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    Predefinito Primo incontro delle nuove comunità ecclesiali dell’America Latina

    UNA RISPOSTA AI DENIGRATORI DEI MOVIMENTI ECCLESIALI

    **************************************************

    Data pubblicazione: 2006-03-09
    Arcivescovo Rylko: i movimenti “portano nella Chiesa uno slancio missionario molto forte”
    Primo incontro delle nuove comunità ecclesiali dell’America Latina
    CITTA' DEL VATICANO/BOGOTA’, giovedì, 9 marzo 2006 (ZENIT.org).- Questo giovedì ha preso avvio a Bogotà il primo incontro dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità in America Latina, convocato dal Pontificio Consiglio per i Laici e dal Consiglio Episcopale (CELAM).

    La riunione, che si concluderà il 12 marzo, serve come cammino di preparazione per la quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e del Caribe che verrà inaugurata da Benedetto XVI ad Aparecida (Brasile), nel maggio del 2007.

    Per questa ragione, l’incontro, che riunisce 170 rappresentanti di 45 movimenti e nuove comunità ecclesiali – e a cui sono presenti anche circa 40 Vescovi –, ha come argomento centrale quello della futura assemblea: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché in Lui i popoli abbiano vita. Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

    L’atto inaugurale ha visto l’intervento dell’Arcivescovo Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici e del Cardinale Francisco Javier Errázuriz, Presidente del CELAM.

    In una intervista concessa a “Radio Vaticana” per illustrare il senso di questo avvenimento ecclesiale, monsignor ha spiegato che “durante questo Congresso vogliamo riflettere insieme su cosa voglia dire essere discepoli di Cristo in America Latina oggi”.

    “Oggi ci sono tanti falsi maestri che illudono con le promesse di felicità a basso prezzo. Ecco, dunque, i movimenti ecclesiali e le nuove comunità come una risposta tempestiva dello Spirito Santo a questa grande sfida dei nostri giorni, come itinerari pedagogici di formazione dei cristiani adulti nella fede e come itinerari di scoperta di Cristo come unico Maestro e Signore”, ha aggiunto.

    “I movimenti e le nuove comunità, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, e oggi ci insegna Benedetto XVI, portano nella Chiesa uno slancio missionario molto forte. Hanno una incredibile fantasia missionaria e il coraggio missionario”, ha poi sottolineato.

    “Offrono anche degli ambienti educativi di grande forza persuasiva in cui si formano veri discepoli di Cristo – ha osservato il presule –. Formazione e annuncio sono due grandi sfide che deve affrontare la Chiesa nei nostri giorni”.

    Nell’affrontare l’ “argomento delicato” dell’ “armonizzare il carisma dei movimenti con l'istituzione per il bene di tutta la Chiesa”, monsignor Rylko ha spiegato che “Papa Giovanni Paolo II ci ha insegnato che l'istituzione e il carisma non sono contrapposti, ma sono co-essenziali nella vita della Chiesa”.

    “Papa Benedetto XVI – ha poi aggiunto – ha ribadito che il rapporto tra il carisma e l'istituzione non si risolve mediante una semplice dialettica dei principi, perché il carisma ha bisogno dell'istituzione per essere confermato, per durare nel tempo. Dall'altra parte l'istituzione ha bisogno del carisma per non perdere l'anima”.

    “Non c'è, dunque, una contrapposizione, ma una organica complementarità”.

    “Come armonizzare queste due dimensioni della Chiesa?”, si è quindi domandato monsignor Rylko, rispondendo che a questo proposito Giovanni Paolo II ci ha indicato “una strada maestra: che i movimenti sappiano inserirsi con umiltà, diceva il Papa, nel vivo tessuto delle Chiese locali, con lo spirito di servizio, di collaborazione, e che i pastori li sappiano accogliere con cordialità e accompagnarli con amore paterno”.

    L’Arcivescovo polacco ha spiegato che i movimenti sono inoltre una risposta provvidenziale al fenomeno dell’aumento delle sette, “una delle grandi sfide della Chiesa in America Latina”.

    “La forza delle sette sta nelle piccole comunità e in un calore umano molto forte che sanno generare. Ecco, dunque, i movimenti e le nuove comunità sono proprio risposta provvidenziale ad una tale sfida”, ha affermato.

    “Una volta il cardinale Ratzinger, futuro Papa, ha detto che i movimenti, grazie a quella rete di piccole comunità che creano, permettono ai fedeli di sentirsi nella Chiesa come a casa propria, senza formare però un ghetto chiuso, al contrario, coltivando un'apertura universale, fino ai confini della terra. Ecco, dunque, la risposta dei movimenti alla sfida delle sette: le piccole comunità”, ha concluso.

    Benedetto XVI, attraverso il Pontificio Consiglio per i Laici, ha convocato il secondo incontro dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità con il Papa, che avrà luogo in occasione della Pentecoste. Il Primo è stato convocato da Giovanni Paolo II nella Pentecoste del 1999.

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    Predefinito

    Dal testo "Orientamenti per l'equipes dei catechisti per la fase di conversione":

    Seconda parte della catechesi sull'EUCARISTIA (da pag. 315 a pag. 335 bis). Le note sono tratte dal libro "UN SEGRETO SVELATO" di GINO CONTI edito dalle Edizioni SEGNO di Udine nel settembre del 1997 (Tel. 0432-521881) che ha concesso l'autorizzazione alla pubblicazione.

    "Orientamenti alle equipes dei catechisti per la fase di conversione" e precisamente nella seconda parte della catechesi sull'EUCARISTIA (da pag. 315 a pag. 335 bis).

    Per comprendere meglio i capoversi citati e le relative note riportiamo di seguito la "NOTA INTRODUTTIVA" al testo "UN SEGRETO SVELATO" e, al termine, la nota conclusiva del testo stesso.

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    NOTA INTRODUTTIVA

    Il Movimento neocatecumenale, sorto in Spagna nel 1964 ad opera di Kiko Arguello, ha trovato in Italia, come nel resto del mondo, un'accoglienza di segno opposto: diocesi e parrocchie dove è accolto come un dono di Dio, altre, invece, dove è considerato un pericolo per la Chiesa, alla pari dei "Testimoni di Geova".

    I favorevoli portano a sostegno della loro adesione alcune motivazioni come: le foto di Kiko con il Papa e le parole elogiative del movimento pronunciate da Paolo VI e Giovanni Paolo II, in occasione di udienze; la diffusione ed accoglienza in numerose parrocchie del mondo intero; il riavvicinamento alla fede di molti che ne erano lontani; l'attività missionaria dei loro "itineranti"; i Seminari sorti ad opera di Kiko e che forniscono alla Chiesa vocazioni sacerdotali provenienti da tutto il mondo; la lettera del Papa del 30 agosto 1990 a S.E. Mons. Cordes!

    Gli oppositori mettono in risalto, invece, alcuni aspetti negativi come: l'assenza prolungata (che può durare oltre 20 anni) dei neocatecumenali dalla vita della Parrocchia in cui sorgono; l'instaurazione, in queste, di una struttura che si presenta come parallela a quella ufficiale della Chiesa; l'emarginazione statutaria dei Sacerdoti o Parroci aderenti al movimento ridotti a semplici amministratori dell'Eucaristia e della Penitenza; l'obbedienza che questi devono ai catechisti del gruppo, ritenuti i veri ed esclusivi distributori della verità e dei carismi; l'eliminazione di tutti gli altri movimenti ecclesiali esistenti nelle Parrocchie; la trasformazione inesorabile delle medesime in una struttura dove ha diritto di vita soltanto il Movimento ed i suoi aderenti; il sorgere di una liturgia contraria alle disposizioni date in materia dall'autorità competente della Chiesa; certe confessioni pubbliche di peccati gravi; l'imposizione di princìpi, che si dicono derivanti dal Vangelo, che distruggono o separano le famiglie anche sul piano economico, e specialmente la dottrina da essi professata che in molti punti è in contrasto con quella insegnata dalla Chiesa.

    Un'esperienza diretta della vita del movimento ha portato a riconoscere, dove più dove meno, l'esistenza dei motivi sia favorevoli che contrari, più sopra riportati. Ma ciò non era sufficiente, a nostro parere, per formulare un giudizio più approfondito. Per questo un gruppo di sacerdoti e di laici, è riuscito ad arrivare, dopo anni di ricerca, a ciò che è considerato la fonte, la base dottrinale del movimento: il testo, cioè, che raccoglie la conversazioni avute da Kiko e Carmen, ai catechisti di Madrid nel 1972 e edito nel 1982 in Italia. Questo testo è considerato, a testimonianza degli stessi catechisti, il principale ed ufficiale documento che serve per la formazione degli aderenti al movimento neocatecumenale.

    L'esame accurato di questo documento, che risulta custodito con la massima segretezza, e che viene fatto conoscere per intero solo a pochissime persone mentre è nascosto alla quasi totalità dei Vescovi e dei sacerdoti, ha permesso di concludere che il comportamento dei neocatecumenali e quanto essi dicevano o facevano nelle varie comunità, non era il frutto delle esagerazioni di qualche soggetto non sufficientemente catechizzato, ma proveniva dai princìpi contenuti nel testo stesso che, dopo una lunga e martellante catechesi, diventavano convinzioni profonde tanto da determinare le scelte e la vita di tutti gli aderenti.

    L'esame inoltre ha rivelato che, al di là di pagine valide e certamente gradite, vi sono insegnamenti che, sul piano dogmatico, sono molto difformi e talvolta completamente in opposizione all'insegnamento della fede cattolica, impartito dalla Chiesa.

    Dopo questa scoperta, i ricercatori hanno inteso come preciso dovere di cristiani e di sacerdoti pubblicare i risultati della loro fatica a vantaggio degli stessi fratelli neocatecumenali, tra i quali essi annoverano tanti amici e fratelli di fede. Nel frattempo facevano presente ai Vescovi italiani ed ai più alti organi della Chiesa, le loro perplessità.

    Dopo tanti anni di attesa e richieste di interventi e chiarificazioni rimaste sempre senza riscontro, mentre auspicano dalla Chiesa una risposta che sarà accolta con gratitudine e docilità, è sembrato doveroso rivolgere a quanti, dentro e fuori il Movimento, desiderano conoscere la verità, il presente lavoro.

    In questo riporteremo i punti principali del testo dattiloscritto delle conferenze di Kiko e di Carmen dal titolo: "orientamenti alle equipes di catechisti per la fase di conversione. Appunti presi dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per orientare le èquipes di catechisti di Madrid nel febbraio del 1972. La pubblicazione è stata curata dal Centro Neocatecumenale "Servo di Jahvé" in San Salvatore, Piazza San Salvatore in Campo - 00186 Roma - Tel.: 6541589 - Marzo 1982", accompagnandoli da un nostro commento.

    I fautori del movimento che inizialmente avevano negato l'esistenza di questo testo, non potendo più persistere nella negazione di ciò che moltissimi ormai conoscevano, ci hanno accusato di fare "estrapolazioni" non corrispondenti al vero pensiero degli autori. Oltre tutto, essi affermavano, quel testo è frutto di una raccolta delle catechesi fatta da alcuni membri del movimento. Sono perciò un semplice "canovaccio, una traccia", non i testi originali di Kiko.

    La nostra pubblicazione ha lo scopo di rompere la convinzione, radicatissima tra gli aderenti al "movimento", della "sacralità, impeccabilità e intangibilità" di questo testo, mostrando loro come, sotto l’apparenza di frasi semplici e grondanti entusiasmo, si nascondano errori contro la fede della Chiesa. Di questi errori e della loro confutazione, si fanno soltanto dei brevi cenni, rimandando, per una trattazione più completa, ai testi specifici. Si dice che il testo di Kiko riporta soltanto alcune idee delle sue catechesi.

    A parte che anche i titoli delle 95 tesi affisse nel 1517 da Lutero alla porta della Cattedrale di Wittemberg erano semplici proposizioni, da cui però incominciò lo scisma protestante, il fatto che questo "canovaccio" costituisce ancora la base delle catechesi impartite in tutte le comunità, ci ha indotto a ritenere che le idee contenute nel testo corrispondevano in pieno al pensiero degli autori.

    Né Kiko né Carmen hanno mai smentito quanto veniva loro attribuito.

    A conferma del rispetto che i N.C. hanno verso le catechesi di Kiko, si può addurre quanto ci hanno detto alcuni dirigenti del movimento: "I testi di Kiko non si toccano".

    Con questo lavoro vogliamo finalmente rompere il muro di mitica segretezza costruito intorno alle catechesi kikiane.

    Non c'è alcuna animosità all'origine del nostro impegno. Siamo stati mossi da una esigenza di chiarezza su quanto riguarda la fede cattolica che professiamo ed amiamo, come pure dalle richieste di tanti fedeli desiderosi di sapere se la fede che avevano ricevuto dalla Chiesa, doveva essere abbandonata per adeguarla a quella impartita in questo testo. Con ciò non intendiamo affermare che tutta la catechesi di Kiko sia da rifiutare. Dopo un esame lungo, attento e sereno riteniamo che, pur essendovi delle catechesi valide, vivaci, attraenti, tuttavia in molti punti esse non corrispondono all'insegnamento della Chiesa. Su questi punti negativi si è soffermata la nostra analisi.

    L’ultimo discorso tenuto dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 24 gennaio 1997 agli aderenti alle comunità neocatecumenali indica che anche la più alta autorità della Chiesa segue con particolare vigilanza il Movimento. In attesa che venga completata la stesura di uno Statuto - condizione indispensabile per ottenere, come promette il Santo Padre, il formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa - questo nostro modesto ed umile lavoro intende porgere, senza alcuna presunzione, un aiuto a quanti, dentro e fuori il Cammino, lavoreranno a questo scopo.

    A pagina 364 del suo testo, Kiko scrive: "Dì la verità al tuo fratello perché lo ami e non perché lo odi". Con questo spirito è stato scritto e deve essere letto il presente lavoro.

    L'AUTORE

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    Seconda parte della catechesi sull'EUCARISTIA (da pag. 315 a pag. 335 bis). Per chi è interessato a leggere tutto il testo può consultarlo nella sezione "Testi riservati del Movimento Neocatecumenale" (oppure clicca sul testo che segue per accedere al documento - Euc_2da).

