IRVING: QUANDO LA STORIA DIVENTA “VERITA’ DI STATO”
di Sergio Romano dal Corriere della Sera del 25 febbraio 2006-01-25
Il negazionismo, di cui Robert Faurisson è stato uno dei maggiori rappresentanti, è un reato in Francia fin dall’approvazione della legge Gayssot nel 1990. In un articolo pubblicato qualche giorno fa dal Financial Times, Christopher Caldwell ricorda che leggi analoghe esistono da allora in Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Lituania, Polonia e Slovacchia. Quasi tutte sono state approvate da governi che volevano dare un segnale di particolare sensibilità alle comunità ebraiche e fare un implicito atto di contrizione per le passate colpe antisemite dei loro lontani predecessori, soprattutto durante la seconda guerra mondiale.
David Irving ha avuto la cattiva sorte di finire proprio nelle mani del paese che era costretto a dare prova, in questo esercizio, di un particolare zelo. L’Austria fù sul banco degli imputati, negli anni ottanta, quando il suo presidente, Kurt Waldheim, venne accusato di avere preso parte, come ufficiale della Wehrmacht, a razzie antiebraiche in Jugoslavia. E vi tornò negli anni novanta quando il partito di Jorg Haider, grazie a un considerevole successo elettorale, divenne il partner della Democrazia Cristiana austriaca nel governo presieduto dal cancelliere Schussel. Haider non è, strettamente parlando, un negazionista, ma ha spesso rivendicato i meriti del regime di Hitler e ha trattato la questione ebraica con una certa noncuranza. Censurata dai suoi partner europei e collocata per alcuni mesi in una sorta di purgatorio diplomatico, l’Austria, per riscattarsi, è diventata in queste faccende più realista del re. Irving, nel processo di Vienna, era semplicemente l’occasione per dimostrare che il paese si era ravveduto e si sarebbe comportato d’ora in poi con esemplare correttezza.
Ciò che è accaduto mi conferma nella convinzione che i “giorni della memoria”, decretati negli ultimi anni da alcuni parlamenti nazionali, abbiano prodotto risultati ed effetti che i loro promotori, probabilmente, non avevano previsto. Il primo risultati fu quello di elevare la verità storica al rango di “verità di Stato”. Inevitabilmente alcuni gruppi di pressione pretendono ora che il diniego di quella verità sia trattato alla stregua di un reato penale. E offrono così a qualche malizioso musulmano il diritto di affermare che anche l’Europa ha un Maometto di cui è severamente vietato parlar male.
Il secondo risultato è stato quello di scatenare una micidiale corsa alla memoria. Se il ricordo dell’olocausto è inscritto nei calendari ufficiali degli stati europei, perché altri popoli e altri eventi non dovrebbero avere la stessa considerazione? Perché dimenticare il genocidio degli Armeni, le falcidie della popolazione ucraina durante la collettivizzazione della terra, la persecuzione degli italiani in Istria e Dalmazia, il commercio degli schiavi, le stragi operate dalle potenze coloniali in Africa, le popolazioni civili massacrate dai terroristici bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale, i quindici milioni di tedeschi espulsi dalle loro terre alla fine del conflitto? Tutti chiedono una fetta di memoria e pretendono di piantarvi sopra la loro bandiera. E tutti pretenderanno, prima o poi, che qualsiasi critica alla loro verità riceva una punizione esemplare. Spero che l’assurdità del caso Irving contribuisca a suscitare qualche ripensamento sull’utilità di attribuire ai parlamenti e ai giudici il governo della storia.
http://www.forzanuova.org/irving_verita_di_stato.htm




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