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    Predefinito 100 anni fa nasceva Leon Degrelle

    Nel centenario della nascita Convegno e Concerto

    Durante lo svolgimento dell’evento verranno proiettati dei video inediti sulla figura di Leon Degrelle
    Sabato 1 Aprile 2006
    Auditorium Istituto San Leone Magno
    via Bolzano n. 38 - zona Nomentano - Roma

    Intervengono:
    Rutilio Sermonti, Ernesto Zucconi, Beppe Franzo, Raido, Ospiti internazionali

    Promosso da Raido: raido@freemail.it
    06-86217334

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    Profilo di un testimone del Novecento
    Leon Degrelle
    tratto da STORIA DEL NOVECENTO - ottobre 2004
    A dieci anni dalla scomparsa di Leon Degrelle

    Profilo di un testimone del Novecento

    Ernesto Zucconi

    (Centro Studi di Storia Contemporanea)

    Dieci anni or sono, il 31 marzo 1994, ottantottenne, Leon Degrelle chiudeva la vita terrena in Spagna, avendovi trascorso 49 anni di esilio. Forse pi๙ di un lettore si chiederเ stupito, alla maniera di don Abbondio: <Degrelle! Chi era costui?>. Non dovrเ sentirsene imbarazzato, dal momento che, come ่ accaduto per la realtเ italiana, cos์ quella dell'intera Europa dopo il '45 venne rimossa, per poi rappresentarsi politicamente corretta senza pi๙ riferimento alcuno a personaggi di statura magari eccelsa, ma scomodi.

    Il belga Leon Degrelle, vallone di lingua francese, ha attraversato il Novecento imprimendo orme indelebili nella storia del proprio Paese e dell'intero continente europeo, impegnandosi dapprima come uomo politico, quindi come soldato volontario al Fronte dell'Est. Egli ci ha lasciato un'imponente raccolta di documenti e testimonianze personali, assai importanti a ricreare l'atmosfera e lo spirito di un'epoca i cui fatti sono stati manipolati al punto tale da risultare stravolti.

    Nato nel 1906 da famiglia borghese di radicati principi cattolici, a Bouillon (Buglione) nelle Ardenne belghe, presso il castello di quel Goffredo leggendario condottiero della prima crociata, Degrelle fu educato insieme agli altri sette fratelli e sorelle in maniera spartana: sveglia all'alba, attivitเ sportiva, carne una volta la settimana. Questa palestra di vita risulterเ utilissima a Leon quand'egli si troverเ a percorrere massacranti tappe elettorali, tenendo diversi comizi nella stessa giornata; ma soprattutto pi๙ tardi allorch้, sul Fronte dell'Est, dovrเ vedersela con gli eserciti sovietici, la tensione della guerriglia e le proibitive temperature che stroncheranno le fibre pi๙ robuste. Sin da ragazzo lo rapisce la passione per i libri, d'ogni argomento: storico, politico, scientifico, artistico e letterario, disponibili nella fornitissima biblioteca di casa. Grazie al padre (deputato, poi governatore del Lussemburgo belga), la sua formazione culturale ่ di prim'ordine. A tal proposito Leon confiderเ, molti anni dopo, in un'intervista alla televisione, esprimendosi con quel caratteristico linguaggio fluido e colorito insieme che ne contraddistingue altres์ gli scritti: "Avevo appena seguito per alcuni mesi lezioni di studi umanistici greco-latini, mio padre aveva preteso di parlarmi a tavola in latino e di farmi rispondere nello stesso latino. Talvolta era intollerabile. Avrei mandato al diavolo l'uovo al guscio e le declinazioni. Poi mi ci abituai, mi adattai al sistema di conversazione. In famiglia quel linguaggio non era sufficiente. Quando i miei zii gesuiti soggiornavano da noi, mio padre e loro parlavano in greco. Cos์ mio padre mi ha collocato prestissimo, volente o nolente, su quella base potente che ่ la cultura greco-latind\ I viaggi intrapresi sin da giovanissimo per sete di conoscenza, lo conducono in America dove si guadagna da vivere come corrispondente di giornali europei. E lเ, specie nel Messico degli anni Venti, maturano riflessioni e scatta la molla dell'impegno sociale, alla vista di crudeltเ contro la popolazione di fede cattolica, insieme alla miseria diffusa. Tornato in patria, Leon rileva una piccola casa editrice e inizia a scrivere e stampare opuscoli di denuncia sui mali che affliggono il mondo moderno, in particolare le prevaricazioni che generano ingiustizia alimentate dall'ipocrisia non solamente laica, ma anche religiosa. Degrelle fonda un movimento idealista, REX (ispirato agli insegnamenti di Ges๙ Cristo), che si autofi-nanzia con la distribuzione della stampa di propaganda e con i proventi dei comizi tenuti dallo stesso Leon il quale, rivelatosi eccellente oratore, attira in brevissimo tempo migliaia di proseliti catturando masse di uditori disposte a pagare, pur di ascoltarlo. Si indicono manifestazioni pubbliche, nel corso delle quali i sostenitori sfilano portando come arma, simbolicamente, una ramazza, a testimoniare la volontเ di far pulizia del malcostume finanziario e partitico.

    Alle elezioni del 1936, 33 deputati e senatori rexisti entrano nel parlamento belga: ma il successo di Degrelle, che si presenta come alternativa alla coalizione clerico-marxista, provoca una accesa campagna diffamatoria nei suoi confronti, comportante la falsa accusa di essere al servizio di Hitler. Per buona misura, l'arcivescovo di Malines minaccia di scomunica i sostenitori di REX ed il movimento si disgrega. Quando, nel 1940, il Belgio viene alle armi contro la Germania, migliaia di rexisti sono imprigionati dalla polizia del proprio Paese come filotedeschi; molti vengono uccisi. Lo stesso Degrelle sconta settimane di galera, deportato di cittเ in cittเ, subendo torture nelle vana speranza nutrita dai suoi persecutori di strappargli chissเ quali segreti sui piani hitleriani a lui del tutto ignoti. Infine ่ liberato, grazie al nuovo clima di collaborazione che il re Leopoldo III del Belgio ha instaurato col Reich trionfante. Disgustato dal dilagante opportunismo che ha repentinamente mutato i feroci detrattori di ieri in viscidi adulatori, Leon Degrelle si isola, restando per alcuni mesi fuori dalle scene. L'occasione di riproporsi all'attenzione pubblica, e in modo eclatante, avviene nell'estate del '41, quando Hitler decide l'attacco all'Unione Sovietica. Degrelle ha riflettuto sul fatto dell'inerzia nella quale sono piombati i Paesi Occidentali, accettando supinamente l'occupazione tedesca: questo comportamento non potrเ, a lungo andare, che suscitare il disprezzo dei detentori; ่ necessario decidere con chi stare, s'impone di battersi con gli uni o con gli altri in quanto, lo stare solo a guardare, non darเ alcun diritto a giochi conclusi di far sentire la propria voce. Cos์ il capo di REX promuove, d'accordo con le autoritเ germaniche, punti d'arruolamento volontario dove gli attivisti rexisti - notoriamente anticomunisti - sottoscrivono l'impegno di recarsi a combattere sul Fronte dell'Est insieme ai soldati del Reich, in nome di una causa comune. Il primo contingente, costituito da una legione di un migliaio di uomini di ogni etเ (vi sono anche reduci della Guerra Mondiale 1914 - '18) e condizione sociale, parte in treno da Bruxelles e, dopo aver sostato in Germania per il previsto periodo d'addestramento, si muove alla volta dell'Ucraina. Con loro ่ Degrelle, cui, per via della notorietเ nonch้ del prestigio riconosciutogli dallo stesso Hitler, ่ stata offerta la possibilitเ d'indossare la divisa da ufficiale; Leon rifiuta: egli non vuole privilegi, ma conquistarsi, al pari degli altri camerati, i gradi in battaglia. Un secondo gruppo di Valloni raggiungerเ, nel marzo successivo, i veterani connazionali che nel frattempo si sono spinti, con marce estenuanti e aป prezzo di scontri durissimi, fino al Caucaso. I Belgi, vengono incorporati dapprincipio nella Wehrmacht, senza troppa convinzione da parte degli Alti Comandi tedeschi, dotati nemmeno di uniformi adeguate ad affrontare i rigori invernali. Degrelle ricorderเ, nelle memorie, quanto impegno dovettero metterci i suoi volontari, e quante vite andarono perdute prima che la Legione s'imponesse all'attenzione dei vertici militari. Ma, ad un certo punto, tenacia e valore vengono premiati: i Valloni, cresciuti fino a costituire una brigata, verranno infine trasformati in corpo d'elite corazzato: Waffen SS, 28a Divisione. Degrelle sale, ad uno ad uno, tutti i gradini di una carriera militare prodigiosa che lo vedrเ, al termine del conflitto, generale di corpo d'armata. Non si creda ci๒ dovuto a facilitazioni collegate al suo nome, furono l'esempio, il coraggio, le ferite riportate in combattimento a spianargli la viai Emblematica, in tale contesto, l'iniziativa da lui assunta nel febbraio del '44 a Cherkassy sul Dnieper; si tratta di un episodio particolarmente significativo per comprendere la sua intelligente determinazione, in un momento assai critico per le sorti della guerra in Europa, allorch้ pi๙ di 60.000 uomini si trovavano stretti dai sovietici in una sacca, senza speranze di ricevere aiuti. Rievochiamo quelle drammatiche circostanze nel racconto straordinario, eppure genuino, lasciatoci dallo stesso Degrelle:

    "Avevamo riconquistato una grande foresta in cui erano scaglionate settecento fortificazioni russe. Con, come spettacolo, dei prigionieri tedeschi inchiodati agli alberi, con gli organi sessuali tagliati e piantati in bocca. Anche con delle donne che si gettavano su di noi a centinaia, delle giovani combattenti sovietiche, splendide. Brutta faccenda, falciare belle ragazze che vengono all'assalto1.... Ma, da tutte le parti, spuntavano sempre pi๙ assalitori. Ogni giorno era pi๙ forte. Il 28 gennaio 1944, l'anello si annodava al sud, eravamo presi nella nassa, come la VI armata di Paulus a Stalingrado. [...] Durante quei ventitr้ giorni, per darvi una piccola idea di ci๒ che era lo sforzo di ogni uomo, ho ingaggiato personalmente diciassette corpo a corpo, e sono stato ferito quattro volte. Era la sorte di noi tutti, indistintamente. Immaginate questo: giocare diciassette volte la pelle, col corpo attaccato a colossi che vi strozzeranno se voi non li strangolate! Si rotola nel fango, nella neve, uno sull'altro. Si ่ feriti in tutti i sensi. Ognuno dei nostri soldati ha conosciuto decine di volte queste angosce.

    [...] Lucien Lippert cadeva alla nostra testa a Novo Buda, colpito da una di quelle pallottole esplosive, con la punta tagliata, di cui i russi erano prodighi, e che gli fece scoppiare il petto. [...] In condizioni simili, dovetti fare una specie di colpo di stato: prendere il comando della nostra unitเ. Infatti, nulla mi ci autorizzava, avrei dovuto attendere che l'Alto Comando della Wajfen SS - che aleggiava lontano da noi - procedesse a una nomina. Se non li avessi preceduti, ci avrebbero probabilmente appioppato un Comandante tedesco. Perci๒, raggiungendo gli uffici in velocitเ, mi proclamai Comandante. [...] Ci riunimmo, gli undici comandanti (erano undici, infatti, le unitเ militari accerchiate, ndr). Il generale Gille, il capo della Wiking, chiese crudamente: "C'่ un volontario tra di noi per condurre l'operazione di punta dello sfondamento?". I generali presenti, degli uomini di cinquanta, sessantanni, erano annientati fisicamente, dopo tre settimane di lotta incessante, condotta senza dormire, quasi senza mangiare. [...] Alla domanda di Gille risposi che ero volontario. Potevo ancora, fisicamente e moralmente, gettarmi in un grande sforzo finale.

    Ma da solo non sarei bastato, certamente. Fu l'incredibile eroismo dei miei soldati che forz๒ il destino. Non volevamo capitolare. Non importa cosa, ma morire solo in combattimento1. [...] Ottomila soldati, ่ vero, morirono nel corso dello sfondamento di Cherkassy. Ma cinquantaquattromila, alla fine della serata, erano dall'altra parte, avevano vinto, avevano rotto il fronte sovietico!''.

