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    Predefinito Sacerdoti per la Chiesa grazie al Cammino

    E' solo una testimonianza non facciamo polemiche di appartenenza. Grazie

    Sacerdoti per la Chiesa grazie al Cammino
    Intervista a due giovani sacerdoti spagnoli formati nel Seminario RM di Brasilia


    Miguel Porres Prieto ha 31 anni , Josè Angel Revilla Gutierrez 34.Entrambi sono di Burgos. Entrambi scoprirono la loro vocazione sacerdotale nel Cammino neocatecumenale. Dopo nove anni trascorsi nel Seminario Redemptoris Mater di Brasilia, sono stati ordinati sacerdoti .

    di Julìan Gumiel Velasco

    Che significato hanno e come funzionano i Seminari Redemptoris Mater che ci sono in tutto il mondo?

    MP: nascono come una iniziativa del Cammino Neocatecumenale per rispondere alle necessità della Chiesa mondiale, la carenza di clero in tutte le Diocesi, rispondendo ad un appello contenuto nella Presbiterorum Ordinis. Sono Seminari internazionali nei quali tutte le vocazioni provengono dal Cammino. Svolgono una formazione per la quale è basilare, fondamentale e indispensabile fare il Cammino.E sono Seminari missionari, nei quali ciascuno è tenuto all’obbedienza riguardo al luogo nel quale viene inviato, qualunque esso sia.

    JAR: nei paesi di missione ci sono famiglie missionarie, famiglie che si mettono a disposizione per andare nei luoghi più poveri o dove la Chiesa non esiste.Per accompagnare queste famiglie è necessario un presbitero che sia disposto a vivere in queste situazioni per impiantare la Chiesa dove non esiste. Anche questo è il senso dei Seminari Redemptoris Mater.


    I Seminari RM oltre ad appartenere al Cammino hanno un inserimento diocesano?

    JAR: Sono un complemento.Noi siamo diocesani, sempre siamo incardinati nella diocesi dove c'è il Seminario RM. La volontà di Dio passa sempre per la Chiesa, in questo caso per il Vescovo.La forma di fare la volontà di Dio è quella dell’obbedienza al Vescovo.Quando riceviamo una chiamata missionaria per andare in qualche angolo del mondo , ci mettiamo a disposizione del Vescovo che è colui che decide in ultima istanza.

    Qual è la vostra esperienza pastorale?

    JAR : Siamo entrambi di Burgos.Siamo arrivati insieme, siamo stati ordinati insieme, stiamo nella stessa diocesi.Nel nostro seminario studiamo normalmente filosofia per due anni e tre di teologia e poi altri tre di esperienza pastorale.Noi facciamo anche esperienza di itineranza: accompagnamo una equipe itinerante in diversi posti del Brasile per portare il Cammino alle Diocesi.

    MP: Dopo aver terminato il corso di teologia facciamo un anno di esperienza pastorale come diaconi .

    Come si combina il fatto di stare in una diocesi e contemporaneamente fare il Cammino? Non si generano tensioni?

    JAR : Tensioni non ne ho mai avute; un po’ di incomprensione o persecuzione (nel senso che siamo un po’ malvisti da qualcuno), sì. Al contrario io credo che l’esperienza del Cammino ci porta a vivere pienamente il nostro ministero, la nostra fede e ad obbedire al Vescovo. Ad ogni modo si tratta di una tensione esterna, mai interiore.

    Che differenza c’è nel lavoro tra una Parrocchia in Spagna e una in Brasile?

    MP: La Chiesa brasiliana, a parte la mancanza di clero, è una chiesa molto viva.E’ un paese dove la gente è molto religiosa, dove esiste molta attività attorno alle parrocchie: movimenti, gruppi, partecipazione dei giovani…In questo senso penso che in Spagna stiamo rimanendo indietro.La secolarizzazione in Brasile non è ancora giunta con tanta forza come in Spagna. L’attività pastorale è molto più rivolta alla evangelizzazione in Brasile di quanto lo sia in Spagna , dove si concentra maggiormente l’aspetto della amministrazione dei sacramenti. In Brasile c’è anche un combattimento contro le sette protestanti e di diversa indole che continuamente “sequestrano” fedeli alla Chiesa cattolica.

    Il Cammino è conosciuto e ben compreso dai cristiani?

    MP: Esistono molti miti sul CN. La mia vocazione è nata nel Cammino; se oggi sono presbitero e sono dentro la Chiesa è grazie al Cammino. Per me esso , lontano dall’essere un settarismo o una mancanza, è, all’opposto, una ricchezza.Grazie alla formazione che ho ricevuto dal Cammino , amo la Chiesa e comprendo tutte le sue realtà e sono capace , come presbitero, di essere a disposizione di tutti.

    Nel Cammino sono sorte numerose vocazioni al sacerdozio, avete qualche cifra ?

    MP: Ci sono oltre 60 Seminari, alcuni più grandi, alcuni più piccoli. Sappiamo che ci sono molte vocazioni.Sempre , quando ci sono incontri con i giovani, Kiko lancia delle chiamate vocazionali per coloro che sentono che Dio li chiama. Essi si mettono a disposizione della Chiesa, all’inizio per un discernimento. Anche noi iniziammo così. Io mi misi a disposizione della Chiesa nel 1993 quando eravamo a Denver (Stati Uniti) alla Giornata Mondiale della Gioventù con il Papa.

    JAR: Non tutti possono essere sacerdoti, però la grande ricchezza consiste nel fatto che la maggioranza rimane nella Chiesa, perché sotto c’è una iniziazione cristiana. Il Cammino serve per farci cristiani, il Seminario per diventare sacerdoti.

    Quale apporto può dare il Cammino alla Chiesa?

    MP: Il futuro della Chiesa è quello di un piccolo resto, un piccolo gruppo di persone che conservano la loro la fede in mezzo a una massa, una società che un po’ alla volta diventerà pagana. Il Cammino ha il vantaggio di vivere il cristianesimo in piccole comunità, di tornare un po’ alle radici di esso, alla pastorale della Chiesa primitiva. Questo è ciò che il Cammino può fare e sta facendo.



