Volgendo lo sguardo con un’attenzione
più profonda sullo
stato del partito, ho
costatato la progressiva riduzione dell’-
organizzazione, una situazione che negli
ultimi tempi ha raggiunto livelli d’eccezionale
gravità. Inutile parlare dell’insuccesso
delle primarie, volute e sostenute
solo da una parte del gruppo dirigente
abbarbicato sulle posizioni del Segretario,
o sulla scarsa presenza del nostro
partito nei luoghi di lavoro, e alle
manifestazioni e lotte di carattere
nazionale o locale.Inutile insistere
infine sulla mancanza di pluralismo
nelle teste di serie delle liste
per il prossimo Parlamento, dove invece
figurano moltissimi (troppi) esterni, alcuni
dei quali totalmente estranei alla nostra
tradizione, storia e cultura. Non possiamo
limitarci a delle mere osservazioni o ad
esternazioni occasionali. Va fatta invece
una seria analisi e vanno trovate le soluzioni,
drastiche e radicali ,per un rinnovo
della nostra pratica politica, a partire dagli
aspetti organizzativi.
Mi preme dunque apportare un contributo,
da militante di base che si spende per
il partito senza voler nulla in cambio, per
sollecitare la discussione sull’assetto che
dovrebbe imboccare la nostra organizzazione
politica senza perdere di vista la
nostra stella polare, il socialismo.
Innanzitutto dobbiamo ricostruire un nuovo
modo di fare politica, lontano dalle
scorribande per l’ottenimento di un seggio,
senza negare in ogni modo l’importanza
delle battaglie parlamentari ma tentando
di unirle con i conflitti sociali, con
le lotte, anzi partendo da queste ultime.
Il nostro partito oggi si appresta ad andare
al
governo in una situazione interna pessima:
travagliato da lotte intestine, con
una linea politica ondivaga o appiattita
sull’ipotesi governista a tutti i costi, con
un corpo militante (10-15 mila compagni)
sfiduciato e frustrato. Al primo
scossone sociale saremmo spazzati via.
In ogni caso sia al governo che all’opposizione
il partito ha bisogno di essere
seriamente ristrutturato.
Un partito costruitodemocraticamente
dal basso, rappresentante
delle masse e al tempo stesso esempio
d’autogoverno, questo è il modello
a cui aspirare. Uno strumento
messo sempre sotto verifica, messo
alla prova dai conflitti sociali, strumento
della coscienza politica, organizzato ma
non per questo burocratizzato, un intellettuale
collettivo.
Un partito in cui il dibattito sia libero,
fecondo, senza correnti cristallizzate
ma con la ricchezza della diversità delle
posizioni presenti da cui appunto trarre
in ultimo una posizione comune.
Se falliamo in quest’obiettivo come possiamo
pensare in grande?
Bisogna dunque partire dal basso, democratizzare
il partito
iniziando dai circoli,
restituendo il potere agli iscritti,
valorizzando la militanza e stoppando
quanto invece vediamo sorgere e cioè un
partito leggero, mediatico, d’opinione,
dove le decisioni sono prese in Tv senza
neppure transitare per passaggi formali
dagli organismi dirigenti.
Compito dei segretari deve essere quello
di favorire la massima partecipazione,
coinvolgendo ogni singolo compagno o
simpatizzante, aiutando la formazione di
militanti preparati e motivati che si sentano
parte integrante del partito e non
esecutori o soggetti passivi. Dovrebbero
essere stimolate le discussioni sui classici,
su problemi attuali, dovrebbero essere
fornite documentazioni, invitati i compagni
ad esprimere pareri, a leggere Liberazione
o altri quotidiani e commentare le
notizie politiche. Bisogna cercare di portare
avanti lavori collegiali, garantire
alle minoranze la partecipazione ai
compiti di direzione politica. Più informazioni
devono essere fornite ai circoli
sui temi di livello nazionale verso cui il
compagno di base deve essere chiamato a
dire la sua, stimolato ad essere critico,
sollecitato a pensare. Dobbiamo essere in
grado di creare un partito con una gran
preparazione dei militanti con una spiccata
coscienza politica e di classe e capaci
di far maturare altri compagni verso questi
grandi obiettivi e compiti.
