Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito L'Iraq rende il terrore più probabile

    Iraq makes terror 'more likely'
    28 February 2006
    The US has ruled out any hasty withdrawal

    People across the world overwhelmingly believe the war in Iraq
    has increased the likelihood of terrorist attacks worldwide,
    a poll for the BBC reveals.
    Some 60% of people in 35 countries surveyed believe this is the case, against just 12% who think terrorist attacks have become less likely.

    In most countries, more people think removing Saddam Hussein was a mistake than think it was the right decision.

    Some 41,856 people were questioned in the poll for the BBC's World Service.

    In 20 countries, there is overall support for US-led forces to withdraw from Iraq in the next few months.
    More details

    Only in nine of the remaining 15 countries do more people believe US-led forces should remain until the situation is stabilised. Six countries are divided.

    The removal of Saddam Hussein in 2003 is seen as a mistake in 21 countries, compared with 11 countries where more people view it as the right decision. Three countries are divided.

    "It's official. Citizens worldwide think Western leaders have made a fundamental mistake in their war on terror by invading Iraq," says Doug Miller, president of the international polling firm GlobeScan, which carried out the survey.

    "Short of the Iraqi government asking them to stay longer, people think the troops should leave," he says.

    The countries most eager for US coalition withdrawal are Argentina (80%), Egypt (76%), China (67%) and Brazil (67%). Those which favour troops staying for the time being are the US (58%), Afghanistan (58%), Australia (57%) and Great Britain (56%).

    BBC News - Middle East

  2. #2
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    72% of U.S. Troops Want Out of Iraq Within One Year

    Bush says pulling out of Iraq would undermine our troops’ morale:
    It is also important for every American to understand the consequences of pulling out of Iraq before our work is done. … We would undermine the morale of our troops by betraying the cause for which they have sacrificed. [12/18/05]

    U.S. troops say they want out of Iraq within a year:
    A new poll to be released today shows that U.S. soldiers overwhelmingly want out of Iraqand soon. The poll is the first of U.S. troops currently serving in Iraq, according to John Zogby, the pollster. Conducted by Zogby International and LeMoyne College, it asked 944 service members, “How long should U.S. troops stay in Iraq?” Only 23 percent backed Mr. Bush’s position that they should stay as long as necessary. In contrast, 72 percent said that U.S. troops should be pulled out within one year. Of those, 29 percent said they should withdraw “immediately.” [NYT, 2/28/06]

    Think Progress

  3. #3
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Il comandante in capo ha perso le truppe



    The Commander in Chief Has Lost the Troops
    by Kevin B. Zeese
    March 1, 2006
    A unique poll of active-duty troops in Iraq shows a huge disconnect between the commander in chief and the troops in battle. It is evident that the president views the war very differently than the troops on the ground. The loss of the troops may be the final straw in the illegal occupation turned failed war. The foreign policy establishment had already told the president they thought the Iraq war was a mistake. The people have been saying the war was a mistake. All that is left are President Bush and the hawkish leaders of the two parties – only they are calling for staying the course or sending more troops.

    Antiwar

  4. #4
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    Mahatma Bush
    by Norman Solomon
    March 1, 2006
    [...] The world has seen many such leaders, eager to unleash as much violence as necessary to get what they want, and glad to praise nonviolence whenever convenient. But no photo-op can change the current reality that the world's most powerful government is also, by far, the most violent and the most dangerous.