    Burgos, cenni storici


    Burgos caput castellae, era la più importante città della Castiglia e viveva all'ombra della magnifica Cattedrale di S.Maria, una delle tre più importanti chiese gotiche della Spagna. La costruzione era iniziata nel 1221, sotto la guida del francese Maestro Enrique, formatosi probabilmente nel cantiere di Reims. Nei secoli successivi la cattedrale si ampliò ulteriormente con l'arrivo di Juan, Simón e Francisco de Colonia. Il primo eseguì la cappella della Visitazione e le fléches traforate, di tipo tedesco, sulle torri della facciata occidentale; il secondo, suo figlio, eresse al centro del deambulatorio la cappella del Connestabile (1482-96), ottagonale, con una splendida volta traforata di tipo tardo-gotico tedesco; il terzo, nipote, scolpì la porta della Pellejería (1515-30) ormai in stile rinascimentale. La cattedrale costituisce anche un vero museo della scultura spagnola: nel corso del Cinquecento sono attivi nella cattedrale quasi tutti i maggiori scultori del rinascimento spagnolo e numerosi pellegrini, diretti a Santiago de Compostela, meta di pellegrinaggio da tutta Europa, si soffermano ad ammirare la splendida Escalera Dorata, di Diego de Siloe o i portoni del Sarmental e della Coronería, riposandosi all'ombra del chiostro.

  2. #2
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    Un impegno nato e cresciuto dentro un cammino comunitario
    Missione formato famiglia "Un impegno nato e cresciuto dentro un cammino comunitario"

    In aumento il numero delle coppie, spesso già con figli, che decidono di trasferirsi nelle realtà più difficili e povere del nostro pianeta per vivere un'esperienza forte di fraternità e condivisione Marco e Marta Ragaini, oggi genitori di tre bambini hanno trascorso sei anni in Ciad: «Un impegno nato e cresciuto dentro un cammino comunitario» Di Gerolamo Fazzini
    «Del primo Natale in Ciad ricordiamo la sorpresa di stare in maniche corte; i regali che aspettavamo dall'Italia (poi arrivati all'Epifania per disguidi postali), la Messa di Mezzanotte celebrata alle sette di sera perché era poco prudente per la gente circolare in città con il buio… Ma soprattutto lo stupore di avere anche noi un bambino piccolo, che ci ha fatto avvertire la forza di un segno così debole, eppure così capace di toccare i cuori.

    Abbiamo capito in quel momento che la nostra missione come famiglia non consisteva tanto nel "fare", quanto piuttosto nel condividere, nello "stare con"». Sono passati cinque anni, da quando Marta e Marco Ragaini sono rientrati in Italia dopo sei anni in Ciad. Ma l'esperienza vissuta come famiglia missionaria non si cancella, anzi continua nella quotidianità della loro esistenza, adesso che hanno messo radici a Quarto Oggiaro, periferia di Milano.





    A N'Djamena, la capitale del Ciad, i Ragaini - che oggi hanno tre figli - hanno vissuto in fraternità con un'altra famiglia e due sacerdoti. «Caratteristica fondamentale della nostra esperienza è stata la dimensione comunitaria, tra vocazioni diverse, uomini e donne, celibi e sposati. Una vita fraterna autentica, fondata sulla parola di Dio e orientata alla missione e al servizio alla Chiesa locale, vissuta in uno stile di piena corresponsabilità».

    Molte altre coppie hanno provato sensazioni ed emozioni simili. Già, perché quello delle «famiglie missionarie» non è più un club elitario, ma sempre più appare come un nuovo protagonista della missione del terzo millennio. Di certo c'è che, a fronte del progressivo calo dei preti e del generale invecchiamento del personale apostolico «tradizionale» (sacerdoti, suore, consacrati), va crescendo il numero delle coppie con o senza figli che parte alla volta del Sud del mondo per finalità specificamente legate alla testimonianza di fede.

    Per la prima volta un libro, a firma di Paola Springhetti, prova a scandagliare quest'univers o in movimento. La famiglia prende il largo (questo il titolo del volume, pubblicato dalla Emi) raccoglie 16 storie di famiglie che hanno maturato la scelta di dedicare alcuni anni all'annuncio del Vangelo e alla testimonianza in un Paese lontano da casa.

    C'è chi viene dal mondo del volontariato internazionale, chi da movimenti ecclesiali dal forte respiro missionario (focolarini e neocatecumenali), chi - come nel caso dei Ragaini - è inviato dalla diocesi di origine, chi appartiene a un gruppo laicale nato da un istituto missionario «classico». Una varietà che riflette la grande ricchezza di quest'esperienza. Anche le destinazioni sono diverse: si va dall'Africa all'America Latina, mentre meno battuta (per ovvie difficoltà di carattere linguistico e culturale) è l'Asia.

    Leggendo i vari capitoli del volume - alcuni dei quali apparsi originariamente sulla rivista «Popoli e missione» - si ha la conferma delle potenzialità, in parte ancora da esplorare, della famiglia missionaria, espressione di una Chiesa adulta, ministeriale, dove i fedeli sono valorizzati per i loro diversi carismi che affondano le loro radici nel Battesimo. La famiglia in missione può contribuire quindi a mostrare un volto di Chiesa più «completo».

    Particolare interessante: il Sud che pure, storicamente, ha inviato meno missionari oltreoceano, non è estraneo al fenomeno. Cristophe Magand e sua moglie Carmela Ginefra, ad esempio, vengono da Bari. Hanno cominciato a occuparsi della catechesi in parrocchia e a seguire un gruppo di ragazzi di strada di un quartiere difficile. Poi, nel 2000, sono partiti, insieme, stavolta come marito e moglie. Destinazione Benin. Ad accompagnarli nel cammino sono stati i comboniani, ma Carmela e Cristophe, che ora hanno due figli, si sentono «inviati» della diocesi di San Severo che, prima di loro, aveva mandato due fidei donum in quella stessa terra.

    A questa nuova modalità di testimonianza missionaria la Cei dedicò nella primavera del 200 3 un seminario ad hoc, coinvolgendo l'Ufficio missionario nazionale e quello per la famiglia: alcune coppie vennero chiamate a condividere il racconto della loro vicenda missionaria, insieme a operatori pastorali, teologi e missionari. Di recente anche il mensile del Pime, «Mondo e Missione» ha dedicato alle famiglie con «per casa il mondo» uno speciale con interviste e testimonianze. A riprova che siamo in presenza di un frutto dello Spirito ricco di potenzialità, da valorizzare adeguatamente.

  3. #3
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    La Chiesa ha bisogno di cristiani adulti che sappiano
    esprimere la fede attraverso l'arte



    Esprimere la Fede attraverso l'arte. Una interessante intervista a Kiko dopo la realizzazione della sua ultima opera a San Pedro del Pinatar nella provincia di Murcia, Spagna lo scorso Settembre-

    Così come nella cattedrale madrilena dell'Almudena e in altre realizzate in chiese di diverse parti del mondo, Kiko Argüello ha realizzato un'opera ispirata all'arte delle chiese orientali, tanto nelle composizione come nella forma di realizzarla, con digiuni e preghiere.

