Il futuro senza musica
Giornata di dibattiti all'Auditorium Giuseppe Verdi di Milano in presenza dei leader politici e degli operatori preoccupati per il futuro

di Gaetano Santangelo

In Italia il mondo della musica si è ritrovato all’Auditorium Giuseppe Verdi di Milano con politici di destra e di sinistra per dibattere un tema di estrema attualità dopo i drastici tagli che l’ultima finanziaria ha operato sul Fondo unico dello spettacolo (Fus). Da qui l’urgenza di convocare gli addetti ai lavori e i responsabili della pubblica amministrazione per un confronto sul tema: “Il futuro senza musica”.
A questo non piccolo problema si deve l’incontro tra Buttiglione, Tabacci e Bondi, rappresentanti dell’attuale compagine governativa, Rutelli e Fassino, deputati della parte avversa, e numerosi musicisti e dirigenti di associazioni musicali iscritte all’Agis (150 hanno aderito all’iniziativa promossa da CIDIM, da Federazione CEMAT, Centri Musicali Attrezzati, da ISMEZ Istituto Nazionale per lo Sviluppo Musicale nel Mezzogiorno, da Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, da AIAM Associazione Italiana Attività Musicali, da ICO Istituzioni Concertistiche Orchestrali, da Italia Festival e da MusicArticolo9) che hanno dato vita a un acceso dibattito sulla preoccupante situazione della politica culturale in Italia. Non solo perché questo significa voti, soprattutto in campagna elettorale, ma perché senza cultura la politica non sopravvive, perché senza cultura questo paese non ha futuro e perché, infine, «ci troviamo di fronte a un bivio pericoloso e, per questo motivo, viviamo nel panico». Così recita il documento ufficiale di questa giornata.
La denuncia è chiara e documentata: il Fus dai 516.500.000 (circa) euro stanziati nel 2001 nella finanziaria del governo Amato, è passato a 385.000.000 nel 2006 ed è destinato a ridursi ulteriormente nei prossimi anni: nel 2008 sarà infatti (se non si inverte questa tendenza, come hanno promesso Fassino e Rutelli) di 294.000.000. Ma già se ne paventa l’azzeramento totale, visto che il consulente economico di Palazzo Chigi, il prof. Brunetta, ha dichiarato che il Fus andrebbe abolito. Obiettivo che non si tarderà a raggiungere visto che dai calcoli degli analisti risulta che la riduzione matematica non corrisponde al valore effettivo dovuto alla svalutazione e all’entrata in vigore dell’euro. Infatti, se si tiene conto della sola inflazione, la forbice tra il 2001 e il 2004 risulta pari a circa il 51%.
“Ora, si chiede Corbani, cosa abbiamo fatto di male per meritare questo trattamento?” E cosa ha fatto Parma per meritare invece, in questo momento di crisi, grazie ai fondi extra Fus, uno stanziamento di sei milioni di euro (3.200.000 euro per il coordinamento delle attività musicali e 3.000.000 all’Orchestra Filarmonica Toscanini, complesso che si riunisce occasionalmente)? Eppure l’Orchestra Verdi di Milano è un’istituzione stabile, conta più di 200.000 spettatori all’anno ed «è formata da cento musicisti che rischiano di restare disoccupati».
I numerosi interventi hanno messo in luce alcuni aspetti che indicano le ragioni segrete di questa deriva cui sta andando incontro il mondo della cultura. Angelo Foletto, convocato sul palco in qualità di presidente dell’Associazione dei critici musicali, non nasconde una certa ironia riferendosi alla quasi totale abolizione delle pagine di critica musicale dai quotidiani. Questi argomenti, secondo alcuni, riguardano un’esigua minoranza, non interessano i lettori e non fanno vendere più giornali. Infatti anche per la carta stampata a condurre i giochi è l’audience. Un meccanismo che ha provocato danni incalcolabili, dato che funziona in una società dove l’unico obbiettivo sembra essere il profitto.
