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  1. #1
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    Predefinito Fassino, Craxi e Berlinguer

    "Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica"
    (Piero Fassino, Segretario DS, 2003)

    "Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia.
    Il Pci di fronte alle difficoltà del presente non sa opporsi ai richiami del passato e si esilia in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola"

    (Piero Fassino, Segretario DS, 2003)

    ----------------------------------

    Cosa ne pensate? Aveva ragione Craxi o Berlinguer?

  2. #2
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    Per complettezza di informazione vi posto alcuni articoli sull'argomento sollevato da Fassino.

  3. #3
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    FASSINO, CRAXI E IL PCI

    E a sinistra si apre un discorso nuovo (ma 20 anni dopo)
    Sarà il caso di leggere con attenzione Per passione , il libro appena uscito per Rizzoli in cui Piero Fassino dà conto della traversata nel deserto della più grande forza della sinistra italiana per come la ha vissuta lui, che del cursus honorum del partito vecchio e del partito nuovo non ha saltato un passaggio da quando, ragazzino, si è iscritto alla Fgci nella sua Torino. Almeno a giudicare dall'anticipazione che ne ha dato ieri il Corriere . Perché il segretario dei Ds parla con una nettezza tanto insolita quanto apprezzabile di una stagione cruciale e di personaggi chiave. Fassino rivisita senza diplomatismi la vicenda degli anni Ottanta, di Enrico Berlinguer, di Bettino Craxi, della «guerra civile a sinistra» (l’espressione, felice, è di Ugo Intini) che allora si scatenò, e che si concluse, avrebbe detto Marx, con la comune rovina delle parti in lotta. Le sue affermazioni sono destinate, probabilmente, a riaprire vecchie ferite mai rimarginate, ma sono soprattutto utili a gettare le basi per un discorso di verità sul passato senza il quale ogni ragionamento sull’avvenire è privo di spessore e di senso.

    Dunque, dice Fassino, Craxi non era l’Uomo Nero. La sua doppia sfida, alla Dc per l’egemonia nel governo, al Pci per l’egemonia nella sinistra, era una cosa assai seria, anzitutto perché interpretava e promuoveva una domanda di modernizzazione e di cambiamento della società italiana che né i democristiani né i comunisti potevano raccogliere e fare propria. Verrebbe da aggiungere che, con la segreteria De Mita, la Dc a suo modo ci provò. Ma è difficile non convenire con Fassino sui comunisti: sentendosi toccati dalla sfida craxiana nella carne viva anche quando i rapporti di forza parlavano ancora a loro favore, reagirono all’insidia arroccandosi sulla difensiva, a difesa di un’improbabile «diversità» (politica, ma prima ancora morale) rivendicata come una sorta di privilegio genetico. Il Pci cui Togliatti aveva insegnato a fare politica, distinguendola dalla propaganda, anche negli anni più duri, si trasformò in «un partito che si esilia in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola». Verissimo. La crisi del comunismo italiano, sulla quale il fattore Craxi ha un effetto scatenante, precede di un decennio la caduta del Muro: si palesa con la fine della politica di unità nazionale, e si trascina, sempre più grave, per tutti gli anni Ottanta. Lo stesso Berlinguer ne è tragicamente consapevole, come sostiene Fassino? Chissà. Di certo ne è protagonista, quando si pone come una sorta di Antemurale di contro al processo di secolarizzazione e di modernizzazione di cui intravede in Craxi l’alfiere. E le cose non cambiano certo alla sua morte, quando il Pci opta per la conservazione, scegliendosi per segretario Alessandro Natta, e in omaggio al lascito berlingueriano va al disastro del referendum anti Craxi sulla scala mobile.