    Antiwar

  5. #5
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    BUSH IN INDIA
    Il piatto forte del viaggio asiatico del presidente americano si consuma in India.
    Con contorno di te al cardamomo ma anche alcuni bocconi amari da deglutire. A partire dalla questione del nucleare
    di Emanuele Giordana
    Mercoledi' 1 Marzo 200
    Il podio da cui George W Bush parlerà agli indiani sarà niente meno che il Forte rosso, la perla moghul che è considerata una delle meraviglie di Nuova Delhi. Ma non parlerà, a meno di svolte nell’agenda, davanti al Congresso indiano per la fiera opposizione della sinistra, ostile agli americani tanto quanto il premier Manmohan Singh non lo è. Soprattutto in vista dell’accordo sullo scambio di tecnologia nucleare che i due governi hanno trattato nel luglio scorso. E’ il punto nodale di questo viaggio in un paese dove proprio ieri il ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaram ha prospettato una crescita del 10%. Poi sarà la volta del Pakistan dove venerdi, per la vigilia dell’arrivo di Bush, con l’animo ancora infiammato dalle vignette, l’islam radicale ha organizzato uno sciopero nazionale che ha tutta l’aria di essere una prova di forza nei confronti dell’amicizia tra il presidente americano e Musharraf. Una prova del fuoco che può turbare una visita nella quale Bush ha fatto capire che intende portare al Pakistan nuovi vantaggi economici e una minor rigidità sui visti per gli Usa. Ma insomma il vero piatto forte si mangerà in India. Con contorno di te aromatizzato al cardamomo ma anche con alcuni bocconi amari da deglutire.
    Gli Stati Uniti hanno condizionato l’accordo nucleare (che secondo la casa Bianca difficilmente si chiuderà con questa visita) a una netta divisione del nucleare indiano tra progetti a scopo pacifico e impianti di tipo militare. Sabato scorso si è parlato di “progressi” nei colloqui bilaterali condotti dal sottosegretario Nicholas Burns e dalla controparte indiana Shyam Saran alla vigilia del viaggio, e Singh ha accettato il principio della separazione tra militare e pacifico. Ma è stato anche abbastanza chiaro sul fatto che Delhi resta “ferma” sull’identificazione di cosa sia civile e cosa militare. A dirlo sarà l’India e l’India soltanto. Una reiterata riaffermazione del principio che gli indiani possono anche fare da soli. Che si tratti della volontà dell’India di far pesare la sua statura sul piatto dei rapporti bilaterali e internazionali o che sia una forma per tener buona la componente più radicale della coalizione di governo, questo resta da vedere. Ma insomma Singh ha messo i puntini sulle i. Quanto agli Usa, l’ultima parola resta al Congresso che non dovrebbe esprimersi prima di maggio. Gli americani pensano intanto di invitare l’India nella Global Nuclear Energy Partnership (Gnep), il nuovo club esclusivo dei vecchi possessori ufficiali della bomba che così potrebbero garantire la vendita serena di tecnologia nucleare solo ai buoni. All’India l’idea di questo “core group”, cui plaudono cinesi, russi e giapponesi (meno gli europei), non dovrebbe dispiacere. Ma non è proprio così per tutti gli indiani che fanno parte della variegata coalizione di governo. Per la sinistra l’India non dovrebbe ad esempio abbandonare l’Iran al suo destino. E il club esclusivo potrebbe rivelarsi una trappola. Di quelle che l’America sta architettando per contenere i nuovi attori sempre più emergenti nell’arena mondiale. Tra cui Delhi.
    Il piano di rafforzamento dei legami con l’India è importante per Washington per diverse ragioni, e Delhi sa bene che, in questo momento, con la campagna d’Iraq al punto più basso della sua evoluzione e con una Cina in forte espansione, l’appoggio dell’Unione indiana è per gli americani un’arma importante. Tanto per cominciare c’è appunto il dossier Iran. E proprio con l’Iran e il loro voto contrario mesi fa all’Aiea, gli indiani si sono spostati dall’asse tradizionale sino-russo degli amici di Teheran, dalla parte di chi vuole mettere la mordacchia al regime teocratico (Ue e Usa). Nondimeno Delhi ha continuato a tenere in piedi la cosiddetta politica del “doppio forno”, senza fare passi indietro, ad esempio, sul famoso gasdotto dell’amicizia che dovrà portare energia dall’Iran all’India via Pakistan (Musharraf è della stessa idea) e non si è comunque associata alla crociata delle sanzioni contro Teheran. Con Cina e Russia i rapporti restano più che cordiali mentre prosegue una politica di amicizia diplomatica a larghissimo raggio e un attivismo sul piano commerciale (che ha investito anche l’ambasciata indiana di Roma per dire di una sede diplomatica a noi vicina) e che sta dando i suoi frutti. Tratterà insomma da una posizione di forza.


    L'articolo è apparso oggi su Il Riformista

  6. #6
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito



    Iraq, ancora un anno di follia
    di Christian Elia
    01.3.2006

    Il 18 marzo 2003 cominciava la guerra in Iraq
    editoriali. Il 18 marzo prossimo ricorrerà il terzo anniversario della guerra in Iraq. L'invasione del Paese era cominciata per impedire al regime di Saddam di utilizzare le sue armi di distruzione di massa, ma alla fine si è scoperto che queste non esistevano. Allora è stato detto che, comunque, la guerra aveva un buon motivo per essere combattuta: liberare il popolo iracheno dal giogo della dittatura e pacificare il Paese. Oggi in Iraq è in corso una guerra civile. Almeno l'invasione avrebbe dovuto garantire alla popolazione civile la sicurezza e la serenità, ma gli iracheni non hanno lavoro, vivono nel terrore e privati di ogni diritto.

    PeaceReporter

  7. #7
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    BERLUSCONI DA BUSH

    Finalmente Berlusconi ha avuto il coraggio di dire in faccia a Bush che entro il 2006 l'Italia si ritirerà dall'Iraq. Per la precisione, ecco le parole del nostro Premier sentite ieri al telegiornale: "Mentre tremila (3.000) soldati italiani faranno ritorno in Italia entro la fine del 2006, saranno diecimila (10.000) le nostre forze dell'ordine presenti in terra irachena". E che nessuno si permetta più di suggerire che noi di Bush siamo solo delle sguattere.
    Ecco il "codino" del TG 3 delle 19.00 di ieri, con il commento finale di Berlusconi che sembra essere sfuggito a molti dei nostri giornalisti (solo audio, 29 Kb).

