Progetto: come colpire Putin
Maurizio Blondet
28/02/2006
Vladimir Putin e Condoleezza Rice nel loro ultimo incontro a Mosca del 20 aprile 2005Mosca ha dunque raggiunto un accordo con Teheran sul nucleare iraniano.
E un accordo fragile e, come ha riconosciuto Sergei Kiryenko, capo di Rosatom (l'agenzia nucleare russa), l'Iran deve fare ancora «dei seri passi».
Il tempo stringe: il 6 marzo il caso iraniano sarà deferito al Consiglio di Sicurezza, dove l'atteggiamento USA resterà prevedibilmente inflessibile.
Poi, sull'Iran possono piovere non solo sanzioni.
Notizie d'intelligence parlano di squadre «search and rescue» americane che si stanno posizionando in Afghanistan per recuperare piloti di F-16 di ritorno dalle missione in Iran e costretti all'atterraggio per mancanza di carburante.
Questo particolare suggerisce che i piloti potrebbero essere israeliani: già da mesi, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele nuovi F-16 forniti di serbatoi alari aggiuntivi per azioni a largo raggio.
Il vice-ministro cinese agli Esteri, Lu Guozheng, corre a Teheran per un'ultima mediazione; Condoleezza Rice percorre tutti i Paesi arabi per assicurarsi il loro appoggio contro l'Iran (1).

La mutata posizione di Teheran ha qualcosa a che vedere con l'esplosione alla moschea di Samara: una strategia iraniana di contrasto dev'essere saltata in aria con il tempio dell'imam Nascosto.
Alla fine, il solo risultato sarà di aver accresciuto l'irritazione di Washington verso Putin.
Putin piace sempre meno.
E gli ambienti estremi di Washington stanno meditando su come strappargli il prestigio e la visibilità che gli darebbe il vertice del G-8, previsto per il 15 luglio a San Pietroburgo, e che Putin dovrebbe presiedere.
Già il senatore McCain (un democratico) ha ventilato l'espulsione di Mosca dal G-8, in quanto paese «antidemocratico» e «intimidatorio».
John Vinocur, un neocon che scrive per il Washington Post, ha elencato in un duro articolo tutto ciò che gli USA rimproverano al capo del Cremlino (2): Putin «ha tentato di spingere fuori gli Stati Uniti dalle sue 'stazioni di posta' verso l'Afghanistan in Asia centrale».
Ha «minacciato la nuova democrazia ucraina».
Ha «usato il petrolio russo per intimidire i suoi vicini».



Peggio; Putin ha invitato «Hamas a colloqui di pace a Mosca», proprio mentre USA e Israele stanno affamando il nuovo governo palestinese (e la popolazione palestinese) tagliandogli fondi e rifornimenti.
E quella di Putin è «una politica deliberata, freddamente pensata».
Vinocur dà voce a Andrei Piontokovsky, un russo che ha trovato impiego all'Hudson Institute, il quale dichiara: la Russia «sta evidentemente scivolando nel campo anti-americano».
E si dà voce a Stephen Sestanovich, naturalizzato americano che ora lavora per il Council on Foreign Relations: Putin è «la guida delle forze reazionarie nell'ex Unione Sovietica».
Egli «mira a tornare nella posizione di grande potenza a causa delle sue riserve energetiche. Alla fine del processo ci sarà l'allineamento a fianco della Cina? Bisogna prendere atto che la Russia va nella direzione sbagliata».
A Washington, si medita un atto clamoroso contro Putin.
Il boicottaggio del vertice di San Pietroburgo, o l'espulsione della Russia dal club degli otto Paesi industrializzati, sarebbe caldeggiato da Dick Cheney e da John Negroponte, direttore dell'intelligence nazionale (3).



Ma Condoleezza Rice, benchè irritata come loro contro Mosca, sostiene che una posizione troppo dura può essere controproducente: dopotutto, gli USA hanno bisogno dell'appoggio russo per il processo che si preparano a fare a Teheran davanti al Consiglio di Sicurezza.
Inoltre, la Rice valuta che non è necessario dare troppa importanza a quel che fa Mosca, visto che la sua influenza sulla politica estera americana è in fondo nulla.
Al tempo dell'invasione dell'Iraq, Condoleezza Rice disse che «bisogna punire la Francia, ignorare la Germania e perdonare alla Russia».
Ora è dell'idea che Mosca deve prendere il posto della Germania in questa graduatoria: meglio ignorarla.
Ma non è questa l'intenzione dei neocon.
Per loro, bisogna assolutamente mandare il messaggio a Putin che «se non diventa democratico, diventa un nemico»; e si sa cosa accade ai nemici dell'America di Bush.
Se proprio non si riesce a mandare all'aria il G-8 di Pietroburgo, bisogna strappare a Putin la legittimazione che gliene verrà.



Come?
Una proposta di Anders Aslund (Institute of International Economics) è che i sette primi ministri e capi di Stato delle altre nazioni industriali, sulla strada per Pietroburgo per il summit del 15 luglio, facciano sosta in qualche città importante (Vienna? Berlino?) per partecipare ad una conferenza tra loro, allo scopo di deplorare clamorosamente la «deriva anti-democratica» di Putin.
Un'altra versione dello stesso sgarbo: i sette «grandi», riuniti in conferenza sulla via di Pietroburgo, dovrebbero incontrarsi ostentatamente con «organizzazioni dei diritti umani» russe, nonché ONG e altri gruppi «spontanei» pro-democratici dell'Est, per dichiarare che l'Occidente sostiene con forza queste organizzazioni.
Sono quelle stesso ONG e gruppi dei diritti civili, così attive nelle «rivoluzioni di velluto» dell'Est post-sovietico, che Putin ha messo sotto controllo, ritenendole pagate da USA e Gran Bretagna. Visto che USA e Gran Bretagna li pagano, possono ben convocarli a comando.



Un'altra ipotesi contempla la possibilità di attivare questi gruppi per «spontanee manifestazioni» nella stessa Pietroburgo, sotto gli occhi di tutte le telecamere del mondo, dove questi giovani sinceramente democratici chiederanno a gran voce a Putin di cambiare.
Insomma una versione meno violenta, ma altrettanto massiccia, delle manifestazioni no-global che furono preparate a Berlusconi per il G-8 a Genova.
Se la cosa possa riuscire è dubbio: gli old boys del KGB certo sono in allerta.

Maurizio Blondet




--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Kaveh Afrasiabi, «Iran's fate still in US hands», Asia Times, 28 febbraio 2006.
2) Jon Vinocur, «Putin's brazen moves push Bush to recalibrate», International Herald Tribune, 27 febbraio 2006.
3) Oleg Artukov, «Russia: friend or foe of the USA?», Pravda, 27 febbraio 2006.




Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.