Iran: l’AIPAC è già in guerra
Maurizio Blondet
09/03/2006
Il vicepresidente Dick Cheney alla conferenza dell'AIPAC del 6 marzo, ha minacciato l’Iran di «significative conseguenze» se non abbandona i suoi programmi nucleariWASHINGTON -
Commandos israeliani sono già penetrati in Iran.
Uomini delle truppe speciali, che parlano iraniano e con facce iraniane, infiltratisi dal vicino Iraq, stanno localizzando uno per uno i siti da colpire nel futuro attacco aereo: dalle installazioni per arricchire l'uranio alle postazioni dei missili Shahab che Teheran potrebbe lanciare per rappresaglia.
E' probabile che questi commandos restino nel territorio anche durante il conflitto, per «illuminare» i bersaglio coi puntatori-laser che guidano le bombe intelligenti (1).
A questa operazione in corso ha alluso il primo ministro Ehud Olmert, rivolgendosi per video ai 5 mila attivisti dell'AIPAC (American-Israeli Political Affairs Commitee), ossia al più potente organo della lobby in USA.
Il mega-convegno dell'AIPAC è stato convocato domenica scorsa con lo scopo di intensificare le pressioni sul governo e sul Congresso USA e spingerli alla nuova guerra contro Teheran.
Si è trattato di una convention all'americana, dove video e discorsi erano intesi a galvanizzare gli attivisti e istruirli su come premere sui parlamentari americani per indurli a dire sì alla guerra.
Ai 5 mila attivisti (a cui vanno aggiunti un migliaio di studenti che hanno partecipato alla convention) sono stati distribuiti una lista di argomenti (talking point) con cui vincere le resistenze degli esitanti nel parlamento e nel governo USA.
Per cogliere il clima di parossismo orwelliano che è stato creato alla convention dell'AIPAC, sarà meglio lasciare la parola al reportage della Jewish Telegraphic Agency (JTA), l'agenzia di stampa ufficiale ebraica (2).
«L'AIPAC non è mai stata così sanguigna nel presentare la minaccia che Israele ha davanti. Howard Kohr, il direttore esecutivo della lobby, ha detto che il pericolo non è mai stato così spaventoso dai tempi del nazismo».
Mentre «sul grande schermo elettronico della sala passavano immagini di Hitler affiancate a quelle del presidente iraniano Mahamoud Ahmadinejad», il direttore esecutivo dell'AIPAC, gridava: «ad uomini malvagi e ai loro regimi non deve essere dato il tempo di crescere e rafforzarsi. I paralleli tra il 5 marzo 1933 [quando Hitler divenne cancelliere in Germania] e il 5 marzo 2006 sono spaventosi per analogia, e sinistri per le implicazioni. Noi dobbiamo convincere i nostri leader a prendere tutte le misure necessarie per cambiare in modo radicale il corso della storia, finché c'è tempo».
Come nei «15 minuti dell'odio» descritti da Orwell nel suo 1984 (quando veniva esposta sui video la faccia del nemico del regime, Emmanuel Goldstein, che forse non esisteva; e le masse urlavano di rabbia), così - dice la JTA - «il messaggio che l'Iran deve essere fermato prima che acquisti ancora più capacità distruttiva, è stato ripetuto da un oratore dopo l'altro».
Ma non si tratta solo di trascinare l'America nella nuova guerra per Israele.
I delegati sono stati incitati a «dirigersi sul Campidoglio» (cioè ad avvicinare i parlamentari) per «il più intenso sforzo di lobbying dell'anno» per un altro fine.
Il bersaglio di questo sforzo, spiega la JTA, sono due progetti di legge («Palestinian Anti-Terrorism Act»), uno della Camera e uno del Senato: benchè questi «coincidano nello scopo, di isolare l'Autorità Palestinese governata da Hamas», differiscono su alcuni punti-chiave su cui la lobby ha richiamato l'attenzione dei suoi uomini.
Il testo del Senato sarebbe più «morbido», in quanto «lascia al presidente (Bush) un margine di discrezionalità sugli aiuti economici ai palestinesi»; l'AIPAC invece «favorisce chiaramente il testo della Camera bassa, assai più duro», perché - se passa - lega le mani al presidente dettandogli passo passo come trattare l'Autorità Palestinese.
