Le scomode verità sul PCI
Sugli scheletri nell'armadio degli ex-comunisti che tra breve andranno al governo:mad:
Sui rapporti fra Partito comunista dell'Unione sovietica e Partito comunista italiano, molto si è scritto e molto ancora viene emergendo dopo l'apertura degli archivi sovietici. Su questo tema, centrale nella storia italiana del secondo dopoguerra, le due Commissioni parlamentari d'inchiesta sul terrorismo e le stragi e sul dossier Mitrokhin hanno portato alla luce ampia documentazione. Il Libro nero del comunismo italiano 1944-1997, relazione che abbiamo presentato alla Commissione Mitrokhin, non è ancora divulgabile, e tuttavia, senza menzionare molti dei documenti lì raccolti, può bastare, per questo discorso, quanto già conosciuto e pubblicato: le carte sulla «Gladio rossa» del Pci, i report del dossier Mitrokhin, i piani d'invasione europea del Patto di Varsavia, ormai tutti pubblicati in volumi o in siti Internet.
Il nostro personale convincimento è che i silenzi e le omissioni intorno al dossier Mitrokhin siano state dovute non solo alla presenza, nel testo originale, di nomi «scottanti», ma altresì di fatti scottanti. E che quindi tutto il baillame giornalistico su questo o quel nome sia alla fine servito a creare una cortina fumogena sulle questioni più importanti. E cioè, per dirla in breve, sui legami fra i piani sovietici d'invasione dell'Europa e il ruolo dei gruppi armati del Pci. Essi configurano, oltre a reati gravissimi, un nuovo quadro storiografico e culturale sul carattere eversore e anticostituzionale del Partito comunista italiano, a partire dalle origini della Repubblica e fino almeno agli anni Ottanta.
Le «cellule speciali» del Pci (denominate anche «squadre di vigilanza») furono costituite dopo la nascita del Patto di Varsavia, e alle sue strategie militari sempre risposero. Se i piani d'invasione del Patto verso l'Europa sono ormai noti, scarsa attenzione fin ora è stata dedicata ai report «militari» del dossier Mitrokhin (nn. 118, 156, 158, 161, 162, 163), in cui il Kgb sovietico dà al Kgb romano direttive circa la costituzione di un «movimento di resistenza», di individuazione di siti di sbarco o di atterraggio, di nascondigli, di percorsi, ed infine di creazione di «gruppi di agenti locali» destinati ad agire da supporto alle «squadre di spionaggio e sabotaggio» sovietiche, aviolanciate o sbarcate dietro le linee italiane. Tali direttive vengono impartite a far data dal 1964. E i «gruppi di agenti locali» sono di certo le squadre di vigilanza del Pci (o simili), i cui componenti, dal 1958, furono ripetutamente inviati nei campi di addestramento cecoslovacchi, poi sovietici e cubani, per imparare i tre livelli: guerriglia, sabotaggio, intercettazione. Che questo impegnativo addestramento internazionale servisse per creare body-guard dei dirigenti del Pci o vigilantes delle sedi del Partito, e avesse una funzione «difensiva» è la favoletta da anni diffusa da politici ed intellettuali comunisti, e che, duole dirlo, può trovare un corrispettivo, leggendo le affermazioni di valenti magistrati, quali Franco Ionta, nella sua prima richiesta di archiviazione del procedimento «Gladio rossa» (1991-1994). Ora la distinzione fra «difensiva» ed «offensiva», per una struttura armata clandestina in uno Stato democratico, è del tutto inaccettabile al semplice buon senso, prima ancora che in relazione al codice penale.