    Pag. 315 (1° capoverso)

    "Immaginate quello che fu nella Chiesa primitiva l'Eucaristia, questa manifestazione di Cristo risorto, questo Spirito manifestato agli uomini e comunicato che li fa partecipare dell'opera di Gesù Cristo risuscitato dai morti. Immaginate quello che fu l'esplosione delle prime comunità cristiane nell'Eucarestia."

    Nota: Il C.C.C. (n° 1323) ci ricorda che Gesù nell'ultima cena ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il "sacrificio della croce", e per affidare così alla Chiesa il memoriale della sua morte e resurrezione''. Per la Carmen l'Eucarestia è solo "la manifestazione di Cristo Risorto"!



    Pag. 315 (5° capoverso)

    "Quello che voglio spiegare ora a volo d'uccello è come la Chiesa primitiva vive l'Eucaristia e come nel corso dei secoli è stata spezzettata e ricoperta, rivestita fino al punto che noi non vedevamo nella nostra messa da nessuna parte la resurrezione di Gesù Cristo."

    Nota: Ritornano insistenti le affermazioni per le quali, secondo i N.C., la Messa è memoriale solo della Resurrezione di Cristo mentre, secondo la dottrina cattolica, essa è memoriale di tutto il Mistero Pasquale, che comprende Passione, Morte e Resurrezione del Signore.



    Pag. 317 (3° capoverso)

    "... per i cristiani il sacramento autentico istituito ed inaugurato da Gesù Cristo come suo memoriale è la notte pasquale e come prolungamento e partecipazione di questa notte: la domenica."

    Nota: Il C.C.C. al n° 1323 ricorda che Gesù istituì il sacrificio eucaristico "la notte in cui veniva tradito". L’espressione è chiarissima: essa non dice che "anche la notte (come qui si afferma) è diventata il sacramento autentico istituito e inaugurato da Gesù Cristo, ma indica soltanto che questa istituzione avvenne in una certa notte.

    È solo una specificazione di tempo! Ma la Carmen e Kiko queste cose non le comprendono!

    Kiko sembra profondamente condizionato dal momento storico in cui l’Eucaristia è stata istituita da Gesù: "la notte in cui fu tradito". Tanto da far entrare la "notte" nell’elemento costitutivo del Sacramento. Ma la Chiesa apostolica non si è mai intesa vincolata a celebrare l’Eucaristia di notte, pena la sua invalidità.



    Pag. 317 (5° e 6° capoverso)

    " ... Non si concepisce in alcun modo un rito individuale. Gli ebrei non possono far Pasqua se non sono almeno in 11 come gruppo familiare. Perché il sacramento non è solo il pane e il vino ma anche l'assemblea; la Chiesa intera che proclama l'eucaristia. Non ci può essere eucaristia senza l'assemblea che la proclama. ... "

    " Non c'è Eucaristia senza assemblea. E' un'assemblea intera quella che celebra la festa e l'Eucaristia; perché l'Eucaristia è l'esultazione dell'assemblea umana in comunione; perché il luogo preciso in cui si manifesta che Dio ha agito è in questa Chiesa creata, in questa comunione. E' da questa assemblea che sgorga l'Eucaristia."

    Nota: Un altro condizionamento nel valore del Sacramento dell’Eucaristia, Kiko lo vede nella presenza dell’assemblea. Se per il valore del Sacramento fosse indispensabile la presenza dell’assemblea, si potrebbe incominciare a chiedere a Kiko: qual è il numero di persone necessario perché essa venga costituita? Di più o di meno del numero fissato dei partecipanti alla pasqua ebraica?

    Dagli Atti sappiamo che le comunità cristiane inizialmente erano composte da pochissime persone. Eppure anche fra di loro, senza che il numero costituisse il problema, veniva celebrata l’Eucaristia (C.C.C. n° 1342 e 1343).

    Gli autori di questa catechesi sembra non conoscono non solo la teologia sacramentaria, ma neppure gli altri documenti in cui l’argomento Eucaristia-Sacramento viene trattata dal magistero della Chiesa.

    Ora, secondo i Teologi (cfr. C.C.C. n° 1337, 1340, 1341, 1363 e 1364) la Messa non è altro che "il Sacramento del Sacrificio cruento della croce".

    Quello che nella Messa si ripete (1362) non riguarda il sacrificio in sé, ma solo la sua "celebrazione liturgica" o "il rito", il fatto esterno, liturgico, cultuale in cui la validità non dipende dal tempo e dall’ora in cui è celebrato, ma dalla presenza degli elementi costitutivi del Sacramento: materia, forma e ministro.

    I fedeli hanno il dovere di partecipazione all’azione liturgica (cfr. C.C.C. n° 1368 e 1369) durante la quale partecipano alla Passione espiatrice-redentrice con la Chiesa e in essa e per essa si uniscono alla perenne celebrazione di Cristo Capo (Zoffoli, l.c.).

    Questa partecipazione non comporta nei "laici" l’esercizio del Sacerdozio ministeriale, ma solo di quello comune ad ogni battezzato come membro del Corpo mistico di Cristo; mentre i laici si rivolgono a Dio per mezzo della mediazione del Capo del Corpo mistico, i "chierici" (Vescovo - presbiteri) essendo partecipi della medesima dignità del Capo, accedono a Lui immediatamente, come il Cristo che essi rappresentano (Vat. II, L.G. 10; C.C.C. n° 1348, 1368 e 1369).

    La Messa è dunque valida anche se celebrata senza l’assistenza dei fedeli (C.C.C. n° 1369, 1410 e 1411).

    È assolutamente certo, contro le aberrazioni protestanti del neo-modernismo, pre e post conciliare, fondate pretestuosamente sull’indole pubblica, sociale del Sacrificio Eucaristico. Questo è celebrato da Cristo, unico vero mediatore presso il Padre, che, avendo istituito la liturgia sacrificale e il sacerdozio gerarchico, si serve dei ministeri del culto operanti per sua virtù e per suo nome; perché tutti possano godere i frutti della Passione redentrice.

    Il Sacerdote, dunque, non celebra in nome del popolo quasi che questo gliene conferisca il potere; che, al contrario, gli è comunicato direttamente dal Cristo per cui solo rappresentando il Cristo, rappresenta anche il popolo; vale a dire, solo svolgendo le funzioni del Capo, soddisfa alle esigenze delle sue membra.

    Perciò il ministro, impersonando il Mediatore universale, non celebra mai una messa privata e, peggio, non valida.

    Lo afferma chiaramente Pio XII nella Mediator Dei: "Ogni volta che il Sacerdote ripete ciò che fece il Divin Redentore nell’ultima cena, il sacrificio è realmente consumato, ed esso ha sempre e dovunque, necessariamente per la sua intrinseca natura, una funzione pubblica e sociale in quanto l’offerente agisce a nome di Cristo e dei cristiani dei quali il Divin Redentore è Capo, e l’offre a Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti.

    E ciò si verifica certamente sia che vi assistono i fedeli ... sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ciò che fa il Suo ministro" (iv. n° 79).

    A questi insegnamenti corrispondono le norme del C.J.C. che nel canone 902 afferma che i sacerdoti possono celebrare la S. Messa in modo individuale. E più chiaramente nel canone 904 recita: "memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito".

    Questa norma rimane valida, anche se, per motivi pastorali, il C.J.C. al canone 906 dice: "Il Sacerdote non celebri (= esortativo!) il sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa".

    Il Vat. II, nella P.O. n° 13, ripete le stesse cose..: "Nella loro qualità di ministri delle cose sacre e soprattutto nel Sacrificio della Messa, i Presbiteri agiscono in modo speciale a nome di Cristo".

    La celebrazione quotidiana (della Messa) viene raccomandata perché "è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli".

    Lo stesso insegnamento aveva dato il Papa Paolo VI nell’enciclica "Misterium Fidei" del 3 settembre 1964: "Giacché ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire se medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù redentrice del Sacrificio della Croce" (Cfr. A.A.S. 57,1965 pag. 761 e 762; inoltre: Vat. II, De Sacra Liturgia, 4-12-1963, n° 26, 27; A.A.S. 56,1964 pag. 107; C.C.C. n° 1548, 1552, 1553 e 1566).

    "La necessità della presenza dei fedeli per celebrare l’Eucaristia si fonda sulla teoria della transignificazione e della transfinalizzazione per la quale tutta la comunità partecipa alla creazione del senso nuovo che il pane e il vino assumono nell’Eucaristia (cfr. F. Xavier Durrwell, L’Eucaristia, pag. 20 seg.). Secondo i seguaci di questa teoria (e Kiko sembra essere uno di questi) la presenza dei fedeli diventa necessaria perché i gesti d’amore (il dono del pane e del vino come segno dell’amore assoluto di Cristo per noi) realizzano la presenza soltanto quando il dono e l’accoglienza sono reciproci. Per questo è necessaria la cooperazione di tutti.

    Ma in questa teoria non si ammette il realismo della presenza perché il pane e il vino sono trasformati soltanto nell’intenzione del donatore e di colui che riceve il dono: il pane e il vino restano in sé immutati.

    Questa spiegazione ignora, perciò, anche l’escatologia. Sembra essere un nuovo docetismo, che nega la verità dell’Incarnazione.

    Si va così contro la fede della Chiesa che ammette la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia (C.C.C. n° 1373, 1374, 1375, 1376 e 1377).



    Pag. 318 (2° capoverso)

    "... Giustino dopo dice: "terminata la lettura il presidente fa l'esortazione". Vale a dire, qui troviamo l'omelia".

    Nota: Citando, a suo modo Giustino, Kiko conclude che l'omelia del Sacerdote non deve avere carattere esortativo, o morale, ma ecc.

    Il testo originale di Giustino dice invece:

    "E finché il tempo lo permette si leggono le memorie degli Apostoli, oppure gli scritti dei Profeti; poi, quando il lettore ha cessato, chi presiede parla ammonendo ed esortando ad imitare sì begli esempi".

    Non è quindi esatta la citazione di Kiko. Anche Giustino dice che, fin d'allora, l'omelia aveva un carattere esortativo e morale!



    Pag. 319 (5° e 6° capoverso)

    "Spezzando il pane entriamo nella morte, bevendo alla coppa facciamo una alleanza nel suo sangue e facciamo Pasqua con Gesù Cristo: davanti a questa realizzazione proclamiamo: "VIENI SIGNORE GESU’! REALIZZA LA TUA PASQUA TRA GLI UOMINI!"

    "Un'Eucaristia primitiva che è di una così grande semplicità, può essere anche di una grande varietà. ... "

    Nota: Questa è la concezione ebraica della Pasqua. La Comunione del cristiano al pane e al vino consacrato, è una comunione alla Passione e Morte di Cristo.

    Infatti Gesù con la parola "Corpo" e con l'altra "Sangue" intendeva donarci non una componente del suo essere umano (come noi pensiamo secondo la cultura greca che abbiamo ereditato), ma quello che queste due parole significavano nel linguaggio biblico, e cioè, tutto il suo essere, in quanto vive la sua vita nel corpo; cioè tutta la sua vita.

    A questa aggiunge la parola: "Sangue" che indica, nella Bibbia, l'evento della morte, perché il versamento del sangue è il segno plastico della morte.

    Quindi l'Eucaristia è il mistero di Gesù che dona a noi la sua vita nel momento in cui la offre al Padre per la Sua gloria e per la salvezza del mondo. I fedeli che, secondo il suo comando, mangiano il pane e bevono il Sangue comunicano perciò (1Cor 10,5) al mistero del suo sacrificio redentore. Per ottenere questa comunione, non è assolutamente necessario ricevere entrambe le specie, poiché ognuna di esse è tutto intero il Signore Gesù; anche se due specie, come segni, hanno un significato più evidente.

    La Chiesa ha sempre creduto così!

    Ciò è dimostrato dalla prassi orientale di dare ai neonati battezzati l'Eucaristia sotto la specie del vino: come pure dell'uso della comunione sotto le sole specie del pane, che inizia nel secolo XII. Il Concilio di Trento (sess. XXI) dichiarerà che la Comunione sotto le due specie "non è di diritto divino per coloro che non celebrano la S. Messa". Anche se il Vat. II concederà più spazio alla Comunione sotto le due specie, il principio dottrinale, fissato da Trento, resta valido: con la Comunione ad una sola specie si riceve Gesù nella totalità del suo mistero pasquale.

    La Chiesa disponendo così, ha interpretato autenticamente il pensiero di Cristo.

    San Pietro (contrariamente a quanto Kiko afferma a pag. 329) oggi non si meraviglierebbe affatto della disposizione di un suo successore, investito della sua stessa autorità e guidato dal suo stesso Spirito. Ogni spiegazione della parola di Dio per essere valida, non deve dimenticare questi principi.



    Pag. 319 (6° capoverso)

    " ... Questa resurrezione è quella che ha creato tra gli uomini uno Spirito nuovo vivente, uno Spirito vivificante che ha fatto nascere la Chiesa ..."

    Nota: La resurrezione di Cristo, non ha creato, ma ha comunicato agli uomini, ormai uniti per sempre a Cristo nella fede e nell'amore, il Suo stesso Spirito che ci fa figli di Dio e fratelli fra noi.



    Pag. 320 (3° capoverso)

    "Si costruiscono basiliche enormi con le quali entrano nella liturgia elementi di fasto e solennità. Da questo momento la luce potente della Chiesa Primitiva si ricopre e si offusca caricandosi di elementi di fasto."

    Nota: Ma anche prima della pace Costantiniana esistevano le basiliche (= le sale regie) che risalgono alla fine del II secolo e sono il nucleo di tante attuali basiliche romane. Il fasto che entra nella Chiesa è anche segno di fede nella trascendenza di Dio. Fede che ha ricercato in tutti i tempi di onorare Dio meglio che fosse possibile. E quello non era trionfalismo, bensì, mezzo per esprimere la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità sull'errore; un modo per onorare, senza tirchieria, il loro Signore e Dio" (Ratzinger R.F. pag. 135).