    Ed ora alcune considerazioni, fatte sempre da Degrelle, sull'importanza, per la salvaguardia europea dall'invasione sovietica, di quel fatto generalmente sconosciuto, perch้ sottaciuto e rimosso dalla corrente storiografia: "Senza quella resistenza disperata dei soldati di Cherkassy, la marea sovietica avrebbe raggiunto fin dall'inizio del 1944 i Balcani e sarebbe dilagata attraverso l'Europa. Essa avrebbe occupato Parigi, senza molto dubbio, prima che il primo Americano, masticando la sua gomma, non fosse sbarcato sulle rive francesi' (in altro passo, Leon Degrelle fornisce l'analoga e altrettanto suggestiva immagine parallela: " Quelle migliaia di giovani si sacrificavano non soltanto per i loro Paesi, ma per tutti i Paesi dell'Europa. Senza di essi, l'enorme rullo compressore sovietico avrebbe schiacciato tutto prima che Eisenhower avesse liberato il suo primo melo normanno", ndr). Dopo Cherkassy, Hitler vorrเ personalmente congratularsi con Degrelle. Gli dirเ: "Se avessi un figlio, vorrei che fosse come voi". Ai primi di aprile del 1944, i volontari valloni mandati in licenza sfilano a Charleroi ed a Bruxelles osannati dalla folla. Degrelle, festeggiato dai connazionali, ่ in quel momento un vincitore e patriota esemplare; pochi mesi ancora e, nel settembre 1944, col reinsediamento del governo belga rifugiato a londra, la repressione si scatenerเ contro la sua famiglia, mentre lui ่ tornato a combattere sul Fronte Orientale: un fratello assassinato, i genitori ottantenni imprigionati e morti in carcere, sei anni di detenzione alla moglie. Alla fine saranno circa seicento i rexisti che pagheranno con la vita, in patria, raggiunti dalle vendette della repressione. La 28" Waffen SS Wallonie concluderเ l'epopea sulla linea dell'Oder, nello sforzo finale contro le offensive sovieti-che e contribuendo a far filtrare in Occidente gran parte dei milioni di esuli in fuga dalle orde di Stalin. Alcuni superstiti, ripiegati sullo SchleswigHolstein, saranno fatti prigionieri dagli Inglesi e consegnati alle autoritเ belghe.

    Leon Degrelle, salito con pochi camerati su un Heinckel abbandonato, dopo un volo di 2.300 chilometri dalla Norvegia alla Spagna si schianta nella rada di San Sebastiano (Golfo di Biscaglia): siamo all'8 maggio 1945, l'intera Europa ่ in mano agli Alleati. Degrelle, seriamente ferito, sopravviverเ, ma, considerato traditore nel proprio Paese e criminale dalle potenze vincitrici, dovrเ vivere il resto dei suoi giorni in Spagna, dove morrเ nel 1994. Le sue ceneri, secondo le ultime volontเ, verranno disperse da fedelissimi nel luogo da lui prescelto, nei pressi della nat์a Buglione; clandestinamente, giacch้ il governo belga, mosso fino all'ultimo da odiosa quanto ridicola ostinazione, perfino al suo cadavere ha voluto negare, con specifica legge, il rimpatrio.

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    MILITIA E ALTRE OPERE DI LEON DEGRELLE


    Léon Degrelle, Militia, Edizioni di Ar, Padova 2003, collezione “Il tempo e l’epoca dei fascismi”. Euro 12.00. Richiedere a Libreria AR, largo Dogana Regia 84121 Salerno E-mail: libreriaar@tin.it - Tel./fax 089 221 226 - http://www.libreriaar.it/

    Militia: per i tipi di Ar, questo ‘libro esistenziale’ vale da testo-simbolo di scritture la cui insegna è il desiderio delle idee e la considerazione delle cose pure. Raccolte in questo volume (giunto alla sua quarta edizione), le parole del leggendario Comandante Léon Degrelle esulano dalle ordinarie formulazioni mentali per riflettere verità perenni ed evocare impressioni originarie in chi abbia disposizione a udirle rettamente. Militia oltrepassa quindi la dimensione - che pure integra e configura con precisione - del ‘breviario’ etico-politico, per rappresentare una lezione di verità e una percezione ideale che stanno raccolte in sé, senza alcuna esigenza di ‘parlare’ (ovvero di confrontarsi) con situazioni ed eventi attuali. Di Léon Degrelle, il volume comprende pure lo scritto La nostra Europa, che rievoca con generosità di accenti la Sehnsucht dell’Ordine Nuovo Europeo, generata da esperienze e illuminata da visioni estranee alle pratiche e alle vedute dell’Europa odierna, guastata dalla infezione occidentalista. In chiusa, la postfazione di Anna K. Valerio, “L’ora del lupo”.

    L'ORA DEL LUPO Forse perché il Giappone è il luogo dove la perfezione è stata di più di questa terra, forse per questo l’immagine del guerriero-poeta è sempre parsa naturale, e sorpresa avrebbe destato invece il contrario: un uomo d’armi incapace di contemplazione, un alunno della parola riluttante a maneggiare con analoga finezza la spada. Dove le luci dell’Oriente vedono i confini che si toccano, l’Occidente vede invece la linea scura, contrastata, di quel confine. Dove l’Oriente è intimo, l’Occidente è infatti geometrico, materiale. Così le scritture del Comandante Degrelle hanno talora gettato nello sconcerto chi con fastidio scorgeva nel lussureggiare della parola un eccesso di parole e il vizio dell’apologia di sé, il bisogno di giustificarsi in pubblico. Ma il lettore che si inoltra tra le pagine di questo testo incantevole deve farlo secondo la via migliore, che muove da Oriente e dai gesti cristallizzati degli eroi-poeti. Militia non è un’opera remota, ed è per questo che si presta agli equivoci. Pur spirando di grazia nipponica, parla la lingua dell’Occidente. Fin dal titolo della versione originaria: ‘Le anime che ardono’. Fin dagli auspici degli inizi: ‘Questo libro è di fuoco’, e dal ricordo di quella tomba in Fiandra con un’epigrafe quasi blasfema: ‘ETSI MORTUUS URIT’ (‘Seppur morto, egli arde…’). Ha un’indole letteraria che, a tratti, riecheggia Proust: per l’avventarsi, il macerare, la fatica contro la materia, i cedimenti infine della materia e il varco verso il luogo dove le parole divinamente si raccolgono. Potrebbe sembrare un testo troppo morbido per essere il canto di un guerriero. In realtà, è appunto questo suo compendiare il diurno e il notturno, Dioniso e Apollo, l’eroico e l’erotico e l’erratico del cavaliere di ventura, a renderlo caro, prezioso. Dove il guerriero non custodisce nella sua ombra il poeta e dove il poeta non sottintende il guerriero, lì non è infatti da cercare humus per i campi celesti. Quando la vita non pulsa negli individui, si rifugia nelle cose, e qui viene colta solo da un’attenzione poeticamente addestrata. Nel capitolo intitolato Il cuore e le pietre, Degrelle racconta delle virtù della casa, come se questa fosse il carattere della persona che l’abita, affannato a farsi anima. Allo stesso modo e contrariamente, talora è l’anima a indurire i propri profili nella materia. Per il discorso intorno alle ‘linee di dolore’, l’autore impiega una metafora finissima: ‘Anche i cuori restituiti dai pantani alla purificazione mantengono sempre un sapore amaro di imperfetto e di ceneri. Si è riusciti ad aggiustare la porcellana preziosa: ma chi ha conosciuto la caduta riconosce sempre le linee di rottura – per quanto esse siano finemente aggiustate. Sa che non tornerà più l’unità invisibile del perfetto…’. In momenti apicali di espressionistica fisicità, l’anima e la materia si confondono nella carne, come nelle ferite del soldato: ‘Interviene la mitraglia: essa scivola, si spande, oppure conficca le sue lunghe dita rosse in un giovane corpo’. Così il tempo di guerra è, per Degrelle, quasi meteorologico - la stagione della grandiosità: ‘Malgrado il freddo che ci mordeva, malgrado le raffiche di grandine che ci crivellavano il viso, son rimasto cento volte in faccia al ciclone per riempirmi gli occhi di quella grandezza. (…) Quali sono, in momenti del genere, le forze che si sollevano in noi, a contatto col possente scatenarsi della natura? In quei momenti, io mi sento inebriato, una beatitudine immensa sale da tutto il corpo: come se mitiche corrispondenze si stabilissero tra il sangue che scorre e il vento che soffia, la vita che pulsa nelle membra e la vita trepida scagliata nello spazio dal soffio gigantesco del cielo.’ Non sono fiamme prolisse a levarsi dall’anima dell’autore, ma un fuoco che alimenta se stesso con luminosa intenzione fino a poter giungere al bianco del calore perfetto. Il titolo scelto per l’edizione italiana del testo, Militia, raccoglie e custodisce quella luce, il prodigio che viene dal dissidio, senza soffermarsi pigramente, leziosamente sul dissidio stesso. Le parole di Degrelle continuamente accennano alle cose pure, confidano in individui roventi presso a gli uomini, siderei per gli dei. Il crepuscolo nella cui caligine questo testo si muove non è infatti il momento della giornata in cui le ombre si fanno più lunghe, ma quello in cui i lineamenti delle cose sono più nitidi: ‘l’ora del lupo’, quando le fiere più segrete ripetono i loro agguati.

    Bibliografia italiana: L. Degrelle, Militia; La nostra Europa Ed. AR 2003 - L. Degrelle, Waffen SS: la grande sconosciuta Ed. Sentinella d'Italia 1984 - L. Degrelle, Hitler per mille anni Ed. Sentinella d'Italia 1970 - L. Degrelle, Fronte dell'Est Ed. Sentinella d'Italia 1997 - Lettera al Papa sulla truffa di Auschwitz Ed. Sentinella d'Italia 1987 - L. Degrelle Sire, Voi ed io....Lettera aperta al Re dei Belgi Ed. Sentinella d'Italia 1992 - L. Degrelle SS Wallonien Ed. Sentinella d'Italia 1998 - L. Degrelle, Appello ai giovani europei Ed. Il Cinabro 2001.

    Jean Michel Charlier Léon Degrelle.Autoritratto di un fascista Ed. Sentinella d'Italia 1987 - Jean Michel Charlier Degrelle televisivo Ed. Sentinella d'Italia 1984 - Antonio Guerin Difendo Degrelle Ed. Sentinella d'Italia 1992 - Ernesto Zucconi Leon Degrelle 28° SS Wallonien. Storia di un testimone del novecento Ed. Novantico 2004 - AAVV Léon Degrelle fascista per Dio e per la Patria Società Editrice Barbarossa 1999 - R.Brasillach Degrelle e l'avvenire di Rex Ed. Il Cinabro 1997 - M. Tarchi Degrelle e il rexismo Ed. Volpe 1978. Quasi tutti i libri si possono richiedere a www.orinlibri.com

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    APPELLO AI GIOVANI EUROPEI
    In esilio, l’8 agosto ‘92.
    Léon Degrelle

    Contro i buffoni democratici. Anche noi avemmo l’età di 20 anni. Quei giorni non rinverdiranno più, pur vibrando i nostri animi ed i nostri cuori finora delle idee e degli slanci spirituali che ancora infiammano, indubbiamente, anche voi, giovani camerati nostri europei d’oggigiorno. Ferventi nazionalisti, noi sconvolgemmo – fin nel più intimo della sua coscienza – l’animo della nostra Patria, volendo recuperarla dai pantani politici, in cui stava soffocando, restituirle fiducia nella sua missione, rimettere ordine nelle sue istituzioni, ristabilire la giustizia sociale nel quadro di un’indissolubile collaborazione delle classi e realizzare soprattutto la rivoluzione degli animi che avrebbe liberato gli uomini del materialismo assillante. Nel giugno ‘41, poi, echeggiando le scampanate da un campanile all’altro, schioccò l’ora delle grandi possibilità europee. Soldato semplice prima, in seguito – caporale, sergente, ufficiale e poi Comandante la 28a Divisione Waffen SS Vallonia, come centinaia di migliaia di volontari del vecchio continente nostro, contribuii, sul fronte Est, alla creazione – inizialmente poco compresa, pur essendo inevitabile – d’un’Europa che avrebbe federato delle forze diverse, eppure reciprocamente complementari delle nostre Patrie, minacciate allora di morte dal comunismo sovietico, il quale sin dal 1917 accanitamente aspirava a far passare sotto il suo knut tutti i popoli del mondo intero.

