Altra Parte, innominabile tra persone educate. Il muro di perimetro orientale sarà presto il muro di perimetro occidentale perché il Primo Ministro israeliano ad interim, Ehud Olmert, ha appena annunciato che il resto della Cisgiordania non ancora incorporato sarà presto annesso a Israele: la Valle del Giordano, il confine della Cisgiordania con lo stato della Giordania, e che costituirà il confine orientale di Israele con lo stato della Giordania, sarà anch'essa resa sicura dal muro e inaccessibile ai "non-Israeliani", cioè i palestinesi, i quali saranno completamente isolati nelle loro riserve e impossibilitati ad accedere al mondo esterno.

    E mentre annuncia quest'ultima decisione unilaterale di confiscare altra terra per lo Stato ebraico, Olmert anticipa anche un regime di sanzioni contro i palestinesi dei territori occupati, colpevoli di rifiutarsi di credere che questa trasformazione in cui una società si rinforza e si espande mentre l'altra si dissolve in migliaia di frammenti sia la vera soluzione basata sui due stati.

    Lo Stato di Israele si assegna l'uso prioritario delle risorse naturali, soprattutto l'acqua, del territorio di cui si è appropriato o che ha circondato. Un esercito di ladri e di saccheggiatori ha trasformato il resto * le strade piene di buche, le piantagioni trascurate, le case, le scuole, le moschee, le chiese, gli ospedali, le università, i negozi e le altre istituzioni civili * in una serie di labirinti impercorribili, una terra di nessuno legalizzata nella quale le restrizioni agli spostamenti, i permessi, le carte d'identità contrassegnate per colore, i lasciapassare, le perquisizioni casuali, le incursioni e le accuse arbitrarie riducono gli abitanti a esseri sospetti privi di nomi, di volti, di indirizzi e di diritti, a una canaglia collettiva da diseducare e da snazionalizzare e forse, un giorno, da deportare per il bene stesso dell'esistenza di Israele. Per gli stranieri visitare i territori occupati è diventato difficile come lo è per i loro legittimi abitanti spostarsi liberamente all'interno di essi. È dunque più difficoltoso per gli stranieri confermare che i pericoli contro i quali vengono messi in guardia derivano direttamente da Israele e non dalla povera popolazione assediata. La minaccia quotidiana che incombe sulla vita e sulla proprietà è in crescita, non in diminuzione.

    Per coloro che non se ne fossero accorti, questo processo non accenna a concludersi. Al contrario, alla bizzarra richiesta ad Hamas di accettare la soluzione dei due stati categoricamente rifiutata da Israele che la rende ogni giorno sempre più impraticabile geograficamente, si sono aggiunte altre due condizioni: Hamas deve riconoscere Israele e rinunciare alla violenza. In altre parole, deve riconoscere uno stato i cui governanti e le cui scelte politiche hanno operato instancabilmente per negare, distruggere, impedire e rifiutare l'esistenza dei palestinesi e della Palestina * non solo nel presente e nel futuro, ma anche cancellandone il passato. E intanto i nostri mezzi di informazione si sono assunti il compito di mostrare al mondo una realtà deformata, grottesca nelle sue distorsioni, in cui sembra che un governo democraticamente eletto ma privo di uno stato e il suo popolo calpestato e per lo più indigente tengano in ostaggio i banditi impegnati a massacrarli.

    Mentre vengono calpestati, colpiti, percossi, distrutti, assassinati, minacciati, derubati, depredati, affamati, sradicati, espropriati, vessati, insultati, uccisi e tormentati con proiettili, missili, ruspe, carri armati, elicotteri, bombe a grappolo, freccette [ordigni contenenti fino a cento dardi di acciaio lunghi 5 centimetri, NdT], cacciabombardieri, mitra semiautomatici, boom sonici, gas lacrimogeno, recinti elettrificati, blocchi, recinzioni e muri, devono rinunciare alla violenza, così che ai banditi non venga fatto del male. Se si difendono, sono sconfitti. Se si lamentano, sono falsi. Se domandano qualcosa in cambio, sono inaffidabili. Se chiedono un confronto leale, hanno dei secondi fini. Se reagiscono a caso, sono uno strumento del terrore. E così quando le furie delle migliaia di morti, delle decine di migliaia di feriti e di prigionieri, e dei milioni di legati e imbavagliati si solleveranno insieme nella protesta, si dirà che sono la prova di quel male innato che va legittimamente contenuto, legittimamente occupato, con l'appoggio di una giustificata indignazione e di finanziamenti economici senza fine.