    Secondo Kiko Argüello la Chiesa deve trovare il suo proprio canone estetico che esprima, come secoli passati, i misteri della fede. In questa intervista a Veritas afferma che la secolarizzazione non "è assolutamente negativa", ma piuttosto suppone "un tempo di cambiamento, di cardine", davanti al quale non bisogna avere paura."


    Lei ha detto in molte occasioni che la Chiesa ha bisogno di una nuova estetica. Quale è il nesso di questa necessità con la situazione di secolarizzazione attuale?
    Noi stiamo cercando di aprire nelle parrocchie un processo di iniziazione cristiana che porti la gente da una fede infantile ad una fede adulta che sappia rispondere a tutto il processo di secolarizzazione in atto che c'è in questi momenti in Spagna e in tutta l'Europa. L'Europa sta camminando a tutta velocità verso l'apostasia, come la Spagna, verso la distruzione della fede. Per questo motivo è necessario un processo di iniziazione cristiana, come è il Cammino Neocatecumenale suscitato dopo il Concilio, per aiutare i cristiani a rispondere a tutto un cambiamento sociologico. In questo senso, non siamo pessimisti, non è che tutto quello che sta succedendo in Spagna ed in Europa sia negativo, ma vediamo che Dio ha i suoi tempi.
    Stiamo passando dalla Cristianità, del nazionale-cattolicesimo, ad una nuova forma di vivere la fede. Ma questo l'aveva previsto già lo Spirito Santo attraverso il Concilio Vaticano II. Una delle costituzioni più importanti del Concilio è la Lumen Gentium, la Chiesa "luce" delle genti. Che cosa significa questo? Dice Gesù: "una città situata su un monte non può restare nascosta". Un contadino, quando esce di casa al mattino, vede sopra il paese; quando lavora vede il paese, quando ritorna vede il paese.... Se tu lavori in televisione e sei un cristiano, sei luce nella televisione, tutto il mondo ti sta vedendo. Così un medico cristiano, etc.
    Il problema è che cosa è un cristiano, in che cosa si differenzia da un altro che non lo è? C'è una differenza sostanziale, importante che fa si che il cristiano sia la luce del mondo. Dice San Paolo: portiamo sempre, dappertutto, il morire di Gesù, affinché si veda che Cristo vive in noi. Vuol dire che se tu sei cristiano, in tutta la tua attuazione porti sempre nel tuo corpo, nella tua forma di agire, il morire di Cristo. Chiaro che se la gente non è stata catechizzata, non ha idea di niente. Il morire di Cristo significa questo: Cristo morì crocifisso, si lasciò ammazzare. Il cristiano nei suoi atteggiamenti, nella vita, si lascia crocifiggere, perché ha ricevuto vita eterna, ha la vittoria sulla morte. Non moriamo più, siamo resuscitati in Cristo. Quando uno si battezza, gli viene domandato: che cosa chiedi alla Chiesa? La fede. E che cosa ti dà la fede? La vita eterna. Ora, questa vita eterna, si ha o non si ha. Chi ce l'ha, la mostra. Chi non ce l'ha, appena gli fanno un'ingiustizia, si pone male, si difende.
    E questa fede adulta deve esprimersi con un'estetica, con un'arte, deve inculturarsi, trovare una sintesi tra la fede e la cultura.
    Quando parla della bellezza della liturgia, lo fa nel senso in cui la usa la Chiesa ortodossa, la bellezza come immagine celestiale?
    La bellezza, dice Dostoyevsky, nella sua opera "L'idiota", in una frase famosa che usò anche Giovanni Paolo II... il principe Mishkin dice: La bellezza salverà il "mondo". E gli domandano: "Quale bellezza"?; e risponde: "È Cristo la bellezza che salverà il mondo". La bellezza è molto importante nel mondo. Se i giovani non trovano bellezza, si suicidano. Perciò oggi c'è un problema grave nei paesi post-comunisti, dove i quartieri sono tristi, con le case tutte uguali, e non sanno perché la gente si suicida. In alcuni posti stanno chiedendo a noi del Cammino di costruire chiese. Lo chiedono anche all'Islam. Ma l'Islam ha un'estetica, noi cristiani non abbiamo oggi un'estetica definita, ogni parroco può costruire la Chiesa come vuole, uno la fa con cemento, un'altro a forma di garage... non c'è un'estetica definita, e tuttavia la Chiesa di prima si che aveva un'estetica: le chiese romaniche sono sempre uguali! Le pitture che le adornano sono sempre uguali...! Oggi dobbiamo recuperare un'estetica, ma per avere un'estetica dobbiamo in primo luogo avere una fede adulta. L'uomo che ha fede sa esprimerla. Quale è oggi il problema? Che se tu ad un cattolico gli dai una televisione o gli proponi di fare un film , non sa che cosa fare! Non sanno fare televisione né sanno fare niente! Perché non hanno fede. Per questo motivo si fanno cose molto povere. Ora, quello che ha una fede adulta, ha qualcosa da dire, e questo lo esprime con l'arte, con la poesia, con il cinema.... Abbiamo bisogno di cristiani nell'arte ma non ce ne sono... dove sono? Non abbiamo cristiani formati.... Noi nel Cammino stiamo formando pittori, artisti, questo è fondamentale.
    In questa opera, dopo avere digiunato, pregato, le difficoltà... che ricompensa ha Kiko Argüello?
    Noi lavoriamo gratis, assolutamente gratis. Crediamo, come dice la Chiesa orientale che i pittori sono gente che annuncia il Vangelo che sono inviati dal vescovo. Noi, in questa Chiesa, fummo inviati ufficialmente dal vescovo, con tutto il popolo presente, per fare questa opera, riconoscendoci capacità per realizzarla. Io lo faccio gratis, per annunciare il Vangelo, non permetto dopo che mi dìano qualcosa.
    La mia gloria sta nel lavorare gratis e la stessa cosa quelli che stanno dipingendo con me,. Siamo convinti di fare un bene, e perciò già siamo pagati. Mi hanno detto che in questa chiesa c'è stato un matrimonio alcuni giorni fa, il murale era mezzo dipinto, e che una ragazza che stava seduta ha incominciato a piangere senza fermarsi. Una persona al suo fianco gli ha domandato che cosa le stesse accadendo, e questa ha risposto che nel vedere queste immagini aveva sentito una chiamata a convertirsi. Molta gente riceverà la grazia di Dio attraverso queste immagini.
