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  1. #1
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    Predefinito Monsignor Marcel Lefebvre

    scusate l'ignoranza, non ho ben capito il vostro dissenso con Monsignor Lefebvre ....

  2. #2
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    CARO PASQUINO,

    COMPLIMENTI PER L'AVATAR MOLTO SIMPATICO.
    NESSUNO DI NOI SI METTE IN TESTA DI ATTACCARE IN TOTO L'OPERA DI MONSIGNOR LEFEBVRE CHE è STATO MERITORIA SOTTO ALCUNI ASPETTI E INDISPENSABILE SOTTO ALTRI.
    TRA L'ALTRO ALCUNI FORUMISTI DI TC FANNO RIFERIMENTO ALLA FRATERNITà SAN PIO X PER I SACRAMENTI.
    IL PROBLEMA CENTRALE DELL'AZIONE DI MONSIGNOR LEFEBVRE è CHE LUI NON HA MAI RISPOSTO AL GRAVE PROBLEMA DELL'AUTORITà CHE LA CRISI CONCILIARE PONEVA?
    IL CONCILIO VA RIFIUTATO? BENISSIMO. LA NUOVA MESSA è PIENA DI ASSURDITà, STRANEZZE ED ERESIE? BENISSIMO, VA RIFIUTATA...MA IN VIRTù DI CHE COSA?
    COME POSSIAMO RIFIUTAR UN CONCILIO CONFERMATO DA UN PAPA? UNA MESSA VOLUTA ED IMPOSTA A TUTTO L'ORBE CATTOLICO DA UN PAPA?
    MOLTI FECERO PRESENTI A MONSIGNOR LEFEBVRE QUESTE CONTRADDIZIONI: PADRE SAENZ Y ARRIAGA, PADRE BARBARA, PADRE VINSON, PADRE COACHE, PADRE GUERARD DES LAURIERS MA L'INDOLE ASSOLUTAMENTE PRASSISTA E POCO INCLINE AL RAGIONAMENTO TEOLOGICO DI MONSIGNOR LEFEBVRE (CHE ERA SOPRATTUTTO UN UOMO D'AZIONE E UN MISSIONARIO) IMPEDì OGNI FORMA DI APPROFONDIMENTO.
    TUTTO COSTORO ED ANCHE ALTRI FACEVANO NOTARE A MONSIGNOR LEFEBVRE CHE CHI AVEVA APPROVATO UN CONCILIO ERRONEO ED ERETICO ED UNA MESSA PROTESTANTICA, NON POTEVA ESSERE COPERTO DALL'INFALLIBILITà PONTIFICIA, NON POTEVA ESSERE IL PAPA.
    LA SEDE APOSTOLICA DOVEVA ESSERE CONSIDERATA VACANTE ALMENO DALL'APPROVAZIONE DEL VATICANO II E CON ESTREMA PROBABILITà ANCHE DALL'ELEZIONE DI PAOLO VI...
    MONSIGNOR LEFEBVRE INVECE DI DICHIARARE LA SEDE VACANTE, COME SEMBRAVA DOVESSE FARE NEL 1976, CONTINUò SULLA STRADA DI UN "DOPPIO BINARIO": DISOBBEDIENZA E TRATTATIVA CON LA "SANTA SEDE". COME SE SI POTESSE TRATTARE COU VERO PAPA!!! COME SE SI POTESSE DISOBBEDIRE AD UN VERO PAPA!!! CHE VERGOGNA!!!
    I SUOI EPIGONI CONTINUANO ANCHE OGGI SU QUESTA STRADA CHE PORTA A DISTRUGGERE DALLE FONDAMENTA LA STRUTTURA STESSA DELLA CHIESA CATTOLICA, IL CUI VERTICE, IL CENTRO, IL CUI SOLE è IL SOMMO PONTEFICE (QUANDO C'è).
    ALTRI DI NOI FANNO RIFERIMENTO ALL'ISTITUTO "MATER BONI CONSILII", UNA PIA ASSOCIAZIONE SACERDOTALE CHE RITIENE VACANTE LA SEDE ALMENO DAL 1965 (MA SI POTREBBE ARRIVARE TRANQUILLAMENTE AL 1958) E CHE CELEBRA SOLO MESSE "IN LATINO" SECONDO IL MESSALE DEL 1955 (OVVERO LE VERE MESSE CATTOLICHE).
    SO DI ESSERE STATO MOLTO SBRIGATIVO MA DOMANDE COME LA TUA RICHIEDEREBBERO DECINE E DECINE DI POST PER RISPONDERE IN MODO ESAURIENTE.
    IN QUESTA RISPOSTA MI SONO DOVUTO LIMITARE A QUALCHE SCHIZZO.

    UN SALUTO CORDIALE

    GUELFO NERO

  3. #3
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    un vecchio thread ma sempre utile...

    GUelfo nero

  4. #4
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    un'altra domanda allora,

    Come mai Lefebvre è stato molto pubblicizzato dai media mentre dei sedevacantisti si parla pochissimo?

    io infatti,prima di accedere a questo forum, conoscevo solo Lefebvre e pensavo che rappresentasse tutto il tradizionalismo cattolico.

    Secondo voi?

  5. #5
    Non sono d'esempio in nulla
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    Monsignor Lefebvre "arriva" per precisione dopo il sedevacantismo.