    La ricompensa di Hamas per aver conquistato il potere giusto in tempo per porgere su un piatto d'argento a tutti gli aspiranti Sharon un buon pretesto per perseverare nella vecchia politica di vendetta è stata la decisione annunciata da Kadima * il partito del futuro * di mettere i palestinesi a una dieta da fame perché hanno osato esercitare i propri diritti.

    La ricompensa di Hamas per aver verificato lo strepitoso successo di Israele nella distruzione di Fatah è stata l'insistenza israeliana affinché sottoscriva tutti gli accordi, i patti e i trattati che Fatah (essenzialmente l'Autorità Palestinese) aveva firmato ma che Israele aveva regolarmente stracciato. Con ogni nuovo mattone aggiunto agli insediamenti, con ogni pezzo di strada asfaltata che conduce ad Ariel, a Maale Adumim, a Illit, a Gush Etzion e oltre, con ogni rifiuto di un permesso di lavoro, d'istruzione, di cure mediche e di viaggio, con ogni camion fermato a Sufa e Karni lasciando marcire il suo carico, con ogni tassa e spesa doganale imposta a un popolo internato nella propria terra, Israele esibisce il proprio disprezzo per la dignità umana e si conquista gli applausi a scena aperta del Congresso statunitense, e non solo di esso.

    Quando Osama Bin Laden giudica che sia legittimo uccidere gli americani perché come cittadini di un paese democratico sono responsabili del proprio governo, la società "civile" reagisce con un appropriato scoppio di indignazione. Quando Dov Weisglass e i suoi sadici e compiaciuti colleghi invocano tremende variazioni di castighi collettivi contro i palestinesi per aver osato rimpiazzare democraticamente Fatah con Hamas, la società "civile" annuisce in segno di ipocrita approvazione.

    Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato come patrimonio esclusivo degli ebrei. Questo deve essere il punto di partenza per un attivismo efficace contro la visione razzista ed egemonica che Israele sta mettendo in atto e che gli Stati Uniti stanno garantendo: questo, e non discussioni astratte sulla soluzione ideale. Un'opposizione efficace non deve ritirarsi in un'indifferenza distratta e assopita che può essere letale.


    Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica

  6. #6
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    Dolphin submarine. Nuclear capacities? (Photo: IDF's Spokesperson Unit)

    Possiamo colpire obiettivi "oltremare"(come ....?!)

    Colonel Yoni on board a Dolphin sub (Photo: IDF's Sokesperson Unit)
    Sub fleet chief: We can hit targets overseas

    In exclusive interview with Ynet, commander of army's most advanced, secret war machine fleet says submarines may be used in missions abroad; there's no room for women in unit, he states
    Hanan Greenberg
    02.28.06
    Submarines may be used for hitting strategic targets outside Israel's territory, chief commander of the IDF's submarine fleet, Colonel Yoni, stated. "The submarine task force is preparing for any scenario the State of Israel has defined as plausible for the army," he added.


    In an interview with Ynet, Colonel Yoni revealed some of the capabilities of the Israeli army's most hi-tech and secret war machine, and hinted to the possible role of subs in future military disputes.

    Ynetnews

  7. #7
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    La faccia sorridente dell'aggressiva politica estera dell'Israele
    Ms Livni has an ideological pedigree that is hard to top.

    "My family is part of the founding history of Israel," she has said.

    A former Mossad officer, Ms Livni is the daughter of Zionists - classified as terrorists by the British authorities.
    Her father, Eitan, was the Irgun's head of operations when it blew up the King David hotel in Jerusalem in 1946, killing 28 Britons, 41 Arabs, 17 Jews and five others.