    Pag. 321 (1° e 3° capoverso)

    "Altro aspetto di fasto e religiosità è la processione delle offerte cioè l'offertorio. Nella Chiesa primitiva non c'era nulla di simile." ... "Da questo momento in poi quest'offrire cose a Dio occuperà un posto di primaria importanza dentro il rito."

    Nota: L'offertorio non è qualcosa che deriva dai pagani!

    L'idea di offerta non è estranea nelle descrizioni che fa San Giustino, anche se non si parla di offerta di fedeli.

    Il primo a parlare di offerta del pane e del vino da parte dei fedeli è S. Ireneo (135 - 200), come segno di gratitudine dei fedeli verso Dio creatore. Così ne parlano Tertulliano (160 - 220), S. Cipriano (+258): Il rito dura a lungo a Roma (fino al secolo XI).

    La moltiplicazione delle messe private e l'uso esclusivo del pane azzimo, ne affrettano la decadenza all'epoca carolingia.

    Oggi la Chiesa rimette in onore le processioni offertoriali. Non è però da dimenticare che il vero offertorio è quello compiuto da Cristo nella Consacrazione, in cui offre il suo Corpo ed il suo Sangue.

    Il nostro offertorio ha un valore simbolico, se anticipa la vera offerta che verrà fatta dopo; se diventa un simbolo della nostra vita che vogliamo offrire a Dio, unendola a quella di Gesù al Padre.



    Pag. 321 (5° e 7° capoverso)

    "Al principio perlomeno le offerte si lasciavano alla porta dei templi; poi però, dato che questo fatto delle offerte andava bene, ..."

    "E' chiaro che questo offrire a Dio non è affatto una cosa cattiva. Tu puoi offrire a Dio quello che vuoi, ma l'Eucaristia è una cosa ben diversa, nettamente distinta da tutto ciò. Nell'Eucaristia tu non offri nulla: è Dio assolutamente presente quello che dà la cosa più grande e cioè la vittoria di Gesù Cristo sulla morte."

    Nota: Il giudizio per cui le offerte fatte nella Messa sono una reviviscenza pagana è falso.

    Se la causa che ha originato le offerte nella Messa fosse quella a cui accenna Kiko con l'inciso ironico: "poiché il fatto delle offerte andava bene", che dire allora dell'uso ripristinato dalla riforma liturgica, che specie nelle Messe papali, vede una lunga processione che reca all'altare doni di ogni genere? È forse anche questa un'idea pagana da condannare?

    Avvertita la "gaffe" si cerca di rimediare. Ma anche qui si ricade nelle consuete contraddizioni: il giudizio negativo prima espresso, è modificato dal nuovo "in fondo questo offrire a Dio non era cosa cattiva"! Se la liturgia allora si è veramente riempita di idee pagane possiamo domandare: "c'era allora nella Chiesa l'assistenza dello Spirito Santo?".



    Pag. 322 (1°, 3° e 4° capoverso)

    "La liturgia è solennissima: canti grandiosi e musica. ..."

    "Ma soprattutto questa massa di gente pagana, vede, in fondo, la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi: l'idea del sacrificio. C'è un completo retrocedere all'antico testamento che era stato superato dallo stesso Israele. ..."

    "Perciò quando poi nel medio evo si mettono a discutere del sacrificio, in fondo discutono di cose che non esistevano nell'Eucaristia primitiva. ... L'Eucaristia è sacrificio di lode, una lode completa di comunicazione con Dio attraverso la Pasqua del Signore. Ma in questa epoca l'idea del sacrificio non è intesa così ma nel senso pagano. Ciò che essi vedono nella messa è che qualcuno si sacrifica, cioè il Cristo. Nell'Eucaristia vedono soltanto il sacrificio della croce di Gesù Cristo. E se oggi chiedeste alla gente qualcosa a questo proposito, vi direbbe che nella messa vede il calvario."

    A questo punto, prima di una nostra nota, premettiamo un giudizio del Card. Ratzinger (Messori, Rapporto sulla fede, Pag. 134) su certe accuse di trionfalismo, che qui riaffiorano nelle parole di Carmen: "Non è affatto trionfalismo la solennità del culto con cui la Chiesa esprime la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità e della luce sull’errore e sulle tenebre. La ricchezza liturgica non è ricchezza di una qualche casta sacerdotale; è ricchezza di tutti, anche dei poveri, che infatti la desiderano e non se ne scandalizzano affatto.

    Tutta la storia della pietà popolare mostra che anche i più miseri sono sempre stati disposti istintivamente e spontaneamente a privarsi persino del necessario pur di rendere onore con la bellezza, senza alcuna tirchieria al loro Signore e Dio".

    C'è in questa pagina una tra le espressioni più negative del testo. L'idea del sacrificio - sostiene Carmen - è stata introdotta nella Chiesa sotto la pressione delle idee pagane poiché non esisteva nella Chiesa primitiva.

    La dottrina della Chiesa sulla S. Messa come vero e proprio sacrificio, è antica come la Chiesa. I teologi sono concordi nell'affermare che già il solo fatto che Gesù abbia reso presente il suo Corpo ed il suo Sangue sotto specie separate, indica il carattere sacrificale della Messa.

    Questo carattere è ancor meglio evidenziato dalle parole di Gesù: "questo è il Corpo dato... e il Sangue sparso per voi" che sono termini biblici indicanti l'offerta di un vero sacrificio.

    Inoltre Gesù dice che il Suo Sangue è quello dell'alleanza nuova ed eterna che come l'antica è conclusa con l'offerta di un sacrificio cruento (cfr. Es 24,8; Eb 13,10; 1Cor 10,15-21).

    La Chiesa ha visto sempre nell'Eucaristia un vero e proprio sacrificio (vedi Didachè c. 14 - Clemente Romano, Ignazio di Antiochia, Giustino, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino ecc. ecc.).

    Anche tutte le liturgie antiche attestano il carattere sacrificale della Messa.

    Furono i Protestanti, preceduti da Wicleff, a negare il carattere sacrificale della Messa. Secondo Harnach e Wieland la Chiesa dei primi due secoli avrebbe conosciuto solo un sacrificio soggettivo e spirituale di lode, di adorazione e di ringraziamento. Il testo così come suona ripete le eresie appena ricordate!

    "L'Eucaristia è Pasqua, passaggio dalla morte alla risurrezione... L'Eucaristia è sacrificio di lode, una lode completa di comunicazione con Dio attraverso la Pasqua del Signore. Ma in questa epoca l'idea di sacrificio non è intesa così, ma nel senso pagano..." (dice Carmen).

    Se l'affermazione di cui sopra (fine del quarto capoverso), fosse vera, avremmo avuto un periodo, nella storia della Chiesa, in cui questa ha sbagliato nel ritenere la Messa un sacrificio e, cosa ancora peggiore, come un sacrificio pagano. Sarebbe mancata perciò una caratteristica fondamentale della Chiesa: la sua infallibilità. Questa è pura eresia!

    Ci scusiamo dell’insistenza avendo già dimostrato la falsità di queste affermazioni. A proposito dell'Eucaristia-sacrificio facciamo notare che, se l'Eucaristia (che è il "memoriale", cioè l'attualizzazione, del mistero Pasquale di Cristo, = mistero di morte e resurrezione) non è un vero sacrificio, ne consegue che anche il fatto che è attualizzato da questo rito (la morte in Croce di Cristo) non è un vero sacrificio.

    Ma con questa affermazione si nega completamente non solo il valore redentivo della morte di Cristo, ma altresì il valore sacramentale dell'Eucaristia.

    Secondo la teoria di Kiko l'Eucaristia diventa "il memoriale" di un rito qualsiasi, e non di un rito sacrificale, redentore (quello della morte in Croce di Cristo). Gesù, istituendo l'Eucaristia, (come già ricordato) dice chiaramente che essa è "il memoriale" "del suo Corpo dato e del suo Sangue versato per la remissione dei peccati". Cioè, è "memoriale" di un atto sacrificale, nel quale Egli dà la sua vita per la salvezza degli uomini.

    Ne consegue quello già detto: com'è un vero sacrificio la sua morte, così è vero sacrificio il "memoriale" di essa.

    Questa è la dottrina che la Chiesa ha sempre insegnato, come verità rivelata, negando la quale non si è più nella Chiesa.

    Kiko e Carmen sembrano negare completamente questa dottrina, nascondendo questa eresia, che poi e' la stessa di Lutero, sotto una valanga di parole, di espressioni roboanti, capaci forse di colpire orecchie di principianti, ma non l'intelligenza di chi conosce più a fondo l'insegnamento della Chiesa.

    Da queste premesse dottrinali, diffuse insistentemente tra gli aderenti al movimento, sono originati altre convinzioni ed atteggiamenti che non sono conformi né alla dottrina cattolica né alla prassi comune dei fedeli, come per esempio l'assenza quasi assoluta dei N.C. a qualsiasi pratica in onore della Santissima Eucaristia al di fuori della S. Messa.



    Pag. 323 (1° e 2° capoverso)

    "Se abbiamo trovato gente che non vive la Pasqua, né la capisce, adesso ci troviamo di fronte al fatto che comincia a non capirsi neanche il latino.... Allora la gente deve immaginare le cose."

    "Appaiono nelle chiese i grandi quadri che rappresentano la vita e i miracoli di Gesù Cristo. Del popolo di Israele che è il popolo dell'udito, abbiamo fatto il popolo dell'immaginazione...."

    Nota: Il fatto che il popolo pian piano non abbia capito il latino della liturgia, non significa che non abbia creduto al Mistero al quale partecipava.

    Non è la conoscenza della lingua che rende più comprensibile il mistero. Esso resta sempre. Al mistero ci si avvicina con la fede e con l'amore.

    I grandi quadri, i mosaici, che compaiono nelle Chiese, costituirono per il popolo, in gran parte analfabeta, la Bibbia viva, la Parola di Dio che essi contemplavano con gli occhi estasiati ed amavano con il cuore semplice. Kiko, con il suo accenno, vuol forse condannare quell'arte ancora oggi tanto ammirata; piena di fede, di bellezza, di poesia, per esaltare una certa arte moderna spesso fatta di sgorbi o di macchie di colori?



    Pag. 324 (3° e 4° capoverso)

    "In quell'epoca ... si giunge ad una superstizione completa ..."

    "Si comprende perciò perfettamente perché sorse Lutero ..."

    Nota: Anche in questa pagina abbondano, come di consueto, affermazioni contraddittorie.

    Prima si afferma che, nel passato, non si capiva più niente dell'Eucaristia; che si era perso il senso dell'assemblea; che la messa era diventata un rito penitenziale ecc.. Adesso, si dice che la Chiesa "manteneva il nucleo essenziale dell'Eucaristia". Abbiamo più volte fatto notare questo dire e disdire, che rivela una tattica: demolire, screditandola, la Chiesa prima del Vaticano II, nel tentativo di provare, o convincere, che quella che essi (N.C.) presentano è la vera Chiesa.

    Questa convinzione è fortemente radicata nei laici e nei presbiteri del movimento che affermano con molta ... chiarezza ed umiltà (!): "noi siamo la vera Chiesa! Noi siamo i veri preti di questo post-Concilio!".

    Scrivere ed insegnare queste cose, significa affermare che "in quelle epoche", il Magistero infallibile della Chiesa non esisteva più. Questo è eresia!



    Pag. 325 (inizio pagina)

    "Con Papa Pio V ci fu un tentativo di riforma nel Concilio Laterano..."

    Nota: Abbiamo già notato come gli autori del testo, per i loro fini, sono pronti a travisare e alterare Parola di Dio, storia, teologia, filosofia ecc. ecc.

    San Pio V (1566 - 1572) lavorò molto per la riforma della Chiesa, in attuazione dei decreti del Concilio di Trento, ma non radunò, come qui si afferma, nessun Concilio al Laterano.



    Pag. 325 (2° e 3° capoverso)

    "... la liturgia è in continuo rinnovamento."

    "... La liturgia è vita, una realtà che è lo Spirito vivente tra gli uomini. Perciò non lo si può mai imbottigliare,..."

    Nota: C'è qui un'altra dimostrazione delle contraddizioni del testo. Prima ci si scaglia contro le innovazioni introdotte nel corso dei secoli, affermando che venivano da concetti pagani o da altri ... interessi. Qui si riconosce il diritto ad un rinnovamento, perché la liturgia è vita.

    Ma dopo aver negato questo diritto alla Chiesa del passato, e successivamente averlo riconosciuto, i neocatecumenali dovrebbero conoscere quanto stabilisce il Vaticano II (S.C. n° 22,1-2-3): "regolare la Sacra Liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del Diritto, nel Vescovo"....Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se Sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica.

    Queste norme non esistono per i N.C. che celebrano l'Eucaristia come piace a loro.

    "La liturgia non è un show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese "simpatiche", di trovate "accattivanti", ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero, ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere "fatta" da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurare il "successo" in termini di efficienza spettacolorae, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il "proprium" liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade qualcosa che tutti noi insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi; ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge fino a noi (Card. Ratzinger in Messori, Rapporto sulla fede, pag. 130).

    "Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere "predeterminata", "imperturbabile" perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata "la vecchia rigidità rubricistica", accusata di togliere "creatività", ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del "fai-da-te", banalizzandola perché l’ha usa conforme alla nostra mediocre misura." (Messori, Rapporto sulla fede, pag. 130-131).



    Pag. 325 (4° capoverso)

    "...Il sacramento parla più dei ragionamenti. Ma a quel tempo poiché non si capisce ciò che è il sacramento, si cerca di dare spiegazioni filosofiche del mistero. E così cominciano i dibattiti su: "Come è presente?" Lutero non negò mai la presenza reale, negò solo la parolina "transustanziazione" che è una parola filosofica che vuol spiegare il mistero"

    Nota: Il valore e l'efficacia del Sacramento, come già detto, non dipende dalla valorizzazione del segno. Esso agisce per forza propria: ex opere operato (come si esprime la teologia). Cfr. note per la pagina 326.

    Le spiegazioni filosofiche non vogliono spiegare il mistero: sono tentativi legittimi per rendere l'atto di fede "obsequium rationabile". Cercare, cioè, di eliminare l'apparente contrasto tra la fede e la ragione.

