Maurizio Blondet
28/02/2006
George W. Bush è riuscito a far credere alla massima parte degli americani che sono stati «terroristi arabi» a fare gli attentati dell'11 settembre.
Ci è riuscito troppo bene.
Ora questo successo gli si rivolge contro.
Gli americani lo accusano di voler consegnare la sicurezza portuale degli Stati Uniti in mano a «degli arabi».
La vicenda, di cui i giornali europei parlano poco o nulla, si sta ingigantendo in USA, tanto da rischiare di travolgere il presidente.
Tutto nasce da una ditta, la Dubai Port World, proprietà dell'emiro del Dubai, che si è vista assegnare la gestione di sei porti americani: il terminal-crociere di Manhattan, il porto-container di Newark, i porti di Philadelphia, Miami, New Orleans e Baltimora: i più importanti del Paese.
Subito, la lobby neocon ha rilevato publicamente che, in tal modo, la Casa Bianca consegnava la «sicurezza nazionale» in mano ad arabi.
Nel porto-franco di Dubai, Osama bin Laden e Al Qaeda «riciclano il loro denaro»; dunque niente di più facile che, una volta a capo della gestione dei porti, gli «arabi» facciano passare terroristi, bombe atomiche e bombe sporche chiuse nei container.
Ai democratici non è parso vero saltare, finalmente, su una critica a Bush che non li mettesse in urto con la nota lobby: e si sono messi a strillare che la sicurezza è in pericolo.
E a far passare Bush, da comandante in capo e protettore armato degli americani, per un traditore degli interessi americani, dando i porti in mano a «una nazione collegata con l'11 settembre».
Il pubblico, adeguatamente terrorizzato, ci crede, protesta, s'infiamma.
Tutta la faccenda ha un lato ridicolo.
La Dubai Port World è guidata da dirigenti americani, il personale viene da mezzo mondo (come noto gli arabi non lavorano molto, specie in Dubai); solo la proprietà è araba: del sultano locale, Ahmed ben Sulayem.
I giornali della finanza, dal Wall Street Journal al Financial Times, deplorano caldamente questa levata di scudi dell'opinione pubblica americana, che «chiude le frontiere» a «un'impresa estera», dando un colpo mortale alla fama degli USA come l'economia più «aperta alla globalizzazione».
Ma la Dubai Port World è «un'impresa statale», ritorce il deputato Tom Reynolds, un repubblicano (che su questa faccenda è contro Bush): appartiene al governo del Golfo, non ad azionisti.
Descrizione solo in parte esatta: la DB World è proprietà dell'emiro, che ha l'intero staterello come sua proprietà privata.
Nessuno invece rileva che questa faccenda mostra ancora una volta le complIcità d'affari più o meno sporchi, e i conflitti d'interesse, tipici dell'Amministrazione Bush.
L'uomo che ha cancellato un previo contratto (da 6,8 miliardi di dollari) con una compagnia inglese per consegnare i porti allla Dubai Port World, è il segretario al Tesoro John Snow: che prima di assumere la carica pubblica era presidente della CSX, un'impresa ferroviaria che aveva ottime relazioni d'affari con la Dubai Port, avendole venduto le sue filiali portuali internazionali.
Si dica lo stesso di David Sanborn: questo personaggio, scelto da Bush per presiedere la US Maritime Administration, è stato fino a un mese prima il capo delle filiali europee e latino-americane della Dubai Port World.
Perché la Dubai Port World è dunque una multinazionale globale, che più americana non si può.
Difatti è anche la discreta movimentatrice della logistica, palese e occulta, necessaria ai rifornimenti della occupazione militare in Iraq e Afghanistan (1).
Tutto il traffico meno confessabile avviene nel terminal 2 dell'aeroporto di Dubai, protetto dagli sguardi dei turisti che arrivano al Terminal 1 per fare shopping nel ricco emirato, dove l'emiro possiede alberghi a 7 stelle.
Qui, compagnie aeree sconosciute, che si chiamano African Express, Al Ishtar e Jupiter (quante siano della CIA non è dato sapere) fanno la spola tra Baghdad e Kabul, trasportando merci e persone: dirigenti della Halliburton, mercenari della DynCoprs e Kellogg Brown & Root (una controllata Halliburton), e lavoratori filippini e indiani che accettano di guadagnarsi la vita nell'emigrazione più pericolosa che esista.
Le Filippine hanno vietato ai loro cittadini di accettare lavori in Iraq, dopo diversi assassinii e sequestri subiti dai poveri immigrati.
Ma il 10 dicembre 2005 la compagnia di volo African Express (sede legale in Kenia) è stata colta sul fatto mentre contrabbandava 88 immigranti illegali filippini verso i loro posti, diciamo così, di lavoro.
Almeno seimila di questi disperati già lavorano in Iraq, per paghe variabili da 780 a 1330 dollari mensili, per lo più sotto contratto della Halliburton e di altre imprese del genere.
Ancora più importante, come retrovia logistica, il porto navale di Jebel Ali, anch'esso gestito dalla Dubai Port World.
