Tra gli avanzi di un liberismo resuscitato, asservito agli interessi dei più forti, che plasmano la società, quasi che le loro insanie fossero eterne come il loro privilegio(...). Lo spirito è per quasi tutti ormai solo quello in cui si affogano le ciliegie. I più ricorrono all'Oriente, alle ginnastiche energetiche, altri alla coscienza di gregge di preti esausti o a chi dà numeri al lotto. Raro è il coraggio di sentirlo raggiante nel cuore, dov'è la calma del pensiero e bontà abissale». Chi abbandonasse a questo punto il libro di Alvi farebbe tuttavia male, dicevamo, perché, accanto a questi slanci epici e spirituali, che non tutti apprezzano o possono apprezzare, esso contiene un'analisi e una diagnosi della situazione economica italiana di rara lucidità e che si discosta alquanto dalle correnti e conformistiche idee. Riprendendo l'impostazione, oggi caduta di moda, degli economisti classici, quella cioè di Adam Smith e di Ricardo, Alvi pone al centro il problema della distribuzione della ricchezza, o meglio del sovrappiù prodotto, tra i ceti o le classi che compongono la società. Sulla base di dati statistici ordinati in modo rigoroso e semplice e mediante alcune intelligenti tabelle, Alvi mostra chiaramente come il fondamentale cambiamento avvenuto in Italia negli ultimi anni sia stato un fortissimo spostamento nella distribuzione del reddito nazionale dai salari ai profitti (rendimento della gestione d'impresa) e alle rendite (interessi sui titoli di Stato, affitti e pensioni, utili azionari).
Un solo dato: nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito; nel 1972 era il 59,2%. L'Italia di oggi non è più una Repubblica fondata sul lavoro, come recita la Costituzione, ma, ci dice Alvi, un Paese fondato sui patrimoni e sulle rendite. Inoltre, il peso del reddito in generale è diminuito rispetto ai patrimoni: le famiglie italiane sono diventate sì più ricche, nel senso che sono più «patrimonializzate» (cioè posseggono oggi più case e azioni), ma il numero degli smithiani «lavoratori produttivi», dai quali (e dall'aumento dei quali) dipende lo sviluppo e la ricchezza del Paese, si è tuttavia drammaticamente ristretto. Nello stesso tempo, sono enormemente cresciute le forme di parassitismo e di consumo improduttivo.
Qui sta la radice dei guai - anche morali - dell'Italia di oggi. Da qui bisogna dunque partire per guarire l'Italia (e gli Italiani): il vero compito è oggi, conclude Alvi, quello di «aumentare i salari, diminuire le rendite e la spesa statale». Sull'analisi è difficile non concordare con Alvi. Sui modi proposti per raggiungere gli obiettivi e, in particolare, sul fatto che «solo un'idea cristiana di comunità e di economia potrebbe ora risanarci», per quanto suggestiva essa possa apparire, i dubbi dell'economista restano forti.




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