Ma la logica che conduce a queste drammatiche conseguenze è da ricercare più lontano. Per esempio nel sistema scuola, dove la musica è materia ignorata, nonostante le affermazioni del Ministro Letizia Moratti (e su questo tema nulla abbiamo da aggiungere a quanto già scritto sulle pagine di questo giornale nello scorso numero di marzo). Nel 2004 i diplomati dei conservatori italiani e degli istituti pareggiati sono stati più di tremila e trecento. Se a questi aggiungiamo quelli degli anni precedenti ci troviamo di fronte un numero enorme di persone destinate a fare i precari o a emigrare. Infatti le orchestre straniere impiegano numerosi musicisti diplomati in Italia e non è un caso se questi sono sempre più ricercati.
Enrico Dindo, a scanso di equivoci cita l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. I nomi che hanno dato vita all’Associazione Musicarticolo9 sono tra i più prestigiosi del panorama musicale italiano. Con Dindo vi figurano quelli di Roberto Abbado, Salvatore Accardo, Andrea Lucchesini, Franco Petracchi e Danilo Rossi. Rappresentano un sintomo del disagio che si sta vivendo in questo momento nel mondo della musica in Italia.
Come si vede non si lascia nulla di intentato per portare soccorso alla musica che sta attraversando uno dei momenti più difficili. Tutti intervengono per portarle soccorso e in queste circostanze emerge, tra la sorpresa generale, che a “remare contro” è il sistema stesso che finisce per autodistruggersi. Se si procede in questa direzione l’Italia sarà sempre meno concorrenziale con i sistemi culturali di paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra e la Spagna, dove nella cultura si investe sempre di più. I nostri sistemi di esazione dei diritti d’autore (Siae), di Enpals e i sistemi di finanziamento sono superati e spesso punitivi, con macchine burocratiche da Stati del terzo mondo. Le sovvenzioni si disperdono in mille rivoli e senza alcun controllo.
Accade così che chi osa accostarsi al repertorio contemporaneo si espone ad autentici salassi. In prima fila, e sembra un controsenso, troviamo gli stessi editori, che finiscono per scoraggiare qualsiasi iniziativa che si rivolga a quel repertorio. In altri paesi, per esempio la Francia, i sistemi di esazione del diritto d’autore sul repertorio contemporaneo incoraggiano gli operatori e li inducono a proseguire nella difficile strada della diffusione della musica di oggi. Un mercato soffocato dalla miopia degli stessi addetti ai lavori, che in tal modo finiscono per penalizzare gli autori che ad essi affidano le proprie opere.
Di questo passo la cultura finirà per essere percepita più come un peso che come una risorsa.
In questi ultimi decenni i bilanci degli enti pubblici sono stati sottoposti a severe analisi da parte dei contabili con un unico obbiettivo: chiudere con i bilanci in attivo. Ciò si può ottenere in due modi: tagliare i costi o aumentare le entrate. Inutile chiedere qual è il percorso più facile.
Alla Rai, per esempio, è sembrato più facile chiudere le orchestre, mentre al governo ridurre il Fus (che equivale a tappare con un dito la falla del Titanic).
Date queste premesse quale potrà mai essere il futuro di questo paese? e quale potrà essere un futuro senza musica?
“L’opera italiana è finita?” con questo titolo il Times dà una sintesi del momento che sta vivendo la musica in Italia. La conferma viene dalle dichiarazioni di alcuni sovrintendenti che denunciano deficit milionari: San Carlo di Napoli, 6 milioni di euro, la Scala di Milano, 5,7 milioni, Carlo Felice, 4,6 milioni, Comunale di Bologna, 4,5 milioni, Opera di Roma, 3,6 milioni, Teatro Regio di Parma e La Fenice, 2,9 milioni a testa. Si incomincia così a ridurre la programmazione e a sostituire le opere con i concerti. Al Maggio Musicale si rinuncia a Salomé di Richard Strauss e al Naso di Sostakovic, a Genova salterà Katia Kabanova di Janacek e così via.
Sorge spontanea una domanda all’attuale Ministro della cultura, onorevole Buttiglione: la riduzione del Fus è confermata. E le sue promesse dimissioni a che punto sono?