    Israeli 'ruler-in-waiting' plans to starve Hamas
    By Leonard Doyle, Foreign Editor
    Published: 02 March 2006
    She is already being spoken of as an Israeli leader in waiting. Today the Israeli Foreign Minister Tzipi Livni brings to London the campaign to destabilise the incoming Hamas Palestinian government by starving it of cash.

    Israel's policy - described by a spokesman as putting "the Palestinians on a diet, but not to make them die of hunger" - has left London feeling squeamish. Tony Blair and Jack Straw will today undoubtedly show solidarity with Israel, saying Britain is not in the business of funding terrorists. But in private there is anguish that the policy will bring malnutrition to innocent Palestinians and punish them for taking part in a democratic election. The Palestinians are completely dependent on foreign aid for their survival and Israel's campaign to put 3.6 million people on starvation rations is foreboding.

    Independent

  8. #8
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Se la cantano e se la suonano?

    Abbas concerned Photo: Reuters
    Abbas: Al-Qaeda può infiltrarsi nel PA
    Membri della rete terrororistica internazionale Al-Qaeda sono riusciti ad infiltrarsi nelle zone dell’Autorità Palestinese, avverte il presidente Mahmoud Abbas, PA.
    Il presidente di PA dice che teme che la presenza di al-Qaeda potrebbe avere effetto distruttivo.

    "ci sono segni che mostrano la presenza degli attivisti di Al-Qaeda in Gaza e la West Bank," ha dichiarato Abbas ad Al-Hayat, giornale di lingua araba, Londra.

    Ynetnews, 03.02.06



    Terror attack in Jordan Photo: Reuters
    Agli Israeliani viene raccomandato di evitare la Giordania e l’Egitto
    Counter-Terrorism Bureau upgrades travel warning due to boost in global Jihad activity; meanwhile, Jordanian authorities foil terror attack.

    Ynetnews, 03.02.06

  9. #9
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    Saeb Erekat
    M.O.: EREKAT, AVVIO COLLOQUI DI PACE CON ISRAELE DOPO ELEZIONI 28 MARZO
    ABBAS PARTITO PER TRE GIORNI DI VISITA UFFICIALE IN YEMEN
    Ramallah, 26 feb. - (Adnkronos/Xin) - Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha detto che il presidente palestinese Mahmud Abbas prevede di avviare i colloqui di pace con Israele subito dopo le elezioni politiche israeliane del 28 marzo. Erekat, parlando ai microfoni di 'Radio Voice', ha fatto sapere che i risultati dei negoziati tra Tel Aviv e l'Anp saranno sottoposti all'approvazione del popolo palestinese tramite referendum.



    Le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano
    Tzipi Livni:"Abu Mazen ormai irrelevante"

    Saeb Erekat: "parole inaccettabili"
    Gerusalemme, 27 febbraio 2006

    "Assolutamente inaccettabili". Il responsabile palestinese per i negoziati con Israele Saeb Erekat, citato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha definito così le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, che ieri ha detto che il presidente palestinese Abu Mazen dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi "non è più rilevante".

    Per Livni Israele non accetterà Abu Mazen diventi la "foglia di fico di un'Autorità (nazionale palestinese) terroristica" o un "bel volto per l'orrendo terrore, che vi si nasconde dietro".

    Le affermazioni di Livni, ha commentato Erekat, riflettono "la politica non conciliante" di Israele che ha condotto a "una escalation militare".


    What the P.L.O. Has to Offer
    By SAEB EREKAT
    Published: March 1, 2006
    Jericho, West Bank

    MANY have argued that Hamas's winning of a decisive majority in the Palestinian Parliament provides yet another setback for peace and democracy in the Middle East. Some have even suggested that it vindicates Israeli unilateralism. I, however, think the opposite is true: A negotiated and lasting peace may now be closer than many of us could have imagined just weeks ago.

    The parliamentary elections could be seen as a referendum on the leadership of President Mahmoud Abbas, who came to office a year ago after winning nearly two-thirds of the popular vote. Mr. Abbas ran on a platform of job creation, internal security and a negotiated resolution of the conflict with Israel based on two states living side by side in peace.

    New York Times

 

 

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