  6. #6
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    Comunque la domanda posta da Pasquino non è banale, meriterebbe una risposta.
    Nell'immaginario collettivo purtroppo il cattolicesimo integrale, preconciliare o comunque vogliamo chiamarlo è impersonato da Lefebvre e coincide con la Fraternità. Quali sono le cause storiche e attuali di ciò?

  7. #7
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    Originally posted by Peucezio
    Comunque la domanda posta da Pasquino non è banale, meriterebbe una risposta.
    Nell'immaginario collettivo purtroppo il cattolicesimo integrale, preconciliare o comunque vogliamo chiamarlo è impersonato da Lefebvre e coincide con la Fraternità. Quali sono le cause storiche e attuali di ciò?
    Una risposta esaustiva è contenuta nella "risposta al dossier Pagliarani" di Don Ricossa.
    Rintraccio il testo e lo pubblico.
    B.

  8. #8
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    TRATTO DALLA RISPOSTA AL DOSSIER PAGLIARANI - DON RICOSSA
    ============
    LA “PRESENTAZIONE DEL
    TEMA A CARATTERE STORICO” DA PARTE DELLA TC. LACUNE ED ERRORI STORICI CHE RENDONO CADUCHE TUTTE LE DEDUZIONI CHE IL DOSSIER PRETENDE FARE DA UN PUNTO DI VISTA STORICO

    “Intendiamo intraprendere la nostra analisi sul sedevacantismo – scrive la TC – con una presentazione del tema a carattere storico, il più possibile semplice, per permettere al lettore di cogliere il problema di fondo nella sua concretezza e nella sua immediatezza…” (p. 7) (10). Seguirò l’Autore nel suo intento. La breve storia del “sedevacantismo” (pp. 7-8) ha uno scopo ben preciso: dimostrare che la tesi “sedevacantista” sarebbe tardiva (una “prima e lacunosa presa di posizione” in Messico nel 1973, seguita in Francia da una più chiara e strutturata nel 1976) (cf p. 8). Da questo dato storico, l’Autore intende dedurre due conclusioni. La prima è che dottrinalmente il sedevacantismo è falso, poiché sarebbe impossibile - per l’indefettibilità della Chiesa - che dal 1965 al 1973-76 nessuno si sia accorto che la Sede era vacante (cf pp. 28-34, 40-41, 50-60). La seconda, di ordine pratico, è che il sedevacantismo avrebbe rotto la precedente unità dei tradizionalisti attorno a Mons. Lefebvre: “sarebbe auspicabile – conclude l’Autore – che il sedevacantismo avesse l’umiltà e il coraggio di trarre le ultime conseguenze dalla constatazione di questa necessità (11) affinché il mondo tradizionalista possa ritrovare quella unità iniziale lacerata il giorno della proclamazione della vacanza della Sede Apostolica” (p. 60). Dimostrerò che – anche solo da un punto di vista storico – queste conclusioni sono, per riprendere un’espressione usata contro di me, “semplicemente false” (cf p. 29).
    Il sedevacantismo non fu tardivo. Esso fu persino “preventivo”! Le prese di posizione sedevacantiste sulla questione del Papa dal 1962 in poi. L’Autore del numero speciale della TC è giovane e non ha conosciuto altro che la Fraternità; si spiega forse così la sua ignoranza della storia del “tradizionalismo” malgrado le “diligenti ricerche” (cf p. 29, nota 7) fatte. Come egli stesso ci chiede (ibidem), gli diamo qualche informazione al proposito. Dimostreremo che il sedevacantismo è esistito in un certo senso prima ancora del 1965, e che la questione del Papa è stata al centro delle discussioni dei “tradizionalisti” (sedevacantisti o no) fin dal principio, mentre la “soluzione prudenziale” (consistente nel disinteresse per questa questione, considerata secondaria se non oziosa e nociva) sia stata propria alla sola Fraternità san Pio X.

    I cattolici messicani. Padre Saenz y Arriaga (12) (1962/65)

