La Suprema Corte proscioglie definitivamente una donna di Firenze che aveva insultato un collega di colore dopo un alterco

ROMA - Non è reato. E la sentenza farà discutere. La Cassazione ha confermato il proscioglimento di Susanna R. che aveva detto «Negro di m...» a un suo collega di lavoro extracomunitario che era arrivato tardi al turno lavorativo. La donna si era lamentata della scarsa puntualità di Mohammed S. - che aveva preannunciato il suo ritardo - e l'extracomunitario le aveva detto «sei cattiva, ce l'hai con me» augurandole anche «del male per la sua famiglia». A questo punto Susanna gli aveva replicato con l'espressione «negro di m...». Il gip del Tribunale di Firenze, l'aveva prosciolta dal reato di ingiurie, aggravato dalla presenza di più persone e dalla finalità di discriminazione razziale, ritenendo che Susanna non fosse punibile «essendovi stata reciprocità di offese ed avendo ella agito in stato d'ira» contro «l'anatema». Questo verdetto è stato convalidato dalla Suprema Corte.
ASSOLUZIONE - Contro il proscioglimento di Susanna, ha fatto ricorso - in Cassazione - il pubblico ministero presso il Tribunale di Firenze sostenendo che «indebitamente era stata esclusa della finalità di discriminazione razziale» e rilevando che le parole di Mohammed erano solo una «mera doglianza e uno sgradevole anatema» che non dovevano essere considerate «offensive». In pratica, per il pm, la reazione di Susanna sarebbe stata «sproporzionata per eccesso di offensività e di afflizione». La quinta sezione penale della Suprema Corte non ha condiviso il punto di vista del magistrato fiorentino e, con la sentenza 8475 ha rigettato il suo reclamo. In particolare gli «ermellini» spiegano che la decisione del proscioglimento è «del tutto incensurabile» in relazione alla «ritenuta offensività delle espressioni proferite da Mohammed nei confronti di Susanna, non potendosi dubitare che costituisca lesione dell'onore e del decoro di taluno l'attribuirgli connotazioni di cattiveria tali da meritargli disgrazie familiari». I supremi giudici aggiungono che è solo una «mera e soggettiva opinione» del pm di Firenze quella «secondo cui le suddette espressioni costituirebbero soltanto una mera doglianza ed uno sgradevole anatema». Inoltre la Cassazione sottolinea che appare «del tutto soggettiva l'opinione del pm di Firenze anche laddove chiede che »la reazione verbale della donna sarebbe stata da considerare sproporzionata, per eccesso, rispetto alla provocazione subita«. Per quanto riguarda la configurabilità, o meno, della aggravante della finalità di discriminazione razziale, la Suprema Corte spiega che la questione non ha »concreta incidenza sulle effettive ragioni del proscioglimento« in quanto la sentenza di non punibilità è stata pronunciata soltanto per la sussistenza delle condizioni previste dall' articolo 599 primo e secondo comma codice procedura penale (stato d' ira e reciprocità delle offese). In questo modo la Suprema Corte ha reso definitivo il verdetto pronunciato dal gip di Firenze il 16 ottobre 2004.
10 marzo 200