    Dapprima, certo, noi tutti, combattenti non tedeschi, eravamo molto differenti da un Paese all’altro: spagnoli, norvegesi, francesi, bosniaci, neerlandesi, estoni; le dure prove e le sofferenze sostenute, però, ci ravvicinarono rapidamente a vicenda, sigillando poi la nostra unità. Amicizia, ma diversità. L’Europa respirava in noi, e, passata la bufera, ciascuna delle nostre Patrie, fiera dell’onore riscosso dalle sue armi e del sacrificio offerto dai suoi morti, fece risplendere e magnificò la personalità del proprio popolo nel fascio delle nostre civilizzazioni riunite. Sconfitti e drappeggiando i tamburi, noi quell’Europa nostra nascente del ‘42, la vedemmo dopo il ‘45 raggrinzarsi nella banalità e mediocrità ed abbandonarsi perdutamente ad un furioso bisogno del godere, senza neanche indovinarne l’effimera fragilità. E ciò le offuscò l’animo, decomponendone le caratteristiche morali e spirituali. Domani va ricostituito il tutto. Questa devozione alle nostre Patrie e all’Europa che le federava, noi, vostri predecessori della Seconda Guerra Mondiale, la pagammo terribilmente cara: fummo trattati con le forche, incassammo mille colpi e conoscemmo i ruscelli d’amarezza; ci si mescolò col fango, si assassinò le persone a noi più care, ci si braccò ovunque con una rabbia demoniaca. Eppure la nostra fede è rimasta integra, e non solo: resistendo a tutto, non rimpiangiamo nulla. Malgrado che i nostri corpi siano invecchiati, se ritornasse l’occasione di rialzare le nostre bandiere, ripartiremmo senz’indugio, ubbidendo al richiamo del dovere con lo stesso vigore, lo stesso piacere e la stessa risoluzione mai sgretolati. Al presente, se ancora bisogna che morsichiamo le redini nel profondo d’un esilio tanto interminabile, quanto crudele, noi rimaniamo e rimarremo, cari camerati d’Europa, vostri compagni fino all’ultimo respiro nostro.

    A dire il vero, neanche voi avete oggi la vita facile. In tutti i paesi, infatti, i giudici indaffarati e servili, schiamazzanti e gloglottanti, vi trottano alle calcagna – tutt’uno sventolio di sottogonne,– reinventando quotidianamente il Codice civile e quello penale per scoprire – democraticamente, ben certo! – dei nuovi pretesti che consentano d’ingabbiarvi nei loro ergastoli e sopprimere con le ammende aggrovigliate coloro che non accettino di baciare la pianta dei piedi di quella virago sacrosanta che è la loro «democrazia» da minchioni. Tutto il sistema delle acrobazie del parlamentarismo poggia, effettivamente, sul mantenimento dei rispettivi riti, e centinaia di deputati in quella ladroneria dei minestrai elettorali vengono eletti o rieletti, solo se appoggiati da una rastrellata preliminare di milioni, centinaia di milioni, e a volte persino di miliardi, che assicurano la sopravvivenza e l’imballaggio finanziario della loro macchineria elettorale. Le folle ben sazie dell’andazzo credono sempre meno in tali pantalonate, in cui per avere un uovo si deve dare un bue. Scovati nella loro tana, le greggi dei politicanti, visibili dappertutto, sono ridotte allo stremo, dibattendosi sui pruni. E si vota sempre meno, perché non ci si crede più da nessuna parte a quelle strepitose promozioni con agganci giusti. Non si raglia più assieme ai somari. Nei nuovi stati liberati dell’Est, in Polonia, p. es., la quale dovrebbe ancora provare meraviglia per il regaluccio «democratico» del tutto recente, il 65% dell’elettorato non vi si è presentato per votare! Idem in Ungheria! Quanto al Libano, gli elettori ci si sono dichiarati in sciopero! Nella Francia del ‘92 l’assetto ufficiale del governo è costituito solo dal 18% dei votanti, dai socialisti, cioè.

    Tali fratonzoli luminai buoni a nulla e dallo spirito a tracolla difendono con un furore pressoché ridicolo il loro potere sempre più traballante. Ma osar rinfacciargli direttamente nel muso, che le loro compagini governative sono foderate di fatture fasulle e nutrite di estorsioni con la copertura del sangue di emofiliaci e che nel Belgio, in particolare, un ex primo ministro socialista di nome COOLS e dalle mani rapaci è stato fatto secco dal sicario d’uno dei suoi colleghi ministeriali specializzato nei racket, vi costa seduta stante esser considerato «criminale fascista». Far notare che i 9 decimi dei parlamentari, ignoti e incapaci, non servono assolutamente a niente, se non ad intascare i lauti guiderdoni, vi trasforma in un intollerabile guastafeste! Agli oppositori, che denunciano la sterilità delle fandonie prodotte dalle assemblee di 300, 400 oppure 500 crani (il più spesso – vuoti!), gli s’impedisce ogni accesso costruttivo alla TV, così come ai comizi di massa, ove potrebbero fornir lumi al popolo fregato. Per difendere di fronte alle sciocche folle la propria verginità democratica, i meschini intrigantelli del regime rivestono pomposamente i loro tripponi con la sciarpa ufficiale rossa bianca e blu e radunano le orde dei parassiti multirazziali e multicolore, affluiti alla rinfusa dai loro deserti bruciacchiati!

    E ovunque: negli ambiti politico, sociale, economico e morale,– c’è pandemonio; stando alle ultime inchieste giornalistiche, infatti, il 68% dei francesi si dichiarano schifati. Ogni paese è oppresso da imposte folli che smorzano qualsiasi voglia di creare il nuovo. 20mila funzionari irresponsabili e altezzosi, mai eletti da nessuno, incoronano della loro impotenza mezz’Europa – quella tremolante e quella del Mercato Comune autocratico, sballottato nelle crisi a ripetizione e soffocato per giunta dai reucci sindacali, i quali stanno a maneggiare solo le petarde demagogiche. Non ci si produrrà mai altro che uova covate. Da spaccamontagne, il Mercato Comune trascina pietosamente dietro alle sue scemenze 16 milioni di disoccupati irrecuperabili. Voi, giovani ragazzi e ragazze dell’Europa reale, volete sostituire questo sperpero e furfanteria rovinosa con un’unione di stati sani sotto l’autorità d’un vero capo benamato, rispettato e liberamente scelto dal popolo. Tale unione sarà socialmente giusta e razzialmente protetta. Essa sola porrà fine alla dominazione arbitraria, agli assalti da dragoni e battibecchi degli usurpatori, che non meritano neppure l’acqua che bevono e che hanno approfittato della disfatta del ‘45 per fare i rodomonti, mentire ogni giorno, inebetire i popoli e addomesticarli.

    Ma toccare l’onnipotenza dei pascià «democratici», rimestando gli intrighi nei loro panieri di chiocciole, vuol dire maneggiare la dinamite. E spesse volte ne avrete piene le tasche, dovendo sfidare tanti scrocconi e parassiti. Ma ciò non è d’ostacolo, bisogna esserci pronti, munirsi d’una costanza incrollabile e mai commettere azioni riprovevoli. Il popolo ha da sapere, che i princípi della nostra dottrina: responsabilità, tenacia, purezza e competenza d’un potere forte, cooperazione intelligente delle classi, esaltazione delle virtù fondamentali della società,– sono indispensabili. La vita vale, solo se è tesa verso la perfezione e la grandezza. Noi crediamo nello splendore delle stelle. La caccia all’uomo, che subite alla fine del nostro secolo, e le mordacchie, che vi occorre mandar giù, noi – vostri predecessori – le abbiamo conosciute come voi, o, può darsi, persino più di voi. Parecchie volte pure noi siamo stati privati d’ogni uso delle libertà pubbliche, e il nostro coraggio poteva perdere vigore. Così, mentre che un milione di belgi, p. es., sceglieva il rexismo, e nel ‘36 sotto la mia bandiera 33 deputati e senatori venivano democraticamente eletti al sufraggio universale, dal ‘36 al ‘40 noi non potemmo mai utilizzare neanche una volta la radio ufficiale che era però a disposizione di tutti i partiti, i quali bazzicavano la baraccaccia parlamentare! Sin da prima della Seconda Guerra Mondiale tale era l’intolleranza imbecille e il lavaggio dei cervelli nelle «democrazie»! E da allora eravamo degli appestati, in quanto volevamo sostituire un regime corrotto, anarchico e rovinoso con uno stato pulito, forte e popolare. Ed anche perché – oh massimo reato! – rifiutavamo d’essere complici nello scatenare la Seconda Guerra Mondiale «inutile e imbecille» (come lo diceva SPAAK), che i guerrafondai del marxismo e dell’ebraismo mondiale, sostenuti da un ipercapitalismo apolide dagli appetiti canini, imposero – per odio e fifa – all’Europa del settembre ‘39.

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    Quell’enorme guerra civile, dovemmo affrontarla soprattutto, quando, risoluto di trasformarsi l’Europa insanguinata del ‘40–‘41 in un pasticcio prima scelta, il comunismo si mosse verso i nostri paesi occidentali. Lottammo tenacemente, offrendo – durante quegli anni terribili – la nostra giovinezza ed il nostro sangue; conoscemmo il freddo, la fame e le interminabili sofferenze nelle immense distese ghiacciate del fronte Est. Parecchi milioni dei nostri compagni d’armi caddero, e migliaia degli altri – dopo tanti sacrifici – resistettero per lunghi anni agli orrori delle prigioni in propria Patria. I farabutti della birbantocrazia cosiddetta «democratica» parlano spesso ai creduloni delle crudeltà di allora, prendendo, però, una grande cura di addossarle ai propri avversari! Quanto alle crudeltà, è proprio l’URSS, alleata carinissima, che – battendo tutti i primati – le perpetrò sin dal 1917 nei confronti di decine di milioni di persone sul suo proprio territorio Gli inglesi, i primi arrivati al di là dell’Oceano Atlantico, ed i nuovi americani venutici su – negli USA nuovi fiammanti – vi ci fecero la mano, massacrando più di 4 milioni d’indiani d’America (200mila sopravvissuti sui 5 milioni) al fine di estirpare quella razza tramite un genocidio così enorme; e bollarono per giunta parecchi milioni di neri, stampigliando sulla loro carne il marchio di schiavitù. Sempre loro in Europa e Asia inaugurarono fra il ‘41 e il ‘45 la loro unica tattica della guerra nel XXÿ secolo – terrorismo,– sterminando centinaia di migliaia di civili coi propri bombardamenti elefantiaci di Amburgo, Colonia, Berlino, Dresda e poi Hiroshima e Nagasaki. Erano sempre loro quelli che dopo l’8 maggio ‘45 consegnarono alla tirannide dei Soviet – per circa 50 anni – i 100 milioni dei nostri compatrioti dell’Est! E ancora una volta furono proprio loro che fra il ‘45 e il ‘46 fecero perire di miseria e fame – nei propri campi nel terzo Reich e in Francia – un milione di prigionieri tedeschi, mentre i depositi statunitensi straripavano dei viveri lasciati deliberatamente inutilizzati. Sono loro, infine, che dopo la guerra permisero che parecchi milioni di civili in fuga – prussiani, slesiani, tedeschi, svedesi – fossero sterminati nel corso d’una «purga razziale» terribilmente selvaggia! Gli statunitensi, gli inglesi e i loro amici russi – recentemente rimbiancati con la lavatrice! – ben possono denunciare il razzismo dei serbi che assassinano le popolazioni civili della Croazia e della Bosnia per poter possedere dei nuovi territori «razzialmente purgati»: ciò non è che una ripetizione matematica degli stermini perpetrati dalle «democrazie» nel quadro del genocidio di oltre 4 milioni d’indiani in America e poi – dopo la Seconda Guerra Mondiale – sui territori confiscati allo stato tedesco! Al presente si sanno le orribili cifre: circa 2 milioni e 280mila rifugiati del terzo Reich perirono sulle strade dell’esilio, morendo di fame o assassinati dai sovietici e dai loro luogotenenti; altri 80mila furono dispersi; più d’un milione di sopravvissuti furono deportati in Siberia. Questi fatti abominevoli sono dettagliatamente descritti dallo storico Jacques de LAUNAY nel suo celebre libro «Il gran crollo» /«La Grande Débâcle»/. E’ comprensibile che nel ‘92 in Croazia e in Bosnia gli statunitensi e gli inglesi – intanto che i russi stavano proprio rimpicciolendosi! – si sono opposti ai conquistatori jugoslavi, ricorrendo a sole palinodie. E’ quello che facevano gli stessi serbi e avevano fatto o lasciato fare i loro cari alleati sovietici – a parecchie riprese e su vastissima scala! Quelle lacrime ipocrite, le versavano dei vecchi coccodrilli. I serbi nel ‘92, svuotando della popolazione civile le terre da loro invase, altro non erano che imitatori modesti! I loro maestri sono stati STALIN, CHURCHILL e ROOSEVELT – maestri sterminatori della prima metà del XXÿ secolo.