Bisogna dire no alle continue deroghe che
calpestano statuto e diritti degli iscritti e
un no con forza va ribadito anche per
quanto riguarda il cumulo degli incarichi,
ad esempio il sovrapporsi d’incarichi
di partito con cariche parlamentari, secondo
una concezione tutta borghese. I dirigenti
del partito, i quadri, devono nascere
non dalla vicinanza, dalla lealtà con i
capi-corrente o con la segreteria, ma devono
essere forgiati nel fuoco della lotta,
emergere dal conflitto, dall’esperienza.
Un altro secco stop va dato al culto della
personalità tanto in voga nel partito, no
alla politica come personalizzazione, sì
invece al coinvolgimento pieno degli
iscritti nella direzione. I militanti devono
però essere messi nella possibilità di conoscere,
proporre ed elaborare. Per questo
uno strumento in cui il partito deve
credere e di cui deve dotarsi è
l’inchiesta, la continua ricerca di verità,
la capacità d’analisi, di conoscenza del
territorio, delle classi, delle condizioni di
chi o cosa ci circonda, la possibilità di far
emergere contraddizioni, far maturare
prese di coscienza, sono un elemento
imprescindibile per un’efficace lotta
politica, evitando però i dogmi e i settarismi.
E’ necessaria la partecipazione alle
lotte, non si può continuare con una politica
fatta di volantini o comunicati stampa,
è necessario andare dove c’è la realtà
no nei salotti o nei reality della politica.
Le federazioni dovranno essere il volano
delle iniziative a carattere provinciale
stimolando azioni comuni dei circoli,
coordinando il lavoro degli stessi, aiutando
i quadri a formarsi, dimostrando di
essere presenti, promotori di vertenze
locali, da legare a dimensioni politiche
nazionali.
Per fare ciò è necessario investire sull’organizzazione
del partito, a partire dal
livello nazionale. Ci vogliono più risorse
sia in termini economici sia di compagni
da dedicare al lavoro di settore.
Il partito deve inoltre avere la capacità di
mettere radici nei quartieri disagiati, nei
comuni più piccoli, deve potenziare il
radicamento nei luoghi di lavoro con la
presenza costante di compagni, nel sindacato,
con inchieste, partecipazione a vertenze,
presenze dentro e fuori le fabbriche.
Proprio in questi luoghi la vita del
partito è più aderente ai problemi della
classe ed è quindi qui che si formano
posizioni più realistiche e meno velleitarie.
Il circolo deve diventare anche un centro
d’aggregazione per le diverse tipologie di
compagni (giovani, anziani, donne, lavoratori,
precari, disoccupati).
L’asse delle iniziative dovrà essere
proiettata più sul sociale che sulle istituzioni,
dentro di cui la pure nostra presenza
è importante, decisiva.
Un capitolo a parte merita Liberazione, il
nostro giornale deve diventare come
pane quotidiano per i militanti che devono
apprezzarlo come strumento che garantisca
il pluralismo rispetto al dibattito
interno, la diffusione delle idee, devono
vederlo come strumento d’analisi, ricerca.
Uno strumento che potenzierei con la
presenza di un foglio provinciale per
suscitare interesse nel territorio e dare
responsabilità i compagni alla diffusione
e al lavoro di redazione.
Un’altra necessità che avverto è quella
dell’istituzione di una fondazione culturale,
centro di ricerca, formazione, recupero
delle nostre culture, di coordinamento
delle varie iniziative e di riscoperta
dei pensatori classici e dimenticati del
marxismo e della storia nazionale, locale
e orale.




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