    Nel titoletto ho spiegato che il “sedevacantismo” non solo non fu tardivo, ma fu addirittura “preventivo”. Faccio allusione al libro Complotto contro la Chiesa, pubblicato sotto lo pseudonimo di Maurice Pinay; la sua prima edizione – quella italiana - data del Copertina del libro “Complotto contro la Chiesa” pubblicato nel 1962 1962 e fu distribuita a tutti i Padri Conciliari nell’ottobre dello stesso anno, dopo 14 mesi di lavoro da parte degli autori (13). Non si può richiedere – direi – una data di nascita più antica e più pubblica (a Roma, nell’aula stessa di san Pietro) del sedevacantismo. Il libro in questione denuncia le trattative in corso tra il Card. Bea (incaricato da Giovanni XXIII) e le autorità giudaiche (particolarmente il B’naï B’rith) per ottenere dal Concilio appena convocato una dichiarazione in favore del giudaismo. Questa dichiarazione avrebbe ottenuto lo scopo di mettere il Vaticano II in contraddizione con il Vangelo, il consenso unanime dei Padri e diciannove secoli di magistero infallibile della Chiesa. I giudei vogliono che in tal modo la “santa Chiesa contraddica se stessa, perdendo autorità sui fedeli, perché evidentemente proclameranno
    che un’istituzione che si contraddice non può essere divina” (p. XIX). Nell’introduzione all’edizione austriaca (gennaio 1963) si legge: “l’audacia del comunismo, della massoneria e dei giudei giunge a tal punto che già si parla di controllare l’elezione del prossimo Papa, pretendendo collocare sul trono di San Pietro uno dei loro complici nel rispettabile corpo cardinalizio” (p. 3). Secondo gli autori, tale piano non è nuovo: “come lo dimostreremo in questa opera, con documenti di indiscutibile autenticità, i poteri del Dragone infernale giunsero a collocare nel Pontificato
    un cardinale manovrato dalle forze di Satana, dando la momentanea senzazione di essere i padroni della Santa Chiesa. Nostro Signore Gesù Cristo, che non l’ha mai abbandonata, ispirò l’azione ed armò il braccio di uomini pii e combattivi come San Bernardo, San Norberto, il cardinal Aimerico (…) che non riconobbero la qualifica di Papa al cardinal Pierleoni, questo lupo con pelle di agnello che cercò per molti anni di usurpare il trono di San Pietro, scomunicandolo e relegandolo alla qualifica di Antipapa che si meritava” (p.4). Ed in effetti, l’intero capitolo XXV (Un cardinale cripto-giudeo usurpa il papato) è consacrato al caso dell’antipapa Anacleto II Pierleoni. Come si vede, per gli autori del libro Complotto contro la Chiesa (laici ed ecclesiastici legati all’Università di Guadalajara e all’Unione cattolica Trento), solo un antipapa come il Pierleoni avrebbe potuto promulgare il documento Nostra Aetate che il cardinal Bea preparava in Concilio; costui fu Paolo VI, eletto nel giugno del 1963. Dopo "complotto contro la Chiesa" non mancarono altri interventi su questo tema durante il Concilio (14). Nonostante ciò, e nonostante l’opposizione della minoranza concilare guidata da Mons. Carli, Vescovo di Segni (e coadiuvata dai Vescovi arabi), e nonostante numerosi incidenti di percorso che fecero pensare a un accantonamento dello schema, si giunse alla vigilia del voto definitivo della dichiarazione conciliare Nostra aetate. I cattolici che si opponevano al Concilio e a Nostra aetate fecero un ultimo tentativo per cercare di sbarrare la strada alla Dichiarazione.
    Henri Fesquet, inviato del giornale Le Monde, scrive in un suo articolo del 16 ottobre 1965: “Bisogna soprattutto menzionare il libello di quattro pagine che hanno ricevuto i vescovi. È preceduto da questo titolo lungo quanto curioso: ‘Nessun concilio né alcun papa possono condannare Gesù, la Chiesa cattolica, apostolica e romana, i suoi Pontefici e i Concili più illustri. Ora, la dichiarazione sugli ebrei comporta implicitamente una tale condanna, e per questa ragione deve essere rigettata’. Nel testo, si leggono queste affermazioni impressionanti: ‘I giudei desiderano adesso spingere la Chiesa a condannarsi tacitamente e a screditarsi davanti al mondo intero. È evidente che solo un antipapa e un conciliabolo Potrebbero approvare una dichiarazione di questo genere. Ed è ciò che pensano con noi un numero sempre più grande di cattolici sparso nel mondo, i quali sono decisi a operare nel modo adesso necessario per salvare la Chiesa da una tale ignominia’ (…)” (15). Gli storici della Tradizione Cattolica dovranno pertanto ammettere che il “sedevacantismo” non ha visto la nascita nel 1973/76, ma prese pubblica posizione, rivolgendosi a tutti i Padri Conciliari, dal 1962 al 1965, cioè dall’inizio alla fine del Vaticano II. Dovranno anche ammettere che questi cattolici condannarono la dichiarazione Nostra aetate, mentre Mons. Lefebvre (che pure ne aveva chiesto il rifiuto assieme a Mons. Carli e Mons. Proença Sigaud con una lettera ai Padri Conciliari distribuita in aula l’11 ottobre) (16) non fece parte – secondo le sue stesse dichiarazioni (17) – degli 88 Padri che non votarono il documento conciliare il 28 ottobre 1965 (18). Questi soli fatti storici rovinano totalmente tutte le tesi della Tradizione Cattolica
    fondate sul carattere tardivo del sedevacantismo. Per completezza, aggiungerò altre testimonianze sull’esistenza del “sedevacantismo” prima del 1973/76, data di nascita di questa posizione secondo gli storici diligenti de La Tradizione Cattolica.

    Padre Guérard des Lauriers, l’abbé Coache (1969)

    é noto che il “tradizionalismo” esce allo scoperto soprattutto con la promulgazione del nuovo messale, nel 1969. Possiamo dimostrare che a quella data, i principali difensori della Messa cattolica in Francia erano “sedevacantisti”. L’abbé de Nantes narra infatti (a modo suo) della riunione tenutasi presso di lui alla Maison Saint-Joseph a Saint-Parres-les-Vaudes il 21 luglio 1969 (prima della promulgazione del nuovo messale, avvenuta nel novembre dello stesso anno). Si recarono dall’abbé de Nantes l’abbé Philippe Rousseau, i padri messicani Saenz y Arringa (19) e Charles Marquette, l’abbé Coache e Padre M.L. Guérard des Lauriers, più un laico di Versailles (Alain Tilloy); Padre Barbara era già ospite dell’abbé de Nantes, indipendentemente dal gruppo che gli rese visita. Secondo la testimonianza dell’abbé de Nantes e dei suoi religiosi, i sacerdoti
    che vennero a fargli visita sostenevano l’invalidità della nuova messa e la vacanza della Sede Apostolica. La conferma di questa testimonianza si trova in una lettera di Padre Guérard des Lauriers dell’otto agosto seguente all’abbé de Nantes, nella quale fa riferimento alla visita del 21 luglio, e sostiene essere dimostrato – dall’approvazione del nuovo messale – che il “cardinale Montini” non è Papa (20).

