28 febbraio 2006
Corriere.it
Partita degli indecisi.
Centrosinistra favorito
Unione avanti di 3-5 punti, si ferma la crescita della Cdl
A sole sei settimane dal voto, il centrosinistra conserva un vantaggio tra i 3 e i 5 punti. E la Cdl sembrerebbe avere arrestato, non sappiamo se temporaneamente o meno, la crescita del periodo precedente. Nemmeno la Lega avrebbe tratto, per ora, un beneficio significativo dal caso Calderoli. Al tempo stesso, il governo e il presidente del Consiglio godono di giudizi positivi in crescita, anche se essi vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell'elettorato. Ma il risultato delle elezioni non è per nulla scontato e dipenderà dal grado di mobilità dell'elettorato rispetto alla situazione attuale. Soprattutto dal comportamento di chi non dichiara oggi il proprio orientamento e di chi, pur manifestandolo, afferma di essere disponibile a cambiarlo. I primi vengono spesso definiti «indecisi» — anche se lo sono solo in una certa misura — e rappresentano il 25-30 per cento. Richiesti di indicare quantomeno un orientamento, la maggioranza relativa privilegia comunque il centrosinistra (specialmente l'Italia dei Valori e i Ds). Ma non tutti andranno a votare: almeno la metà preannuncia la diserzione dalle urne e in realtà è probabile che si astengano in misura ancora maggiore.
L'esito «vero» dipenderà dunque soprattutto dall'intensità con cui gli schieramenti riusciranno a mobilitare questo segmento. Per questo, è ad esso che, in questo momento, le forze politiche (specie la Cdl che ha ottenuto qui qualche buon risultato nelle ultime settimane) rivolgono maggiore attenzione. Ma esiste anche un mercato potenziale — più difficile da affrontare — tra chi dichiara di avere già un orientamento di voto. Vanno naturalmente esclusi i «sicurissimi», che non voterebbero nessun partito diverso dal proprio.
Un tempo costituivano la prevalenza, ma sono oggi una solo consistente minoranza, il 20-30%, con una diffusione maggiore nella Lega e, a causa del declino del potere persuasivo delle ideologie, una presenza minima in partiti come Rifondazione comunista e An. La maggioranza dell'elettorato, invece, pur esprimendo una preferenza di partito, ne prende in considerazione anche altri della medesima coalizione e non ha ancora scelto definitivamente. Questo ampio segmento rappresenta una minaccia — ma anche una opportunità — per i singoli partiti, che possono vedere modificato anche significativamente il loro seguito, pur senza mutare il peso complessivo della coalizione. Ma ai fini della vittoria dell'uno o dell'altro polo, risulterà determinante chi, benché orientato ad uno specifico partito, non esclude la possibilità di votarne un altro, anche della coalizione opposta. Teoricamente la pensa così una quota rilevante: circa il 20 per cento. In realtà, in tutte le scorse elezioni, il passaggio da una coalizione all'altra è stato attuato da una percentuale minima: grosso modo il 4 per cento. Per la sua esiguità e per la difficoltà della conquista, pochi si rivolgono a questo segmento. Ma, dal punto di vista potenziale, esso rappresenta un mercato assai appetitoso, presente specialmente all'interno delle forze che si collocano al centro, con una accentuazione nell'Udc. Il quadro che emerge dall'insieme è dunque sin qui favorevole al centrosinistra. Ma la mobilità potenziale rilevata è tale da suggerire, ancora una volta, grande cautela nel formulare previsioni.
Renato Mannheimer




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non è che in questo c'entri la bravata del bravo calderoli