    Lutero non ha potuto negare la presenza reale, limitandola però al momento dell'uso, cioè alla Comunione, ammettendo anche una coesistenza del Corpo e Sangue di Cristo, con la sostanza del pane e del vino. Per i Protestanti i Sacramenti sono soltanto pegni della promessa divina della remissione dei peccati, e mezzi per risvegliare e fortificare la fede fiduciale che sola giustifica.

    Quindi non mezzi di grazia (come insegna la Chiesa), ma di fede, e contrassegni di questa. Dottrina condannata però dal Concilio di Trento. A riguardo della parola "transustanziazione", che secondo Kiko è una parola filosofica che vuol spiegare il mistero, il C.C.C. n° al numero 1376 dice: "Il Concilio di Trento riassume la fede cattolica dichiarando... che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica "transustanziazione" ". Ma Kiko, che dice di accettare la dottrina del Vat II, continua a rifiutare questa parola.



    Pag. 325 (verso la fine)

    " ...Ma la cosa importante non sta nella presenza di Gesù Cristo (nell'Eucarestia). Ossia, la presenza fisica nel mondo ha uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Questa è la cosa importante. La presenza è un mezzo per il fine, che è la Sua opera: il mistero di Pasqua. La presenza è in funzione dell'Eucarestia, della Pasqua...".

    Nota: La Carmen afferma che la presenza di Gesù Cristo nell'Eucaristia, non è la cosa più importante... perché la presenza fisica nel mondo ha uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Ma "Gesù si è incarnato per cancellare il peccato e riconciliare gli uomini con Dio per mezzo del suo Sacrificio di croce (Eb 10,15)". Questo disegno di Dio comportava da parte di Cristo l'immolazione reale del suo Corpo sulla croce alla quale, come suggello dell'accettazione da parte del Padre, sarebbe seguita la sua resurrezione. Poiché la Messa è il "memoriale" del Sacrificio Pasquale di Cristo, è ripresentazione della sua Passione, morte e resurrezione. Se nell'Eucarestia non ci fosse il suo Corpo, cioè la presenza reale di Gesù, non ci sarebbe neppure il memoriale del suo Mistero pasquale. L'Eucaristia, se non fosse presenza di Cristo, non sarebbe né sacrificio, né memoriale. Quindi non sarebbe neppure Sacramento, ma una semplice cena commemorativa.



    Pag. 326 (1° capoverso)

    "... Il memoriale che Egli lascia è il Suo Spirito resuscitato dalla morte, ..."

    Nota: La frase è composta di parole senza senso. Perciò chiediamo alla Carmen: "Gesù è presente nell'Eucaristia con il suo solo Spirito risuscitato dalla morte" o con la realtà del suo Corpo?

    Nel primo caso si nega la Risurrezione di Cristo nel suo vero Corpo.

    Nel secondo l’espressione è teologicamente sbagliata.



    Pag. 326 (2° capoverso)

    "E' quando non si capisce più ormai questa presenza della Pasqua, di questo sacramento che si vuole spiegare filosoficamente, che si cominciano i dibattiti su come è presente, con gli occhi o senza gli occhi, fisicamente ecc. Tutte queste spiegazioni partono da un punto falso, consistente nel voler spiegare razionalmente qualcosa di diverso."

    Nota: La spiegazione che la teologia "razionale" ha cercato di dare al mistero eucaristico, non ha mai preteso - come afferma Carmen - di offrire una spiegazione filosofica, valida razionalmente, dell'oggetto di fede, ma mostrare che tra l'atto di fede ed i postulati della ragione, non c'era opposizione. La teologia, non spiega con la ragione, i sacramenti. Essendo essi "segni efficaci di una realtà invisibile" questa non è oggetto di alcuna spiegazione filosofica, ma solo di fede. La teologia si sforza di capire, dopo aver emesso anch'essa un atto di fede nel mistero che tratta, il significato che quei segni possono avere per noi, e conoscere quando i segni stessi diventano veramente efficaci, produttori di grazia.

    La teologia, studiando il mistero, non cerca evidenze razionali per sottrarsi al dovere di credere. Non chiede: "è vero quello che dice il Signore?", ma: "Signore, aiutaci a capire meglio quello che ci dici."

    La teologia è a servizio dei fratelli: non deve far da padrona sulla fede, ma collaborare alla gioia dei credenti (cfr. 2Cor. 1,4) ed aiutare l’intelligenza ragionante a compiacersi anch’essa dei misteri della fede.



    Pag. 326 (5° capoverso)

    "Un sacramento è formato da due elementi: uno è il segno, esplicitazione del mistero, e l'altro è l'efficacia del segno, che realizza quello che il segno significa."

    Nota: Il Sacramento è formato da due elementi: il segno esterno e la parola che lo accompagna. L'efficacia del segno non è - come si dice qui - un elemento essenziale del Sacramento. Cioè, non è il Segno, o la comprensione che di esso si ha, che rende efficace il Sacramento - come afferma Carmen.

    Da questo concetto i neocatecumenali partono all'attacco della Comunione con l'ostia (uso in vigore all'inizio del secolo IX) che data la forma, "sembra di carta".

    Però si conclude che "anche in questo caso, quanto all'efficacia il sacramento si realizza" (pag. 326).

    In questa affermazione c'è una chiara contraddizione con quanto Carmen stessa prima aveva affermato sul significato del segno come elemento costitutivo del Sacramento. Se infatti il sacramento è efficace comunque, anche con l'ostia che sembra carta, ciò significa che l'efficacia del segno sta nelle parole del Ministro, e non nella percezione del suo significato da parte di chi lo riceve. Ma questa conclusione, anche se, logica non piace a Carmen. Ci ritorna alla fine della pagina 326 appoggiandosi ad una frase di Farnes che fa un paragone tra il cesto o il secchio usati per raccogliere la pioggia. "Questa è sempre efficace, ma quell'efficacia col secchio rimane, col cesto invece si perde". Il paragone però non è valido. Il secchio o il cesto non è segno della pioggia che cade: può essere segno solo della volontà, efficace o meno, di chi usa i diversi mezzi per raccoglierla. Il Segno sacramentale del Battesimo (cioè l'acqua) che di natura sua poteva indicare molte cose, ne indica invece un'altra di carattere completamente diverso, anche se simile, perché soprannaturale. Questa indicazione è data dalle parole (la forma) che usa il Ministro nell'utilizzare quel segno.

    Quell'acqua che poteva servire per dissetare, innaffiare, rinfrescare ecc., viene utilizzata secondo il fine determinato dal Ministro del Sacramento. Se colui che lo riceve è, poi, un secchio o un cesto, certamente non sarà questo suo stato a determinare il valore dell'atto, ma soltanto la fruttuosità nei suoi confronti (cfr. C.C.C. n° 1145 ss).



    Pag. 327 (1° capoverso)

    "La liturgia è piena di segni, perché da essi non si può prescindere affinché la grazia si realizzi".

    Nota: Il segno è richiesto perché Gesù l’ha usato per trasmetterci il dono invisibile e spirituale della grazia. Ma questi segni conferiscono la grazia soltanto se usati come Cristo li ha usati. Così il pane e il vino nell'Eucaristia diventano segni di una realtà soprannaturale solo quando sono trasformati dalle parole della consacrazione. Ma questa realtà soprannaturale si percepisce solo con la fede e non attraverso la visione del segno.

    La Chiesa nella liturgia, affinché il sacramento, fonte di grazia, si realizzi, (C.C.C. n° 1127-1128) non può prescindere da quel segno assunto da Cristo (C.C.C. n° 1151-1152) e da Lei riconosciuto.

    Nell'Eucaristia il segno è quello del pane e del vino e le parole sono quelle contenute nei testi liturgici. Gli altri segni usati sia prima, sia dopo la consacrazione, non sono essenziali, ma solo integranti.



    Pag. 327 (8° capoverso)

    "Si recuperano i segni: si comincia a comunicare con il pane e non con un'ostia che non sembra più pane, si beve al calice. Il Concilio Vaticano II ha stabilito che si recuperino i segni in tutta la loro ricchezza di segni. Si recupera l'abbraccio di pace nonostante ciò risulti difficilissimo alla gente dato che non siamo né in assemblea né in comunità."

    Nota: La Dottrina della Chiesa definisce quello che è l'essenziale per il Sacramento: (la materia, la forma: (Decr. 887 e 884) e il Ministro (Conc. Lat. 1215; Dc 430 - a24 e 961 - 949). I segni che però danno la grazia sono quelli usati nei sacramenti della Chiesa. Gli altri segni, anche se usati in celebrazioni liturgiche, sono soltanto dei simboli adatti a stimolare o approfondire la conoscenza del mistero che si sta celebrando. Questi non danno la grazia santificante.

    Il ricupero dei segni non si ha ripetendoli soltanto, ma comprendendone e vivendone il significato. Anche dopo la riforma del Vaticano II troppi segni restano muti perché non è stata fatta una catechesi adeguata.



    Pag. 327 (9° capoverso)

    "L'offertorio nella riforma ha perduto di importanza, immaginate cosa significa per la gente togliere il poco a cui partecipava."

    Nota: Conosciamo bene l'importanza della riforma a cui abbiamo dato l'approvazione fin dalla stesura della S.C. del Vaticano II. Non approviamo tuttavia, quanti, in nome del Concilio, vogliono introdurre abusi, o false interpretazioni.

    Qui, nel testo, ce n'è una prima:

    "non ci sarà una vera assemblea, se non sorgeranno comunità che vivono dello Spirito per esultare in Comunione". Cosa si vuole insinuare? Che saranno indispensabili le Comunità neocatecumenali per attuare i dettami conciliari? Le altre non contano?

    La traduzione in lingua volgare, che non doveva eliminare la lingua latina (S.C. 36,1), non risolve il problema della comprensione dei riti, se mancherà una solida e continua catechesi.

    L'Ostia tradizionale, ancora non è stata abolita dalla Chiesa, ma dai neocatecumenali, molti anni prima di averne l'autorizzazione! Anche per la Comunione al calice da questi non vengono osservate le norme emanate in materia. Belli esempi di obbedienza all'autorità della Chiesa!

    L'offertorio nella riforma non ha perduto di importanza, anzi ha assunto una maggiore solennità (vedi le Messe papali), anche se è chiaro il suo significato teologico!



    Pag. 328 (7° e 8° capoverso)

    "Neppure c'è il Gloria ..."

    "Lo stesso per il Credo ..."

    Nota: Per i neocatecumenali il Gloria e il Credo non ci sono mai nelle loro celebrazioni. Anche se il Gloria è entrato più tardi nella liturgia, esso ha un’origine antichissima; ed è un inno con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello.

    Ma per Carmen e Kiko il Gloria non ha senso perché duplica, essi dicono, l’anafora. Anche se questa motivazione è portata da alcuni liturgisti, si deve ricordare che le forme e i modi della celebrazione sacramentale, solo la Chiesa gerarchica può disporli (C.C.C. n° 1124, 1125 e 1126).

    I neocatecumenali che si dichiarano figli obbedienti della Chiesa di cui vogliono portare nel mondo l’insegnamento, dimenticano i dettati del C.C.C. n° e del Vaticano II, S.C. n° 22-26.

    Le uniche norme per loro valide sono quelle emanate da Kiko!

    A nostro avviso, trascurando la considerazione sul tempo dell’introduzione del Gloria nella Messa, si può affermare che la sua collocazione dopo il Kyrie e prima della "colletta", costituisce un atto di riverenza e di amore verso la Santissima Trinità, fonte del mistero che si sta celebrando.

    Per il Credo identico è il comportamento dei N.C.. "Esso, affermano, viene dal tempo delle eresie; quando cominciarono ad apparire eretici e apostati; prima di passare all’Eucaristia gli si faceva confessare la loro fede".

    La Chiesa oggi lo recita per suscitare nell’assemblea, dopo l’ascolto della parola di Dio, una risposta di assenso e di richiamo alla mente delle regole della fede, prima di incominciare la celebrazione dell’Eucaristia. Ma anche qui Kiko si ritiene autorizzato a disporre a suo piacimento della liturgia della Chiesa. Contro ogni disposizione essi rifiutano la recita della formula niceno-costantinopolitana, usando talvolta (come nella visita del Papa alla comunità di Porto S. Giorgio) altre formule.

    Dalla confessione di un ex-NC si apprende che la mancata recita del Credo proviene da un’altra motivazione, e non da quella di voler ritornare alle origini. Verso la fine del Credo, infatti, si dice: "Credo la Chiesa, una santa, cattolica e apostolica". Poiché i NC non ammettono la Chiesa gerarchica, non vogliono neppure recitare una formula con la quale sarebbero costretti ad affermare la loro fede in quella Chiesa in cui non credono. La motivazione diffusa tra gli aderenti che essi non recitano il Credo "perché non ne sono degni" è semplicemente ridicola! Il Credo è la formula antichissima con la quale il Cristiano esprime la sua fede. E poiché la fede è una risposta a Dio che si rivela, questa non sarà, né può esserlo, un atto che il Cristiano non è degno di porre, anzi è la conseguenza logica e doverosa della sua fede.

    Dopo queste disposizioni kikiane, riguardanti la celebrazione del mistero centrale della nostra fede, si pone la domanda: "Come mai, tanti Vescovi e Sacerdoti permettono, da circa trenta anni, una prassi liturgica contraria a quella della Chiesa; mentre continuano a ripetere che le catechesi di Kiko sono un dono dello Spirito Santo per la Chiesa del nostro tempo?"

    Si deve concludere che certi pastori queste catechesi o non le hanno mai lette oppure anch’essi, seppur tacitamente, le approvano.

    In entrambi i casi c’è da esclamare: "Signore, pietà"!



    Pag. 329 (2°, 4°, 5° e 6° capoverso)

    Pag. 330 (2° e 3° capoverso) Pag. 331 (2° e 4° capoverso)

    "Dicevo che la Chiesa primitiva non ha mai problemi sulla presenza reale. Se a San Pietro fosse stato chiesto se Gesù Cristo sia presente nell'Eucaristia, si sarebbe meravigliato, perché lui non si pone il problema. Per lui Cristo è una realtà vivente che fa Pasqua e trascina la Chiesa. Non è questione di briciole o cose di questo tipo; San Pietro si sarebbe scandalizzato molto più del fatto che non c'è l'assemblea o che uno solo beve dal calice. E' questione di sacramento, di assemblea."