    Perché a Murcia?
    Kiko Argüello: Lo domandi a Dio! È sorprendente quello che sta succedendo con il Cammino Neocatecumenale.
    A Murcia abbiamo più vocazioni al sacerdozio che da nessuna parte del mondo. Perché? Perché La secolarizzazione che ha preso piega in Spagna e fatto il giro da Barcellona ai Paesi Baschi, qui ha colpito meno, perché qui il cristianesimo ha radici più profonde e la secolarizzazione sta arrivando più lentamente. Ancora la famiglia è forte.
    È tremendo, per esempio, quello che sta accadendo in Navarrina, culla di tante vocazioni missionarie, e tuttavia è molto secolarizzata... Murcia sta dando molte vocazioni. Questa parrocchia di San Pedro del Pinatar fu quella che per prima accolse in questa zona il Cammino Neocatecumenale; non è un caso che si faccia qui il primo atto di questa sintesi tra la fede e la cultura. L'altro giorno sono stati qui alcuni politici, Camps, Trebbio, e sono rimasti impressionati dalle pitture, erano contenti.
    Nel passato incontro a Bonn disse che per superare la crisi che c'è in Europa erano necessari sacerdoti santi. Quale è il ruolo dei laici?
    Io a Colonia feci l'esempio, davanti ai giovani del Cammino raccontando la Storia della Salvezza. Quando gli israeliti entrarono nella Terra Promessa, si trovarono col Giordano che li sbarrava il passaggio. Non potevano passare. Allora disse Dio che i sacerdoti che portavano l'Arca, entrassero nell'acqua. Non appena i sacerdoti toccarono l'acqua, immediatamente questa si ritrasse. Da una parte si formò una diga dall'altra le acque andarono vià verso il Mar Morto, e Giosué che era un laico, guidò tutto il popolo, le famiglie, i greggi... attraverso il fiume, mentre i sacerdoti con l'Arca, fermavano l'acqua, che nella Scrittura è il simbolo della morte , la secolarizzazione.
    L'ecclesiología anteriore differenziava il clero dai laici, il clero che aveva tutti i carismi, di fronte al popolo che era qualcosa come la "truppa". La costruzione della chiesa rifletteva questo, l'altare in fondo e tutti disposti come un battaglione. Ora si è evidenziato una nuova ecclesiología di comunione, dove stanno i carismi. Siamo in comunione coi preti, io lavoro con loro. È qualcosa di fantastico, siamo come un corpo, ognuno ha un carisma. Tuo hai il dono di fare televisione ed io quello di dipingere, tuo hai il tuo carisma ed io ho il mio, qui non abbiamo problemi di competenza.
    Lei ha un gruppo di lavoro già formato o dipinge ogni volta con collaboratori diversi?
    Abbiamo un'equipe, come ci sono equipes di catechisti, abbiamo equipes di pittori. C'è uno che è un professionista, con alcuni aiutanti che si dedicano a riprodurre queste pitture. Ora ci hanno incaricato di realizzare alcune pitture in una cattedrale in Australia, per gli aborigeni. Questo paese ha un problema grave, è passato quasi dall'Età della Pietra alla nostra epoca, e non hanno assimilato; lo Stato Australiano non sa che cosa fare con questi, si drogano, bevono, si suicidano.... Il Cammino è riuscito a fare comunità con quegli aborigeni, e l'arcivescovo della zona ci ha detto che ha un progetto con queste pitture.
    Immagina uno di questi aborigeni che entra qui, e vede queste pitture, qualcosa lo commuove, gli tocca le radici più profonde…
    Come vedi la situazione della Spagna in questo momento?
    Kiko Argüello: La Spagna? Come Dio lo permetta… Stiamo in un momento cardine, di cambiamento di direzione. Non bisogna spaventarsi, ma rispondere ognuno con onestà a quello che Dio ci sta chiedendo. Le autonomie, per esempio, sono qualcosa di fantastico. Ovviamente che non sono di accordo con certe leggi come il "matrimonio omosessuale" che tocca il contenuto più fondamentale della famiglia. Tuttavia con molte cose sono d'accordo.
    Vuole dire che di questo tempo, non tutto è negativo…
    No, no, non è negativo assolutamente. Il problema è che non abbiamo cristiani seri. Un cristiano adulto partecipa del dono profetico grazie al suo battesimo, allora ha un discernimento per sapere quello che sta accadendo e come rispondere. Il problema è che abbiamo la gente che non ha altro che la fede della prima comunione, non possono rispondere ai problemi attuali. Abbiamo bisogno di un'iniziazione cristiana urgente.
    In un certo senso, la secolarizzazione sta divenendo buona per la Chiesa?
    Sì, sì, diventa molto importante nel senso che la Chiesa sta tornando a recuperare lo spirito della Chiesa primitiva che si trovò in mezzo al paganesimo, piccole comunità che vinsero l'impero romano. Questo bisogna capirlo molto bene, il paganesimo di Roma era qualcosa di impressionante, la crudeltà, il sangue, la schiavitú, le orge… nel Colosseo, la gente pagava per vedere come un orso spezzava un uomo. E tuttavia, Dio mise queste piccole comunità "sul candelabro", nella persecuzione, tre secoli di persecuzione. E che segno diedero? Oggi abbiamo una cultura occidentale le cui radici cristiane sono macchiate del sangue dei martiri.
    Come vede Benedetto XVI sui nuovi carismi ecclesiali?
    Il Papa vuole avere di nuovo a maggio un incontro con le nuove realtà ecclesiali sorte dal Concilio. Il problema è che la Chiesa stessa, i parroci, i vescovi, devono rendersi conto che necessitano di carismi, che smettano di vederli con sospetto. Anticamente esisteva la tensione tra i religiosi e le diocesi, oggi questo avviene coi carismi. Se Dio ha suscitato questi carismi è per aiutare la Chiesa, non perché l'abbia fatto un laico, pittore, un certo Kiko, non è buono. Abbiamo avuto molte difficoltà in questo senso. Ma l'opera di Dio viene sempre con la persecuzione.