    Guerre terroristiche e l’imperialismo statunitense E ancora, se le truppe della Seconda Guerra Mondiale consistessero non di soli omicidi occasionali! Ma dal ‘45 in poi si ha visto incessantemente riprodursi la tattica devastante della guerra terroristica, dovunque l’imperialismo statunitense abbia voluto imporsi. Così era nel Vietnam, con delle orde di donne e bambini, i quali, tutti nudi e bruciati vivi col napalm, fuggivano lungo le autostrade! Oppure in Iraq, ove 100mila o ben 200mila (non si sa, in effetti, quanti con esattezza!) civili sono stati sistematicamente e senza rischio alcuno falciati dalle mostruose raffiche terroristiche dei missili USA comandati dai computer! Come mai?... Per conservare intatti tanto la macchineria medievale e razzista del paese barile fabbricato poco fa dagli inglesi – il Kuwait, quanto gli emiri leccapiedi, rapaci quanto grifoni, foderati di miliardi di dollari USA e detentori ufficiali dei pozzi petroliferi sì cari ai gangster dell’ipercapitalismo statunitense – carnefici e spillagrana eterni! Saddam HUSSEIN, capo incontestabilmente popolare dell’Iraq, volendo recuperare quella provincia perduta dell’antica Mesopotamia e gestendo, anzitutto, uno stato solido in una regione straricca di petrolio, agli occhi dei capocci statunitensi era un seccatore da stanare, da sgozzare, da tirar giù dalla pertica! Le provocazioni iniziavano in primavera ‘89.

    Occorreva, poi, riuscire a raggirare Saddam HUSSEIN, spingendolo ad un intervento che avrebbe fornito una parvenza di scusa per un’offensiva militare. Certo che la creazione artificiale e di freschissima data (‘62) dello stato di Kuwait fu inventata del tutto appositamente per mantenere sotto il controllo angloamericano i pozzi petroliferi, da cui in quella regione il petrolio sgorga in sovrabbondanza. La formazione di quel Kuwait fu escogitata altrettanto per sbarrare l’accesso principale al petrolio iracheno dalla parte del golfo Persico, dato che l’isola di Bouliban – principale ostacolo per le esportazioni del petrolio iracheno – è posseduta appunto dal Kuwait. Nel ‘69 il Kuwait accordò la cessione di quest’isola all’Iraq per 99 anni, ma un anno dopo il Kuwait, ripreso dagli statunitensi e dagli inglesi ed in preda al timore, ne fece disdetta. Conversando di questi problemi con Saddam HUSSEIN il 25 luglio ‘90 l’ambasciatore statunitense April GLAPPI appariva comprensibilissimo, come se il ritorno iracheno nel Kuwait gli sembrasse assai normale, e Saddam HUSSEIN allora credette che la tremenda campagna propagandistica mendace condotta in USA contro di lui nei mesi precedenti, fosse stata smontata, ed è così che cadde nel tranello diplomatico.

    Sicché il 2 agosto seguente egli recuperava quasi liscio liscio senz’intoppo il Kuwait, il cui Emiro s’era gloriosamente messo i piedi in capo alla prima rotolata dei carri armati iracheni! Il caso, cioè, era abbastanza banale e simile a decine di quelli altri, accaduti precedentemente in terre arabe: nel Libano, parzialmente occupato dalle truppe israeliane, senza che nessuno le ricacciasse nel loro covo; in Giordania, alla Mecca, nello Yemen e pure in Siria, di cui erano state invase le Alture di Golan; senza scordare le terre degli Hashimiti! Ma stavolta Washington, trovando l’occasione tanto sognata di affermare in Oriente la propria supremazia, sbalordiva l’universo mondo con le stridenti urla. I barili di petrolio furono tenuti ben celati in retroscena: si sarebbe trattato, invece, di salvare la Libertà! il Diritto! la Civilizzazione! E chi è che non vi ci si sarebbe precipitato, udendo risuonare gli appelli di tanta virtù?... Ognuno su questa terra fu invitato a quell’hallalì, a cui accorsero i ficcanasi benintenzionati da tutte le latitudini, essendone i più zelanti proprio i rivali arabi – nella speranza di poter subentrare a Saddam HUSSEIN... in cambio dei dollari USA, beninteso! Nell’Egitto, affrettatosi d’accettare tal invito, BUSH annunciava la promessa di passare la spugna sui 7 milioni di dollari, dovuti agli USA da quel paese, se esso li avesse seguiti nell’impresa! Si correva l’estremo pericolo – delucidava Washington, intanto che a firma di W.SAFIRE l’«International Herald Tribune» arrivava persino ad affermare che da un momento all’altro su Nuova York, ci poteva cascare una bomba atomica di Saddam HUSSEIN!... Portataci nientemeno che dal diavolo stesso, sicurissimamente! Ed il 15 gennaio ‘92, allorché tutti erano pronti, si scatenò la carneficina della guerra: in alcuni giorni le spaventose armi del Sig. BUSH, mille volte superiori a quelle che avrebbe potuto mai procurarsi Saddam HUSSEIN, sterminarono migliaia di civili dappertutto in Iraq; il Kuwait fu ripreso quasi subito e senza ricorrere ai grandi combattimenti. Eppure, solo a malapena il Re d’Arabia Saudita ottenne allora dal suo compare statunitense nella ventura, che si fermasse il massacro, giacché era raggiunto l’obiettivo ufficiale ipocritamente proclamato in precedenza da BUSH sull’«International Herald Tribune», e cioè: «Il nostro scopo non è la conquista dell’Iraq, bensì la liberazione del Kuwait.

    Tale liberazione rimise il Kuwait sotto la dominazione petrolifera degli USA, lasciando quello stato fantasma impegolato nel Medioevo vero e proprio, come prima. Ed essa fu ottenuta con una caterva d’armi terroristiche fornite dagli USA in un’abbondanza inaudita, e solo per via di fare le folle bere le fregnacce da sballo. La notizia menzognera più nefanda e abominevole spacciata agli statunitensi era quella della balla dei bebè kuwaitiani. Su mille giornali fu lanciata la comunicazione, destinata a sconvolgere migliaia di persone: in Kuwait 300 bebè sarebbero stati tirati fuori dalle incubatrici ed assassinati! Il 17 gennaio ‘91 la rete TV statunitense CNN /Cable News Network/ ne fece la sua delizia; e tutta la stampa distillò la nuova in 7 milioni di copie: «La descrizione delle truppe irachene che tirano fuori i bebè prematuri dalle incubatrici ha disgustato la coscienza della comunità mondiale.» Esatto, e per attribuirci un carattere ancora più mostruoso, BUSH ripeteva la storia dei bambini belgi, a cui i tedeschi avrebbero troncato le mani durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la vittoria degli alleati nel 1918 non si poté mai dimostrare al pubblico pervaso dall’indignazione alcuna di tali presunte vittime. – Per l’eccellente ragione che non ne era esistita una sola! Nient’altro che lavaggio di cervello! BUSH confirmò la frottola, corredandola persino di fronzoli in una nuova versione, sicchè la grande rivista francese «Identité» – su cui abbondano i professori universitari ed i maestri della Sorbonne – dava spazio a questa truffa nel suo N 16 del ‘92: «Lo stesso George BUSH ha dovuto far eco al barbaro atto, dichiarando in Arabia Saudita: “I bebè venivano strappati dalle incubatrici e scagliati per terra come legna da ardere”!» Immagini terribili, destinate a preparare l’opinione pubblica occidentale alla grande crociata a venire. Questo fatto che indignò «l’opinione pubblica internazionale» servì pure di trama per un film e fu oggetto d’un rapporto dell’Amnesty international.

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    Terminata la guerra, si ha appreso da una missione dell’Organizzazione Mondiale della Salute guidata dal Dott.David CHIU, che si trattasse d’una montatura orchestrata dalla ditta statunitense «HILL & KNOWTON» di relazioni pubbliche ed ordinata dall’Emirato del Kuwait – contro un ammontare di 60 milioni di franchi francesi! Come mai i bebè? – Siccome bisognava «ottenere un effetto emozionale tale, che la gente approvasse le risoluzioni dell’ONU». E furono fatti comparire anche i testimoni falsi e le biografie fasulle, in particolare – la testimonianza straziante di una ragazza, presentata come rifugiata e che in realtà era, invece, figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli USA! Qui si raggiungono i colmi dell’ignominia! (ved. «Identité», N __ del ‘92).
    E furon fertili di risultati, tali prese per i fondelli, sicché Saddam HUSSEIN fu battuto, ma solo parzialmente, al gran dispiacere del Sig. BUSH, il quale nel novembre ‘92 senza avere scalpato il Sig. Saddam HUSSEIN, come se si trattasse d’un SIOUX dei tempi beati, in cui i gloriosi antenati procedevano alle purghe razziali in USA, non poteva mica presentarsi agli elettori statunitensi ancora frastornati dal ricordo dei «300 bebè strappati dalle incubatrici» e «scagliati per terra come legna da ardere». Facendo quaresima, il presidente statunitense BUSH non si sognò sin dal ‘91, che di rifarsi del brutto affare. E nel ‘92 – di nuovo – moltiplicò, cinicamente, i pretesti mirati a provocare un altro conflitto. Dapprima innondò l’Iraq d’inquisitori delegati dell’ONU, i quali pretendevano di far emergere da ogni buco quelle armi d’una potenza fantastica, che venivano ascritte a Saddam HUSSEIN (mentre ne straripano gli USA!). BUSH esigeva addirittura di scavarle negli scantinati del Ministero di Agricoltura iracheno, e i reperti videro la luce del sole, ma erano solo cavoli e patate! Le centinaia di schizzinosi inquirenti dell’ONU conclusero, alla fine, le ben 14 ispezioni draconiane, affirmando ufficialmente nel rapporto finale da loro redatto, che le ricerche non avevano reso nulla e che non gli risultava esistente alcuna prova di installazioni militari. E neanche rintracciarono il famoso cannone lungo 2 chilometri e destinato, senz’ombra di dubbio, a far stornare al Sig. BUSH le palle da golf o sbalestrare il suo monopattino fuoristrada. Rimasta la bichilometrica bombarda occulta agli occhi del mondo dopo un anno di inchieste accanite, al Sig. BUSH, gli occorreva escogitare un’altra scusa, e lo divenne l’affare degli sciiti...

    Tali sciiti appartengono a un clan religioso, diverso dai sunniti, i quali sono musulmani ortodossi. Il tutto, d’altronde, è intricatissimo, scomponendosi gli sciiti in 6 sette differenti e i sunniti – in 4. A 10mila chilometri di distanza, gretto, meschino e ignaro completamente delle traversie politico–religiose degli iracheni, BUSH ritenne scaltrissimo da parte sua inviare dai curdi nell’Iraq Settentrionale e dagli sciiti nell’Iraq Meridionale – alla vigilia della guerra del Kuwait – gli agenti CIA per sobillare queste minorità contro il sunnita Saddam HUSSEIN, intendendo di rovesciare quest’ultimo in quattro e quattr’otto e spezzarne il paese in 3 semistaterelli. Sin dal lancio del suo primo missile nel ‘91 BUSH aspettò, dunque, una rivolta simultanea. In realtà, invece, i curdi e gli sciiti s’agitarono pochissimo. In barba alla doppia trappola e alla distruzione del suo territorio, Saddam HUSSEIN da una barca di guai così neri, se la cavò benone. I curdi del Nord rimasero con un palmo di naso di fronte ai turchi – i loro nemici mortali, ben decisi di stritolarli un bel giorno; e quanto agli sciiti del Sud scatenati dagli agenti provocatori yankee, erano di nuovo impantanati, sguazzando da soli nelle spugnose paludi di Bassorah.

