Caccia al voto laico
8 aprile 2006
di Il Calibano
"rara avis in terris, nigroque simillima cygno"
(Giovenale, Satire)
Un articolo de “Il Manifesto” del 7 aprile, a firma di Cosimo Rossi, ha questo incipit: “ Chi l'avrebbe mai detto che l'ultimo voto utile inseguito lungo lo stivale sarebbe stato quello laico, anzi laicista?”.
Già me li immagino, gli improvvisati seguaci di Nembrotte armare roccoli e seminare panie per catturare i rari voti scampati alla mattanza degli algidi Porta a Porta, alle insidie dei Ballarò, alla mitraglietta di Matrix, al desert storm di Liberitutti, ai te deum del Tg4, ai dictat escatologici del Papa alemanno, ai depliant patinati offerti da accattivanti rettili biblici. Ma l’ars venandi, come lo Stupor mundi, Federico II di Svevia insegna, è un’arte che non si improvvisa e richiede perizia, esperienza, capacità e conoscenza dell’oggetto delle nostre brame. Catturare l’ambito voto laico non è la stessa cosa che catturare il raro voto laicista perché “Con la parola “laico” si indica infatti una condizione, che tutti identificano nel medesimo modo, mentre con “laicista” si designa la disposizione di chi approva la separazione della sfera politica da quella religiosa”. Allora, in questo beckettiano “Finale di partita”, credo sia opportuno offrire ai neocacciatori, o aspiranti tali, un agile strumento per individuare chi è laico o laicista da chi per laico o laicista si spaccia.
La laicità non si identifica a priori con alcun credo preci*so, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l'attitudine critica ad articolare il proprio credo filosofico o religioso secondo re*gole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da nessuna fede, perché in tal caso si ca*drebbe in un torbido pasticcio, sempre oscurantista (Claudio Magris, Laicità e religione).
La questione dell'insegnamento della religione rimane so*stanzialmente aperta nel nostro Paese: la norma del Concor*dato del 1984 appare insufficiente in quanto non garantisce un minimo di cultura religiosa a tutti gli studenti ma solo a quanti intendono avvalersi dell'insegnamento concordatario (Pietro Scoppola, Cristianesimo e laicità).
Chi sono i “laici”? Per noi, tutti colo*ro che - non importa se agnostici, atei o credenti - rifiutano di fondare la politica, le istituzioni, la convivenza civile su ba*si teologiche, fideistiche; tutti coloro che nel discorso pub*blico fanno proprio un orizzonte etico-culturale non “assoluto”, che contempli la pluralità delle ragioni e degli argo*menti, e l'apertura critica verso di essi; tutti coloro che non sono disposti a transigere sui diritti di libertà e sulla neutra*lità dello Stato verso ogni confessione religiosa (ciò che non significa affatto ostilità, ma anzi garanzia per tutti anche del*la libertà religiosa (Remo Bodei, L'etica dei laici).
“Che sia necessario separa*re le ragioni dello Stato da quelle della Chiesa è - chiariva Pio X - un'opi*nione sicuramente falsa e più che mai pericolosa. [...] Infatti limita l'azione dello Stato alla sola felicità terrena, nella quale si colloca lo scopo principa*le della società civile; trascura apertamente, come cosa estranea allo Stato, la meta ultima dei cittadini, che è l'eterna beatitudine prestabilita per gli uo*mini oltre la fine di questa breve vita. Perciò, dal momento che l'ordine del*le cose caduche è subordinato completamente al conseguimento di quel sommo ed assoluto bene, è necessario che il governo non ostacoli, ma favo*risca tale conquista”. Il senso dell'etica laica poggia sull'impresa di formulare regole e leggi, organicamente connesse tra loro, che hanno valore proprio perché non esistono naturalmente, perché de*vono contribuire a plasmare un mondo migliore che ancora non c'è e che mai sarà perfetto, ma in cui siano limitate le sof*ferenze, combattute le ingiustizie e aumentate le opportunità di migliorare la qualità della vita individuale e collettiva. L'accusa che sempre più spesso viene rivolta all' etica laica è di essere relativista e, dunque, sostanzialmente incapace di difendere con coerenza i suoi stessi principi. Essa manche*rebbe, infatti, di solide basi di verità su cui poggiare, di valo*ri forti capaci di mobilitare l'azione, di certezze in grado di soddisfare a pieno la coscienza individuale e di regole atte a promuovere la solidarietà sociale (Vincenzo Ferrone, Le radici illuministiche della libertà religiosa).
I vecchi laicisti, che avevano contato sullo Stato, sulla giustizia indipendente, sull'amministrazione rigorosa e sull'istruzione pubblica, si sono trovati esposti all' accusa di povertà morale e magari anche di nichilismo, relativismo, individuali*smo e così via. In questa breccia si sono infilate le fedi religiose, con la loro pretesa di avere qualcosa in più rispetto alle semplici conoscenze naturali. Bergson an*dava in cerca di un “supplemento d'anima”. Per essere laica, una società non de*ve offrire un sostituto delle religioni né estrarre dalle religioni qualcosa che sembri un codice etico unifica*to, ma deve difendere gli individui dalle intrusioni di credenze e autorità religiose, lasciando che essi assu*mano liberamente impegni morali ed esprimano li*beramente giudizi morali. Spesso sul laicismo ha agi*to l'idea che le religioni fornissero ragioni addiziona*li per rispettare le regole di un codice morale unita*rio, qualcosa di simile all'idea volgare che la fede re*ligiosa sia il miglior presidio della verginità delle ra*gazze e della fedeltà delle mogli. Infatti i laicisti si so*no spesso dati la pena di largheggiare in espressioni di stima e di rispetto per le manifestazioni religiose o hanno addirittura sostenuto che una società laica promuove l'esercizio della religione e addirittura lo migliora (Carlo Augusto Viano, Laici in ginocchio).
Zanardelli, ministro di Grazia e Giustizia, disse di auspicare un clero patriottico (un modo per lasciare intendere che non lo era) e mise in chiaro che le leggi italiane accordavano al*la Chiesa più libertà di quanta non gliene accordassero altri Stati: un modo per lasciar capire che non vi era spa*zio per ulteriori concessioni. E terminò dichiarando, con un tocco illuminista, che lo Stato non avrebbe rinunciato alla propria missione: fornire al popolo la luce, il pro*gresso e la libertà. Crispi, d'altro canto, intervenne alla Camera per dire parole più concilianti, ma terminò di*chiarando che l'Italia apparteneva soltanto a se stessa e aveva un solo capo: il re (Sergio Romano, Libera Chiesa. Libero Stato?).
Il catalogo è questo, non ha la pretesa di essere esaustivo, o di offrire una verità…Epistemica, chi si sente depositario della verità ultima e incontrovertibile non è certamente né laico, né laicista. Tutto ciò che un laico può offrire è, per dirla con Sigmund Freud – la piccola fiamma della ragione che, per quanto piccola e sempre sul punto di spegnersi, è l’unica luce che illumina questo mondo.
In bocca al lupo laico e Weidmanns Heil per domenica e lunedì!




Rispondi Citando