    Argentina, Stati Uniti, Germania… (1967/69)

    L’influenza dell’abbé de Nantes (allora enorme, a causa della sua opposizione al Vaticano II fin dal principio) faceva esitare persone come Padre Barbara o, in Argentina, il prof. Disandro, che poneva però anch’egli, già nel maggio del 1969, la questione della Sede vacante (21). Negli Stati Uniti non mancarono ben presto i “sedevacantisti”, fin almeno dal 1967, se non prima, come lo testimonia la lettera del dott. Kellner al cardinale Browne del 28 aprile di quell’anno (22). Così pure in Germania, dove nel 1966 era stato fondato l’Una Voce-Gruppe Maria; fin dal 1969 il prof. Reinhard Lauth, dell’Università di Monaco, si dichiarò per la vacanza della Sede Apostolica (23). La tesi della TC pertanto (nessuna traccia di “sedevacantismo” prima del 1973/76) è dimostrata falsa.

    Posizioni diverse
    Vale la pena infine esaminare due altre posizioni che – pur non essendo necessariamente “sedevacantiste” – nulla hanno a che vedere con la “posizione prudenziale” di Mons. Lefebvre. Durante il Concilio Vaticano II, oltre ai cattolici messicani dei quali abbiamo parlato, si distinsero anche i francesi dell’abbé de Nantes, ed i brasiliani riuniti attorno ai Vescovi di Campos (de Castro
    Mayer) e di Diamantina (Proença Sigaud, che però accettò poi pienamente le riforme). In guisa d’appendice, citerò la posizione della più importante rivista francese diretta da laici cattolici, Itinéraires. Quale fu la loro posizione sulla questione?

    L’abbé de Nantes, già parroco di Villemaur, nelle sue Lettres à mes amis rifiutò fin dal principio i documenti concilari, per cui, fino al 1969, fu considerato di fatto il punto di riferimento del “tradizionalismo” (24). Nel dicembre 1967 (CRC, n. 3), l’abbé de Nantes studiò in maniera approfondita il caso del Papa eretico, seguendo l’opinione del Cardinal Journet. I fedeli non potevano contestare la validità dell’elezione di Paolo VI a causa dell’accettazione pacifica della Chiesa universale (è l’argomento della TC) (25). Sposando la tesi del Cardinal Journet (il Papa eretico non è deposto ipso facto, ma deve essere dichiarato tale dalla Chiesa), l’abbé de Nantes constatava che Paolo VI, apostata, eretico, scandaloso e scismatico, doveva essere dichiarato
    deposto dal Clero romano (i Cardinali). “È loro dovere [di chi constata gli errori di Paolo VI] di portare questa accusa davanti alla Chiesa. Prima, avvertendo il Papa stesso, poi facendo appello (…) al magistero infallibile di questo Papa (26) o, in mancanza di ciò, al Concilio. Formalmente, spetta al clero di Roma, e principalmente ai cardinali-vescovi, suffraganei del vescovo di Roma, l’incarico di condurre a termine una così pericolosa ma urgente missione per la salvezza della Chiesa”. “Una tale azione – scriveva – (…) ha la preminenza su qualunque altra cura e costituisce
    la più alta carità, poiché il Pesce – ICTUS _ marcisce dalla Testa se la Funzione suprema non è tolta ad un uomo già morto” (27). In questa prospettiva, vide nella lettera d’approvazione dei Cardinali Ottaviani e Bacci al Breve esame critico del novus ordo missae (1969) l’inizio del processo canonico a Paolo VI. Con questo scopo, il 10 aprile 1973 fece pervenire a Paolo VI un Liber accusationis ove Giovanni Battista Montini venne accusato di apostasia, eresia e scisma. In questo contesto, chiese ai Vescovi (e specialmente, seppur senza nominarlo, a Mons. Lefebvre) di rompere la comunione con Paolo VI. “Resta allora l’ultimo rimedio, eroico, il solo che tema Colui che ha scientemente e pertinacemente invertito il senso della sua missione divina e apostolica. Bisogna che un Vescovo, anch’egli successore degli Apostoli, membro della Chiesa docente, collega del Vescovo di Roma e come lui ordinato al bene comune della Chiesa, rompa la sua comunione con lui finché non avrà dato prova della sua fedeltà all’ufficio del suo supremo pontificato” (28). “È evidente che l’abbé Georges de Nantes si augurava che Mons. Lefebvre dichiarasse al più presto la sua sottrazione di obbedienza a Paolo VI, rompendo la sua comunione con lui, secondo le antiche formule di un San Basilio [citata già nel 1965] o di un San Colombano” (29). La proposta inquietò Paolo VI. Già nel 1969 la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva chiesto all’abbé de Nantes di “sconfessare l’accusa d’eresia portata contro Papa Paolo VI e la conclusione aberrante (…) sull’opportunità della sua deposizione da parte dei cardinali” (formula di ritrattazione); di fronte al suo rifiuto, ci si limitò a notificare che egli “squalifica l’insieme dei suoi scritti e delle sue attività” (Notificazione del 9 agosto 1969) (30). Dopo la dichiarazione di Mons. Lefebvre del novembre 1974, il Vescovo fu convocato a Roma dalla Commissione cardinalizia istituita da Paolo VI. Nei loro interrogatori del marzo 1975 i cardinali Garrone e Tabera manifestarono la loro preoccupazione che Mons. Lefebvre ascoltasse l’appello dell’abbé de Nantes. Non solo Mons. Lefebvre non lo fece (scrisse anzi al sacerdote francese il 19 marzo 1975 “se un vescovo rompe con Roma, [quel vescovo] non sarò io”), ma sconfessò con i Cardinali il suo stesso manifesto "quelle cose “le ho scritte in un momento d’indignazione”) (31). Invano: la Fraternità fu egualmente soppressa (6 maggio 1975). Mons. Lefebvre romperà egualmente con “Roma”, ma per dei motivi disciplinari…