    "Cominciano le grandi esposizioni del Santissimo, (prima mai esistite), perché la presenza era in funzione della celebrazione eucaristica e non il contrario. Il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male. Il pane e il vino sono fatti per essere mangiati e bevuti."

    "Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l'Eucaristia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male."

    "Il pane è per il banchetto, per condurci alla Pasqua. La presenza reale è sempre un mezzo per condurci ad un fine, che è la Pasqua. Non è un assoluto, Gesù Cristo è presente in funzione del mistero pasquale."

    "La presenza di Gesù Cristo è un'altra cosa. E' il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la gloria, a passarci dalla morte alla resurrezione, a farci veramente entrare nella morte, che è molto diverso. L'Eucaristia è completamente dinamica, ci mette in cammino. Noi l'abbiamo trasformata in qualcosa di statico e manipolabile per noi. Pensate che è tanto vero quel che dico che facciamo il ringraziamento dopo aver comunicato, mentre tutta l'Eucaristia, come abbiamo visto, è azione di grazie."

    "Tutti i valori di adorazione e contemplazione, che non sono alieni alla celebrazione del banchetto, sono stati tirati fuori dalla celebrazione come cose marginali. L'adorazione al Santissimo, per es. ..."

    "Come una cosa separata dalla celebrazione cominciano le famose devozioni eucaristiche: L'adorazione, le genuflessioni durante la messa ad ogni momento, l'elevazione perché tutti adorino. ..."

    "L'adorazione e la contemplazione sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate. ..."

    Nota: A riguardo di questa ultima frase che sembra escludere la presenza di Gesù al di fuori della celebrazione eucaristica ci sia consentito riportare quanto scrive il Card. Ratzinger: "Si è dimenticato che l’adorazione è un approfondimento della Comunione. Non si tratta di una devozione "individualistica", ma della prosecuzione o della preparazione del momento comunitario" (Messori, Rapporto sulla Fede, pag. 157).

    "Ma gli "archeologi" della liturgia hanno da ridire su tutto quello che non c’era nella liturgia dei primi secoli, non riconoscendo al "sensus fidei" del popolo cattolico la possibilità di approfondire, di portare alla luce, secolo dopo secolo, tutte le conseguenze del patrimonio che gli è stato affidato" (ivi).

    Riportiamo inoltre da "Princìpi e norme" del Messale Romano: "Il mistero della Presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche, (oltre che essere esplicitamente affermato dal Vat. II e da altri documenti del Magistero) è posto in luce "dal senso e dall’espressione esterna di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della liturgia Eucaristica. Per lo stesso motivo al Giovedì Santo e nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, il popolo cristiano è chiamato ad onorare in modo particolare con l’adorazione questo ammirabile sacramento.

    Si può concludere, molto amaramente, che:

    1) I neocatecumenali (o meglio Kiko e Carmen) non credono alla presenza reale di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino consacrati terminata la messa.

    2) Non credono che questa presenza si estenda anche ai frammenti ("le briciole") del pane.

    3) Ne consegue che quanti credono nella presenza reale dell'Eucaristia, terminata la Messa, a giudizio dei N.C. compiono un atto di idolatria.

    4) E poiché la "lex orandi" è una dimostrazione della "lex credendi", e cioè, che la preghiera della Chiesa dimostra la sua fede, si dovranno condannare, secondo queste premesse, tutti coloro che promuovono il culto eucaristico, nelle varie forme o manifestazioni, come XL ore, congressi eucaristici, ore di adorazione, ecc. ecc.

    5) Infine, l'affermazione in cui si dice "che se Cristo avesse voluto l'Eucaristia per restare lì (= cioè nel Tabernacolo) si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male", è un insulto a tutta la Chiesa, che incominciando dal Sommo Pontefice ed abbracciando schiere numerose di Istituti religiosi, di Santi, di Martiri, di Vescovi e Sacerdoti hanno fatto, nel corso dei secoli, dell'adorazione eucaristica il centro della loro spiritualità e del loro apostolato. Spiritualità questa che sostiene, anche oggi, milioni di fedeli di ogni grado culturale e sociale.

    Non è da meravigliarsi se da queste teorie, diffuse nelle catechesi, nascono poi certi comportamenti comuni (dove più dove meno) a tutti i gruppi neocatecumenali.

    "L'adorazione e la contemplazione (é scritto nel testo) sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate" (pag. 331).

    Questa affermazione è conseguenza della convinzione che la Presenza reale non esiste più terminata la celebrazione della Messa. Ed i neocatecumenali sono logici all'insegnamento loro impartito. Risulta da innumerevoli testimonianze che essi non fanno mai (con eccezioni rarissime) alcun gesto di adorazione passando davanti al Tabernacolo, né qualche visita al SS.mo. Lo stesso avviene il Giovedì Santo, quando il SS.mo viene solennemente esposto dopo la celebrazione della Messa in "Coena Domini".

    Si aggiunga la trascuratezza verso i frammenti del pane consacrato ("le briciole") che numerosi cadono per terra, sia per il modo di confezionare il pane usato nella celebrazione, sia per quello di passarselo reciprocamente. Questi frammenti, visibili anche ad occhio non esperto, se caduti per terra, non sono raccolti ma calpestati e trascurati come le briciole che cadono da una qualsiasi mensa.

    Esistono a questo proposito documentazioni che vengono da ogni parte oltre quelle viste personalmente insieme ad altri testimoni avvenute nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. Dopo certe celebrazioni dei neo-catecumenali, pie persone hanno curato di raccogliere - per poi inviare alle autorità del Vicariato - i frammenti che numerosi erano caduti per terra e che venivano calpestati dai presenti, ma si è cercato di impedirli.

    I neo-catecumenali per difendersi dall'accusa di profanazione affermano che sui frammenti rimasti dopo la celebrazione, prima che vengano buttati come rifiuti comuni, un loro "ostiario o ostiaria" recita una preghiera che li ... sconsacra!

    Ad un sacerdote che si meravigliava per quanto si faceva delle "briciole", un presbitero ha detto: "ma tu ci credi ancora?".

    Collegato a questa convinzione è l'atteggiamento da essi tenuto dopo la S. Comunione. Il ringraziamento non si deve fare (pag. 330). A sostituirlo hanno introdotto una specie di danza "biblica" fatta intorno al tavolo che è servito da mensa, perché essi non celebrano mai su un altare consacrato, anche se si radunano in chiese o basiliche, o sono presenti Vescovi o Cardinali.

    Vale la pena riportare quanto scrive un teologo moderno (Francois X. Durwell, l.c. pag. 128 e seg.): "Proprio perché la Messa non è solo una azione della comunità, fatta di preghiere, di canti, di partecipazione fraterna, la festa non si chiude appena finita la Cena. Ma la Messa è la celebrazione dell'amicizia, anzitutto di quella di Cristo. Ma né il suo Sacrificio, né la sua presenza, svaniscono dal nostro mondo, ma entrano nel nostro del quale Cristo prende possesso perché 'chi mangia la mia carne ... dimora in me ed io in lui' (Gv 6,56).

    La grazia eucaristica è quella di una amicizia identificante. Perché non attardarsi in questo incontro destinato a divenire eterno? Perché non ritardare per qualche istante, la dispersione nelle attività terrestri, affinché non proiettino il fedele fuori di Cristo, ma si riempiano esse stesse di carità?

    Dio fa comunione con l'uomo ... lo fa sedere al banchetto della sua presenza reciproca: perché non goderlo per qualche minuto? Egli ci ha permesso di avvicinarci alla fonte del seno aperto; perché non bere ai fiumi dello Spirito (che da esso sgorgano)?

    La comunione eucaristica coinvolge tutto quanto l'uomo, ... È nella stessa natura di questa Comunione l'essere accompagnata da una certa esperienza di unione con Cristo. Questa esperienza - certo - è vissuta nella fede, ma la fede non è il velo che nasconde il mistero, ne è la rimozione incompleta....

    Come pregare in azione di grazie?

    Accogliendo amorosamente il Signore che viene e offrendosi a Lui perché faccia in essi ciò che ama. Abbandonarsi all'amore infinito non è umiliarsi. È sottomissione d'amore che risponde al dono d'amore di Dio diventato nostro cibo, dato nelle nostre mani." (Durrwel op.c.).

    Agli atteggiamenti sopra accennati dei neocatecumenali, si deve aggiungere l'arbitrio ormai dilagante di disporre a piacimento dei riti della messa; tralasciando ciò che non piace o cambiando come a loro piace: l'aggiunta di modifiche, preghiere, interventi, proibiti dall'autorità della Chiesa che è l'unica competente nel regolare S. Liturgia (S.C. 22,1-2-3; 23) per cui spesso la Messa diventa uno show accompagnato da chitarre, danze, abbracci e baci!



    Pag. 333 (1° e 5° capoverso)

    "Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali, che Israele aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucaristia cristiana. Forse che Dio ha bisogno del Sangue del Suo Figlio, del suo sacrificio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di Suo Figlio alla maniera degli dèi pagani. Per questo gli atei dicevano: Che tipo di Dio sarà quello che riversa la sua ira contro Suo Figlio nella croce? ... E chi poteva rispondere? ..."

    "I macelli avvenuti nella storia della Chiesa ci dimostrano una cosa: che noi uomini ci siamo impegnati a distruggere la Chiesa e non ci siamo riusciti. Gli uomini di Chiesa han fatto tutto il possibile per abbatterla. Il fatto che oggi esista la Chiesa è uno dei miracoli più grande che vi sia"

    Nota: Kiko conferma ancora una volta la sua adesione alle idee eretiche di Carmen, per la quale il concetto di Sacrificio è stato introdotto dalla Chiesa mutuandolo in parte dal concetto che se ne aveva nel Vecchio Testamento, in alcuni momenti della storia del popolo eletto, senza tener conto del vero concetto che i profeti più volte avevano richiamato.

    E prosegue: "a queste deformazioni è arrivata la teologia nella Chiesa a causa delle razionalizzazioni sull'Eucaristia!" e con questo, conferma di non riconoscere il carattere sacrificale della Morte di Cristo. Lapidario è, infine, il suo giudizio sulla teologia di grandi mistici, e di grandi e santi teologi: "Tutta una deformazione" della verità? S. Tommaso, S. Bonaventura, S. Teresa di Gesù, S. Alberto Magno, S. Caterina da Siena, S. Giovanni della Croce, S. Ignazio, S. Francesco d'Assisi, S. Antonio da Padova, S. Bellarmino ecc. ecc. Kiko li mette tra i "deformatori della verità"!

    È paurosa questa ignoranza della teologia cattolica!

    Dove troveranno la verità quelli che la cercano appassionatamente, non potendo essi rivolgersi più alla dottrina e al Magistero della Chiesa? Logicamente la risposta dei N.C. è: in Kiko!



    Pag. 333 (6° capoverso) e Pag. 334 (1° capoverso)

    "... Lo Spirito Santo ha permesso che apparissero questi rivestimenti in determinate circostanze storiche perché era necessario; in un certo momento, per esempio, fu necessario insistere contro i protestanti
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    DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
    A CATECHISTI E PRESBITERI
    DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE

    Sabato, 21 settembre 2002

    1. È con grande piacere che vi ricevo, cari Catechisti e Presbiteri del Cammino Neocatecumenale, convenuti oggi qui per incontrare il Papa. Saluto e accolgo ognuno di voi con affetto e, nelle vostre persone, saluto tutto il Cammino Neocatecumenale, una realtà ecclesiale ormai diffusa in molti Paesi, con apprezzamento da parte di non pochi Pastori. Ringrazio per il caloroso indirizzo che mi ha rivolto il Signor Kiko Argüello, iniziatore del Cammino insieme alla Signorina Carmen Hernández. Con le sue parole egli, oltre ad esprimere il vostro fedele attaccamento alla Sede di Pietro ha testimoniato il vostro concorde amore per la Chiesa.
    2. Come non ringraziare il Signore per i frutti portati dal Cammino Neocatecumenale nei suoi oltre trent’anni di esistenza? In una società secolarizzata come la nostra, dove dilaga l’indifferenza religiosa e molte persone vivono come se Dio non ci fosse, sono in tanti ad aver bisogno di una nuova scoperta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana; specialmente di quello del Battesimo. Il Cammino é senz’altro una delle risposte provvidenziali a questa urgente necessità. Guardiamo le vostre comunità: quante riscoperte della bellezza e della grandezza della vocazione battesimale ricevuta! Quanta generosità e zelo nell’annunzio del Vangelo di Gesù Cristo, in particolare ai più lontani! Quante vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa sorte grazie a questo itinerario di formazione cristiana!
    3. Ho vivo nella memoria il nostro ultimo incontro svoltosi nel mese di gennaio 1997, subito dopo il vostro raduno nei pressi del Monte Sinai per commemorare i trent’anni di vita del Cammino Neocatecumenale. In quel momento vi ho detto che la stesura degli Statuti del Cammino «è un passo molto importante, che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell’autenticità del vostro carisma» (Insegnamenti, vol. XX/1, p. 143).
    Il nostro incontro odierno esprime la gioia per la recente approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale da parte della Santa Sede. Sono lieto che questo itinerario, iniziatosi più di cinque anni or sono, sia stato portato a compimento mediante un intenso lavoro di consultazione, riflessione e dialogo. Il mio pensiero va ora alla persona del Cardinale James Francis Stafford, al quale desidero manifestare il mio ringraziamento per 1’impegno e la sollecitudine con cui il Pontificio Consiglio per i Laici ha accompagnato l’Èquipe responsabile internazionale del Cammino in questo processo.
    4. Desidero sottolineare l’importanza degli Statuti appena approvati per la vita presente e futura del Cammino Neocatecumenale. Infatti questa norma, innanzi tutto, ribadisce ancora una volta la natura ecclesiale del Cammino Neocatecumenale che, come ho già avuto modo di dire alcuni anni fa, costituisce «un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni» (AAS 82 [1990] 1515).
    Gli Statuti del Cammino Neocatecumenale, inoltre, descrivono, gli aspetti essenziali di questo itinerario rivolto ai fedeli che nelle loro comunità parrocchiali desiderano ravvivare la loro fede, come pure a quelle persone ormai adulte, che si preparano a ricevere il sacramento del Battesimo. Soprattutto, però, gli Statuti, stabiliscono i compiti fondamentali delle diverse persone, che hanno specifiche responsabilità nel portare avanti questo iter formativo all’interno delle comunità neocatecumenali, cioè: i presbiteri, i catechisti, le famiglie in missione e le équipes responsabili ad ogni livello. In questa maniera, gli Statuti devono costituire per il Cammino Neocatecumenale una «chiara e sicura regola di vita» (Lettera a S. Em. R. il Card. James F. Stafford 5 aprile 2001), un punto di riferimento fondamentale affinché questo processo di formazione, che ha come obiettivo di portare i fedeli ad una fede matura, possa essere realizzato in un modo confacente alla dottrina e alla disciplina della Chiesa.
    5. L’approvazione degli Statuti apre una nuova tappa nella vita del Cammino. La Chiesa si aspetta adesso da voi un impegno ancora più forte e generoso nella nuova evangelizzazione e nel servizio alle Chiese locali e alle parrocchie. Pertanto voi, Presbiteri e Catechisti del Cammino avete la responsabilità che gli Statuti siano mesi in opera fedelmente in tutti i loro aspetti, così da diventare un vero fermento per un nuovo slancio missionario.
    Gli Statuti costituiscono, altresì, un importante aiuto per tutti i Pastori della Chiesa, particolarmente per i Vescovi diocesani, ai quali è affidata dal Signore la cura pastorale e, in particolare, l’iniziazione cristiana delle persone nella diocesi. "Nel loro paterno e vigile accompagnamento delle comunità neocatecumenale" (Decreto del Pontificio Consiglio per i Laici, 29 giugno 2002), gli Ordinari diocesani potranno trovare negli Statuti i principi-base di attuazione del Cammino Neocatecumenale in fedeltà al suo progetto originario.
    Desidero specialmente rivolgere una parola a voi sacerdoti, che siete impegnati al servizio delle comunità neocatecumenali. Non dimenticate mai che, in quanto Ministri di Cristo, avete un ruolo insostituibile di santificazione, di insegnamento e di guida pastorale nei confronti di coloro che percorrono l’itinerario del Cammino. Servite con amore e generosità le comunità a voi affidate!
    6. Cari Fratelli e Sorelle, con l'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale si è giunti felicemente a definirne l'essenziale configurazione ecclesiale. Ne ringraziamo insieme il Signore.
    Spetta ora ai Dicasteri competenti della Santa Sede esaminare il Direttorio catechetico e tutta la prassi catechetica nonché liturgica del Cammino stesso. Sono certo che i suoi membri non mancheranno di assecondare con generosa disponibilità le indicazioni che loro verranno da tali autorevoli Fonti.
    Continuo a seguire con viva attenzione la vostra opera nella Chiesa e nelle mie preghiere vi affido tutti alla Santissima Vergine Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione, e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