    È ovviamente difficile dire se la vicenda della sinistra avrebbe potuto avere un altro corso qualora Berlinguer e i suoi successori non avessero dedicato tutte le loro energie alla battaglia contro il craxismo, e Craxi non avesse coltivato un disegno tutto sommato speculare. Ma una battaglia vera per cercare di dare in tempo utile una piega diversa (una piega socialdemocratica) agli eventi non fu nemmeno tentata. Nel Pci, sarebbe stata possibile solo se a darla fossero stati, oltre alla destra migliorista, proprio i dirigenti dell’ultima generazione: ma Fassino e i suoi compagni si mossero in una direzione esattamente contraria, anche, e soprattutto, quando presero in prima persona il potere. Probabilmente era troppo chiedere ai ragazzi di Berlinguer di prendere una strada opposta a quella indicata da Berlinguer medesimo. Ma nel diario di viaggio di Fassino, o almeno in quella parte che il Corriere ne ha anticipato, non sarebbe stato male trovare, accanto a tante critiche coraggiose e argomentate, qualche parola di autocritica in più.

    di PAOLO FRANCHI

  4. #4
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    A proposito di Enrico Berlinguer
    di Giovanni Berlinguer

    Da quando morì Enrico mi sono sempre astenuto dal commentare i giudizi politici e personali, anche i più aspri, espressi sul suo operato. A questo mi ha indotto, forse più che l’ovvio riserbo, il percepire che ci sono tuttora verso di lui (anche da parte dei giovani) stima e affetto diffusi, non scalfiti dalle critiche e dal passare del tempo.
    Mi sono anche astenuto dall’intervenire sui nodi più discussi del suo impegno alla guida del Pci, come il passaggio del compromesso storico da strategia nazionale ad accordo di governo con la Dc, come la rottura coraggiosa ma incompiuta con il comunismo, come le aspre polemiche che hanno diviso il Pci dal Psi di Craxi: temi che suscitano interrogativi importanti per la storia come pure per le nostre prospettive odierne.
    Non riesco a tacere, tuttavia, il senso di dolore personale e più ancora di sconcerto politico che mi è venuto dalla lettura di alcune pagine-chiave del libro di Piero Fassino "Per passione", che è un'autobiografia dignitosa e stimolante e un'utile fonte di analisi sociale e politica di Torino e dell'Italia.
    Anch'io ho passione, e cito perciò una sua metafora che mi ha fatto rabbrividire. Il contesto è così descritto nel libro (pp. 156-161): da un lato Craxi, il quale "interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia" e quindi "una gran voglia di modernizzazione", e dall'altra un Pci "che di fronte alle difficoltà del presente non sa opporsi ai richiami del passato e si esilia in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola". La sorte, evidentemente, è segnata, e Fassino sprigiona così la sua fantasia descrittiva: "Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica".
    Un uomo fortunato, quindi, per quel che gli è accaduto tempestivamente a Padova. Non commento il carattere lugubre e macabro della metafora, poiché ciò spetta ai lettori, forse meno di me emotivamente coinvolti. Sul piano politico, però, unendo passione e ragione (e concordando ovviamente sul carattere negativo della rottura avvenuta allora nella sinistra e sulle reciproche responsabilità), è doveroso porsi due domande.
    Una riguarda la partita in gioco: è proprio vero che lo scacco matto era imminente, e che non c'era altra via di uscita? La mia impressione è che, sebbene Craxi segnò punti a favore subito dopo la scomparsa di Enrico, come il referendum sulla scala mobile (avviato, come riconosce Fassino, tra molte esitazioni dei nostri dirigenti), negli anni successivi cominciò il declino della sua politica, che si concluse poi drammaticamente con il danno maggiore: la scomparsa del Psi. In quegli anni furono avviate invece, con grande travaglio, le successive trasformazioni del nostro partito, che pur con perdite e affanni mantiene un ruolo sostanziale nella sinistra italiana. Forse, ciò è accaduto anche perché nei decenni precedenti non abbiamo compiuto soltanto "la traversata del deserto", ma anche una costruzione democratica di rapporti sociali diffusi, e perché continuità e discontinuità (quando dalle due abbiamo scelto il meglio!) hanno contribuito entrambe a salvare e trasformare (in modo ancora insufficiente) questo partito.
    L'altra domanda coinvolge giudizi politici su quel tempo, e ancor più sulle scelte che si stanno compiendo oggi: è proprio vero che Craxi era modernizzante e Berlinguer passatista? E come collocarsi ora, quando le coordinate degli anni ottanta e novanta risultano in gran parte superate?
    Nel Psi, intuizioni e intenzioni moderniste ci furono certamente, come la Conferenza programmatica del 1982 che nelle idee di Martelli volle coniugare "meriti e bisogni". Nei Congressi del Psi l'arredamento diventò avveniristico, il "made in Italy" fu propagandato nel mondo, soprattutto nel campo della moda, e le televisioni moltiplicate e accaparrate. Ma scienza e scuola ristagnarono e l'innovazione tecnologica progredì scarsamente. Le istituzioni più che riformate furono occupate, poste al servizio di gruppi e partiti e spesso corrotte. Non sta a me ricordare, per contro, che come risultato di un confronto politico asperrimo Enrico percepiva e soffriva il rischio di un isolamento (anche interno) e più ancora di una stagnazione delle idee. Dopo aver sollevato la questione morale, intesa non nel senso giudiziario bensì come riforma dei partiti e della politica (1981) e dopo lo strappo con il sistema sovietico (1982) Enrico negli ultimi anni ha riproposto con slancio il tema dello sviluppo sostenibile e del governo mondiale, il ruolo della scienza e della tecnologia, la questione dell'etica pubblica.
    Tali questioni hanno assunto con la crisi del neoliberismo, dell'assetto culturale caratterizzato dal "pensiero unico" e ora del dominio di un solo paese, una priorità programmatica pregnante e urgente. Nel nostro passato, più che in altre esperienze che si vorrebbero riproporre come modelli, ci sono tracce da seguire, e nel nostro futuro ci deve essere più coraggio e più innovazione. Anch'io ripeterei volentieri la formula fassiniana "modernizzazione più diritti", se cercassimo insieme di darle qualche contenuto unitario, costruttivo e mobilitante.