    Mons. de Castro Mayer Il Vescovo di Campos, ancora legato a quei tempi alla Società Brasiliana Tradizione, Famiglia e Proprietà, inviò a Paolo VI uno studio di Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira, membro fondatore della TFP, sul nuovo messale di Paolo VI e sull’ipotesi teologica del Papa eretico (32). La connessione tra i due temi era evidente. L’autore, che a differenza del cardinal Journet, propende per la tesi secondo la quale il Papa eretico è per il fatto stesso deposto (la considera certa); invita però a nuovi studi sul tema al fine di trovare un accordo tra i teologi che permetta di applicare con certezza, nella pratica, questa conclusione (p. 281; cf pp. 214-216) (33). La posizione di Vidigal da Silveira e di Mons. de Castro Mayer, non era ancora apertamente “sedevacantista”; ammonivano però dal non tenerne conto: “supponiamo che qualcuno tenga per certa, senz’altro problema, l’opinione” secondo la quale un Papa eretico è ancora Papa prima di essere deposto: “costui dovrebbe, logicamente, accettare come dogma una nuova solenne definizione che farebbe un papa eretico prima della proclamazione della dichiarazione di eresia. Una tale accettazione sarebbe inconsiderata, poiché, secondo quanto sostengono autori di gran peso, un tale papa potrebbe già aver perso il pontificato, e definire pertanto come dogma una proposizione
    falsa” (p. 215). Conseguentemente, Mons. de Castro Mayer non emarginò mai i “sedevacantisti” (al contrario di Mons. Lefebvre), aderì all’iniziativa dei “guérardiani” della Lettera a qualche vescovo (del gennaio 1983), e sostenne addirittura la vacanza della Sede (senza curarsi dalla “pacifica accettazione della Chiesa”) a Ecône, prima delle consacrazioni episcopali. Se non diede maggiore pubblicità e seguito alla sua convinta posizione sedevacantista, ciò fu dovuto al desiderio di non compromettere le sue relazioni con Mons. Lefebvre, come quest’ultimo ebbe occasione di dichiarare: “Se non fosse per me, Mons. de Castro Mayer sarebbe sedevacantista. Si astiene dal sedevacantismo, per non disunirci”(Mons. Williamson, “lettera pastorale”: Campos - Cos’è andato male? Giugno 2002). La conseguenza di tutto ciò, è stato l’accordo coi modernisti stipulato dai Mons. Rangel e Rifan…

    Itinéraires

    La rivista Itinéraires (diretta da Jean Madiran)era la più prestigiosa rivista francese che avesse preso posizione contro i nuovi catechismi e contro la nuova messa. Pur sostenendo una posizione più moderata di quella, ad esempio, di un Padre Guérard des Lauriers (che era però collaboratore della rivista), non esitò, al momento della “promulgazione” del nuovo messale, ad esporre ai suoi
    lettori la questione del “papa eretico” e delle varie posizioni dei teologi sulla perdita del pontificato in questa evenienza (34). Il problema era per lo meno pubblicamente posto. La pubblica azione dei “tradizionalisti” in genere nacque senza l’appoggio palese di Mons. Lefebvre. Il sedevacantismo non può pertanto aver rotto un’unità iniziale attorno alla Fraternità San Pio X “Sarebbe auspicabile – così conclude la TC – che il sedevacantismo avesse l’umiltà e il coraggio di trarre le ultime conseguenze dalla constatazione di questa necessità, affinché il mondo tradizionalista possa ritrovare quella unità iniziale lacerata il giorno della proclamazione della vacanza della Sede Apostolica” (p. 60). Ma è proprio vero che “l’unità iniziale” era costruita attorno a Mons. Lefebvre e alla Fraternità San Pio X? (cf. p. 8). Ed è vero che la colpa della lacerazione di questa “unità iniziale” è da attribuirsi ai “sedevacantisti”? Possiamo tranquillamente rispondere “no” ad entrambi i quesiti. Il ruolo di Mons. Lefebvre, già durante il Concilio, ove fu presidente del Coetus internationalis Patrum, è indiscutibile e a tutti noto; non gli saremo mai abbastanza grati per tutto quanto egli ha fatto per la Chiesa. Precisiamo però senza tema di smentite che, dalla fine del Concilio fino alla dichiarazione del 21 novembre 1974, e persino fino alla fine del 1975, Mons. Lefebvre volle sempre – in pubblico – distinguere la sua persona e la sua opera da quella dei “tradizionalisti”.
    Pubblicamente, egli non sostenne i primi oppositori al Concilio ed i primi oppositori alla nuova Messa.