  4. #4
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    DECRETO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI:
    APPROVAZIONE "AD EXPERIMENTUM"
    DEGLI STATUTI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE

    Il Cammino Neocatecumenale ebbe inizio nel 1964 fra i baraccati di Palomeras Altas, a Madrid, per opera del Signor Francisco (Kiko) Argüello e della Signorina Carmen Hernández, che, su domanda di quegli stessi poveri con i quali vivevano, cominciarono ad annunciare loro il Vangelo di Gesù Cristo. Con il passare del tempo questo kérygma si concretizzò in una sintesi catechetica, fondata sul tripode "Parola di Dio-Liturgia-Comunità", che cerca di condurre le persone a una comunione fraterna e a una fede matura.
    Questa nuova esperienza catechetica, nata nel solco del rinnovamento suscitato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, incontrò il vivo interesse dell’allora arcivescovo di Madrid, S.E. Monsignor Casimiro Morcillo, che incoraggiò gli iniziatori del Cammino a diffonderla nelle parrocchie che lo richiedessero. Questa esperienza di evangelizzazione si diffuse così gradualmente nell’arcidiocesi di Madrid e in altre diocesi spagnole.
    Nel 1968 gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale giunsero a Roma e si stabilirono nel Borghetto Latino. Con il permesso di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Dell’Acqua, allora Vicario Generale di Sua Santità per la Città di Roma e Distretto, si cominciò la prima catechesi nella parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e Santi Martiri Canadesi. A partire da quella data il Cammino si è andato diffondendo in diocesi di tutto il mondo e persino in paesi di missione.
    Il Cammino Neocatecumenale si pone al servizio dei vescovi e dei parroci come itinerario di riscoperta del Battesimo e di educazione permanente nella fede, proposto ai fedeli che desiderano ravvivare nella loro vita la ricchezza dell’iniziazione cristiana, percorrendo questo cammino di conversione e di catechesi. Come ha scritto il Santo Padre, in tale processo un aiuto importante può essere dato anche da «una catechesi postbattesimale a modo di catecumenato, mediante la riproposizione di alcuni elementi del "Rituale dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti", destinati a far cogliere e vivere le immense e straordinarie ricchezze e responsabilità del Battesimo ricevuto» (Christifideles laici, n. 61).
    Il Cammino - il cui itinerario è vissuto nelle parrocchie, in piccole comunità costituite da persone di diversa età e condizione sociale - ha lo scopo ultimo di portare gradualmente i fedeli all’intimità con Gesù Cristo e di renderli soggetti attivi nella Chiesa e credibili testimoni della Buona Novella del Salvatore ovunque. Il Cammino Neocatecumenale è inoltre uno strumento per l’iniziazione cristiana degli adulti che si preparano a ricevere il Battesimo.
    Il Cammino si attua secondo le linee contenute nel Direttorio catechetico Cammino Neocatecumenale. Orientamenti alle équipes di catechisti (cfr. Statuti, art. 2, 2°), soggetto all’approvazione congiunta della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione per il Clero e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
    A diverse riprese e in diversi modi il Santo Padre si è rivolto al Cammino Neocatecumenale per sottolineare l’abbondanza dei frutti di radicalismo evangelico e di straordinario slancio missionario che esso porta nella vita dei fedeli laici, nelle famiglie, nelle comunità parrocchiali, e la ricchezza delle vocazioni suscitate alla vita sacerdotale e religiosa, rivelandosi come un «itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni» (AAS 82 [1990] 1513-1515).
    Nell’udienza concessa agli iniziatori e ai responsabili delle comunità neocatecumenali sparse nel mondo il 24 gennaio 1997, in occasione della commemorazione dei trent'anni di vita del Cammino, il Santo Padre aveva espressamente sollecitato la stesura degli Statuti, «un passo molto importante che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell'autenticità del vostro carisma» (L'Osservatore Romano, 25 gennaio 1997, p. 4). Da quel momento gli iniziatori, accompagnati dal Pontificio Consiglio per i Laici, hanno iniziato il processo di elaborazione di una normativa statutaria atta a regolamentare la prassi e l'inserimento del Cammino Neocatecumenale nel tessuto ecclesiale.
    Il 5 aprile 2001 con lettera autografa indirizzata a Sua Eminenza il Cardinale James Francis Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, il Sommo Pontefice, nel ribadire la suddetta esigenza, riconfermava la competenza di questo dicastero nell'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale e affidava alla sua sollecitudine l'accompagnamento futuro del medesimo (cfr. L'Osservatore Romano, 17-18 aprile 2001, p. 4).
    Pertanto:
    Tenuto conto dei numerosi frutti spirituali apportati alla nuova evangelizzazione dalla prassi del Cammino Neocatecumenale - accolto e valorizzato nei suoi oltre trent'anni di vita in molte Chiese locali - segnalati al Pontificio Consiglio per i Laici da numerose lettere raccomandatizie di cardinali, patriarchi e vescovi;
    Dopo attento esame del testo degli Statuti, frutto di un laborioso processo di collaborazione tra gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale e il Pontificio Consiglio per i Laici, che si è avvalso del contributo apportato nell'ambito delle competenze loro proprie da diversi dicasteri della Curia Romana;
    Vista l'istanza inoltrata a questo dicastero in data 5 aprile 2002 dal Signor Francisco (Kiko) Argüello, dalla Signorina Carmen Hernández e da Don Mario Pezzi, membri dell'équipe responsabile internazionale del Cammino Neocatecumenale, per sollecitare l'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale;
    Visti gli articoli 131 e 133, §§ 1 e 2, della costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia Romana, il Pontificio Consiglio per i Laici

    DECRETA
    l'approvazione "ad experimentum" per un periodo di cinque anni degli Statuti del Cammino Neocatecumenale debitamente autenticati dal dicastero e depositati in copia nei suoi archivi. Ciò nella fiducia che queste norme statutarie costituiscano ferme e sicure linee guida per la vita del Cammino e siano un importante sostegno ai Pastori nel loro paterno e vigile accompagnamento delle comunità neocatecumenali.
    Dato in Vaticano il 29 giugno 2002, solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli, Patroni dell’Alma Città di Roma.
    James Francis Card. Stafford
    Presidente
    Stanisław Ryłko
    Segretario

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    UDIENZA A CATECHISTI E PRESBITERI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE , 21.09.2002 </B></U>







    UDIENZA A CATECHISTI E PRESBITERI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE
    </U></B>Questa mattina, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre ha ricevuto in Udienza Catechisti e Presbiteri del Cammino Neocatecumenale, ed ha rivolto loro il discorso che pubblichiamo di seguito:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE
    1. È con grande piacere che vi ricevo, cari Catechisti e Presbiteri del Cammino Neocatecumenale, convenuti oggi qui per incontrare il Papa. Saluto e accolgo ognuno di voi con affetto e, nelle vostre persone, saluto tutto il Cammino Neocatecumenale, una realtà ecclesiale ormai diffusa in molti Paesi, con apprezzamento da parte di non pochi Pastori. Ringrazio per il caloroso indirizzo che mi ha rivolto il Signor Kiko Argüello, iniziatore del Cammino insieme alla Signorina Carmen Hernández. Con le sue parole egli, oltre ad esprimere il vostro fedele attaccamento alla Sede di Pietro ha testimoniato il vostro concorde amore per la Chiesa.
    2. Come non ringraziare il Signore per i frutti portati dal Cammino Neocatecumenale nei suoi oltre trent’anni di esistenza? In una società secolarizzata come la nostra, dove dilaga l’indifferenza religiosa e molte persone vivono come se Dio non ci fosse, sono in tanti ad aver bisogno di una nuova scoperta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana; specialmente di quello del Battesimo. Il Cammino é senz’altro una delle risposte provvidenziali a questa urgente necessità. Guardiamo le vostre comunità: quante riscoperte della bellezza e della grandezza della vocazione battesimale ricevuta! Quanta generosità e zelo nell’annunzio del Vangelo di Gesù Cristo, in particolare ai più lontani! Quante vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa sorte grazie a questo itinerario di formazione cristiana!
    3. Ho vivo nella memoria il nostro ultimo incontro svoltosi nel mese di gennaio 1997, subito dopo il vostro raduno nei pressi del Monte Sinai per commemorare i trent’anni di vita del Cammino Neocatecumenale. In quel momento vi ho detto che la stesura degli Statuti del Cammino «è un passo molto importante, che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell’autenticità del vostro carisma» (Insegnamenti, vol. XX/1, p. 143).
    Il nostro incontro odierno esprime la gioia per la recente approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale da parte della Santa Sede. Sono lieto che questo itinerario, iniziatosi più di cinque anni or sono, sia stato portato a compimento mediante un intenso lavoro di consultazione, riflessione e dialogo. Il mio pensiero va ora alla persona del Cardinale James Francis Stafford, al quale desidero manifestare il mio ringraziamento per 1’impegno e la sollecitudine con cui il Pontificio Consiglio per i Laici ha accompagnato l’Èquipe responsabile internazionale del Cammino in questo processo.
    4. Desidero sottolineare l’importanza degli Statuti appena approvati per la vita presente e futura del Cammino Neocatecumenale. Infatti questa norma, innanzi tutto, ribadisce ancora una volta la natura ecclesiale del Cammino Neocatecumenale che, come ho già avuto modo di dire alcuni anni fa, costituisce «un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni» (AAS 82 [1990] 1515).
    Gli Statuti del Cammino Neocatecumenale, inoltre, descrivono, gli aspetti essenziali di questo itinerario rivolto ai fedeli che nelle loro comunità parrocchiali desiderano ravvivare la loro fede, come pure a quelle persone ormai adulte, che si preparano a ricevere il sacramento del Battesimo. Soprattutto, però, gli Statuti, stabiliscono i compiti fondamentali delle diverse persone, che hanno specifiche responsabilità nel portare avanti questo iter formativo all’interno delle comunità neocatecumenali, cioè: i presbiteri, i catechisti, le famiglie in missione e le équipes responsabili ad ogni livello. In questa maniera, gli Statuti devono costituire per il Cammino Neocatecumenale una «chiara e sicura regola di vita» (Lettera a S. Em. R. il Card. James F. Stafford 5 aprile 2001), un punto di riferimento fondamentale affinché questo processo di formazione, che ha come obiettivo di portare i fedeli ad una fede matura, possa essere realizzato in un modo confacente alla dottrina e alla disciplina della Chiesa.
    5. L’approvazione degli Statuti apre una nuova tappa nella vita del Cammino. La Chiesa si aspetta adesso da voi un impegno ancora più forte e generoso nella nuova evangelizzazione e nel servizio alle Chiese locali e alle parrocchie. Pertanto voi, Presbiteri e Catechisti del Cammino avete la responsabilità che gli Statuti siano mesi in opera fedelmente in tutti i loro aspetti, così da diventare un vero fermento per un nuovo slancio missionario.
    Gli Statuti costituiscono, altresì, un importante aiuto per tutti i Pastori della Chiesa, particolarmente per i Vescovi diocesani, ai quali è affidata dal Signore la cura pastorale e, in particolare, l’iniziazione cristiana delle persone nella diocesi. "Nel loro paterno e vigile accompagnamento delle comunità neocatecumenale" (Decreto del Pontificio Consiglio per i Laici, 29 giugno 2002), gli Ordinari diocesani potranno trovare negli Statuti i principi-base di attuazione del Cammino Neocatecumenale in fedeltà al suo progetto originario.
    Desidero specialmente rivolgere una parola a voi sacerdoti, che siete impegnati al servizio delle comunità neocatecumenali. Non dimenticate mai che, in quanto Ministri di Cristo, avete un ruolo insostituibile di santificazione, di insegnamento e di guida pastorale nei confronti di coloro che percorrono l’itinerario del Cammino. Servite con amore e generosità le comunità a voi affidate!
    6. Cari Fratelli e Sorelle, con l'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale si è giunti felicemente a definirne l'essenziale configurazione ecclesiale. Ne ringraziamo insieme il Signore.
    Spetta ora ai Dicasteri competenti della Santa Sede esaminare il Direttorio catechetico e tutta la prassi catechetica nonché liturgica del Cammino stesso. Sono certo che i suoi membri non mancheranno di assecondare con generosa disponibilità le indicazioni che loro verranno da tali autorevoli Fonti.
    Continuo a seguire con viva attenzione la vostra opera nella Chiesa e nelle mie preghiere vi affido tutti alla Santissima Vergine Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione, e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
    [01444-01.02] [Testo originale: Italiano]