  5. #5
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    Rispondo per Primo

    "Craxi spinse per l'indebitamento pubblico e le tangenti, Berlinguer spinse per l'austerità, lo sviluppo sostenibile e la questione morale nei partiti,nelle istituzioni. Vinse Craxi, Perse L'Italia"

  6. #6
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    ma come si fa scrivere qualcosa di cattivo gusto come la metafora sull aprtita a scacchi?

    Paolo

  7. #7
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    erano tempi diversi. nel 76 ovviamente aveva ragione berlinguer. ai tempi d'oggi ha ragione fassino

  8. #8
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    credo ke la verità, aristotelicamente, stia nel mezzo.
    La strategia berlingueriana, e credo di interpretare bene piero in qeusto senso, fu fallimentare xke non riusci' a portare avanti alcune sue proposte e perchè non portò mai il PCI ad essere possibile partito di governo.
    Craxi capi' alcuni problemi dell'italia e provò a creare un'alternativa di sinistra possibile(dato ke il progetto berlingueriano era fallito), ma x portare avanti questo progetto aveva bisogno di soldi e cominciò la tragica pratica delle tangenti. Il risultato fu perdere la bussola e perdere il fine, cioè l'alternanza di sinistra a guida riformatrice, consegnando di fatto il paese alla peggior classe dirigente del secolo, quella di fine novecento...

  9. #9
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    questo sondaggio è frutto della cultura cattolica italiana o meglio della mentalità italiana cioè tende a vedere angeli e diavoli dritto e rovescio in tutto.

    sia per berlinguer che craxi hanno aavuto sia aspetti positivi che negativi

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da benfy
    questo sondaggio è frutto della cultura cattolica italiana o meglio della mentalità italiana cioè tende a vedere angeli e diavoli dritto e rovescio in tutto.

    sia per berlinguer che craxi hanno aavuto sia aspetti positivi che negativi
    mmh, forse un fondo di verità c'è in quel che dici.. io sostengo che tra bianco e nero debba prevalere il grigio... ma bisogna stare attenti alle sfumature.

    Se Craxi appariva come il "nuovo" rispetto al PCI, a posteriori non si puo che giudicare la politica di Craxi per quel che è stata...cioè Buona a Parole ma Pessima nei Fatti. Quindi non si puo assolutamente dire che Craxi portava avanti una politica Moderna quando invece per modernità intendeva spregiudicatezza a livello politico-affaristico....

 

 
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