Il testo del Senato, spiega la JTA, «riflette una volontà che sta emergendo nella Casa Bianca, di isolare sì Hamas», continuando a consegnare i fondi e gli aiuti al «presidente dell'Autorità Palestinese Mahamoud Abbas, relativamente moderato. Abbas rimane nominalmente in carica come presidente della Autorità Palestinese, e sta lottando contro Hamas per mantenere la sua autorità. Egli mantiene anche il controllo dell'OLP, l'organizzazione che rappresenta i palestinesi nel mondo», ed ha sedi diplomatiche all'estero.
Soprattutto a Washington e all'ONU.
«Il testo del Senato consente al presidente Bush di continuare a finanziare l'ufficio di Abbas a sua discrezione», ed è per mantenere il riconoscimento diplomatico all'OLP, se non a Washington (da cui la rappresentanza palestinese verrebbe espulsa) almeno all'ONU.
Ma la lobby preferisce il testo della Camera, che di fatto vuol ritirare ogni legittimità diplomatica all'OLP e vieta al presidente USA di dare fondi ai palestinesi, con qualunque faccia si presentino.
«Non devono avere un'ambasciata negli Stati Uniti», ha intimato David Gillette, vice-direttore dell'Aipac, «ogni distinzione fra Autorità Palestinese [oggi egemonizzata da Hamas] e l'OLP [Abbas] è falsa e spuria».
Questo Gillette ha tenuto una sessione speciale per istruire gli attivisti nel loro difficile compito: infatti da una parte devono «spingere i senatori a votare a favore della legge, ma anche contro alcuni suoi articoli-chiave».
La cosa è tanto più difficile perché i due senatori firmatari del progetto di legge senatoriale, Mitch McConnell e Josep Biden, «hanno presentato il loro progetto all'ultimo minuto», evidentemente per non dare tempo alla lobby di impallinarlo con le sue manovre.
Ciò ha obbligato Gillette a lanciare i suoi attivisti in una «guerra-lampo hobbistica» (sempre parole della JTA).
McConnell ha giustificato il suo testo («morbido» secondo la lobby) con l'inopportunità di «punire il popolo palestinese per le azioni che il suo futuro governo può intraprendere»; e questa moderazione relativa, dice la JTA, evidentemente «riflette la volontà della Casa Bianca».
Sia chiaro, spiega l'agenzia ebraica: «entrambi i progetti di legge riducono in modo radicale i rapporti tra gli USA e l'Autorità Palestinese, ponendo dure condizioni per l'Autorità Palestinese, chiunque la guidi, per riallacciare i rapporti con gli USA».
Per esempio?
«Per esempio all'Autorità Palestinese non viene più chiesto solo di mostrare dei progressi…ma ora deve provare che ha schiacciato il terrorismo, prima di rientrare nelle grazie degli Stati Uniti. Deve anche riconoscere Israele come 'Stato ebraico', e non semplicemente riconoscere l'esistenza di Israele».
Secondo l'AIPAC «e i suoi alleati nel Congresso, queste nuove condizioni finalmente forzeranno i moderati come Abbas ad affrontare e liquidare gli estremisti, anziché tentare di cooptarli, ciò che ha portato alla vittoria di Hamas».
Ovviamente la Casa Bianca sa che Abbas e l'OLP non hanno le forze né il seguito popolare per affrontare e sconfiggere con la violenza Hamas; perciò punta ad affamare Hamas con misure punitive selettive, ma con la facoltà di «riaprire rapidamente il rubinetto dei fondi» quando - come spera - Hamas, senza denaro, dovrà cedere di nuovo il governo ad Abbas.
Ma la lobby vuole invece dagli USA la linea dura tipo Likud: la resa incondizionata dei palestinesi, moderati o no, e la guerra civile intra-palestinese.
Su questo punto, dice sempre la JTA, l'AIPAC è arrivata a «criticare apertamente la Casa Bianca, caso raro sotto Bush».
Il rimprovero è di avere spinto i palestinesi a votare, dando di fatto la vittoria ad Hamas.
«Gli USA non dovevano sostenere le elezioni, visto che Hamas era candidata», ha detto Gillette.
Eppure, proprio la lobby neocon aveva proclamato che le guerre d'invasione in Iraq e in Afghanistan erano giustificate, allo scopo di portare «la democrazia in Medio Oriente».
Ora questa propaganda va cambiata.
«Nonostante le mia fede nella 'democrazia', io non mi sono mai illuso sul fatto che le elezioni in Palestina potessero essere tenute subito: la società palestinese è diventata la più fanatica e avvelenata della terra», ha gridato Nathan Sharansky, l'ex dissidente sovietico (e poi ministro in Israele, fra i più sfegatati), che è anche l'uomo che ha convinto personalmente Bush - il quale ha dichiarato, incredibilmente, di aver letto un suo libro - a fare le guerre per la democrazia nell'Islam.