  4. #4
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    Seminario Redemptoris Mater - Denver - Australia
    By Salvo Raio


    Una caratteristica dei seminari Redemptoris Mater è “l’internazionalità” che rende visibile concretamente la nuova realtà annunziata dal Cristianesimo: non c’è più né giudeo, né greco, né bianco, né nero, ma una nuova creazione, un uomo celeste.
    Questo mostra la natura nuova di questi seminari che preparano evangelizzatori per il tutto il mondo, disposti ad andare fino agli estremi confini della terra!!!





    Accolta la richiesta della donazione del terreno per il nuovo Redemptoris Mater a Mexico City-

    Trenta minuti di colloquio con il Presidente della Repubblica Messicana Vicente Fox Quesada (foto) e , al termine, il "SI" alla donazione del terreno per la costruzione del nuovo Seminario Redemptoris Mater a Città del Messico , nella zona denominata Distrito Federal.

    Questo il riassunto dell'incontro tra Kiko e il Presidente messicano svoltosi Lunedì 28 Novembre u.s. La necessità di costruire un nuovo Seminario è legata alle dimensioni dell'attuale : troppo piccolo per ospitare dignitosamente i ragazzi che sono in formazione al presbiterato. Il Presidente ha incaricato il Segretario governativo Carlos Abascal Carranza, Sottosegretario alla Popolazione, Immigrazione e Affari Religiosi, di seguire l'iter della realizzazione del progetto di donazione.








    Seminario Redemptoris Mater - Macerata - Italia
    By Salvo Raio

    Nel 1991 la Commissione Interdicasteriale, formata dal Papa Giovanni Paolo II per risolvere la grave mancanza di sacerdoti in molte zone del mondo, ha riconosciuto che:
    "Questa idea del Concilio (creare seminari internazionali per il bene di tutta la Chiesa) ha trovato una messa in opera nei seminari Redemptoris Mater nei quali si preparano sacerdoti per la nuova evangelizzazione, secondo il programma del Cammino Neocatecumenale. Si può dire ugualmente che si tratta della messa in opera di una nuova forma di ministero: il Missionario Diocesano"
    (Osservatore Romano 15/03/1991)




    Seminario Redemptoris Mater - Strasburgo - Francia
    By Salvo Raio

    E' uno dei tanti seminari Redemptoris Mater sparsi in tutto il mondo, frutti importanti del rinnovamento conciliare. Una realtà completamente nuova inaugurata dal Concilio Vaticano II che nel suo decreto "Presbyterorum Ordinis" al N° 10 scrive:
    "Ricordino dunque i presbiteri che deve stare loro a cuore la sollecitudine per tutte le chiese.......
    Dove lo richiedono motivi di apostolato (la mancanza di sacerdoti) si faciliti non solo una funzionale distribuzione dei presbiteri ma anche l'attuazione di specifiche iniziative pastorali........
    A questo scopo potrà esser utile la creazione di seminari internazionali per il bene di tutta la Chiesa"


    Kiko - Convivenza Seminaristi settembre 2005 - Porto San Giorgio
    By Salvo Raio



    Convivenza alla quale hanno partecipato circa 1300 seminaristi con i propri rettori dei seminari Redemptoris Mater del Cammino Neocatecumenale di tutto il mondo.
    Presenti alla convivenza anche tanti Vescovi che accompagnavano i seminari Redemptoris Mater della propria diocesi e altri che chiedevano l'apertura di un seminario nella propria diocesi.
    Nell'occasione, 100 nuovi ragazzi provenienti da varie parti del mondo, dopo alcuni anni di centro vocazionale, dove hanno sperimentato la propria vocazione, sono stati sorteggiati e inseriti nei vari Redemptoris Mater sparsi in tutto il mondo.
    By Salvo Raio

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    Il Progetto: Alcuni dati

    DOMUS GALILAEAE INTERNATIONAL CENTER

    Il progetto originale è di Kiko Argüello -noto pittore spagnolo- ed iniziatore, insieme a Carmen Hernandez, del Cammino Neocatecumenale. Kiko si è avvalso della collaborazione di un gruppo di architetti internazionali, (Mattia del Prete, Antonio Avalos, Alberto Durante e Guillermo Soler) ed ha disegnato un complesso di linee estremamente moderne, ma che allo stesso tempo si fondono armonicamente con il paesaggio circostante. La costruzione è stata iniziata nel gennaio 1999 sotto la direzione di un architetto ebreo, Dan Mochly di Haifa, in collaborazione con un architetto argentino, P. Daniel Cevilan. I responsabili per la parte tecnica e per il coordinamento dei lavori sono stati rispettivamente l’ingegnere austriaco P. Ewald Randl, professore di ingegneria a Graz, e l’architetto colombiano Jose Vicente Sandino.
    L'opera è distesa su tre livelli, o terrazze, degradanti verso il lago.
    Auditorio
    La prima terrazza o blocco, la più alta rispetto al lago, ospita un centro congressi, con servizi di traduzione simultanea, capace di accogliere oltre 300 persone: esso può essere utilizzato per incontri internazionale di teologia, di studi biblici, incontri di Conferenze Episcopali, incontri per la formazione permanente dei presbiteri e per la formazione di seminaristi nell’ultima fase di preparazione al presbiterato.
    Il primo blocco contiene anche una biblioteca computerizzata dalle linee estremamente moderne per facilitare lo studio e l’approfondimento della Sacra Scrittura, con una particolare attenzione al Sermone della Montagna. Un elemento caratteristico della “Domus Galilaeae” è il Santuario della Parola, che a disposizione degli ospiti della casa per scrutare le Scritture in un clima di preghiera e contemplazione. Nel Santuario della Parola si trovano 80 troni e sulla parete di fondo vi è un Tabernacolo che contiene, su due livelli, il Santissimo Sacramento e la Sacra Scrittura, secondo quanto indicato nella Dei Verbum[1].
    Biblioteca



    Il complesso ospita inoltre la Chiesa per le celebrazioni eucaristiche, che può accogliere fino a 300 persone, e una cappella del Santissimo sormontata da un calice stilizzato, chiaro riferimento alla passione di Cristo. Attorno al Chiostro centrale sono disposti gli altri servizi: il refettorio, sale per incontri, l’ingresso principale con la reception, la cucina. Tutto l’edificio è ricoperto da pietra serena proveniente dalle cave di
    Chiesa
    Fiorenzuola (vicino a Firenze), un materiale che si adatta molto bene alla natura circostante. L’entrata è caratterizzata da un grande portico neo-romanico. Nelle piani inferiori vi sono 100 stanze, ognuna con due letti per un totale di oltre 200 letti, ciascuna con bagno, aria condizionata, e riscaldamento autonomo. Tutte le stanze sono con vista sul lago e possono servire come luogo di meditazione e di riposo. Nel corso di un anno il complesso, calcolando una permanenza variabile dai 5 ai 15 giorni, è in grado di ospitare dai 10.000 ai 20.000 pellegrini. Il complesso si distende su di un terreno di circa 33.000 m2, e l’edificio ha una superficie complessiva di circa 12.000m2. Il progetto è stato finanziato da molti benefattori, tra cui diversi Cardinali e Vescovi, ma soprattutto dai i fratelli delle comunità neocatecumenali di tutto il mondo, che hanno gareggiato, e continuano a farlo, per raccogliere i fondi necessari.