Vi stazionano grosse navi militari, compresa la portaerea «John F. Kennedy».
Non solo il Dubai, con i suoi shopping center, alcool a fiumi e prostitute ucraine di lusso, è il luogo di relax delle truppe USA e (soprattutto) dei manager del petrolio americano; è un porto franco assoluto, da cui passa di tutto, con uffici aperti sul posto dalla Kuweit Petroleum Company e dalla Aramco (saudita-americana).
L'emiro, socio in affari della Casa Bianca (come i Bin Laden erano soci della Carlyle, la finanziaria di Bush padre) sta arricchendosi ancor più con questi traffici che con il petrolio.
E certo è il primo a vegliare che complici di terroristi arabi, assunti dalla sua ditta per sorvegliare
i porti americani, gli rovinino gli affari.
Così, la bufera attorno all'affare Bush-Dubai è fondata sul nulla.
Anzi diventa surreale se si pensa a quanta parte della sicurezza americana è stata appaltata ad Israele, senza suscitare proteste.
Lo ricorda «Counterpunch», un sito-giornale su cui scrivono ex agenti della CIA ostili al nuovo corso (2).
L'11 settembre, gli aeroporti USA da cui partirono gli aerei che «terroristi arabi» lanciarono poi (nella versione ufficiale) sulle Twin Tower e sul Pentagono, la security era affidata alla ICTS, azienda israeliana con sede in Olanda.
Peggio: la gestione delle bollette delle maggiori 29 compagnie telefoniche USA era ed è affidata alla Amdoc, azienda israeliana che già nel 1999 un rapporto segreto dell' FBI, «Top Secret Compartimentalized Information Report», avvisava potesse intercettare, e consegnare al Mossad, le telefonate in USA.
«Counterpunch» ridicolizza le parole del parlamentare Chick Schumer, ostile all'affare con la Dubai Port World, che ha dichiarato: «i porti americani sono vitali per la nostra economia, e sono bersagli per attacchi terroristi. Come non affidiamo ad aziende straniere l'apparato militare o l'appalto della polizia, così non dobbiamo dare i porti a mani estere».
Ma come, dice «Counterpunch»: l'America ha già affidato la sua sicurezza a stranieri.
Ed elenca i numerosi altissimi responsabili dell'apparato pubblico americano che hanno doppia cittadinanza, israeliana e americana: Michael Chertoff, oggi capo della Homeland Security;Paul Wolfowitz, già vicesegretario alla Difesa, numero 2 del Pentagono ai tempi dell'11 settembre, ed oggi capo della Banca Mondiale; Richard Perle, già capo del Defense Policy Board, che «faceva le politiche» al Pentagono in quei giorni; Douglas Feith, allora sottosgretario alla Difesa (numero 3 del Pentagono il giorno 11 settembre); Dov Zakheim, che al Pentagono era il numero 4, nell'importantissima poltrona di «comptroller», il responsabile delle spese militari.
L'elenco è davvero impressionante.
E «non è esaustivo», dicono gli agenti dissidenti della CIA.
Molti di questi personaggi hanno addirittura ricoperto cariche nel governo israeliano prima o dopo averle ricoperte nel governo americano: e in entrambi i casi alla Difesa.
Anzi «si può argomentare che la CIA e il Mossad non sono realmente due cose diverse, e che gli interessi d'Israele sono allacciati in un freddo coito agli interessi USA».
Insomma: altro che gli arabi, i veri nemici da cui dovremmo guardarci sono gli stranieri che abitano ai piani alti del governo.
O meglio c''erano.
Perché dopo l'11 settembre, i suddetti personaggi hanno abbandonato alla chetichella le cariche pubbliche (missione compiuta?) e sono ripiegati su posizioni lucrose e potenti, ma non elettive e dunque irresponsabili: Wolfowitz alla Banca Mondiale, il rabbino Dov Zakheim a capo della sua azienda System Planning Corporation che produce apparati di teleguida per aerei (forse
gli stessi utilizzati per teleguidare i «terroristi arabi volanti» l'11 settembre), tutti gli altri a fare affari nel privato.
Tranne Chertoff alla Homeland Security, facciamoci caso, questi individui, responsabili dell'attacco all'Iraq e all'Afghanistan, si sono sottratti in tempo a posizioni pubbliche dove possono essere chiamati rendere conto dei disastri che hanno provocato.
Rischio remoto, visto che appartengono alla nota lobby con doppia patria.
In ogni caso, si sono tolti in tempo dalle poltrone politiche, troppo visibili.
Oggi lasciano che sia Bush ad affrontare le bufere mediatiche, ridicole ma travolgenti, che lo hanno trasformato da comandante in capo a complice di soci arabi.
Bush è spendibile.
Perché non è lui che comanda.
Maurizio Blondet
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Note
1)Pratap Chatterjee, «Port of Profit - Dubai does brisk war business», CorpWatch, 24 febbraio 2006.
2)Lila Rajiva, «Double standard on foreign owners», Counterpunch, 27 febbraio 2006.
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