    Mons. Lefebvre ed il Concilio (1964-1969)

    Dal 1965 al 1969 il “tradizionalismo” è impegnato nel rifiutare il Vaticano II; in Francia, spicca il nome dell’abbé de Nantes.
    Quale fu la posizione di Mons. Lefebvre? Lo chiederemo al suo biografo, Mons. Tissier de Mallerais. Mons. Lefebvre votò “placet” a tutti i documenti conciliari tranne due (Gaudium et spes; Dignitatis humanæ); anche questi due documenti – malgrado le affermazioni in contrario di Mons. Lefebvre (35) – furono da lui sottoscritti e promulgati con Paolo VI (pp. 332-334): “una volta che
    uno schema era promulgato dal papa – spiega Mons. Tissier per giustificare questa accettazione del Vaticano II – non era più uno schema ma un atto del magistero, cambiando così di natura” (p. 333). Nel 1968 Mons. Lefebvre disse (la conferenza è riportata in Un vescovo parla):“I testi del concilio, e particolarmente quelli di Gaudium et spes e quello della Libertà religiosa, sono stati sottoscritti dal papa e dai vescovi, quindi non possiamo dubitare del loro contenuto” (p. 399). Nello stesso anno, il Vescovo si dichiarava ottimista – sulla rivista Itinéraires – grazie a Paolo VI (p. 402). “Nessun capofila della resistenza cattolica in Francia e altrove – commenta Tissier – manifestava la minima velleità di mettere in dubbio le decisioni conciliari: né Mons. Lefebvre nei suoi commenti, né dei laici eminenti come Jean Madiran (…) Jean Ousset (…) o Marcel Clement” (p. 403): evidentemente l’abbé de Nantes, che era processato proprio nel 1968, o Padre Saenz sono sconosciuti (!) al biografo… In una parola: tutta la lodevole pubblica attività di Mons. Lefebvre tra il 1965 ed il 1969 si svolge però nell’ambito dell’accettazione del Vaticano II, quando invece esisteva di già la critica aperta al Concilio (36).

    Mons. Lefebvre dopo la “promulgazione”
    del nuovo messale (1969-1974/75)