Ora, invece, è Bush il colpevole, per l'AIPAC.
La lobby ha assunto posizioni estreme e fanatiche, che scavalcano a destra la stessa leadership israeliana.
E lo si è visto quando il capo del governo ebraico Ehud Olmert, successore di Sharon, ha parlato dal grande schermo in video-collegamento.
Finchè ha attaccato Hamas nei termini più violenti, racconta l'agenzia giudaica, ha avuto «caldi applausi».
Ma quando Olmert ha parlato di ulteriori ritiri di coloni ebrei dalle aree occupate, allo scopo di far emergere nelle aree evacuate «un governo palestinese moderato» - posizione che «echeggia la strategia di Bush di aiutare i moderati isolando Hamas», la convention l'ha accolto «con un silenzio di pietra».
A questo punto, per ritrovare gli applausi, Olmert ha rivelato che già commandos israeliani sono all'interno dell'Iran, a preparare l'attacco.
Anche il ministro della Difesa Israeliano ha riscosso applausi confermando che le operazioni clandestine in Iran sono già in corso.
E gli applausi sono diventati frenetici quando ha detto che l'Iran (Paese che non ha una forza nucleare e non l'avrà entro i prossimi dieci anni) «è una minaccia concreta per l'esistenza di Israele» (Paese con 300 bombe atomiche e coi vettori per spararle sull'Iran).
E gli applausi più caldi sono andati a John Bolton: l'ambasciatore USA all'ONU, e famoso neocon, che proprio alle Nazioni Unite ha premuto con violenza per mettere l'Iran sotto processo al Consiglio di Sicurezza, come preludio all'attacco unilaterale americano.
Perché, dice Bolton, «più aspettiamo ad affrontare la minaccia che l'Iran pone, più difficile diverrà, e più intrattabile la soluzione».
Insomma, tutto indica la volontà di precipitare la guerra all'Iran, forzando la mano a un governo Bush (e specialmente a Condoleezza Rice) esitante di fronte a una nuova avventura bellica mentre le occupazioni già in corso vanno tanto male.
Non è facile prevedere che sarà la lobby a vincere.
Lo suggeriscono le illustri presenze che sono accorse scodinzolando alla cena di gala che l'AIPAC ha indetto lunedì, dopo la sua convention di domenica.
Più della metà dei parlamentari americani - 57 senatori (su 100) e 123 membri della Camera Bassa, hanno voluto essere presenti.
Anche se confusi tra i 5 mila invitati, fra cui i rappresentanti diplomatici di ottanta paesi, compresi Pakistan, Oman e Afghanistan (3).
Un pensiero va al coraggio della cinquantina di senatori che non si sono fatti vivi: la punizione per loro verrà presto.
Invece, c'era il vicepresidente Dick Cheney: che ha minacciato l'Iran di «significative conseguenze» se non abbandona i suoi programmi nucleari.
E c'erano tutti gli speranzosi dei due partiti che contano di farsi candidare alle elezioni presidenziali del 2008, e perciò cercano il sostegno della lobby, offrendo un appoggio incondizionato a Israele: il senatore Evan Bayn (democratico), John Edwards (il candidato vice-presidenziale del 2004, democratico); Newt Gingrich (repubblicano), Mark Warner, già governatore democratico della Virginia.
Per capire cosa significhi questa cena, provate ad immaginare una situazione simile in Italia. Provate a immaginare che una lobby che fa gli interessi di un paese straniero - una lobby Gazprom, per esempio, o una lobby pro-Libia - tenga una convention a Roma in cui proclami di voler influire sulle leggi in corso di discussione alle Camere; e che metà dei parlamentari italiani si facciano vedere alla cena di gala di questa lobby.
Non sareste allarmati?
Non pensereste che i nostri deputati stanno vendendo l'interesse nazionale a un potere estraneo?
Provate a immaginare.
Maurizio Blondet
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Note
1) «Israelis in Iran hunting nukes», Arutz Sheva, 6 marzo 2006.
2) Ron Kampeas, «Or AIPAC delegates, clear goal on Iran, but mixed messages on PA», Jewish Telegraphic Agency, 6 marzo 2006.
3) «Senators fete AIPAC», Jewish Telegraphic Agency, 6 marzo 2006.





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