Fu Francesco Cossiga, nell'audizione del 1997, a rivelare i tre livelli del Pci: oltre a quello ufficiale e a quello clandestino (per la protezione di dirigenti e sedi) v'era quello armato, illegale. Cossiga in seguito, nel marzo del 2005, ha dichiarato al Giornale: «durante la politica di solidarietà nazionale (fine anni Settanta) il primo punto all'ordine del giorno del Comitato di Sicurezza dell'Alleanza atlantica, cui parteciparono i nostri Servizi di Sicurezza, riguardava la forza e la possibilità di dispiegamento politico e militare dei partiti comunisti d'Italia, di Francia e degli altri paesi occidentali e la valutazione della loro capacità di sostegno politico militare ad un'eventuale forza d'invasione» (16 marzo). Questa dichiarazione, di pochi mesi addietro, è - come si comprende - decisiva.
E' vero, il pm Ionta, nel secondo procedimento sulla «Gladio rossa» (2001-02, poi anch'esso archiviato), non ha escluso l'esistenza di formazioni armate (e non solo «di vigilanza») del Pci. A questo innegabile passo in avanti si è aggiunta tuttavia la considerazione, in verità già espressa dal senatore Pellegrino, che, per il fatto che a quel tempo autorità politiche, Servizi e magistratura non avessero avviato iniziative contro il Pci, ciò fosse una prova di irrilevanza penale delle sue azioni ed organizzazione militare clandestina. Sorprendente affermazione, anche questa, che trasferisce all'azione giudiziaria dell'oggi le valutazioni di quel tempo, che furono certamente politiche, cioè volte a non innescare una guerra civile; cosa che appariva prospettiva molto probabile nel caso si fosse intervenuti giudiziariamente contro il Pci e le sue formazioni armate. Ed infatti le ripetute richieste di Mario Scelba, ministro dell'Interno, di messa fuori-legge del Pci, da un lato si basavano su una vasta documentazione (poi a poco a poco emersa) sull'organizzazione anticostituzionale ed armata del Pci, dall'altro andarono «in minoranza» nei Consigli dei Ministri nei quali prevalse l'orientamento del non-intervento poliziesco e giudiziario, al fine di preservare la stabilità politica e sociale dell'Italia. Ma che quelli fossero reati gravissimi, ed in più imprescrittibili, è indubbio anche ad ogni matricola della facoltà di Giurisprudenza.
Il pm Ionta ha chiesto anche l'archiviazione del procedimento sul dossier Mitrokhin, ed anche in questo caso molte cose non convincono. Non si tratta di discutere richieste e decreti di archiviazione, ma di valutare il lavoro d'indagine che ogni magistrato compie e che porta spesso all'«indimostrabilità processuale» di tanti fatti che allo storico, e forse anche al semplice cittadino, appaiono eclatanti e delittuosi. Insomma: se la ricerca storico-giudiziaria di un magistrato non è condotta con premura sulla complessità degli archivi (in questo caso: Patto di Varsavia; Comitato speciale Nato; Pci; Sismi; Segreteria speciale del Ministro dell'Interno, ecc.) e delle fonti testimoniali, appare inevitabile che si arrivi all' «indimostrabilità processuale».
La ricerca storico-giudiziaria è più complessa rispetto all'indagine di tipo poliziesco-inquisitorio, nella quale la parte attiva della magistratura italiana eccelle. La prima richiede conoscenze storico-archivistiche, che spesso non si hanno. Opportuno, quindi, servirsi della consulenza di storici professionali, come hanno fatto le Commissioni parlamentari d'inchiesta. Se il presidente Guzzanti riterrà di voler trasmettere gli atti della Commissione Mitrokhin alla magistratura, i rapporti militari Pcus-Pci, emergenti dalla documentazione conosciuta e forse anche da quella ancora riservata, potranno orientare verso una riapertura delle indagini giudiziarie sia sulla «Gladio rossa» e suoi legami internazionali, che sul dossier Mitrokhin per la parte delle direttive militari eversive, provocando, forse, l'unificazione di procedimenti che, distinti, hanno portato ad «dimostrabilità processuali» perfettamente superabili, invece, attraverso la contestualizzazione e l'approfondimento di quelli.
Gianni Donno
Gianni Donno è consulente della Commissione Mitrokhin e Professore ordinario di storia contemporanea presso l'Università di Lece