    Link

  8. #8
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito Balcanizzazione e Vassallaggio

    Negroponte: Iraqi Balkanization on Schedule
    Wednesday March 01st 2006
    John Negroponte, Henry Kissinger understudy and death squad ambassador to Honduras, has admitted the Straussian neocon and Jabotinsky Likudite plan to break “all Arab states into smaller units” is on schedule (a plan going back at least to Moshe Sharett, the second Israeli PM, according to Livia Rokach, daughter of Israel Rokach, Minister of the Interior in the Sharett government), thus implementing “balkanization and vassalization,” as Rokach described it in her book, Israel’s Sacred Terrorism and detailed in Oded Yinon’s A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties.

    Kurt Nimmo



    The Zionist Plan for the Middle East
    By Israel Shahak

  9. #9
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    Uragano Katrina. Un video inchioda Bush: era a conoscenza della pericolosita'
    Washington, 2 marzo 2006
    Sei mesi dopo la tragedia di New Orleans, esplode nuovamente negli Stati Uniti la polemica per i ritardi nei soccorsi alle popolazioni colpite dall'uragano Katrina. Ad accenderla e' stata la diffusione di un video con le immagini di una riunione durante la quale il presidente americano George W. Bush viene informato del potenziale distruttivo della tempesta. La ripresa e' del 28 agosto, il giorno prima che Katrina si abbattesse senza pieta' sulle coste della Louisiana; i morti accertati furono 1.300, i dispersi 2.000.

    Nell'incontro tra gli altri con il capo della Protezione civile federale Michael
    Brown, Bush non fa nessuna domanda agli esperti. Il presidente si limita a dire: "Siamo preparati".
    Eppure Brown gli fa un quadro poco rassicurante. "Per usare un eufemismo, si tratta di 'quello grosso'", dice a proposito dell'uragano. L'esperto esprime poi dubbi sulla tenuta del tetto del Superdome, lo stadio dove avrebbero trovato rifugio migliaia di persone, e sull'efficienza dei servizi di pronto soccorso e funebri: "Sono preoccupato della loro capacita' di affrontare una catastrofe", afferma. Brown e' stato poi l'unico a pagare con le dimissioni il disastro organizzativo di cui e' stata accusata l'amministrazione.


    RaiNews24


    Video: Bush, Chertoff Warned before Katrina
    By Margaret Ebrahim and John Solomon
    The Associated Press - 01 March 2006
    WASHINGTON (AP) -- On the eve of Hurricane Katrina's fateful landfall, President Bush was confident. His homeland security chief appeared relaxed. And warnings of the coming destruction -- breached or overrun levees, deaths at the New Orleans Superdome and overwhelming needs for post-storm rescues -- were delivered in dramatic terms to all involved. All of it was captured on videotape.

    The Associated Press obtained the confidential government video and made it public Wednesday, offering Americans their own inside glimpse into the government's fateful final Katrina preparations after months of fingerpointing and political recriminations.

    ''My gut tells me ... this is a bad one and a big one,'' then-federal disaster chief Michael Brown told the final government-wide briefing the day before Katrina struck the Gulf Coast on Aug. 29.

    The president didn't ask a single question during the briefing but assured soon-to-be-battered state officials: ''We are fully prepared.''

    truthout

  10. #10
    bluedanube
    Ospite

    Predefinito

    L'ambasciatore Usa in Iraq, Zalmay Khalilzad
    Gli attentati e il belzebù di Baghdad
    di Mir Mad
    26-2-06
    Dopo John Negroponte - definito l'anima nera di Baghdad da Noam Chomsky - che è passato alla direzione della Cia, a Baghdad come ambasciatore Usa è arrivato Zalmay Khalilzad, il referente del mostro del regime dei talibani afghani negli ambienti politici di Washington. Se Negroponte era divenuto celebre come artefice degli “squadroni di morte” nella America Latina degli anni 80, Khalilzad ha conquistato la celebrità come il simbolo del nuovo servitore dell'era globale. E' colui che, in un'intervista al Washington Post nel 1997 spiegava che Washington doveva intavolare trattative con il regime dei talibani in Afghanistan perchè essi non portavano avanti una politica antiamericana come gli ayatollah di Teheran.