    In piena guerra questo duplice tradimento doveva avere, evidentemente, delle conseguenze sul terreno: furono, infatti, arrestati alcuni capoccioni sciiti; uno di loro – si affermava – sarebbe stato impiccato. Triste, ma abbastanza comprensibile. Era ad ogni modo affare politico–religioso interno di uno stato, e riguardava solo il medesimo. Comunque, se sevizie ci furono, eran 100 volte meno severe del trattamento che i finti vincitori francesi e belgi – alleati degli statunitensi – fecero subire nel ‘44 e nel ‘45 a centinaia di migliaia di «collaboratori» trucidati in massa o interminabilmente incarcerati (a Bruxelles il mio Capo dello Stato Maggiore della Divisione Wallonie, ufficiale d’una correttezza esemplare, figlio e nipote dei Ministri della Guerra, languì in galera per 17 anni!). Nell’Iraq Meridionale durante la Guerra del Golfo l’ayatollah Abolkassem KHOEI – per istigazione degli emissari statunitensi – ci costituì un Consiglio provvisorio che avrebbe dovuto sostituire l’Amministrazione centrale, e alla resa dei conti la propria collaborazione, la poté ripagare con la fune di canapa che gli orlò la barba arrossata all’henna. Ma aveva 92 anni, si ritrovò meramente dentro una «residenza sorvegliata» e non gli doverono mancare cure o premure speciali: gli si procurò addirittura uno stimolatore cardiaco! Saziatosi degli anni, il sant’uomo ha finito poco fa col rendere tranquillamente all’Iddio di Maometto la sua bell’anima particolarmente pugnace e battagliera. A paragonare ciò con l’ignominia che nel ‘45 in Francia conobbe il suo equivalente, glorioso Maresciallo d’Armata PÉTAIN, diventato – sull’isola del Re – il più vecchio ergastolano del mondo all’età di 95 anni! Chi mai sentì parlare, all’epoca, d’una qualsiasi portaerei statunitense che minacciosamente venisse ad incrociare in prossimità di quell’ergastolo francese? E a bersagliare con raffiche dei suoi aerei il carcere del più illustre vincitore della Prima Guerra Mondiale? Ahimè, sciita non fu il Maresciallo d’Armata PÉTAIN! Da mezzosecolo oramai il corpo suo è in attesa d’essere trasferito in terra di Verdun – fra i suoi soldati. Ma guarda caso, a Bassorah, non ci schizza mica fuori il petrolio dell’isola del Re!
    Piantati in asso nel ‘91, quegli sciiti, dunque, sarebbero dovuti risuscitare nel ‘92. Per mesi e mesi la stampa e la radiotelevisione ne avevano parlato pochissimo, e neanche si sapeva che fine mai avessero fatto, ma poi di botto furon fatti rispuntare a colpi di titoloni in bellissima vista.

    Dopo che nel ‘91 aveva fatto cilecca la conquista finale dell’Iraq, e nella primavera e nell’estate ‘92, poi, l’orco Saddam HUSSEIN, presunto occultatore del bichilometrico cannone, fu messo al bando, tutto d’un tratto riemersero a galla i turbanti sciiti, agitati in un batter d’occhio sia in America che in Europa dai cacciabubbole che subissarono di sprecati fuochi d’artificio gli schermi blu mondiali. In effetti, al Sig. BUSH, gli premeva, costi quel che costa, migliorare la propria misera graduatoria elettorale, riesumando il malfattore HUSSEIN ora ridipinto per l’occasione da antisciita! Ed in pochi giorni il Sig. BUSH si rivelò ardente alfiere e paladino dei suoi amiconi sciiti di vecchia data, tanto speditamente mandati nel dimenticatoio nel ‘91! Perché mai, gran Dio, lanciarsi in quella bolgia? Ed intanto che neppure uno statunitense su mille avrebbe potuto fare i nomi delle sette in opposizione ai sunniti e agli sciiti! Poc’importa! A fine agosto ‘92 in alcuni giorni la portaerei statunitense «Independance», fu fiondata in fretta e furia nel profondo del golfo Persico – coi suoi 70 aerei da bombardamento, i quali scorrazzarono per lungo e per traverso l’Iraq sciita e furono poco dopo sostituiti coi Mirage 2000 e Tornados inviati con urgenza dai francesi e inglesi, i vassalli più docili di tutti. Che pagliacciata! Ci s’immaginerebbe, forse, una flotta aerea statunitense sorvolare la Francia repubblicana ai tempi, in cui il Sig. COMBES scacciava dal suo paese migliaia di religiosi e religiose cattolici indigesti al suo anticlericalismo? Ma nell’Iraq del ‘92 – in nome della sacrosanta protezione d’una setta quasi a tutti ignota – gli aerei statunitensi, inglesi e francesi sfrecciavano incessantemente nel cielo, andando in cerca d’un qualche incidente militare che avrebbe consentito di scatenare un nuovo eccidio terroristico! Volevano ad ogni prezzo stanare quell’eretico di Saddam HUSSEIN dal suo covo e falciargli l’erba sotto i piedi! Ansiosi anche di strozzare definitivamente l’Iraq, tagliandogli ogni accesso petrolifero al golfo Persico, feudo oramai degli USA. E Saddam HUSSEIN, ben conscio del fatto, che la lotta sarebbe stata impari e le sue truppe e il suo popolo sarebbero stati stritolati, si mordeva la lingua e dava il tempo al tempo. Ma che pensare, invece, d’un capo di stato, il quale, accorgendosi che l’elettorato sta abbandonandolo, si scaglia in un’insana smargiassata terroristica nell’Iraq Meridionale per poter barattare le consistenti cataste di cadaveri arabi contro qualche magro voto in più a Chicago o Arkansas? Ecco chi è colui che a tal fine risuscita le furiose guerre religiose del XVIÿ secolo punteggiato dai Carli IX e Caterine de’ Medici con un ammiraglio De COLIGNY che rispunta campeggiando sormontato dal turbante sciita! E ciò a rischio di scandalizzare fino all’esasperazione centinaia di milioni di sunniti in Asia e in Africa, o far insorgere – non si sa mai – un conflitto internazionale di un’ampiezza ancor più grande, spingendo gli arabi devoti alla propria fede di nuovo dalla parte dei loro fratelli spirituali dell’Iraq, da cui si distaccarono momentaneamente nel ‘91 sotto le pressioni di BUSH e compagnia bella!

    Giusto al contrario, nel ‘92 in piena Europa, quando bisognava por fine alle liquidazioni razziste di parecchi milioni di bosniaci diseredati, per scalogna, di nafta: «Neanche un casco blu statunitense,– rifaceva il Sig. BUSH con un’impassibilità da beccamorti! – sarebbe inviato in soccorso di Sarajevo» – come se i caschi blu ad altro non sarebbero serviti, che a proteggere i percorsi degli autocarri della Croce Rossa carichi di approvvigionamenti umanitari! Col materiale terroristico unico al mondo in possesso agli statunitensi, gli agressori serbi – tanto falsi leoni, quanto miseri di armi sofisticate – sarebbero stati probabilissimamente spazzati via in men che non si dica. Da non scordare che nel maggio ‘41 coi mezzi di gran lunga più scarsi HITLER mandò a fondo l’intera Jugoslavia in soli 10 giorni, dopo che il figlio di CHURCHILL e la spia statunitense DONOVAN avevano ordito contro di lui a Belgrado un colpo di stato particolarmente perfido (a quell’epoca là gli USA non erano neanche in guerra!). Ma stavolta – davanti al dramma bosniaco – il Sig. BUSH, con una sufficienza pressoché ostentata, diceva seccamente: No! La Bosnia non è interessante né dal punto di vista finanziario, né da quello elettorale. Risultato: la si ha condannata a morire. Ed essa non se la caverà. Al contrario, i cadaveri iracheni e, soprattutto, la liquidazione fisica di Saddam HUSSEIN avrebbero aiutato di molto la propaganda elettorale – e la sciabola fu súbito sguainata! Facendo lo spaccone e gonfiando le piume, impugnato il ferro della vendetta, il Sig. BUSH colmava l’aria delle strombettate! Da fine agosto ‘92 i bombardieri volavano attraverso tutto l’Iraq del Sud a getto continuo 24 ore su 24! «Magari – diceva BUSH tra sé e sé – Saddam HUSSEIN opponesse resistenza! E che si potesse colpire forte di nuovo! Un tantinello di sangue iracheno sulle schede elettorali non farebbe affatto male nelle malsicure elezioni novembrine!» Mai nella storia dell’universo si conobbe un’ipocrisia dalle smorfiacce simili. Nel ‘92 da Sarajevo a Bassorah, in spire terroristiche ci si sarebbe dispiegato tutt’un giuoco maligno di rinunce algidamente interessate e dei più marci compromessi spudoratamente religioso–petroliferi!.

    Ci siamo: qui la putredine del mondo attuale. Prima legge: il volgare profitto materiale. Poi il disordine, l’impotenza e l’ipocrisia degli stati. – E se sia immorale! L’orizzonte dell’economia è ovunque invaso da ondate d’incubi neri. Sul piano internazionale le fregature s’accoppiano ai ragionacchiamenti sornioni. 20 «Trattati di pace» finti sono stati violati – ogni volta – la stessa identica sera del giorno della stipulazione! Centinaia di scrocconi diplomatici che dilapidano milioni in favolose spese di rappresentanza e ci si pavoneggiano davanti ai fiutoni della TV, con milioni di spettatori impotenti che – di fronte a questi rigiri striscianti – stralunano gli occhi grandi come saliere. Neppure l’ombra d’un programma per ripescare 300 milioni di russi in perdizione! Di fronte all’insolenza sicura degli aggressori serbi l’impantanarsi dell’Europa che va sguazzando nel fango è totale. I caschi blu si dánno da fare, convogliando i camion con le vettovaglie e, a volte, dandosela a gambe! Ognuno sa perfettamente che la Bosnia è spacciata e che i tre quarti ne sono già occupati dai serbi, i quali la svuoteranno dei suoi abitanti e non cederanno mai una spanna del terreno conquistato e «razzialmente purgato»! Perché mai ci s’arrabatterebbero? Lo sanno che, se le democrazie si turbano di tempo in tempo – è unicamente per salvare le apparenze e rassicurare i babbei! E si riuniranno solennemente 100 volte, dandosi appuntamenti per le trattative, di cui si sa benissimo che non ne uscirà fuori assolutamene nulla. E firmeranno dei papiri pesanti e pretenziosi, annullati prima ancora che siano levati i cappucci delle stilografiche. Questo è tutto, e nell’esecuzione di quel pietoso carnevale, non ci si andrà oltre. E’ proprio così. Quello che vi si ha costruito nel ‘45, è codesto mondo odierno, ipocrita, impotente e buffonesco in mezzo alla vera tragedia; è proprio esso, trasudante l’inutilità e nocivo, che voi, giovani europei d’oggigiorno, siete in punto di dover abbattere.
    Europa nella meschinità La democrazia, il cui sfacelo vediamo a occhio, è anarchia, sono strade malridotte e con buche, è filibusteria.

    Centinaia di avventurieri, retori, dementi infestati di ignoranza, appollaiatisi sugli strapuntini parlamentari e ministeriali, fanno coccodè e la ruota, agitando il vento. Gli stati se la sbarcano, trascinandosi di una bufera in un’altra. I bilanci precipitano a rotoloni in fondo ai baratri spalancati come crateri vulcanici. I debiti nazionali non si calcolano più in milioni, bensì in miliardi, portati via come i granelli di sabbia che segnano i margini dei mari immensi. Pure il crollo dei princípi è del tutto impressionante: l’uomo non ci crede più in un bel niente, tranne che nel quattrino e in null’altro che in quattrino – il Buddha, a cui tutto torna e da cui tutto dipende. L’ideale non è, che uno scherzo! ¡Quiero vivir! – commentano gli spagnoli. Desidero vivere! In effetti, sul suolo che si sgretola ovunque, non ci si vedon più che gambe all’aria. Lo strombazzamento dei sassofoni sta ritmando il crollo, crollo delle nazioni, crollo della morale, crollo del divino e dell’umano. E il tutto – in un’euforia che ciascuno considera reale. La vita – lo sentite voi – fa il bum! E la società! E gli stati ci hanno il naso che sciaguatta nella meschinità.

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    In mezzo a questo casino, l’Europa amministrativa, detta Mercato Comune, sulle zampettine di tartaruga è subentrata all’Europa unificata dalle nostre battaglie e s’è accampata a Bruxelles. Priva di faccia, è, anzitutto, un conglomerato, un’accozzaglia di circa 20mila funzionari onnipotenti, bilancivori variopinti dai privilegi materiali crescenti a getto continuo. Non li ha eletti alcuna comunità popolare. E’ un congresso di capi ufficio. In tutto quest’affare la democrazia non è che una bolla incolore e inconsistente che alla minima corrente d’aria si spegne e svanisce. Una volta divinizzata, la Democrazia in questo fine secolo ventesimo altro non è, che uno specchietto per le allodole. I partiti politici – rossi, bianchi, gialli o verdi, di sinistra, centristi o di destra che siano – sono tutti uguali e identici nella propria strepitosa inutilità. Erano persino incapaci – dovunque fosse – di stroncare o meramente attenuare la disoccupazione – problema sociale elementare. Al contrario, l’hanno accresciuta favolosamente. Nella loro Europa nana del Mercato Comune ogni anno un milione, 2 milioni di disoccupati in più – sopratutto giovani – agganciano la loro miseria agli attaccapanni dell’economia in fallimento. Gli stati schiacciano le popolazioni – quelle che ancora lavorano! – con le stangate fiscali da sterminio, divorando coi loro sperperi la metà – o più d’una metà – dei frutti della fatica d’ogni artefice audace. Gli stessi partiti cosiddetti «democratici», i quali avrebbero dovuto elaborare una soluzione economica per combattere la miseria in quel terzo mondo che loro medesimi nella loro liberazione bacchettata del ‘45 progettarono come un sacco della spazzatura, sono stati ugualmente impotenti d’affrontare l’invasione multirazziale di massa d’enormi contingenti cenciosi delle popolazioni straniere che per colpa propria hanno perso la bussola, straripando ora tutti i parapetti sociali.

    E per soprammercato, codesti liquidatori politici sono tremendamente corrotti – sia per necessità elettorale (in fase nazionale un’elezione – con tutto il suo schiamazzo pubblicitario – costa delle fortune!), sia per bulimia personale o familiare (le consorti, uscite spesse volte da un bel niente e rapidamente abituatesi alle automobili di servizio e ai viaggi gratis et amore a Los Angeles e Tokyo, non vorrebbero mica tornare a far le portinaie o domestiche a giornata!). Anche i politici sguazzano nei marci maneggi, fatture di gentilezza e bustarelle, spillando gli interessi da rapina su contratti di stato, forniture ufficiali, opere pubbliche e su tutte le operazioni, alle quali gli intrallazzoni d’influenza possono allacciarci le loro venali pompe di aspirazione. Sicchè negli elettori – lo possono constatare tutti – i politici altro non suscitano, che un’estenuazione da morire, e in parecchi – una crescente ripugnanza addirittura. Sorgesse domani, in Europa o nelle sterminate distese russe, un riformatore d’ingegno, il quale, scopa in pugno, sapesse proporre alle masse un vero e proprio programma economico–sociale di salute popolare! Allora le mafie pseudodemocratiche vedrebbero spazzare speditamente via il loro pullulamento viscoso di onischi sazi! A quest’ora la democrazia sta sopravvivendo ancora se stessa – valga quel che vale,– solo perché al momento c’è penuria di becchini!.

    Dal ‘45 a questa parte lo scacco dato alla democrazia è stato totale: in politica, economia, morale e in vita sociale. E tutto ciò – giusto nel momento, in cui, mezzorovinata e strozzata dalle ambizioni mondiali degli statunitensi che sono pazzi della loro riuscita momentanea, l’Europa sotto pena di perire dovrà far fronte su tutti i campi ad impegni ineluttabili. Il mondo comunista, insensato sin dall’inizio (nel 1917), in quanto basato sulla lotta suicida delle classi, con una selvatichezza delirante ha fatto massacrare decine di milioni di ricalcitranti. Per fortuna, dal ‘42 a questa parte l’ordine europeo ha sempre messo in fuga i Soviet – dal Golfo Finnico fino alle vette dei picchi caucasici. Da allora ben 20 popoli dell’Est sono riusciti a farsi salvare senza l’imbecillità criminale degli americani di ROOSEVELT che subissavano STALIN di materiale bellico altamente distruttivo. Le bande alleate, infatti, non solo consentirono a questo tiranno di vincere la Seconda Guerra Mondiale, ma da regalo inaudito gli consegnarono per giunta – nel maggio ‘45 – tutt’Europa Est, e bisognò attendere pressoché un mezzosecolo affinché gli schiavi di Varsavia, Praga, Bucarest, Sofia e dietro a loro in seguito tutti i popoli della Russia riuscissero da sé stessi ad ottenere libertà, senza che un solo governo «democratico» dell’Ovest li avesse aiutati in checchessia a far saltare le loro garrotte.

    Ed ora si tratta di ristabilire ordine in quel favoloso campo di rovine. Soltanto per riassestare la Germania Est, fra l’89 e il ‘92 la Germania Ovest s’è dissanguata dandosi fondo alle vene: da rifare era tutto, gli obsoleti stabilimenti inquinanti l’ambiente ed allestiti dai Soviet, appestavano l’aria; le loro macchine vetuste erano incapaci di sostenere alcuna concorrenza moderna. Si ha dovuto demolire ogni cosa e trovare migliaia di ricostruttori privati non sprovvisti d’audacia, mentre che nel frattempo le masse operaie, ridotte alla disoccupazione nel corso degli anni della ricostruzione, ora potrebbero sussistere fisicamente solo grazie alle indennità che raggiungono delle somme astronomiche. Si badi soprattutto che l’operaio della Germania Est, disinteressato lungo i 50 anni per ogni iniziativa personale e ucciso in nuce dall’egualitarismo sovietico, ha perso quell’antico gusto di lavoro ben fatto alla maniera tedesca che il lassismo comunista e l’assenza di qualsiasi incentivazione avevano scioccamente dilapidato. E’ tutt’un tessuto sociale, quello che andrebbe riordinato, come se prima non fosse mai esistito – un’opera immane. La Germania Ovest, però, ridiventata opulentissima e intraprendentissima, a quest’opera da giganti, ci ha dedicato tutte le proprie forze, facendo valorosamente fronte alla prova molto, ma molto difficile, ragion per cui dovrà ancora faticare per anni sudando sette camicie, prima che avrà reso vitalità e dinamismo a quella Germania Est che è stata totalmente snaturata dopo il ‘45 per l’aberrazione staliniana e che gli Alleati medesimi avevano messo su alla fine delle ostilità.

    Ciononostante, la Germania Est è stato il paese meno arretrato fra quelli dominati dall’URSS, rappresentando, al tempo stesso, non appena una ventesima parte di essi (19 milioni d’abitanti sui 400 milioni!). Chi, quando e come si assumerà l’incarico di rimettere in piedi i restanti 19 ventesimi, completamente scardinati ed in preda all’incoerenza? Quindi, se non li si salva rapidamente e con un’efficienza tutt’esemplare, saranno sommersi dall’anarchia... Ed allora?... Li ne tireranno fuori gli USA? Proprio coloro, cioè, che durante la Seconda Guerra Mondiale in maniera così sostanziale aiutavano STALIN ad affondarli?... Ma se loro stessi sono in piena crisi economica, e nello scarso sforzo mondiale volto a prestar aiuto ai popoli della Russia nel ‘91 la partecipazione statunitense ha inciso del solo 3%, il che é quasi insignificante! Gli USA, costituendo la nazione più materializzata sulla Terra, per assicurarsi le ricchezze petrolifere del Kuwait – sì che hanno mobilizzato gli uomini e il denaro di tutt’il mondo, ma quello era un investimento, e mica un’opera filantropica. Caso mai, li indurrebbe nella tentazione, forse, il petrolio siberiano – nell’interesse dei megaprofitti del loro ipercapitalismo USA dai denti di pescecane e per la massima gloria del loro nuovo «ordine mondiale»? O che sarà così? Ad ogni modo, l’ex URSS non significa solo petrolio, essendoci lì non unicamente dei barili da riempire, ma anche ben 300 milioni d’esseri umani da sfamare e richiamare in vita.

    Ed è, davvero, l’Europa, proprio quell’Europa vacillante d’oggigiorno, che avrà da fare l’essenziale, lo voglia o no. Abbiamo, dunque, visto che il ristauro dell’URSS in rovine rappresenterebbe uno sforzo almeno 20 volte superiore a quello che attualmente sta facendo la Germania Occidentale. Quest’ultima a tal fine ha dovuto svuotare le proprie casse. Potrà, forse, riempirle e rovesciarle 20 volte di più per risuscitare economicamente e industrialmente il gigantesco spazio russo del tutto indispensabile per un’Europa forte? E al di fuori della Germania, chi? La Francia diffidente – e ben la si capisce – è perennemente attaccata ai propri quattrini, e già esita d’accogliere un pugno di rifugiati croati e bosniaci, intanto che la Germania – malgrado tutte le sue preoccupazioni – ne ha accolti, con una generosità criticata, più di 200mila! Allora, ripescherebbe domani 300 milioni di bancarotti dell’Est?... Gli inglesi?... Questi qui ci hanno le pieghe dei pantaloni impeccabili, gli ombrelli rigidi come bastoni dei bovari e le loro donne portano i cappelli infioccati di nastri e maestosi come i transatlantici. A parte ciò, i loro portafogli sono gualdrappati di elastici! D’altronde, precipitano solennemente rotolon rotoloni pure loro, dopo che CHURCHILL, sborniandosi e scoreggiando, ha svenduto il loro impero nel ‘45... Chi altro, a prima vista, avrebbe voglia di darsi da fare? sopratutto, di «sborsare»? Si moltiplicano le conferenze schiamazzanti a più non posso, che non partoriscono mai altro che embrioni.

    La collaborazione finanziaria coi russi frastornati è consistita tuttora solo in mancette, scucite obtorto collo dai rastrellaquattrini ad un GORBACIOV e un ELTSIN, i quali trottavano, frugando per vari Paesi, la scoppola nella mano tesa...

    I miliardi della droga e il futuro della Russia E poi?... Viene da domandarsi, se sarà il gigantesco consorzio della droga – uno dei più potenti al mondo – quello che in fin dei conti prenderà in mano le enormi terre intorpidite dell’ex URSS... Di primo acchito potrebbe sembrare bizzarro, però non lo è affatto. La mafia mondiale degli stupefacenti possiede miliardi di dollari provenienti da mille gigantesche frodi e stende i suoi tentacoli dappertutto. Se ne troncano alcuni di qua e di là, ma senza ottenere risultati molto significanti. Cionondimeno, attualmente sia in Occidente che in America la mafia si sente braccata: si sorvegliano le banche, il lavaggio del denaro olezzante ed i trafficanti che saltano un po’ troppo agli occhi. Non si ha impedito, sicuramente, che la droga diventi una delle industrie più ricche e fruttuose dell’universo mondo, né che tale industria abbia fatto guadagnare, quest’anno, più denaro di non importa quale gruppo industriale. Eppure, dopo assestato un certo numero di colpi contro di essa in Occidente e negli USA, nell’ambito europeo dei marci maneggi della droga, ci s’è imposta una certa prudenza. E’ allora, esattamente, che la mafia degli stupefacenti ha scoperto le immense possibilità nuove nella Russia devastata. La legge del libero mercato, concessa ai russi, ha facilitato il traffico delle droghe, dette «leggere», di cui i raccolti vi coprono 35 volte più spazio che nel Marocco, il quale, però, da solo e in maniera pericolosissima rifornisce l’intera Europa. I confini della nuova unità russa passano vicino a tutt’una serie di paesi produttori di droghe pesanti, particolarmente – presso l’Afghanistan, che ne è il più importante fornitore nel mondo. Essendo stati una volta tali traffici più o meno sorvegliati, ora invece le frontiere orientali altro non sono, che un colabrodo, e permettono la penetrazione all’interno della Russia – vuol dire verso la mafia – degli stock di droghe pesanti di una mole inimmaginabile mai prima. La mafia internazionale che non sapeva più dove investire ancora le proprie montagne di miliardi ha così in un anno individuato il paese della cuccagna, il quale – contro i suoi angelici, anzi archiangelici assegni – le forniva contemporaneamente un campo di manovre, la mercanzia e le reti nuove di zecca per espandersi verso l’Occidente.