    [1] Dei Verbum, N.21

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    La Nuova Estetica In Platone la teologia della bellezza ha un ruolo fondamentale: lo stupore per la bellezza risveglia nell’uomo il ricordo della sua origine divina e gradualmente lo aiuta a intraprendere nuovamente la navigazione verso Dio. La Chiesa primitiva, proclamando l’incarnazione di Dio, rivela che la “bellezza” si e’ rivestita di carne mortale:
    «veniva nel mondo la luce vera… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verita»[1]


    Il salmo 45 si è compiuto: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo,
    sulle tue labbra è diffusa la grazia...»[2]
    La bellezza ha scandalosamente preso «sensibil forma… e fra caduche spoglie prova gli affanni di funerea vita… di qua dove son gli anni infausti e bravi»[3] L’incarnazione della bellezza dona all’uomo la possibilità di ricevere una nuova natura.

    Già nell’Antico Testamento è annunciato il legame tra conversione e restaurazione della bellezza originaria: la bellezza di Eva è figura della situazione umana prima del peccato originale. Adamo trova un partner nella creazione soltanto quando Dio crea Eva. Adamo resta stupefatto di fronte alla sua bellezza:
    «Ecco, questa è veramente carne della mia carne,
    ossa della mie ossa.»[4]
    Quando Mosè conduce il popolo alle pendici del Monte Sinai perchè riceva la Torah, la Scrittura e la tradizione rabbinica presentano questo incontro come un nuovo matrimonio tra Dio ed il suo popolo. Attraverso un lavacro di rigenerazione[5] il popolo, pieno di malattie, brutture e difetti causati dal peccato e dalla schiavitù, viene ricostituito nella bellezza originaria di Eva: i rabbini scrivono che
    «i ciechi riacquistarono la vista, gli zoppi ripresero a camminare, i lebbrosi vennero sanati, i sordi ripresero ad udire,…» Dio, vedendo la bellezza della nuova Eva potè esclamare come Adamo: «Ecco veramente tu sei carne della mia carne.» Lo stesso linguaggio della bellezza viene usato dal Cantico dei Cantici per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo:
    «Come sei bella amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe»[6]
    A Giovanni Battista che chiede testimonianza su di lui, Gesù risponde con le stesse parole di Isaia
    «Andate e referite a Giovanni ciò che avete visto e udito; i ciehi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati…»[7] Nella Chiesa primitiva l’iconografia è la testimonianza dell’incarnazione: il volto di Cristo può essere raffigurato perché Dio si è rivestito della nostra carne.

    Ma la contemplazione della bellezza del volto di Cristo risveglia nell’uomo la sua vera natura: i cristiani mediante il battesimo divengono uomini nuovi, manifestano al mondo il vero amore, cioè l’amore al nemico, l’amore fino a dare la vita per l’altro.
    «Sappiamo he siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli.»[8] Per questo c’è un legame strettissimo tra bellezza ed evangelizzazione: la bellezza del volto di Cristo si traduce nella bellezza della comunità cristiana, corpo di Cristo vivente nella storia. È la comunità che rivela la bellezza della natura di Dio nella comunione e nel perdono. Dice Gesù:
    «Chi ha visto me ha visto il Padre.»[9] Così chi vede la comunità cristiana, dove si dà l'amore al nemico, vede icona di Cristo.
    Nel corso della storia la Chiesa ha sempre percepito questo legame tra bellezza ed evangelizzazione e la Chiesa è stata la più grande committente di bellezza. Tutto riflette la bellezza di Cristo, la bellezza della comunità e della comunione fraterna. L'evangelizzazione dei popoli slavi avvenne in gran parte proprio attraverso la bellezza della liturgia, delle icone e dei canti.
    Soltanto in questi ultimi anni anche all’interno della Chiesa sembra prevalere una visione funzionale che riduce i luoghi dove la comunità vive e si riunisce a semplici sale di riunione.
    Eppure proprio oggi è quanto mai necessario ed urgente che le strutture della Chiesa si rinnovino. La risposta al villaggio globale di McLuhan , alla grande città, alla monocultura, è una parrocchia che divenga un “villaggio celeste”: un modello sociale più umano capace di aprire spazi per la nuova civiltà dell'amore, una assemblea eucaristica che favorisca la partecipazione attiva dei fedeli, una realtà di comunità con un catechumenium composto da sale liturgiche per le celebrazioni in piccole comunità.
    Il progetto Domus Galilaeae e la tenda dove il Papa ha celebrerato l'Eucarestia il 24 marzo, sul monte delle Beatitudini, sono un tentativo di riscoprire forme architettoniche ed iconografiche che aiutino a reintrodurre la bellezza nella vita della Chiesa



    Gli scopi della "Domus Galilaeae"
    Il centro "Domus Galilææ" è un luogo dove cristiani, e soprattutto, seminaristi e presbiteri, possono avere un contatto diretto con la tradizione vivente di Israele, seguendo le orme di S. Giustino, di Origene, di S. Girolamo e di tanti altri padri della Chiesa, che tornarono alle fonti ebraiche per comprendere il senso della preghiera, delle feste e delle liturgie ebraiche che furono alimento quotidiano di nostro Signore Gesù Cristo.
    La presenza in Israele di molti dei maggiori studiosi della Scrittura, di prestigiose scuole bibliche, fa della Domus Galilaeae il luogo ideale per promuovere una ripresa degli studi della Scrittura come testimone della presenza viva di Dio.
    Si costituisce così un canale privilegiato di comunicazione, che aiuta i cristiani ad approfondire le radici della propria fede; un luogo per costruire la pace, per vedere Dio, come ha detto il Patriarca Sabah durante la celebrazione per la posa della prima pietra:
    “...Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio. Vedere Dio! Allora si vedrà la verità delle sue creature e si vedrà la pace di Dio che sola può essere la pace degli uomini... Fratelli e sorelle, preghiamo perchè questa nuova casa sia veramente un luogo di incontro dove si vincono tutti i dubbi e dove si aiuta il pellegrino a vedere Dio e a godere della Sua pace. Questo lo auguriamo per tutti coloro che vi verranno per conoscere Gesù e per farlo conoscere”.
    Il senso della "Domus Galilaeae", come è stato più volte sottolineato da Kiko e Carmen: leggere il Vangelo alla luce della tradizione e delle Liturgie ebraiche -ha detto Carmen Hernandez-. aiuta a capire "il mistero di questo popolo, che non dimostra l'esistenza di Dio, ma, come testimone vivente, ne proclama la presenza lungo tutta la storia". Per questo immergersi nella preghiera e nello studio in questo ambiente sarà per tanti futuri presbiteri, e per tutti coloro che lo faranno, una vera fonte di rinnovamento personale e teologico.
    Anche Giovanni Paolo II, forte della sua familiarità con il mondo ebraico, ha riproposto varie volte, e ultimamente nella Esortazione apostolica "Dies Domini", la necessità di ritornare alle radici ebraiche per comprendere e vivere il cristianesimo e dare slancio alla nuova evangelizzazione

