http://www.exclusion.net/images/pdf/..._Fumagalli.pdf
Se io vado in Lombardia o vado nel nord
Italia, ho una struttura, una composizione produttiva e una composizione di valore aggiunto di
ricchezza che ovviamente è diversa da quella che c’è in Basilicata, in Campania o in Sardegna. E
vedo che nella realtà lombarda, ormai più del 50% del valore aggiunto viene essenzialmente da tre
cespiti: utilizzo del territorio a scopi speculativi, quindi rendita immobiliare; rendita commerciale di
localizzazione dei grandi assets commerciali; rendita e attività legate al mercato creditizio,
assicurativo, finanziario. Se noi andiamo a vedere quanto pesano queste grandi aree, dato 100 il
valore aggiunto della Lombardia, queste arrivano a pesare oltre il 40%. C’è un’altra attività che sta
crescendo molto, che è l’intermediazione di lavoro, indicativa di un certo cambiamento di
produzione di ricchezza. Si badi bene, nella maggioranza dei casi, si tratta di attività immateriali.
Noi abbiamo un sistema fiscale che è ancora basato sul principio di tassare i fattori produttivi
materiali della grande fabbrica taylorista che sono: il lavoro e i mezzi di produzione. In Italia poi –
per questioni che adesso non stiamo qui a ricordare – si tassa quasi esclusivamente il lavoro e molto
meno i mezzi di produzione. La riforma fiscale della legge Visentini del 1971 istituisce l’IRPEF e
l’IRPEG come pilastri del sistema fiscale nazionale, precisamente l’IRPEF per il reddito del lavoro,
l’IRPEG per il reddito delle società. Quindi, capitale e lavoro. Ma la rendita immobiliare, la rendita
finanziaria, dove appaiono in questo sistema fiscale? Facciamo velocemente due esempi. Il primo:
nella realtà milanese, il versamento medio dell’ICI – che è l’imposta comunale sugli immobili,
quindi imposta locale – era circa 360 euro nel 1995. Oggi è di 370 euro (dati del 2003). Si è
verificato un aumento medio di 10 euro in termini nominali. Se teniamo conto dell’inflazione, si è
registrato un calo reale del gettito medio dell’ICI, di fronte ad una situazione in cui dal 1995 al
2003, a Milano, la variazione media del valore dell’immobile è stata del 30-40%. [/b]Ciò significa che
il sovrappiù generato dall’incremento del valore degli immobili non è stato captato dall’ICI[/b].
Negli
anni ’70, la più grande fabbrica di Milano era la Pirelli con circa 20.000 lavoratori; negli anni
Ottanta, la Pirelli diventa Telecom, la più grande impresa di telecomunicazioni. Oggi è la più
grande impresa immobiliare d’Italia, la Pirelli Real Estate. Se guardiamo a questa metafora, ci
accorgiamo immediatamente dell’evoluzione delle forme di produzione della ricchezza. Ed è
proprio intervenendo su questa evoluzione che è possibile, dal punto di vista fiscale, ricavare quelle
risorse disponibili necessarie per immaginare una più equa distribuzione sociale.
Secondo esempio: è assurdo che i comuni dell’interland milanese facciano a gara a dare
incentivi fiscali in merito alla concessione di costruzione di un iper-mercato, come è successo per
Segrate e Pioltello, quando la grande distribuzione utilizza una struttura logistica, di area,
territoriale ecc, che è frutto dell’evoluzione economica di quel territorio. Non è un caso che nessuna
multinazionale della distribuzione intende costruire un iper-mercato sul cucuzzolo di una montagna.
E non è un caso che gli iper-mercati sorgono essenzialmente dove ci sono gli svincoli autostradali.
Essi sfruttano le esternalità positive del territorio, che sono un bene comune, per ottenere profitti privati.




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