    Cittadino afgano nato a Mazarsharif, trasferito a Kabul e spostatosi successivamente negli Usa per acquisire la cittadinanza americana, Zalmay Khalilzad era diventato consigliere del Pentagono e di altre agenzie governative Usa come la Cia, nonché miliardario con una serie di affari che aveva concluso a Kabul con la compiacenza del regime dei talibani. La figura di Khalilzad è un mix di khan-brigante, custode-manager. Ruba per se stesso e custodisce, alla stregua di un manager-gorilla, il bottino (le risorse irachene) che i neocon dell'amministrazione Bush hanno conquistato con la campagna bellica in Afghanistan e in Iraq.

    Dopo essere stato il referente dei talibani a Washington per anni, con l'avvento dell'amministrazione Bush, si converte alla fede democratica e si impegna a servire gli artefici dell'esportazione della democrazia stampo neocon in Afghanistan e altri paesi della regione medio orientale. Prima viene nominato plenipotenziario Usa nella sua terra d'origine, l'Afghanistan, dove nel frattempo il mostro dei talibani è stato, almeno formalmente, abbattuto. Successivamente sostituisce John Negroponte come ambasciatore a Baghdad. Cosi il belzebù subentra all'anima nera, ereditando la sua corte di 6000 uomini. Da quel momento pretende di essere presente alle riunioni dove si decidono i futuri assetti politici dell'Iraq. E vista la presenza delle truppe Usa diventa impossibile non esaudire le sue richieste.

    Dopo le ultime elezioni legislative irachene dove gli sciiti, cioè la maggioranza degli iracheni (65% della popolazione), nelle loro varie anime si affermano senza conquistare però la maggioranza assoluta, Khalilzad comincia a intervenire nella scelta dei ministri, pretendendo cinque dicasteri-chiave come quelli del petrolio, gli Interni, la Difesa. Vuole che siano affidati agli uomini vicino o meglio al servizio degli Usa. Quando il governo di Jafari si oppone reclamando l'autonomia, Khalilzad comincia ad operare per fare una coalizione curdo-sunnita sostenuta dagli elementi residui del Ba'ath. Non essendoci i numeri sufficienti, Khalilzad comincia a parlare del rischio delle guerre interetniche, interreligiose e confessionali prospettando la guerra civile. Così la componente salafita dell'Islam sunnita e i vari gruppi di “apostasia e guerra santa”, legati al wahabbismo saudita, colgono il messaggio e dopo vari crimini, che da mesi si perpetuano ai danni della gente semplice – pellegrini del ponte degli Imam (più di 1000 morti), muratori in fila (a Baghdad e altrove), bambini trucidati (120 della città di Mossayeb), semplici cittadini (ogni giorno e dovunque), ma sempre sciiti - arrivano anche le bombe contro i santuari e luoghi sacri sciiti.

    A Samarra, città sotto controllo delle forze d'occupazione Usa, le bombe fanno saltare il santuario degli imam sciiti Hadi e Hasan Ascari, facendo saltare in aria la cupola d'oro in uno spaventoso attentato contro la fede popolare. Cosi la folla degli sciiti, nonostante gli appelli alla calma dell'ayatollah Sistani, dà l'assalto alle moschee sunnite. E la spirale di violenza continua in queste ore: l'autobomba a Kerbala, gli spari al corteo funebre di Baghdad, gli scontri a Samarra…

    Tutti gli uomini di questi gruppi salafiti, coordinati e gestiti da vari esponenti di al-Qaeda, come il fantomatico al-Zarqawi, emissario–avversario di bin Laden, provengono dal bacino culturale del wahabbismo saudita che genera e alimenta tutti gli estremismi di stampo salafita, al-Qaeda e bin Laden compresi. Il regno dei Saud dove la decapitazione è una sanzione ufficiale dello stato, è il maggiore alleato Usa nel mondo islamico. Sulla scia della politica dei Saud, altri stati arabi alleati degli Usa (l'Egitto di Mubarak, la Giordania di Abdallah, il Marocco di Mohammad VI, …) invece di combattere il terrorismo lo esportano, per neutralizzare e sopprimere gli sciiti che nell'intero mondo islamico sono forse il 15% e sono considerati degli apostati.

    L'amministrazione Bush continua a parlare della vittoria in Iraq, sostituendo varie anime nere con i belzebù e ciò mentre, mancando la sicurezza (che, secondo articolo IV della Convezione di Ginevra, è a carico delle forze d'occupazione), il terrorismo continua a prosperare nel buio della violenza bellica programmata – shock and Awe - e migliaia di vite civili iracheni vengono annientate insieme ai giovani soldati americani provenienti dalle periferie meno ricche degli Usa, che combattono per ottenere magari la cittadinanza americana o pagarsi gli studi qualora uscissero dalla guerra indenni. La tragedia si perpetua mentre risale la borsa di Wall Street e supera anche 11000 punti e molte aziende Usa, come la compagnia Hulliburton vicina al vice presidente Dick Cheney in testa, risanano i bilanci.


    Megachip

 

 

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