  7. #7
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    Il monte delle Beatitudini dove sorge la Domus Galilaeae
    Il Centro Internazionale "Domus Galilaeae” è situato vicino alla sommità del monte chiamato delle Beatitudini, che si eleva abbastanza rapidamente, fino a quasi 300 metri, al di sopra di Cafarnao e di Tabgah, il luogo dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci. La Domus Galilaeae sorge a circa un chilometro dalle rovine di Korazim, sul cosiddetto plateau di Korazim, posto che la tradizione locale chiama "il luogo degli alberi della benedizione”, accanto alla antica via che univa Damasco alla Galilea, passando per Korazin, per i per Cafarnao e costeggiando parte del lago di Galilea: la via Maris, una delle più importanti via di comunicazione dell’oriente antico.
    Il luogo del Sermone della Montagna e dell’istituzione dei 12 apostoli
    Nel suo Vangelo Matteo scrive, dopo le tentazioni nel deserto, il ritorno di Gesù nella Galilea, la chiamata degli apostoli e la sua missione nella zona dell’alta Galilea e nella decapoli (Cap. 5,1-20):
    «vedendo le folle Gesù salì sul monte e messosi a sedere bgli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola…»
    pronunciò il sermone della Montagna. Nel parallelo di Luca invece (Cap. 6,12), sempre nel contesto della missione in Galilea, Gesù
    «salì sul monte a pregare e passò la notte in orazione… quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai queli diede il nome di apostoli.. disceso con loro… si fermò su un luogo pianeggiante. C’era gran folla…ed alzati gli occhi suoi diceva…»

    Le due versioni sono solo apparentemente contraddittorie, poiché Luca riferisce dell’abitudine di Gesù di ritirarsi prima in luoghi isolati o elevati per pregare da solo per poi discenderne per parlare alla folla, accorsa da tutta la Galilea e dalla Giudea, in un luogo pianeggiante ovvero più confortevole; entrambe le versioni, nell’originale greco, usano il termine
    «il monte», espressione che indica un luogo preciso e ben conosciuto dai lettori del tempo. Il contesto indica che il monte (to oros) si trovava nei pressi di Cafarnao. Fin dalle più antiche testimonianze, la Chiesa primitiva identificava il luogo del discorso e dell’istituzione dei dodici proprio nel monte che si leva appena dietro a Cafarnao e Tabgah.
    Dopo le invasioni dei persiani e poi, subito dopo, degli arabi, si persero i riferimenti precisi, in particolare sulla localizzazione della stessa Cafarnao, di Tabgah e di Korazim. Gli studiosi all’inizio del '900 sostennero diverse ipotesi sulla localizzazione del monte delle Beatitudini: alcuni proposero i corni di Hattin (Qurun-hattun) o il monte Tabor. Negli ultimi decenni tali ipotesi sono però cadute per la loro inverosimiglianza e, soprattutto, grazie alla campagna di scavi archeologici promossa dalla Custodia francescana di Terrasanta. Tra il 1905 ed il 1915 è stata riportata alla luce gran parte di Cafarnao; nel 1925 si sono potuto identificare con sicurezza le rovine di Korazim e nel 1932 si sono stati portati alla luce le rovine della Chiesa bizantina a Tabgah, che segnalava il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Basandosi su questi precisi riferimenti archeologici, gli studiosi sono ormai d’accordo nell’identificare il monte che sovrasta Cafarnao e Tabgah come il luogo dell’istituzione dei dodici e dove si proclamò il Sermone della Montagna. Più difficile invece localizzare il luogo preciso dove vennero pronunciate le Beatitudini. Egeria, nel IV secolo, dà delle indicazioni abbastanza precise e scrive nel suo diario di viaggio:
    «non lontano da Cafarnao…sul monte vicino... vi è una altura (specula)[1] sulla quale il Signore è salito a proclamare le beatitudini...»
    Al tempo dei crociati, il Compendio De Situ Urbis Jerusalem scritto verso il 1130, riferisce che il luogo del sermone della montagna era ad un miglio da Tabgah. Poco dopo, nel 1172, Teodorico riferisce genericamente che Gesù pronunciò il sermone sul monte vicino a Tiberiade. Burchardus invece, nel 1283 è molto più preciso: egli riferisce che il luogo del Sermone, secondo le tradizioni locali, era il monte che si incontra venendo da Safed seguendo la via per oriente (la strada che passa accanto alla Domus Galilaeae) e che si trova al di sopra di Tabgah. Da qui, Burchardus scrive, si può godere un panorama magnifico su tutto il lago e su tutta la regione della Galilea fino all’Hermon ed al Libano. In epoca moderna si sta rivalutando il valore delle tradizioni beduine che sono le tradizioni locali più antiche e ininterrotte, le uniche in grado di colmare il vuoto tra l’epoca della Chiesa Primitiva e quella dei crociati. In questa prospettiva diversi studiosi moderni sono a favore della identificazione del luogo del sermone proprio con il luogo dove sta sorgendo il centro Domus Galilaeae. Clemens Kopp, che ha studiato le tradizioni beduine locali, propone tre argomenti a favore di questa ipotesi. Egli scrive:

