O che giacciono nel più totale abbandono. È il quadro desolante che s’incontra nella parte dell’isola occupata dai turchi

Il ministro degli Esteri cipriota: speriamo che durante il negoziato per l’ingresso di Ankara in Europa qualcuno si ricordi di questo scempio

Dal Nostro Inviato A Nicosia Luigi Geninazzi

L’Europa finisce qui, nell’isola più bella e incontaminata del Mediterraneo sfregiata da un muro che la spezza in due. L’Europa finisce bruscamente lungo una barriera di filo spinato, cemento e torrette militari che taglia Cipro in tutta la sua larghezza e divide Nicosia, capitale ferita nel suo cuore antico. È l’estremo confine orientale dell’Unione Europea: di qua la Repubblica di Cipro, membro del club dei 25, di là uno Stato fantasma che nessuno al mondo riconosce salvo la Turchia.

Di qua i greco-ciprioti, di là i turco-ciprioti, separati con la forza nel 1974 quando l’esercito di Ankara invase la parte settentrionale dell’isola. Un’occupazione militare che dura tuttora tra accuse reciproche e tentativi falliti di riconciliazione. Una ferita che stenta a rimarginarsi ed è ormai una piaga che va in cancrena. Per l’Onu che la presidia coi suoi Caschi blu è la «linea verde». Ma qui la gente continua a chiamarla «linea Attila», dal nome in codice che i turchi avevano dato all’invasione.
Il «flagello» ha lasciato tracce. Ha colpito Cipro, sede della più antica comunità cristiana sul suolo europeo, nel suo tesoro artistico, culturale e religioso. Stupende chiese bizantine e romaniche, monasteri imponenti, mosaici e affreschi d’inestimabile valore. Un patrimonio che nella parte nord dell’isola, sotto occupazione turca, è stato saccheggiato, violato e distrutto. Per rendersene conto basta attraversare la «linea Attila» al check-point di Nicosia, ed eccoci nella cosiddetta Repubblica turca del Nord di Cipro che accoglie il visitatore con un grande striscione su cui sta scritto un benvenuto a rovescio: «Quanto sono felice di essere turco!» (famosa frase di Kemal Ataturk).


da Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza