NOURIEL ROUBINI
«Così la Germania va, ma a spese di Italia e Spagna»
Troppo zelo, troppa fretta a Francoforte. La precipitazione è sempre una cattiva consigliera. E rischia di diventarlo ora anche per la Banca centrale europea, decisa a correre in avanti nel tempo come vivesse in un’economia forte che in realtà è ancora tutta di là da venire. Nouriel Roubini, professore di Economia alla Stern School of Business della New York University, alla ribalta delle cronache di recente per le sue dure critiche a Spagna e Italia, invita la Bce a evitare trattamenti brutali che rischino di strozzare in culla la ripresa europea.
La reazione di Francoforte è stata misurata: interessi a breve dal 2% al 2,5% in tre mesi. Dov’è la precipitazione?
«La Bce si è mossa troppo presto e troppo in fretta, avrebbe fatto meglio a attendere che l’accelerazione dell’economia europea diventasse più evidente. L’inflazione di base nella zona-euro, tolti i prezzi più instabili dell’energia e del cibo, è appena all’1,2% e addirittura in calo».
Qui sta la novità: il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha messo in chiaro che l’impatto del caro-petrolio non va più scorporato dal calcolo degli aumenti di prezzo. Si sbaglia?
«La Federal Reserve è più attenta all’inflazione di base. Capisco che bisogna guardare ai rincari del listino generale e che questi oggi sono sopra al limite massimo entro il 2% indicato dalla Bce. Capisco anche che Trichet tema che il caro-petrolio si trasferisca negli aumenti dei salari o nei prezzi dei prodotti industriali. Ma mi pare che stia mettendo davvero troppa enfasi sui rischi di surriscaldamento dell’economia».
Eppure la ripresa c’è, la stessa Bce ha corretto le previsioni di crescita di Eurolandia al rialzo sopra al 2% nel 2006.
«Sì, sta reagendo agli indicatori che segnalano uno sviluppo più sostenuto. Ma l’ultimo trimestre del 2005 è stato terribile. E la stessa Fed ha aspettato che in America la ripresa mettesse radici per un po’, prima di avviare la stretta al credito. Se fossi Trichet, ci andrei piano».
Anche se certi indicatori di fiducia delle imprese tedesche, segnalati dall’Ifo, sono ai massimi dal ’94?
«Molti passi avanti della Germania potrebbero in realtà rivelarsi progressi a spese dell’Italia o della Spagna, sotto forma di quote di mercato sottratte. Forse anche così si spiega il deficit commerciale dei paesi mediterranei, che sale insieme al surplus tedesco».
Lei sostiene che le banche centrali devono combattere gli eccessi speculativi nel valore dei patrimoni, in primo luogo immobiliari. Ora la Bce lo fa. Sbaglia anche in questo?
«I governatori devono sì combattere le bolle immobiliari. Ma in Europa i maggiori aumenti sulle case sono in Irlanda, Spagna, Francia e Italia: paesi piccoli o a crescita modesta o nulla. Negli Stati Uniti gli effetti della bolla sull’economia sono più evidenti, i forti rincari avvengono su entrambe le coste e sul 50% degli immobili. Lì la Fed dovrebbe agire».
Le differenze fra le economie europee continuano a essere così forti?
«È il dilemma della Bce: deve guardare a Eurolandia come a un tutto unico mentre paesi come l’Italia o il Portogallo sono in seria difficoltà. Intanto i vincoli e le rigidità fanno sì che i lavoratori e le imprese non riescano a spostarsi da una parte all’altra come negli Usa».
Le imprese in verità ci provano: c’è una vera ondata di scalate nell’Ue.
«Che i grandi gruppi vogliano espandersi all’estero è positivo. Ma si scontrano con il protezionismo: un altro segno che il grande disagio economico non è affatto superato».
Federico Fubini
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