Che il Ri-cordo non diventi vetrina
Si è tenuto a Casa Pound il primo incontro romano sul libro “Cuori Neri” di Luca Telese.
Interventi di Gianluca Iannone (Sinevox), Luciano Lanna, Gabriele Adinolfi, Luigi Ciavardini, Luca Telese e dibattito acceso con un pubblico di ogni età e ricco di veri (e da sempre ben poco “esternanti”) protagonisti degli anni di piombo.
In sintesi si è resa a Telese una serie di meriti: rigore, onestà, capacità di cogliere in pieno sia la drammaticità di quegli anni che la viltà in cui e di cui si nutrirono gli sciacalli assassini. Gli è stato reso anche il merito di aver restituito una dimensione “normale”, “umana” al “Mostro”; ma non tutti hanno considerato positivo quest’ultimo aspetto.
Vi sono dei rischi – per chi prenda questo libro come IL libro – rischi di disorientamento.
Innanzitutto c’è il pericolo di trasformare il Fato in caso, i portabandiera in selvaggina, i Caduti (“i nostri angeli custodi” dice Sinevox) in gente inconsapevole, morta per niente.
Poi c’è il rischio di accogliere la storia così come viene dettata dagli intervistati che sono spesso mossi dalla pulsione di apparire “politicamente corretti” tanto dal prendere le distanze da molti aspetti del loro stesso passato. Oppure da costruirsene uno raccontando gesta epiche mai compiute, sostituendosi ad altri nella ricostruzione di ieri (ed è miseramente successo!) Troppo grandi risultano poi figure che non lo meritano affatto, troppo piccole altre che hanno portato silenti sulle proprie spalle il peso collettivo pagando spesso per tutti.
Vi è inoltre il rischio di far passare quella sorta di tentativo di “pulizia etnica antifascista” (Lanna) come se fosse il frutto di una “guerra per bande” o come la risposta democratica ad azioni irresponsabili di Almirante (1968) o Borghese (1970) quando invece quelle “risposte” furono decise e avviate già nel 1967…
Così non si può cogliere come si sia trattato di una vera e propria “guerra di religione” fra una teologia uniformatrice mono(a)teistica e intollerante che si alimentava della mitologia feroce e vile del partigiano e una “chiesa di tutte le eresie” fondata sul sorriso, il coraggio e la forza, che assomiglia sì alla violenza ma ha tutt’altra caratura, caratteristica e spirito.
In ogni caso si percepisce pienamente la piccolezza di quegli assassini che, una volta inchiodati alle loro responsabilità, dopo aver massacrato nei modi più abietti degli adolescenti, hanno cercato rifugio e sconti di pena minimizzando e provando a farsi dimenticare. Vi è infatti in quella lunga storia anche una linea di demarcazione orizzontale. Quelli che stanno al di sopra di quella linea, che hanno assunto persino le responsabilità di cose che non hanno compiuto o voluto, di azioni commesse contro la loro autorità e volontà sono Uomini, come Curcio, come Scalzone.
Gli altri, gli Ognibene, i Morucci i Savasta i Del Giudice e via dicendo, ovvero spesso GLI assassini, sono invece gente che fa torcere le budella dallo schifo.
Questo va notato ed è espresso perfettamente nel libro da due persone diverse, Bogni di PL e Benito Bollati, brigatista nero durante la RSI e in seguito bersaglio dell’ultrasinistra.
Chi non abbia l’esperienza e gli strumenti culturali (e la sincerità!!!) per cogliere tutto questo può incorrere nella trappola di un generico “volemose bene” o “estremismo mai più” che aiuta l’omologazione del Grande Fratello. La classe dirigente attuale infatti ha come protagoniste le stesse iene assassine di quegli anni e la mentalità sulla quale si fonda tutto (quella delle omologazioni e delle esclusioni) tradisce la medesima intolleranza cieca e vigliacca di allora.
Vi è poi anche il rischio (Ciavardini) che questo libro riscaldi gli animi e spinga i giovani a cadere in trappole di doppi estremismi, tentazioni che vanno rigettate. Luigi ripete “legettelo il libro ma non fatevene catturare”.
Intendiamoci, tutti quelli che abbiamo elencati sono rischi di “utilizzo” del libro e non appunti all’Autore che è stato davvero bravo; l’unico rimprovero che gli si è mosso è di essere stato talvolta troppo disinvolto nell’accettare per buone versioni di gente incattivita o di nani che provano ad alzarsi sulla punta dei piedi complici le storie rivisitate e reimmaginate. Ma su 800 pagine di travaglio anche questo ci può stare.
Quello che non accetta nessuno (e che lo stesso Autore ha detto di aver scoperto in ritardo) è che un personaggio come Walter Veltroni che all’epoca fu perlomeno dalla parte sbagliata, cioè quella che alimentava lo spirito e la cultura in cui crebbero gli assassini alla Morucci, alla Savasta alla Ognibene, si metta addirittura a far campagna elettorale sui nostri morti con una striscetta apposta dall’editore al libro che riporta una sua frase “è un libro che fa male”. Quello che fa male è vedere la sua figura che si erge sul nostro sangue a fini di campagna elettorale. Che certa gente faccia carriera sui nostri morti questo non lo accettiamo!
Ciò chiarito, sinceri complimenti e un abbraccio a Luca Telese
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