    Nel 1969, con la promulgazione del nuovo messale, si sviluppa il cosiddetto movimento “tradizionalista”. Non c’è alcun dubbio sul fatto che – dietro le quinte – Mons. Lefebvre è sempre presente per sostenere ed incoraggiare quanti si opposero al Novus Ordo Missae (N.O.M.). Tuttavia, Mons. Lefebvre (che nel 1969 aveva aperto un suo seminario e che nel novembre del 1970 aveva fatto approvare la Fraternità San Pio X dal Vescovo di Friburgo) non prese pubblicamente
    posizione, fino a quando non fu costretto ad uscire allo scoperto dalla visita apostolica al seminario di Ecône (1974) e alle successive sanzioni (1975-1976). Nessuno contesterà quanto scrisse Alexandre Moncriff sulla rivista francese della Fraternità San Pio X, Fideliter, in occasione della morte dell’abbé Coache: “La Fraternità San Pio X era stata fondata da Mons. Lefebvre solo nel novembre 1970 e si occupava allora di formare i suoi primi seminaristi: era ben lungi dall’aver raggiunto lo sviluppo che conobbe soprattutto a partire dal 1976. Una lettera inedita di Mons. Lefebvre all’abbé Coache, datata 25 febbraio 1972, mostra come Mons. Lefebvre, preso dalla difficile fondazione della sua Fraternità, era ancora in disparte: ‘Reverendo (…) vogliate comprendere che per la sopravvivenza dell’opera che perseguo, Dio sa in qual dedalo di difficoltà!, non posso far nulla di pubblico e solenne in una diocesi senza avere il placet del vescovo (…) Ci sono già lamentele contro il seminario. Sto riuscendo a dimostrarne la falsità e lentamente mi radico e progredisco. Ma se mi metto canonicamente nel torto, tutte le porte mi saranno chiuse per delle nuove fondazioni, per delle nuove incardinazioni. Questo vale per me, a causa della sopravvivenza e del progresso della mia opera, ma non vale necessariamente per lei (…) Mi troverà troppo prudente. Ma è l’affetto che porto a questa gioventù clericale che mi porta ad esserlo. Mi devo estendere, ed ottenere il Diritto Pontificio’ [ovvero, che la Fraternità fosse riconosciuta non solo dal Vescovo – di diritto diocesano – ma anche dalla Santa Sede – di diritto pontificio; n.d.a.]” (37).
    Questo spiega tutti i silenzi, tutte le assenze di Mons. Lefebvre e della sua Fraternità fino alla fine del 1974. Spiega l’attitudine “prudenziale” sull’assistenza alla nuova messa, della quale abbiamo già parlato. Spiega il fatto che, al contrario dei Cardinali Ottaviani e Bacci, non sottoscrisse il Breve esame critico del Novus Ordo Missae (38). Spiega il fatto che – malgrado l’accorato appello di Jean Madiran sulla rivista Itinéraires (39), e l’esempio di altri sacerdoti (40) – si sia rifiutato di prendere
    pubblicamente posizione contro la nuova messa (41). Spiega il fatto che né lui né la Fraternità abbiano partecipato alle Marce romane di Pentecoste del 1970 (1.500 persone), 1971 (5.000 persone) e 1973 (22 paesi diversi, 700 pellegrini solo dalla Francia) organizzati dall’abbé Coache con Padre Barbara, P. Saenz, Elisabeth Gerstner e Franco Antico, anzi ne decretò di fatto la morte nel 1975 (42).
    Spiega il fatto che nel 1968-72 non sostenne le processioni del Corpus Domini a Montjavoult (la parrocchia dell’abbé Coache), riunione annuale di tutti i “tradizionalisti” francesi che arrivò a contare 5.000 partecipanti o, nel 1973, l’iniziativa, sempre dell’abbé Coache, di fondare a Flavigny un seminario minore (43) (ancora nel 1977, l’occupazione di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a Parigi, non solo non fu l’opera della Fraternità, ma fu persino pubblicamente condannata dal direttore del seminario di Ecône!). Mgr Tissier, nella sua biografia di Mons. Lefebvre (p. 523), fissa alla fine del 1975 la data nella quale il Vescovo tradizionalista mise in causa il Concilio e Paolo VI (“Fino al 1975 Mons. Lefebvre bada di non attaccare il concilio e il papa. Il 30 maggio 1975, in conferenza dichiara ai seminaristi: ‘Soprattutto, non dite mai: Monsignore è contro il papa, contro il concilio, non è vero!’”).
    Potrei moltiplicare gli esempi, ma quanto scritto fin qui è sufficiente a sfatare la pretesa storica della TC. La resistenza pubblica al nuovo messale, come al Concilio, nacque senza Mons. Lefebvre; tra i primi, troviamo i nomi di sacerdoti che erano o diventarono “sedevacantisti” (delle varie correnti): Padre Guérard, Padre Barbara, l’abbé Coache, Padre Saenz. Il “sedevacantismo” non venne a dividere un preesistente movimento, ma piuttosto contribuì a fondarlo! Mons. Lefebvre ed i sedevacantisti. Chi operò la rottura, e perché (1977-1979) Nonostante ciò la TC sostiene che furono i sedevacantisti a dividere il movimento di opposizione al Concilio e alla riforma liturgica. La storia dimostra come – in realtà – la decisione di operare questa divisione è da attribuirsi alla Fraternità San Pio X, e non ai sedevacantisti. Questi ultimi, infatti, malgrado la loro posizione ben diversa da quella di Mons. Lefebvre, rimasero sempre al suo fianco: fino al 1974, perché prendesse pubblicamente posizione sulla Messa e sul Concilio, dal 1974 al 1977, perché prendesse posizione sulla questione del Papa.
    Il 6 maggio 1975, infatti, il Vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo, Mons. Mamie, soppresse canonicamente, con l’accordo di Paolo VI, la Fraternità San Pio X (44). Anche se ancora il 22 giugno 1976 Mons. Lefebvre si dichiarava “in piena comunione di pensiero e di fede” con Paolo VI (45), la sospensione a divinis inflittagli il 22 luglio da quest’ultimo dopo le ordinazioni del 29 giugno, spinsero il Vescovo francese a dichiarare in luglio che la “chiesa conciliare” era una chiesa scismatica (46) e ipotizzare pubblicamente in agosto la vacanza della Sede apostolica (47). È evidente che – in questi frangenti – i sedevacantisti non potevano che essere in prima fila tra i sostenitori di Mons. Lefebvre, la cui popolarità “sale alle stelle” in quel periodo (Tissier, p. 515). Padre Guérard, professore a Ecône, Padre Barbara nella rivista Forts dans la Foi, persino i sedevacantisti messicani (48), sostengono Mons. Lefebvre, al