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    DECRETO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI: APPROVAZIONE "AD EXPERIMENTUM" DEGLI STATUTI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE </B>, 01.07.2002 </B></U>







    DECRETO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI: APPROVAZIONE "AD EXPERIMENTUM" DEGLI STATUTI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE
    </U></B>Il Cammino Neocatecumenale ebbe inizio nel 1964 fra i baraccati di Palomeras Altas, a Madrid, per opera del Signor Francisco (Kiko) Argüello e della Signorina Carmen Hernández, che, su domanda di quegli stessi poveri con i quali vivevano, cominciarono ad annunciare loro il Vangelo di Gesù Cristo. Con il passare del tempo questo kérygma si concretizzò in una sintesi catechetica, fondata sul tripode "Parola di Dio-Liturgia-Comunità", che cerca di condurre le persone a una comunione fraterna e a una fede matura.
    Questa nuova esperienza catechetica, nata nel solco del rinnovamento suscitato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, incontrò il vivo interesse dell’allora arcivescovo di Madrid, S.E. Monsignor Casimiro Morcillo, che incoraggiò gli iniziatori del Cammino a diffonderla nelle parrocchie che lo richiedessero. Questa esperienza di evangelizzazione si diffuse così gradualmente nell’arcidiocesi di Madrid e in altre diocesi spagnole.
    Nel 1968 gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale giunsero a Roma e si stabilirono nel Borghetto Latino. Con il permesso di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Dell’Acqua, allora Vicario Generale di Sua Santità per la Città di Roma e Distretto, si cominciò la prima catechesi nella parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e Santi Martiri Canadesi. A partire da quella data il Cammino si è andato diffondendo in diocesi di tutto il mondo e persino in paesi di missione.
    Il Cammino Neocatecumenale si pone al servizio dei vescovi e dei parroci come itinerario di riscoperta del Battesimo e di educazione permanente nella fede, proposto ai fedeli che desiderano ravvivare nella loro vita la ricchezza dell’iniziazione cristiana, percorrendo questo cammino di conversione e di catechesi. Come ha scritto il Santo Padre, in tale processo un aiuto importante può essere dato anche da «una catechesi postbattesimale a modo di catecumenato, mediante la riproposizione di alcuni elementi del "Rituale dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti", destinati a far cogliere e vivere le immense e straordinarie ricchezze e responsabilità del Battesimo ricevuto» (Christifideles laici, n. 61).
    Il Cammino - il cui itinerario è vissuto nelle parrocchie, in piccole comunità costituite da persone di diversa età e condizione sociale - ha lo scopo ultimo di portare gradualmente i fedeli all’intimità con Gesù Cristo e di renderli soggetti attivi nella Chiesa e credibili testimoni della Buona Novella del Salvatore ovunque. Il Cammino Neocatecumenale è inoltre uno strumento per l’iniziazione cristiana degli adulti che si preparano a ricevere il Battesimo.
    Il Cammino si attua secondo le linee contenute nel Direttorio catechetico Cammino Neocatecumenale. Orientamenti alle équipes di catechisti (cfr. Statuti, art. 2, 2°), soggetto all’approvazione congiunta della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione per il Clero e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
    A diverse riprese e in diversi modi il Santo Padre si è rivolto al Cammino Neocatecumenale per sottolineare l’abbondanza dei frutti di radicalismo evangelico e di straordinario slancio missionario che esso porta nella vita dei fedeli laici, nelle famiglie, nelle comunità parrocchiali, e la ricchezza delle vocazioni suscitate alla vita sacerdotale e religiosa, rivelandosi come un «itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni» (AAS 82 [1990] 1513-1515).
    Nell’udienza concessa agli iniziatori e ai responsabili delle comunità neocatecumenali sparse nel mondo il 24 gennaio 1997, in occasione della commemorazione dei trent'anni di vita del Cammino, il Santo Padre aveva espressamente sollecitato la stesura degli Statuti, «un passo molto importante che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell'autenticità del vostro carisma» (L'Osservatore Romano, 25 gennaio 1997, p. 4). Da quel momento gli iniziatori, accompagnati dal Pontificio Consiglio per i Laici, hanno iniziato il processo di elaborazione di una normativa statutaria atta a regolamentare la prassi e l'inserimento del Cammino Neocatecumenale nel tessuto ecclesiale.
    Il 5 aprile 2001 con lettera autografa indirizzata a Sua Eminenza il Cardinale James Francis Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, il Sommo Pontefice, nel ribadire la suddetta esigenza, riconfermava la competenza di questo dicastero nell'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale e affidava alla sua sollecitudine l'accompagnamento futuro del medesimo (cfr. L'Osservatore Romano, 17-18 aprile 2001, p. 4).
    Pertanto:
    Tenuto conto dei numerosi frutti spirituali apportati alla nuova evangelizzazione dalla prassi del Cammino Neocatecumenale - accolto e valorizzato nei suoi oltre trent'anni di vita in molte Chiese locali - segnalati al Pontificio Consiglio per i Laici da numerose lettere raccomandatizie di cardinali, patriarchi e vescovi;
    Dopo attento esame del testo degli Statuti, frutto di un laborioso processo di collaborazione tra gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale e il Pontificio Consiglio per i Laici, che si è avvalso del contributo apportato nell'ambito delle competenze loro proprie da diversi dicasteri della Curia Romana;
    Vista l'istanza inoltrata a questo dicastero in data 5 aprile 2002 dal Signor Francisco (Kiko) Argüello, dalla Signorina Carmen Hernández e da Don Mario Pezzi, membri dell'équipe responsabile internazionale del Cammino Neocatecumenale, per sollecitare l'approvazione degli Statuti del Cammino Neocatecumenale;
    Visti gli articoli 131 e 133, §§ 1 e 2, della costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia Romana, il Pontificio Consiglio per i Laici
    DECRETA
    l'approvazione "ad experimentum" per un periodo di cinque anni degli Statuti del Cammino Neocatecumenale debitamente autenticati dal dicastero e depositati in copia nei suoi archivi. Ciò nella fiducia che queste norme statutarie costituiscano ferme e sicure linee guida per la vita del Cammino e siano un importante sostegno ai Pastori nel loro paterno e vigile accompagnamento delle comunità neocatecumenali.
    Dato in Vaticano il 29 giugno 2002, solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli, Patroni dell’Alma Città di Roma.
    James Francis Card. Stafford
    Presidente
    Stanisław Ryłko
    Segretario
    [01088-01.01] [Testo originale: Italiano]

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    COMUNICATO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI: APPROVAZIONE DELLO STATUTO DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE (VENERDÌ 28 GIUGNO 2002) </B>, 26.06.2002 </B></U>







    COMUNICATO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI: APPROVAZIONE DELLO STATUTO DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE (VENERDÌ 28 GIUGNO 2002)
    </U></B>Venerdì 28 giugno 2002, alle ore 11.00, nell'aula magna del Pontificio Consiglio per i Laici avrà luogo la consegna del decreto di approvazione dello Statuto del Cammino Neocatecumenale all'équipe responsabile internazionale del medesimo, composta dal Sig. Francisco (Kiko) Argüello, la Sig.na Carmen Hernández e il presbitero don Mario Pezzi. L'atto sarà presieduto da Sua Eminenza il Cardinale James Francis Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Vi prenderanno anche parte S.E. Mons. Stanisław Ryłko e il Prof. Avv. Guzmán Carriquiry, rispettivamente Segretario e Sotto-Segretario del dicastero. Saranno anche presenti a questa cerimonia una quarantina di catechisti del Cammino provenienti da diversi paesi del mondo.
    Si tratta certamente di un evento di notevole portata ecclesiale, in quanto il Cammino Neocatecumenale, sorto in Spagna nel 1964, è ormai diffuso in più di cento paesi del mondo, alcuni dei quali in territori di missione. Nel solco del rinnovamento suscitato dal Concilio Vaticano II, il Cammino si pone al servizio dei Vescovi diocesani e dei parroci come una modalità di riscoperta del sacramento del Battesimo e di educazione permanente nella fede, proposta ai fedeli che desiderano ravvivare nella loro vita la ricchezza dell'iniziazione cristiana, percorrendo questo itinerario di catechesi e di conversione. Il Cammino Neocatecumenale è inoltre uno strumento per l'iniziazione cristiana degli adulti che si preparano a ricevere il Battesimo.
    Nell'udienza concessa dal Santo Padre il 24 gennaio 1997, agli iniziatori del Cammino, accompagnati da un numeroso gruppo di catechisti, laici e sacerdoti, rientrati da un raduno tenuto sul Monte Sinai, Giovanni Paolo II ebbe a dire che la stesura dello Statuto per il Cammino "è un passo molto importante che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico, da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell'autenticità del vostro carisma", incoraggiandoli a portare avanti questo lavoro sotto la guida del Pontificio Consiglio per i Laici.
    Il 5 aprile 2001, con lettera indirizzata a Sua Eminenza il Cardinale James Francis Stafford, Presidente dei Pontificio Consiglio per i Laici, il Sommo Pontefice, mentre ribadiva la suddetta esigenza, riconfermava la competenza del dicastero nell'approvazione dello Statuto del Cammino Neocatecumenale e al contempo affidava alla sua sollecitudine l’accompagnamento futuro del medesimo.
    Gli iniziatori del Cammino, insieme ai loro collaboratori, si sono instancabilmente impegnati con il Pontificio Consiglio per i Laici, affinché potesse essere conseguito lo scopo indicato dal Santo Padre. Durante questi cinque anni, il Pontificio Consiglio per i Laici ha sempre operato in stretta collaborazione con gli altri dicasteri della Curia Romana direttamente interessati alla questione, in ragione e nell'ambito delle rispettive competenze.
    Numerosi sono stati, inoltre, i contatti con singoli Presuli, nonché Conferenze Episcopali di tutto il mondo, per la valutazione dell'esperienza del Cammino a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, mentre numerosi Patriarchi, Cardinali e Vescovi del mondo intero hanno scritto al Santo Padre per incoraggiare l'esame e l'approvazione dello Statuto.
    Questo processo di stesura e di esame dello Statuto è stato un tempo di discernimento della proposta e dell'esperienza del Cammino Neocatecumenale da parte della Santa Sede. La normativa che viene ora approvata ha l'obiettivo di regolamentare la prassi del Cammino Neocatecumenale e il suo armonico inserimento nel tessuto ecclesiale, offrendo anche un aiuto a tutti i Pastori della Chiesa nel loro paterno e vigile accompagnamento delle comunità neocatecumenali. Con l'approvazione dello Statuto si apre una nuova tappa nella vita del Cammino, in cui il Pontificio Consiglio per i Laici non mancherà di accompagnarlo con altrettanta sollecitudine nel futuro, come si è adoperato fino adesso.
    [01060-01.02] [Testo originale: Italiano]
    </B></EM></STRONG></I>










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    DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
    ALLA COMUNITÀ DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE

    Aula Paolo VI
    Giovedì, 12 gennaio 2006

    Cari fratelli e sorelle!
    Grazie di cuore per questa vostra visita, che mi offre l'opportunità di inviare uno speciale saluto anche agli altri membri del Cammino Neocatecumenale disseminato in tante parti del mondo. Rivolgo il mio pensiero a ciascuno dei presenti, ad iniziare dai venerati Cardinali, Vescovi e sacerdoti. Saluto i responsabili del Cammino Neocatecumenale: il Signor Kiko Argüello, che ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a vostro nome, la Signora Carmen Hernández e Padre Mario Pezzi. Saluto i seminaristi, i giovani e specialmente le famiglie che si apprestano a ricevere uno speciale "invio" missionario per recarsi in varie nazioni, soprattutto in America Latina.
    È un compito, questo, che si colloca nel contesto della nuova evangelizzazione, nella quale gioca un ruolo quanto mai importante proprio la famiglia. Voi avete chiesto che a conferirlo fosse il Successore di Pietro, come già avvenne con il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II il 12 dicembre del 1994, perché la vostra azione apostolica intende collocarsi nel cuore della Chiesa, in totale sintonia con le sue direttive e in comunione con le Chiese particolari in cui andrete ad operare, valorizzando appieno la ricchezza dei carismi che il Signore ha suscitato attraverso gli iniziatori del Cammino. Care famiglie, il crocifisso che riceverete sarà vostro inseparabile compagno di cammino, mentre proclamerete con la vostra azione missionaria che solo in Gesù Cristo, morto e risorto, c'è salvezza. Di Lui sarete testimoni miti e gioiosi percorrendo in semplicità e povertà le strade d'ogni continente, sostenuti da incessante preghiera ed ascolto della parola di Dio e nutriti dalla partecipazione alla vita liturgica delle Chiese particolari a cui siete inviati.
    L'importanza della liturgia e, in particolare, della Santa Messa nell'evangelizzazione è stata a più riprese posta in evidenza dai miei Predecessori, e la vostra lunga esperienza può bene confermare come la centralità del mistero di Cristo celebrato nei riti liturgici costituisce una via privilegiata e indispensabile per costruire comunità cristiane vive e perseveranti. Proprio per aiutare il Cammino Neocatecumenale a rendere ancor più incisiva la propria azione evangelizzatrice in comunione con tutto il Popolo di Dio, di recente la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti vi ha impartito a mio nome alcune norme concernenti la Celebrazione eucaristica, dopo il periodo di esperienza che aveva concesso il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Sono certo che queste norme, che riprendono quanto è previsto nei libri liturgici approvati dalla Chiesa, saranno da voi attentamente osservate. Grazie all'adesione fedele ad ogni direttiva della Chiesa, voi renderete ancor più efficace il vostro apostolato in sintonia e comunione piena con il Papa e i Pastori di ogni Diocesi. E così facendo il Signore continuerà a benedirvi con abbondanti frutti pastorali.
    In effetti, in questi anni molto voi avete potuto realizzare, e numerose vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono nate all'interno delle vostre comunità. Oggi tuttavia è particolarmente alle famiglie che si rivolge la nostra attenzione. Oltre 200 di esse stanno per essere inviate in missione; sono famiglie che partono senza grandi appoggi umani, ma contando prima di tutto sul sostegno della Provvidenza divina. Care famiglie, voi potete testimoniare con la vostra storia che il Signore non abbandona quanti a Lui si affidano. Continuate a diffondere il vangelo della vita. Dovunque vi conduce la vostra missione, lasciatevi illuminare dalla consolante parola di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta", ed ancora: "Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini" (Mt 6, 33-34). In un mondo che cerca certezze umane e terrene sicurezze, mostrate che Cristo è la salda roccia su cui costruire l'edificio della propria esistenza e che la fiducia in lui riposta non è mai vana. La santa Famiglia di Nazaret vi protegga e sia vostro modello. Io assicuro la mia preghiera per voi e per tutti i membri del Cammino Neocatecumenale, mentre con affetto imparto a ciascuno l'Apostolica Benedizione.

    © Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

  9. #9
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    DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
    AD ADERENTI AL CAMMINO NEOCATECUMENALE
    Venerdì 24 gennaio 2000

    Carissimi Fratelli e Sorelle!
    1. Siate i benvenuti nella casa del Papa! Vi saluto con affetto, cari itineranti laici e sacerdoti, insieme con i vostri responsabili, iniziatori del Cammino neocatecumenale. La vostra odierna visita mi è di grande conforto.
    So che venite direttamente dal raduno che avete avuto al Monte Sinai e sulle sponde del Mar Rosso. Per varie ragioni è stato, questo, per voi un momento storico. Avete scelto come luogo del vostro ritiro spirituale un luogo altamente significativo nella storia della salvezza, un luogo quanto mai adatto per ascoltare e per meditare la parola di Dio e per meglio capire il disegno del Signore nei vostri confronti.
    Avete voluto in questo modo commemorare i trent’anni di vita del Cammino. Quanta strada avete fatto con l’aiuto del Signore! Il Cammino ha visto in questi anni uno sviluppo e una diffusione nella Chiesa veramente impressionanti. Iniziato tra i baraccati di Madrid, come l’evangelico granellino di senapa è diventato, trent’anni dopo, un grande albero, che s’estende ormai in più di 100 paesi del mondo, con presenze significative anche tra i cattolici di Chiese di rito orientale.
    2. Come ogni anniversario, anche il vostro, visto alla luce della fede, si trasforma in occasione di lode e di ringraziamento per l’abbondanza dei doni che il Signore ha concesso in questi anni a voi e, per mezzo vostro, a tutta la Chiesa. Per molti l’esperienza neocatecumenale è stata un cammino di conversione e di maturazione nella fede attraverso la riscoperta del battesimo come vera fonte di vita e dell’Eucarestia come momento culminante nell’esistenza del cristiano: attraverso la riscoperta della parola di Dio che, spezzata nella comunione fraterna, diventa luce e guida della vita; attraverso la riscoperta della Chiesa come autentica comunità missionaria.
    Quanti giovani e ragazze grazie al Cammino hanno pure scoperto la propria vocazione sacerdotale e religiosa! La vostra odierna visita offre una felice opportunità anche a me per unirmi al vostro canto di lode e di ringraziamento per le “grandi cose” (magnalia) che Dio va operando nell’esperienza del Cammino.
    3. La sua storia si iscrive nel contesto di quella fioritura di movimenti e di aggregazioni ecclesiali che costituisce uno dei frutti più belli del rinnovamento spirituale avviato dal Concilio Vaticano Secondo. Tale fioritura è stata ed è tuttora un grande dono dello Spirito Santo ed un luminoso segno di speranza alla soglia del Terzo Millennio. Sia i pastori che i fedeli laici devono saper accogliere questo dono con gratitudine, ma anche con senso di responsabilità, tenendo conto che “nella Chiesa, tanto l’aspetto istituzionale, quanto quello carismatico, tanto la Gerarchia quanto le Associazioni e Movimenti di fedeli, sono coessenziali e concorrono alla vita, al rinnovamento, alla santificazione, sia pure in modo diverso” (Ai partecipanti al Colloquio Internazionale dei Movimenti ecclesiali: Insegnamenti, vol. X1, 1987, 478).
    Nel mondo di oggi, profondamente secolarizzato, la nuova evangelizzazione si pone come una delle sfide fondamentali. I movimenti ecclesiali, che si caratterizzano appunto per il loro slancio missionario, sono chiamati ad un impegno speciale in spirito di comunione e di collaborazione. Nell’Enciclica Redemptoris missio ho scritto a questo proposito: “Quando si inseriscono con umiltà nella vita delle Chiese locali e sono accolti cordialmente da vescovi e sacerdoti nelle strutture diocesane e parrocchiali, i movimenti rappresentano un vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propriamente detta. Raccomando, quindi, di diffonderli e di avvalersene per ridare vigore, soprattutto tra i giovani, alla vita cristiana” (Redemptoris missio, n. 72).
    Per questo motivo, per l’anno 1998, che nel quadro della preparazione al Grande Giubileo è dedicato allo Spirito Santo, ho auspicato una comune testimonianza di tutti i movimenti ecclesiali, sotto la guida del Pontificio Consiglio per i Laici. Sarà un momento di comunione e di rinnovato impegno a servizio della missione della Chiesa. Sono sicuro che non mancherete a questo appuntamento tanto significativo.
    4. Il Cammino neocatecumenale compie trent’anni di vita: l’età, direi, di una certa maturità. Il vostro raduno al Sinai ha aperto davanti a voi in un certo senso una tappa nuova. Opportunamente, pertanto, avete cercato di rivolgere il vostro sguardo con spirito di fede non solo verso il passato, ma anche verso l’avvenire, interrogandovi su quale sia il disegno di Dio nei confronti del Cammino in questo momento storico. Il Signore ha messo nelle vostre mani un tesoro prezioso. Come viverlo in pienezza? Come svilupparlo? Come condividerlo ancora meglio con gli altri? Come difenderlo da vari pericoli presenti o futuri? Ecco alcune delle domande che vi siete posti, come responsabili del Cammino o come itineranti della prima ora.
    Per rispondere a queste domande, in un clima di preghiera e di profonda riflessione, avete iniziato al Sinai il processo della stesura di uno Statuto del Cammino. È un passo molto importante che apre la strada verso il suo formale riconoscimento giuridico, da parte della Chiesa, dando a voi una ulteriore garanzia dell’autenticità del vostro carisma. Come sappiamo, “il giudizio sulla loro (dei carismi) genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono” (Lumen gentium, 12). Vi incoraggio a portare avanti il lavoro iniziato, sotto la guida del Pontificio Consiglio per i Laici, e in maniera speciale del suo Segretario, Mons. Stanislaw Rylko, qui presente con voi. Su questa strada vi accompagno con la mia particolare preghiera.
    Prima di concludere, vorrei consegnare ad alcune sorelle una croce come segno della loro fedeltà alla Chiesa e della loro completa dedizione alla missione evangelizzatrice. Il Signore Gesù sia il vostro conforto ed il vostro sostegno nei momenti di difficoltà. La Vergine Santissima, Madre della Chiesa, vi sia modello e guida in ogni circostanza.
    Con questo augurio, imparto a voi qui presenti ed a quanti sono impegnati nel Cammino neocatecumenale la mia affettuosa Benedizione

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    VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA
    OMELIA DEL CARD. JOSEPH RATZINGER
    A NOME DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

    Basilica Vaticana
    Sabato Santo, 26 marzo 2005

    La liturgia della notte santa di Pasqua– dopo la benedizione del cero pasquale – comincia con una processione dietro la luce e verso la luce. Questa processione riassume simbolicamente tutto il cammino catecumenale e penitenziale della Quaresima, ma riprende anche il lungo cammino di Israele nel deserto verso la terra promessa e simbolizza infine anche il cammino dell’umanità, che nelle notti della storia cerca la luce, cerca il paradiso, cerca la vera vita, la riconciliazione tra le genti, tra cielo e terra, la pace universale.
    Così la processione implica tutta la storia come le parole della benedizione del cero pasquale proclamano: "Cristo ieri e oggi. Principio e fine… A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno..." Ma la liturgia non si perde in idee generali, non si accontenta con utopie vaghe, ci offre invece indicazioni molto concrete circa il cammino da prendere e circa la meta del nostro cammino. Israele nel deserto fu guidato di notte da una colonna di fuoco, durante il giorno da una nuvola. La nostra colonna di fuoco, la nostra sacra nuvola è il Cristo risorto, simboleggiato dal cero pasquale acceso. Cristo è la luce; Cristo è via, verità e vita; seguendo Cristo, tenendo fisso lo sguardo del nostro cuore verso Cristo, troviamo la strada giusta. Tutta la pedagogia della liturgia quaresimale concretizza questo imperativo fondamentale. Seguire Cristo significa innanzitutto: essere attenti alla sua parola. La partecipazione alla liturgia domenicale settimana per settimana è necessaria per ogni cristiano proprio per entrare in una vera familiarità con la parola divina: l’uomo non vive solo del pane o del denaro o della carriera, vive della parola di Dio, che ci corregge, ci rinnova, ci mostra i veri valori portanti del mondo e della società: La parola di Dio è la vera manna, il pane del cielo, che ci insegna la vita, l’essere uomini. Seguire Cristo implica essere attenti ai suoi comandamenti – riassunti nel duplice comandamento di amare Dio ed il prossimo come noi stessi. Seguire Cristo significa avere compassione per i sofferenti, avere un cuore per i poveri; significa anche avere il coraggio di difendere la fede contro le ideologie; avere fiducia nella Chiesa e nella sua interpretazione e concretizzazione della parola divina per le nostre circostanze attuali. Seguire Cristo implica amare la sua Chiesa, il suo corpo mistico. Camminando così accendiamo piccole luci nel mondo, rompiamo le tenebre della storia.
    Il cammino di Israele fu orientato verso la terra promessa, tutta l’umanità cerca qualcosa come la terra promessa. La liturgia pasquale è molto concreta su questo punto. La sua meta sono i sacramenti dell’iniziazione cristiana: il battesimo – la cresima – la santa eucaristia. La Chiesa ci dice così che questi sacramenti sono l’anticipazione del mondo nuovo, la sua presenza anticipata nella nostra vita. Nella Chiesa antica il Catecumenato era un cammino passo per passo verso il battesimo: un cammino di apertura dei sensi, del cuore, dell’intelletto a Dio, un apprendimento di un nuovo stile di vita, una trasformazione del proprio essere nella crescente amicizia con Cristo in compagnia con tutti i credenti. Così, dopo le diverse tappe di purificazione, di apertura, di conoscenza nuova l’atto sacramentale del battesimo era il dono definitivo di una vita nuova – era morte e risurrezione, come dice S. Paolo in una specie di autobiografia spirituale: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). La risurrezione di Cristo non è semplicemente il ricordo di un fatto passato. Nella notte pasquale, nel sacramento del battesimo, si realizza oggi realmente la risurrezione, la vittoria sulla morte. Perciò Gesù dice: "Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna ed… è passato dalla morte alla vita" (Giov 5,24). E nello stesso senso dice a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita…" (11,25). Gesù è la risurrezione e la vita eterna; nella misura, in cui siamo uniti a Cristo, siamo già oggi "passati dalla morte alla vita", viviamo già adesso la vita eterna, che non è solo una realtà che viene dopo la morte, ma comincia oggi nella nostra comunione con Cristo. Passare dalla morte alla vita – questo è col sacramento del battesimo il nucleo reale della liturgia di questa notte santa. Passare dalla morte alla vita – questo è il cammino, del quale Cristo ha aperto la porta, a cui ci invita la celebrazione delle feste pasquali.
    Cari fedeli, la maggior parte di noi ha ricevuto il battesimo da bambino, a differenza di questi cinque catecumeni, che ora si apprestano a riceverlo in età adulta. Essi sono qui pronti per proclamare ad alta voce la loro fede. Per la maggioranza di noi invece, sono stati i nostri genitori che hanno anticipato la nostra fede. Ci hanno donato la vita biologica senza poterci chiedere, se volevamo vivere o no, convinti giustamente, che è bene vivere, che la vita è un dono. Ma erano ugualmente convinti che la vita biologica è un dono fragile, anzi, in un mondo segnato da tanti mali, un dono ambiguo e divenga un vero dono solo, se si può, nello stesso momento, donare la medicina contro la morte, la comunione con la vita invincibile, con Cristo. Insieme col dono fragile della vita biologica ci hanno dato la garanzia della vera vita, nel battesimo. Sta adesso a noi appropriarci di questo dono, entrare sempre più radicalmente nella verità del nostro battesimo. La notte pasquale ci invita ogni anno, ad immergerci di nuovo nelle acque del battesimo, a passare dalla morte alla vita, a divenire veri cristiani.
    "Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà", dice un antico canto battesimale, ripreso da S. Paolo nella lettera agli Efesini (5,14). "Svegliati, o tu che dormi… e Cristo ti illuminerà", dice oggi la Chiesa a noi tutti: Svegliamoci dal nostro cristianesimo stanco, privo di slancio; alziamoci e seguiamo Cristo la vera luce, la vera vita. Amen.

 

 
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