    «ragioni molto forti sostengono che il sermone della montagna fu pronunziato presso gli alberi benedetti:» A. La antichissima tradizione locale beduina è confermata da una accurata analisi di tutte le fonti antiche e medievali. I beduini identificavano un gruppo di alberi millenari come Es-sajarat el-mubarakat che si traduce: «gli alberi benedetti dal Messia» (Issa). Questi tre alberi bimillenari- un terebinto, una quercia ed una spina Christi – si trovavano, fino al 1913, proprio sulla proprietà dove sta sorgendo la Domus Galilaeae ed erano venerati dai beduini in quanto memoria della presenza del Messia. Nel 1913 un beduino ebbe però l’audacia di tagliarne due, la quercia e la spina Christi, cosa che provocò l’indignazione degli altri beduini e portò alla vendita del terreno alla Custodia. Oggi sul terreno resta solamente il terebinto.
    B. La zona degli alberi benedetti era anche denominata dai beduini der makir che richiama il greco makarios, beato, e che si traduce “il monastero della beatitudine” dove secondo le tradizioni beduine si trovava un monastero di eremiti.»
    C. La corrispondenza con la descrizione del vangelo: «ll luogo permette di stare in solitudine ma allo stesso tempo è facilmente raggiungibile per il popolo che viene dalla strada che parte dal lago e sale lungo il wadi ed-dshamus. L’altura si inclina leggermente verso questo wadi, e per questo ci sono spazi pianeggianti per folle di maggiori dimensioni…»[2]
    Il solo punto del monte delle Beatitudini da cui si gode una vista non interrotta di tutto il lago di Tiberiade, del Giordano e perfino dell’Hermon, è proprio quello degli alberi benedetti. Anche Bernabe Meistermann e P.Lievin de Hamme riferiscono di questa tradizione beduina secondo la quale fu proprio vicino a questi alberi plurimillenari che Issa pronunciò il sermone della montagna.


    Il luogo dell’incontro di Gesù risorto con gli apostoli e con i 500 discepoli.
    La montagna delle Beatitudini è identificata da molti studiosi anche con il luogo in Galilea dove Gesù, dopo la resurrezione, diede appuntamento agli apostoli prima di inviarli ad evangelizzare tutte le nazioni (Matteo 28,10) [3]. Secondo Matteo il luogo dove Gesù si incontra con gli apostoli è
    «il monte» (to oros) la stessa espressione con cui precedentemente aveva designato il luogo dove Gesù pronunziò il sermone: Anche qui il ricorso all’articolo determinativo indica che “il monte”, cioè il monte per antonomasia, doveva essere ben noto a tutti i lettori. Inoltre Matteo 28,17 aggiunge che quel monte era il luogo dove Gesù

    «etaxato autois>>[4] Questa espressione si può tradurre in tre modi diversi: 1. «sul monte che Gesù gli aveva loro indicato» Questa ipotesi, la più usata nelle traduzioni moderne, è la più improbabile: a. Gesù non menziona precedentemente alcun monte. b. Chi traduce in questo modo deve forzare il testo e tradurre ou (dove) con una locuzione di moto a luogo, “a cui”, “al quale”, oppure, per completare il senso, deve aggiungere “dove Gesù gli aveva ordinato di andare...”, se no la frase non ha senso compiuto. L’avverbio di stato in luogo ou, indica infatti il riferimento ad un luogo dove si era svolto qualcosa in precedenza.
    c. La tradizione non ha mai usato questa traduzione. 2. «il monte dove Gesù li aveva istituiti» Cioè il monte dove Gesù , secondo il vangelo di Luca, scelse e nominò i 12 apostoli. Questa è proprio la traduzione della Vulgata:
    «ubi Jesus contituerat illis» 3. «al monte dove Gesù aveva dato loro i suoi ordini» In questo caso, Matteo farebbe riferimento al monte su cui Gesù aveva dato i suoi ordini, cioè aveva pronunciato il suo discorso fondamentale, la nuova legge, la nuova Torah sul nuovo monte Sinai.
    La seconda e la terza ipotesi, pur essendo diverse, non si contraddicono sulla localizzazione del monte. Altri studiosi, in accordo con molti padri della Chiesa, ritengono che questo incontro in Galilea sul monte corrisponda a quello avvenuto fra il Cristo e 500 discepoli. Secondo Pixner[5] la notizia dell’appuntamento con il Risorto si diffuse tra i fratelli in Galilea e alla data fissata, a metà del conto dell’Omer, cioè 25 giorni prima della Pentecoste, si radunarono non solo gli 11 ma anche 500 fratelli[6] che furono presenti quando Gesù diede il mandato agli apostoli di annunziare il Vangelo.
    Per concludere: la localizzazione esatta del luogo del discorso è certamente difficile. Quel che è certo è che la montagna delle Beatitudini è quella dove Gesù istituì i Dodici e pronunciò il sermone; inoltre, con grandissima probabilità, fu il luogo dove Gesù incontrò i discepoli dopo la sua resurrezione per inviarli ad evangelizzare le nazioni.
    È anche certo che questo luogo fu largamente frequentato da Gesù nei suoi viaggi missionari tra Cafarnao, Khorazim e le località situate sulla riva del lago. Il luogo degli alberi benedetti è uno dei posti più impregnati della presenza di Gesù e si apre su di uno scenario stupendo e suggestivo: il mare di Galilea ove si svolse gran parte della vita di Nostro Signore:
    «Dal suo panorama emana una misteriosa forza di evocazione. Per chi non manchi di sensibilità, (è il luogo ideale) per meditare sul sermone della montagna …»[7]
    [1]I manoscritti di Egeria recano la parola specula cioè altura. Alcuni hanno proposto invece di specula la variante spelunca, in particolare, ai nostri giorni, Pixner. Kopp ha criticato questa interpretazione: mai si usa la parola ascendere in riferimento ad una grotta mentre essa si usa sempre in riferimento ad una altura. Inoltre il sermone si chimerebbe il sermone della grotta e non della montagna.
    [2] Clemens Kopp, "Die Heiligen Stratten der Evangelien", Regensburg, 1959, pg. 265 and following. [3] Mt. 28,10 “go and announce to my brothers to go into Galilee, there they will see me”.[4] Etaxato,etaxato, Aoristo medium of tatto, tattw,to command. [5] Bargil Pixner, “With Jesus in Jerusalem”, pg. 167[6] I Cor. 15,6. [7] Isidro Goma Civit, "El Evangelio segun San Mateo", vol. II, pg. 197

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    GENNAIO 15, 1999
    POSA DELLA PRIMA PIETRA DELLA DOMUS GALILAEAE Posa della Prima Pietra della Domus Galilaeae Foto Album

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