punto che il parroco della Divina Provvidenza ad Acapulco, padre Carmona (che sarà consacrato nel 1981 da Mons. Thuc) fu scomunicato dal suo Vescovo per aver celebrato una Messa in sostegno di Mons. Lefebvre l’8 dicembre 1976 (49). La collaborazione tra i sedevacantisti e la Fraternità di Mons. Lefebvre fu compromessa dalle trattative tra quest’ultimo e Paolo VI/Giovanni Paolo II. Già alla Messa di Lille del 29 agosto 1976, dove pure Mons. Lefebvre ebbe parole durissime verso i riformatori (preti bastardi, messa bastarda), egli invocò una udienza presso Paolo VI per poter fare “l’esperienza della tradizione” (Tissier, pp. 517-518). L’udienza fu accordata l’11 settembre 1976, e nel maggio successivo il Card. Seper, incaricato da Paolo VI, iniziò i colloqui col Vescovo tradizionalista. In quel periodo (febbraio 1977) la posizione sul Papa fu quella poi pubblicata nel libro Il colpo da maestro di Satana: la Sede vacante era una ipotesi possibile, alla quale era pre-ferita la posizione di Paolo VI Papa legittimo ma liberale (50). Ed è proprio nel 1977 che vengono discretamente allontanati da Ecône i due principali sostenitori francesi del sedevacantismo: Padre Barbara (la cui rivista Forts dans la Foi sarà vietata in seminario dopo la pubblicazione del n. 51 del novembre 1977) (51) e Padre Guérard des Lauriers, che non fu più invitato a tenere le sue lezioni a Ecône dopo aver predicato gli esercizi per i seminaristi nel settembre 1977 (52). Malgrado ciò, sia Padre Barbara nella sua rivista, sia Padre Guérard continuarono a sostenere Mons. Lefebvre (Padre Guérard inviò persino a Ecône, nel 1978, i suoi giovani domenicani, cf Tissier, p. 549). La rottura definitiva avvenne dopo la morte di Paolo VI (6 agosto 1978) e l’udienza accordata a Mons. Lefebvre da Giovanni Paolo II (18 novembre 1978) dove la formula “il Concilio alla luce della Tradizione” (G.P.II, 6 novembre 1978) sembrò poter diventare il minimo comune denominatore. Mons. Lefebvre scrisse così una lettera a Giovanni Paolo II il 24 dicembre 1978, resa pubblica dalla Lettera agli amici e benefattori n. 16 (19 marzo 1979) nella quale Mons. Lefebvre chiedeva la libertà per la messa tradizionale: “I Vescovi decidererebbero dei luoghi, delle ore riservate a questa Tradizione. L’unità si ritroverebbe immediatamente attorno al Vescovo del luogo”. Fu allora che Padre Guérard des Lauriers, per primo, condannò pubblicamente l’accordo proposto da Mons. Lefebvre (“Monseigneur, nous ne voulons pas de cette paix”). È in questo contesto che Mons. Lefebvre prenderà la decisione di rompere coi sedevacantisti con la dichiarazione dell’8
    novembre 1979 (“Posizione di Mons. Lefebvre sulla Nuova Messa e il Papa”), pubblicata sulla rivista interna Cor unum (n. 4, nov. 1979) (53) e fatta diffondere tra i fedeli dalla rivista Fideliter, dove veniva omesso però quest’ultimo capoverso: “Conseguentemente, la Fraternità Sacerdotale San Pio X dei padri, dei Fratelli, delle Suore, delle Oblate, non può tollerare nel suo seno dei membri che rifiutano di pregare per il Papa [in quanto tale, n.d.a.] e che affermano che tutte le Messe del Novus Ordo sono invalide” (Cor unum, n. 4, p. 8). Solo in seguito a questa pubblica dichiarazione Padre Barbara (Forts dans la Foi, n.1, nuova serie, primo trimestre 1980) e gli altri sedevacantisti si dissociarono pubblicamente da Mons. Lefebvre. Seguirono le espulsioni o le uscite dalla Fraternità di sacerdoti che aderivano alle tesi di Padre Guérard o di Padre Barbara: Lucien e Seuillot nel 1979 (tesi di Cassiciacum), Guépin e Belmont nel 1980 (tesi di Cassiciacum), Barthe nel 19808 sedevacantismo), Egrégyi nel 1981 (sedevacantismo), 12 sacerdoti americani nel 1983, quattro italiani nel 1985 (Cassiciacum), 2 sudamericani, con 21 seminaristi, nel 1989, ecc. Una lettera di Mons. Lefebvre a Giovanni Paolo II dell’8 marzo 1980 riassume chiaramente
    i motivi che spinsero Mons. Lefebvre a questa rottura coi sedevacantisti: “Santo Padre, Per porre fine a dei dubbi che si diffondono (…) concernenti il mio atteggiamento e il mio pensiero riguardo al papa, al Concilio e alla Messa del Novus Ordo e temendo che questi dubbi giungano fino a Vostra Santità, mi permetto di affermare di nuovo ciò che ho sempre espresso:
    1) Che non ho alcuna esitazione (54) sulla legittimità e la validità della Vostra elezione e che di conseguenza io non posso tollerare che non si rivolgano a Dio le preghiere prescritte dalla santa Chiesa per Vostra Santità. Io ho già dovuto reprimere queste idee e continuo a farlo nei confronti di qualche seminarista e qualche prete che si è lasciato influenzare da ecclesiastici estranei alla Fraternità.
    2) Che sono pienamente d’accordo con il giudizio che Vostra Santità ha dato del Concilio Vaticano II il 6 novembre 1978 alla riunione del sacro Collegio: ‘Che il Concilio deve essere compreso alla luce di tutta la Santa Tradizione e sulla base del magistero costante della Santa Chiesa’. 3) Quanto alla Messa del Novus Ordo, malgrado tutte le riserve che si devono fare al suo riguardo, io non ho mai affermato che essa sia in se invalida o eretica. Renderò grazie a Dio e a Vostra Santità se queste dichiarazioni potranno permettere il libero uso della liturgia tradizionale e il riconoscimento da parte della Chiesa della Fraternità San Pio X come di tutti quelli che, sottoscrivendo queste dichiarazioni, si sono sforzati di salvare la Chiesa perpetuando la sua Tradizione.
    Che Vostra Santità si degni di accettare i miei sentimenti di profondo e filiale rispetto In Xto e Maria”. Da quanto detto finora appare evidente che non furono i sedevacantisti a rompere
    con Mons. Lefebvre, ma fu questi a sacrificarli, con lo scopo di portare avanti le trattative con Giovanni Paolo II, miranti ad ottenere il riconoscimento della Fraternità. Pertanto, la versione dei fatti data dalla Tradizione cattolica è falsa, e atta a fuorviare i lettori che non hanno vissuto di persona gli avvenimenti qui narrati.

  9. #9
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