    In tal modo, quei marci capitali sono in punto di provvedere l’ex URSS di una parte sostanziale dei miliardi che la sua risurrezione esige e che tutte le democrazie le rifiutano – gentilmente, beninteso,– ma con un egoismo e una mancanza di visione politica sorprendenti. Codesta fase è oramai superata. Di recente, solo alcuni mesi fa, la mafia s’è resa conto che questo rifugio immenso e quasi invulnerabile potrebbe consentirle di fabbricare oltre alle droghe naturali, pure quelle chimiche, di gran lunga più mortifere. Numerosi stabilimenti sovietici sono dismessi, e migliaia di ingegneri e scienziati, avendo perso la loro condizione precedente ed essendo cacciati nella miseria più nera, dovevano lasciarsi tentare. Gli si offrivano delle laute ricompense – a coloro, cioè, che nel miglior dei casi mai guadagnavano più dell’equivalente di 7 dollari USA al mese (nell’agosto ‘92 il rublo valse 205 volte meno d’un dollaro USA), e parecchi si sono lasciati imbrogliare e ci han ceduto. In Russia l’industria delle droghe chimiche sta per assumere delle dimensioni favolose. Essa vizia la gioventù russa che viene già sospinta dalla miseria verso le evasioni pericolose e che la TV alla moda nuova, piena zeppa dei film statunitensi imperniati sulla violenza e sulla droga sta intossicando tragicamente. Il traffico è andato molto più lontano – verso la Polonia, ove contaminava già gravemente la popolazione, e verso la Cechia. Da lì, in un anno o due, è passato in Germania, e poi – in tutt’Europa. Quest’ultima nutriva una vaga speranza di poter contenere le masse degli stupefacenti provenienti dall’America e dall’Africa, malgrado che la mafia impiegasse tutti i sotterfugi per camuffarli, presentandoli alle frontiere persino sotto forma di finti legumi secchi color naturale. Ma i democratici occidentali – e gli USA – forniscono per niente alla mafia un formidabile trampolino nuovo, lasciandola sostituirsi – nell’ambito finanziario – all’Europa in Russia, ed in tal modo le droghe di origine vegetale e chimica provenienti dall’Est potranno prossimamente sommergerli tutti.
    Un particolare supplementare: approfittandosi dell’abandono in cui permangono le vaste distese intorno alla Centrale elettronucleare di Cernobyl, pure là le piantagioni di papavero hanno alzato i loro fiori della morte, essendo, però, smisuratamente enormi, simili ai grandi garofani allargati che s’innalzano sugli steli alti un metro e mezzo.

    Si badi, che questi terreni danneggiati da emanazioni d’origine nucleare sono impregnate delle sostanze radioattive, le quali favoriscono in maniera sensazionale la crescita di tali garofani di papavero dalle misure del tutto abnormi! Ho visto le foto di queste piante gigantesche. E’ tremendo. La droga arrivata da Cernobyl produrrebbe nel mondo le scelleratezze supplementari che andranno ad aggiungersi a tutte le altre? Si conosce la mafia mondiale degli stupefacenti, le sue possibilità pressoché illimitate, la forza della sua organizzazione segreta e il cinismo dei suoi crimini. E voi, giovani d’Europa, n’eravate la preda, già attesa in agguato da quei trafficanti di sciagure, i quali in seguito al fallimento comunista stanno per disporre d’un potenziale produttivo straordinario. Un domani la Russia e il suo prolungamento – l’Europa – sono sul punto di conoscere un boia nuovo che succederà a LENIN e a STALIN appena rovesciati. Chi – fra tutti i nostri paesi stremati – avrebbe mai supposto l’apparizione di un tale concorrente: la Russia, addirittura, che ha subíto uno scacco ed è affamata e pronta a tutto? Invece è qui, mentre altri concorrenti non ci sono. Tale è la verità e la minaccia terribile per il futuro prossimo – una in più...

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    Aspettando senza decidere niente, l’Europa si disonora, impantanata com’è da 2 anni a questa parte e sguazzando nel fango della putrefazione russa e sui Balcani convulsi, e sia nel primo che nel secondo caso è riuscita a fare una pietosa cagata. Gli USA agganciano i propri missili alle stive degli aerei spia dell’«Independance» e schierano centinaia di cacciabombardieri in Arabia Saudita nella ferma intenzione d’ottenere – costi quel che costa – una risposta che gli consentirebbe di concludere vittoriosamente la loro guerra terroristica nel golfo Persico! Da non scordare che, spingendo forzatamente la via del petrolio fino a Bassorah, BUSH renderà un giorno o un altro accessibili al integralismo isdraeliano i vasti spazi del Nilo–Eufrate, a cui i loro profeti hanno sempre sognato, sicché quest’avventura di Bassorah risulta estremamente allettante. Per cattivarsi definitivamente – oltre all’elettorato avverso a Saddam HUSSEIN – pure quell’ebraico, talvolta reticente, BUSH non ha esitato a prorogare un avallo finanziario fantastico di 10 miliardi di dollari USA all’Israele, nel contempo più d’una volta condannata dall’ONU per le sue spedizioni brigantesche in Palestina, a Jaffa, nel Libano e in Siria. Già prima dell’avallo recente dei 10 miliardi di dollari USA un israeliano riceveva ogni anno dagli Stati Uniti un sussidio 300 volte superiore a quello d’un africano! C’è da domandarsi, di quale paese sarebbe presidente il Sig. BUSH in futuro: quello degli USA? Dell’Israele? O di tuttedue insieme?...

    I bosniaci e i croati vengono sterminati a mitragliate dai serbi. 2 milioni e 500mila uomini, donne e bambini sono scacciati dal loro suol natio. L’Israele, invece, è grossa e grassa, luccicante come un vitello d’oro: per le lobbies ebraiche negli USA, gli conta solo quello! Gli ebrei della Russia vogliono sfuggire l’ex URSS, prendendo rotta verso la messianica Israele. Nel ‘92 si sono visti stanziare dagli USA 10 volte più dollari USA che non ne hanno ricevuti i 400 milioni di abitanti dei vari popoli della Russia e dell’Est messi insieme! Questi ultimi, invece, aspetteranno in vano che nel quadro dell’«ordine mondiale» del Sig. BUSH s’intraprenda a tirarli fuori dal disastro! Costui ha altre gatte da pelare, altri bidoni di petrolio da riempire e altri ebrei da coccolare. Nella Casa Bianca, allo sportello degli iracheni e dei bosniaci, c’è attaccato un gran cartello: «CLOSED»! Chiuso! Voler penetrare oltre vuol dire avere la certezza di farsi rompere il naso. Europei, non insistete: qui l’affare è regolato una volta per tutte.

    La potenza dell’Asia e il dramma dell’Africa Completamente sprofondati nella gran bassezza da noi descritta, i mestieranti dell’Europa Est e di quella Ovest, così come i predatori degli USA (continuasse o meno quella zucca del Sig. BUSH a rigirare per la Casa Bianca come in un vaso d’aceto) sin da ora hanno da affrontare all’estero le consistenti forze nuove che con molta probabilità daranno loro un fastidio mortale nel corso del prossimo secolo. In effetti, il XXIÿ sarà, anzitutto, il secolo dell’Oceano Pacifico. E non solo quello del Giappone, Corea, Taiwan, Hong–Kong e Singapore, fertili di espedienti e già in piena fioritura, bensì pure il secolo d’un milione e mezzo di cinesi operosi e sobri, portatori – nel proprio intelletto – della sintesi di parechi millenni d’anni di altissima civilizzazione. Sviati sotto MAO per 50 anni di marxismo, i cinesi hanno ricominciato molto saggiamente, riscuotendo successi dapprima nella loro modernizzazione economica, invece di fare stoltamente – come dei GORBACIOV e degli ELTSIN – una rivoluzione politica, automaticamente condannata al fiasco, in quanto era già svanita l’essenza stessa di questi paesi e poiché in sostituzione del comunismo si offrivano loro soltanto dei modelli desueti, corrotti e falliti già dappertutto. I cinesi hanno agito al contrario di Mosca, ricostruendo l’economia prima di giocare ai riformatori politici, inventando dei metodi avanzati, come l’avevan fatto i giapponesi, e creando – come questi ultimi – una solidarietà sociale che raddoppia tanto il rendimento del lavoratore, quanto quello dell’industriale. Risultato: una volta ristrutturatisi, i cinesi entro 25 anni potranno raggiungere con le proprie vaste schiere la massa dei 2 miliardi degli asiatici tenaci e in possesso della tecnica più avanzata del mondo. E tutti insieme faranno sorgere la loro ricchissima unità di fronte ad un’Europa delle «democrazie», scarsamente congiunta oppure disgiunta e cinque volte meno numerosa, dal sangue depravato dall’AIDS e incancrenita da milioni di insoliti neoarrivati che fuggono dall’Africa o s’infiltrano dall’Est. Tale Europa sarà svuotata per giunta del senso morale, d’un ideale sociale e di confidenza in sé stessa. E non avrà più peso.

    Malgrado tutto, non possiamo mica impigrirci scioccamente nel nostro vermicaio europeo; dobbiamo trarre le lezioni: quelle della digestione pertinace, delle scoperte tecniche e dei modi sociali tanto efficienti del mondo giallo. E il tutto – sotto pena di perire...politicamente squilibrati?
    Slittando nella propria stridente bulimia, gli USA (pure essi, finalmente, dissanguati smorti dai deficit astronomici) regali, non ne faranno, se i medesimi non frutteranno. Ma che cosa mai potrebbero fruttare? Lasceranno alle ex colonie alcuni scarti agricoli comunemente invendibili – tutte storie per salvare le apparenze,– e subito dopo il rubinetto si richiuderà. Presa per la gola dai suoi propri problemi, l’Europa non fuorvierà esageratamente – essa non più – su quelle distese immense, prossimamente desolate. La Croce Rossa, i medici volontari e quelle poche forniture caotiche di ranci da sopravvivenza per il 2 o il 3% degli africani bisognosi non saranno che dei miseri pannicelli caldi somministrati sulle ossa sezionate. Ed in ciò di nuovo si vede, quale è stata la follia dei vincitori nel ‘45, che alla cieca gettavano un quarto dell’umanità nell’abisso. Russia, Asia ed Africa: problemi giganteschi, che il 6% degli europei dovrà affrontare durante tutto il secolo prossimo.

    Il passato e la felicità Il passato è stato liquidato sotto i nostri propri occhi. anni fa il mondo operaio, pur malpagato, godeva d’una certa stabilità. Non c’erano splendide banche ad ogni 30 metri delle viuzze popolari, ma le modeste economie di carattere quasi generale assicuravano parecchia serenità. In quanto al contadino, col suo grano, cavoli, olive, carote e maiali più o meno se la cavava benone e si recava al suo campo, canterellando un antico ritornello, in groppa al suo ciuccio dalle orecchie drizzate come megafoni. Fu l’Europa dei campi, di quelli puri e semplici, nido e sussistenza della vita. Nella Prima Guerra Mondiale più della metà dei morti «caduti per la Francia» o «caduti per la Germania» furono contadini. E ciò non è quasi più credibile. Eppure era proprio così: più del 50%. Attualmente nelle campagne, i villani rimanenti ci fanno il 7% della popolazione. E anche questo è provvisorio: fra poco in tutt’Europa non ce ne sarà più del 5% o del 4%. E saranno minacciati per giunta d’essere sommersi di immense eccedenze statunitensi a prezzi ribassati. Le popolazioni rurali rappresentando un peso sempre crescente per gli stati, non potranno più sussistere in Europa, che a colpi di sovvenzioni, le quali incidono soltanto del 60% degli aiuti accordati dai cassieri del Mercato Comune. Gli agricoltori fanno oggi negli Stati Uniti solo il 3% della popolazione.

