L'Unita 26-02-06
26.02.2006
«Non è stata fatta alcuna riforma per renderci competitivi»
«La performance della nostra economia in questi cinque anni è stata talmente negativa che indicare un dato, uno solo, come il più preoccupante...». Senior economist all’Ocse dall’87 al '96, consulente del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, della Commissione europea e dell’Ufficio internazionale del lavoro, Tito Boeri osserva le schede mostrate alla kermesse dell’Ulivo di sabato e spiega che non c’è un dato che meglio di altri possa rappresentare quella che gli organizzatori hanno definito «l’Italia che si è fermata». «C’è l’imbarazzo della scelta», conclude con una battuta il docente di Economia del lavoro alla Bocconi di Milano.
Chi ha redatto le schede presentate alla kermesse ha messo al primo posto i dati del Pil: +1,7 nel 2001, +0,2 nel 2005.
«Sì, ma più che dare semplicemente i dati, sarebbe stato utile compararli con l’andamento del Pil mondiale».
Perché?
«Spesso si sente dire che l’economia italiana non cresce a causa della negativa congiuntura internazionale».
Non va così male l’economia mondiale?
«I dati sono questi: nel 2001, quando l’economia italiana cresceva all’1,5%, il Pil mondiale cresceva al 2,2%. Le stime per il 2005 ci dicono che l’economia italiana è allo 0,2%, mentre quella mondiale sta crescendo da due anni al tasso del 5%».
In quella mondiale vengono calcolati anche Stati Uniti e Cina. In Europa le cose non vanno così bene come in queste due realtà.
«In Europa ci sono molti Paesi che hanno una performance molto migliore della nostra. Anche Francia e Germania, le altre grandi malate, sono riuscite ad agganciare la ripresa dell’economia mondiale. Noi no».
Perché l’Italia non è riuscita?
«Perché non è stata fatta nessuna riforma che avrebbe potuto permetterci di migliorare la competitività delle nostre industrie di esportazione. Bisogna partire dal presupposto che l’Italia ha una specializzazione produttiva in settori che sono poco dinamici e nei quali soffriamo di più la competizione dei Paesi in via di sviluppo, quelli a basso costo del lavoro. Noi continuiamo a svilupparci nel tessile, nell’abbigliamento, nelle calzature. I Paesi europei che sono riusciti ad agganciare la ripresa mondiale, come la Germania, si sono specializzati in settori in cui la domanda cresce di più e che sono ad alto utilizzo di capitale umano, come le macchine per telecomunicazioni, quelle elettriche o per ufficio. Finché noi continueremo ad essere specializzati nei settori tradizionali, continueremo a soffrire sui mercati internazionali».
Soluzioni possibili?
«Una riforma degli ammortizzatori sociali, che servirebbe a rendere il cambiamento nella struttura produttiva meno socialmente costoso, una vera riforma dell’università e della ricerca, la rimozione di barriere alla concorrenza nei servizi».
Operazioni che hanno un costo, e l’Italia ha un debito pubblico che nel 2005 torna ad aumentare.
«Fare le riforme serve a migliorare i conti pubblici perché permette di crescere, anche se ci vuole del tempo. Nell’immediato bisogna riprendere il controllo dei conti pubblici, che si è perso in questa legislatura».
Il motivo?
«Si sono persi quasi due punti di gettito fiscale, mentre è aumentata la spesa».
La diminuzione delle entrate dipende dal taglio delle tasse?
«In minima parte. La perdita di gettito sembra attribuibile all’evasione. La politica dei condoni ha molto deteriorato il rapporto tra Fisco e contribuenti».
Come che sia: i conti sono questi. Come può il prossimo governo attuare le riforme necessarie per invertire la tendenza?
«Molte riforme possono essere fatte a costo zero. Partiamo dall’università: si è appena conclusa una valutazione - si veda il sito internet del Civr - della qualità della produzione scientifica dell’università italiana. Ora bisognerebbe usare questa graduatoria per decidere la distribuzione dei fondi per la ricerca. Invece di darli a pioggia, bisognerebbe premiare le università che hanno fatto meglio. Questo permetterebbe da una parte di stimolare maggiore impegno nella ricerca, dall’altra di fare una scelta oculata dei docenti che gradualmente sostituiranno quel 25% di docenti universitari che oggi hanno più di 60 anni: quando gli atenei chiameranno nuovi docenti, saranno incentivati a cercare di assumere i ricercatori più bravi, magari anche molto lontano dall’orticello. Altre riforme a costo zero sono quelle che tolgono un numero fisso ai notai oppure permettono ad architetti e ingegneri di farsi concorrenza rendendo pubbliche le loro tariffe. O ancora, l’introduzione di un salario minimo, che offrirebbe vere tutele a quei tantissimi lavoratori che sfuggono alle maglie della contrattazione collettiva».




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