    E si tratta, inoltre, di un ceto contadino incrinato che s’è industrializzato quasi del tutto e ce la fa a tirare avanti materialmente unicamente a forza di tostare, macinare, triturare o surgelare i prodotti, i quali vengono ottenuti in fretta dalle catene di produzione e per via della speculazione, hanno perso il loro sapore e sono imballati in plastica bell’e luccicante, buona solo ad adescare gli acquirenti. Prima della Seconda Guerra Mondiale il mondo dell’agricoltura costituiva l’essenza stessa dei popoli europei, i quali curavano con uno zelo geloso la bellezza e la qualità dei podotti dei loro raccolti – dei veri capolvori di pazienza, intanto che a ora, invece, si sentono sommersi dal mercantilismo statunitense. Dal canto suo, il lavoratore delle città è stato trasformato in un complemento imperfetto della macchina che lavora meglio di lui, più veloce di lui e prende spesso il suo posto. Acquistare una macchina supermoderna significa poter impiegare il 50% di operai in meno, vuol dire creare il 50% di disoccupati in più. La macchina sarà l’inumana padrona del XXIÿ secolo.

    Prevedendo un licenziamento sempre possibile del lavoratore, in migliaia di focolari familiari è stato necessario raddoppiare la capacità di sopravvivenza, mettendo all’opera la donna, perché il suo salario serva di compensazione nel caso, se quello dell’uomo venisse un giorno a mancare. Da qui il disordine nei rapporti intimi: la stanchezza delle coppie, la noia di fronte ai lavori domestici, scontri d’incomprensione fra i caratteri estenuati, divorzi e bambini ogni volta meno numerosi ed affidati agli anonimi asili nido. Eppure a tutti i piccini è necessaria la tenerezza – alimento insostituibile per l’equilibrio infantile. Il costante utilizzo, d’altronde, dei supermercati, diventati un indispensabile complemento dei focolari a doppio introito e dei bimbi declassati, ha eliminato quell’essenziale elemento stabilizzante della società, il quale è rappresentato dai milioni di imprese commerciali di modeste dimensioni, annunciando la scomparsa delle classi medie. Lo stato è divenuto il mostro finanziario del mondo contemporaneo che gratta a grandi rastrellate una parte d’anno in anno maggiore degli utili famigliari, spesso artificiosi, ma cionondimeno faticosamente acquisiti, anche se un qualunque sussulto economico può improvvisamente spiaccicarli. L’umanità si crede libera; ma in che cosa lo è? – L’ipercapitalismo domina la società. E’ una nuova forma di schiavitù, di cui le dorature non celano per nulla la crudeltà. Un tempo un povero – se povero era – poteva più o meno reggere al colpo, e ci bastava ben poco. Oggigiorno, invece, l’implacabile asprezza della vita moderna coi suoi consumi esasperati e spese in continuo incremento soggioga o soffoca un diseredato. L’uomo intimamente onesto finisce per essere ritenuto un sempliciotto, prendendoci il sopravvento colui che è il più maligno, il massimo faccendiere, il meno scrupoloso. E se i soldi mancano, si prendono in prestito, ben al di là delle proprie possibilità e col rischio di venir tiranneggiati – messo il coltello alla gola – dai propri creditori. Per i 9 decimi delle famiglie le carte di credito sono diventate dei passaporti falsi per il tranello teso dalla ricchezza, la quale ci sfugge ogni volta, sicché si vuole sempre acchiapparla di nuovo.

    Un giovane non capisce neppure che un tempo si poteva vivere altrimenti. Teoricamente la vita moderna è, ben certo, più agiata di una volta, ma – solo per alcuni: essa respinge, infatti, all’inferno i popoli interi non evoluti. Quanto alla maggioranza degli uomini e donne che lavorano sodo, sono ricchi solo del denaro, il quale svanisce e gli scappa fra le dita, dileguandosi come l’acqua sotto l’arena.L’uomo moderno si sposta dentro milioni di automobili–ripostiglio che gli dánno l’illusione di evadere dalla realtà, ma le vie così percorse ci traviano: le città più sovrappopolate sono appestate dall’asfalto, mentre l’aria ci sporca i polmoni ed insozza il sangue, e nei nostri viali rumorosi, gli ultimi uccellini ci fuggono dagli alberi pure contraddistinti dal fogliame stinto. Dappertutto gli stabilimenti buttano in alto i fumi nerastri inquinanti e sempre più asfissianti. Nel secolo prossimo, poi, ci saranno delle fabbriche piazzate persino nei più slontanati campi di riso o di manioca nel Laos, dai manciù e in Polinesia. L’immenso scompiglio umano si sta precipitando da ogni parte, come un flusso acqueo puzzolente e rancido, e la natura stessa è diventata rondine dalle ale floscie. Di fronte alle difficoltà quasi sovrumane che attendono l’ingresso dell’Europa nel XXIÿ secolo c’è da chiedersi, se esse saranno almeno alleviate dalle nuove scoperte, le quali potrebbero offrire dei mezzi straordinari per reagirci?... – Quesito capitale!.

    Scoperte moderne O che salveranno tutto le scoperte moderne? I progressi scientifici del mondo contemporaneo sono spesso veramente stupendi. Ma il loro splendore non nasconderà mica le loro deficienze? Grazie alle trovate nei campi genetico e farmaceutico delle ricerche scientifiche contemporanee e alla loro diffusione su scala mondiale, si vive più a lungo. Le donne che – si sa – non muoiono mai, adesso hanno superato l’età media di 80 anni. E adorano essere prese per delle pastorelle irrequiete, il che è maraviglioso! Ma chi è che pagherà le pensioni a codesti milioni di intrepide ottuagenarie? E quelle degli uomini che fra poco vorranno far altrettanto? E i milioni di tonnellate di medicamenti supplementari che questi paralitici, bronchitici e storpi, tutta questa gente dalle voci tremanti reclameranno in coro presso la Previdenza sociale?... E le migliaia di stabili, in cui alloggiare quelle vecchiaie prolungate? E i divertimenti, i viaggi che occorrerà organizzare per poter ornare di sogni romantici i cervelli indeboliti ed i corpi barcollanti?... In futuro gli stati, schiacciati sotto i loro oneri attuali, dovranno affrontare i detti pesi addizionali che raddoppieranno il fardello, sotto cui i governi stanno già crollando. In carenza delle nascite, per alimentare tali fondi di anzianità incessantemente prorogata, sfondati come la botte delle Danaidi, sarà disponibile non più di’una metà dei lavoratori contribuenti alla Previdenza sociale. Allora, ci risiamo: da dove mai gli stati attingeranno quei benedetti miliardi per gli indistruttibili anziani e anziane?...

    I ricercatori stanno a lambiccarsi il cervello, escogitando centinaia di altre meraviglie e cospargendo di stelle l’ombra. E’ vero. Si è arrivati, p. es., a raddoppiare la produzione del latte. Risultato: gli statunitensi lo gettano nei fiumi! E gli europei hanno dovuto stoccare nei propri frigoriferi del Mercato Comune un miliardo di chili di burro invendibile! Altrove, nel contempo, centinaia di migliaia di donne e ragazzini muoiono di fame e sete – in un mondo, in cui gli aerei giungono da Parigi a Tokyo in poche ore, ma un barattolo di latte in polvere o una coppa di yogurt ci metteranno un anno per arrivare oppure per non arrivare, addirittura, nei paesi che soffrono la fame! E sovente non ci si ritrova più: in Russia si fa il caffè di mattoni, i quali nel Brasile si fanno di caffè! Degli altri inventori hanno consentito di stimolare forzatamente la crescita dell’onesto bestiame d’ogni specie in maniera tale da raggiungerne il massimo sviluppo in tempi dimezzati. Risultato: non si sa più dove mai cacciare tanta di quella carne sanguinolenta, e ci s’azzuffa alle frontiere per dar assalto ed appiccare fuoco ai mezzimontoni e mezzimaiali, dei quali gli inglesi e i danesi non sanno più che farne!
    A forza di astuzie, intelligenza e passione per le novità s’è riusciti a fare della TV una vera meraviglia. Risultato ancora: le folle rimangono incollate ai piccoli schermi per 3 ore e mezzo giornalmente, finendo col perdere completamente la bussola – alla mercé di non importa quali malelingue o qualunque ciancicone. Le demenze più sconcertanti, loro, incantati, le bevono tutte ed in linea con varie balle, cavolate ed affabulazioni così profuse prendono decisioni in merito alle proprie sorti e a quelle altrui, incapaci più di pensare e mai più essendo guidati dalle proprie idee, bensì dalle immagini, reiterate, spesso allucinanti e quasi sempre deleterie per la personalità dello spettatore. minuti della TV esercitano mille volte maggior impatto che cento studi obiettivi di scienziati o esperti, i quali a gran fatica raggiungerebbero 2 o 3 migliaia di lettori, mentre un damerino sul piccolo schermo avrà pacificamente 2 o 3 milioni di telespettatori beati e conquistati sin da prima delle sue baggianate.

    La TV è la grande avvelenatrice del secolo. Basta che certi annunciatori siano sistemati ai posti chiave da alcune personalità politiche ben piazzate o dai manipolatori della grana che fanno i giocolieri di miliardi, regolando l’esistenza dei teleprogrmmi,– e codesti elargitori d’abbracci creano l’opinione pubblica, dominandola e tormentandola. In virtù di quale diritto?... Che cosa resta della «democrazia» alla fine d’una tale fregatura delle folle messe nel sacco? Zero! I pasticcieri del microfono e quelli al di sopra di loro dettano legge, l’unica legge, diventando questo spadroneggiamento di giorno in giorno più soffocante.

    Gli uomini schizzano come frecce verso la Luna, il Nettuno e il Giove – come se si andasse a Lourdes o a Sestrières. L’energia nucleare è capace di sviluppare migliaia di bolidi di fuoco scintillanti e lampeggianti – fra i deserti dell’Arizona, i ghiacci della Siberia e le sabbie petrolifere del Kuweit! Mille scoperte sbalorditive pongono così il mondo, gli affari e i focolari familiari a portata d’ogni ricercatore o d’ogni molestatore.

    E il bilancio?
    Si va avanti?
    Si è più felici?

    Oppure la felicità sta degradando? Ultimamente al confine messico–statunitense si ha constatato che in un solo anno 28 operaie d’una fabbrica di cosmetici avevano partorito 28 neonati privi del cervello! Sarebbero dei fatti occasionali? Contraccolpi d’invenzioni valutate male? Ad ogni modo, 28 madri desolate hanno potuto per alcune ore cullare fra le braccia dei pupi amorfi, di cui il cervello era stato risucchiato dalle invenzioni mostruose o prodigiose! Senza dubbio alcuno, il mondo a venire poggerà su di un enorme punto interrogativo.

    Malgrado tutto, un giovane deve ammettere senza vani rincrescimenti questo mondo nuovo così com’è: con le sue magagne, ma anche con ciò che si può ottenere di entusiasmante – con questi orizzonti estesi all’infinito, questi sport spesso distorti dall’uso delle droghe, ma ripristinati tramite le norme disciplinari e gli sforzi armonici dell’emulazione, con queste possibilità di acquisire cognizioni nuove grazie ai viaggi e – con la sua cultura più esatta e più estesa, anche se a volte bofonchia nello scompiglio e nell’assurdo. I riformatori d’ingegno s’arrampicheranno sul carro del XXIÿ secolo, senza impedire, però, che gli enormi problemi d’ordine economico–sociale assillino il mondo già sommerso dalle complicazioni politiche, sociali e razziali. Se l’Europa vuol sopravvivere, dovrà superare queste complicazioni, costi quel che costa: tale è la sfida d’oggigiorno, una sfida tutta cruda che spaventa i deboli e deve stimolare, invece, i cuori dei forti. Una sfida che rileva non solo le circostanze d’un giorno o d’un tempo, bensì s’estende a tutto ciò che è di più intimo e di più costante in fondo all’essere umano, quale che esso sia. Se HITLER riscendesse un domani nello Walhall e riapparisse sbadatamente nella Cancelleria del terzo Reich, dovrebbe sicuramente ricorrere a concetti e metodi nuovi, trasformando profondamente la propria opera creativa. Non riprenderebbe, infatti, tutti i vecchi progetti insabbiatisi in mezzo alla strada, ma pur mantenendo fermamente i suoi princípi, li modellerebbe secondo le necessità dell’attualità. Le sue visioni sul problema dell’agricoltura, o sulla collaborazione delle donne nell’ambito della vita pubblica, o sull’ecologia – di cui egli fu il vero fondatore nel ‘33,– e sulla ripartizione razziale dei popoli, e persino sul riordinamento planetario delle ricchezze subirebbero, senza dubbio alcuno, dei ritocchi o persino delle realizzazioni diverse da quelle che hanno marcato la prima metà del XXÿ secolo.

 

 
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