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  1. #1
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    Predefinito Messori : via anche l'ora di religione cattolica dalla scuola !

    L’Islam a scuola? Scambio di opinioni tra il cardinale Martino e Vittorio Messori

    diMattia Bianchi/ 10/03/2006

    L’UCOII chiede di introdurre nelle scuole l’ora di religione islamica. Favorevole il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, contrario il giornalista cattolico che dice no anche all’insegnamento della religione cattolica.
    L’ora di religione islamica come diritto di chi ne fa richiesta? È il desiderio espresso dall'Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii) in un documento presentato nei giorni scorsi nella seconda riunione della Consulta islamica istituita presso il ministero degli interni. La richiesta si inserisce in un confronto più ampio che dovrebbe definire in un futuro prossimo la serie di diritti e doveri delle comunità islamiche presenti nel nostro Paese. Proposte concrete di integrazione e dialogo, ma l’ipotesi di un'ora di Islam a scuola ha acceso il dibattito, vedendo in campo opinioni opposte, anche all’interno dello stesso mondo cattolico.

    Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, intervenuto ieri a Roma ad un convegno su “Le vie della pace”, si è detto d’accordo con la proposta, spiegando che “il rispetto non deve essere selezionato”. “Se ci sono delle necessità, se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, - ha detto - non vedo perché non si possa insegnare la loro religione. Questo è il rispetto dell'essere umano e il rispetto non deve essere selezionato”.

    "Se attendiamo la reciprocità nei paesi rispettivi dove ci sono cristiani, allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità, - ha chiarito il cardinale - “ma l'Europa, l'Italia è arrivata a dei punti di democrazia e il rispetto dell'altro che non può fare marcia indietro. Se quindi ci sono persone di altra religione nella realtà italiana, bisogna rispettarle nella loro identità culturale e religiosa”.

    Una posizione netta, a cui risponde (seppur indirettamente), Vittorio Messori, intervistato ieri da La Stampa. Il noto scrittore e giornalista cattolico ha le idee chiare: “l’ora di Islam è un’assurdità” e “segno di una confusione generalizzata”. “Altro che insegnare anche l’Islam, - ha spiegato all’intervistatore Giacomo Galeazzi - fosse per me cancellerei pure un vecchio relitto concordatario come l’attuale ora di religione. In una prospettiva cattolica la formazione religiosa può solo essere una catechesi e nelle scuole statali, che sono pagate da tutti, non si può e non si deve insegnare il catechismo. Lo facciano le parrocchie a spese dei fedeli”.

    Messori contesta così la stessa ora di religione, “ridotta a un dannoso e confuso mix di politicamente corretto, una via di mezzo fra storia delle fedi ed educazione civica”. “Fa più male che bene - dice - oggi gli insegnanti di religione, scelti dal vescovo, si impegnano molto ma hanno una missione impossibile, ballano sul filo per farsi accettare e provocano reazioni laiciste di indifferenza o rivolta come i crocifissi imposti nei tribunali. Perciò, ritiriamo i professori di religione dalle scuole pubbliche e assumiamoli nelle parrocchie tassandoci noi credenti”.

    Quanto ai musulmani, “trasmettano la loro fede nelle scuole coraniche e nelle moschee, come gli ebrei in quelle rabbiniche e nelle sinagoghe”. “Se si mette un’ora di Islam negli istituti pubblici, - si chiede Messori - come si fa a lasciare fuori il buddismo, l’induismo, la dottrina di Sai Baba o dei Testimoni di Geova? Quindi, invece di infilare altre fedi nelle classi, facciamo il contrario. Togliamole tutti, a cominciare dal cattolicesimo. Come negli Stati Uniti, dove lo Stato non ostacola né favorisce nessuna religione e lascia la libertà a qualsiasi confessione di organizzarsi in proprio”.

    In questa prospettiva, lo Stato dovrebbe rimanere neutrale. “Si limiti a riconoscere che ogni scuola non statale in più (di qualunque confessione o ateismo) consente di risparmiare denaro pubblico e di conseguenza conceda degli sgravi fiscali – propone lo scrittore - ma ciò solo come mero riconoscimento di un alleggerimento della spesa statale per l’istruzione. Niente di più”.

    La foto: Vittorio Messori (a sinistra) e il cardinale Renato Raffaele Martino (a destra)



  2. #2
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    Una volta tanto concordo con quanto detto da MEssori. Bravo Messori.

  3. #3
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    In tutta onestà è un punto di vista che come laico ma anche come cattolico non posso che approvare e l'ho già fatto presente; forse dal punto di vista pratico, come ha detto Iannis, su quell'ora nella scuola pubblica si potrebbe avere un maggior controllo, ma è altrettanto vero che
    se vogliono imparare "fondametalismo" sapranno dove andare a cercarselo.
    Del resto quello che dice Messori a proposito di tutte le altre confessioni è pur sempre vero...
    Insomma il caos!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da ragazzosemplice
    Una volta tanto concordo con quanto detto da MEssori. Bravo Messori.
    D'accordo con te , ma non per i tuoi motivi.

  5. #5
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    Completamente d' accordo con Messori, aggiungendo che tutta la scuola pubblica andrebbe radicalmente ripensata (per usare un eufemismo).

  6. #6
    marea
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    Quanto ai musulmani, “trasmettano la loro fede nelle scuole coraniche e nelle moschee, come gli ebrei in quelle rabbiniche e nelle sinagoghe”. “Se si mette un’ora di Islam negli istituti pubblici, - si chiede Messori - come si fa a lasciare fuori il buddismo, l’induismo, la dottrina di Sai Baba o dei Testimoni di Geova? Quindi, invece di infilare altre fedi nelle classi, facciamo il contrario. Togliamole tutti, a cominciare dal cattolicesimo. Come negli Stati Uniti, dove lo Stato non ostacola né favorisce nessuna religione e lascia la libertà a qualsiasi confessione di organizzarsi in proprio”.
    sottoscrivo anche perchè il catechismo per es . viene già insegnato ai bambini al di fuori della scuola quindi non ha molto senso quest'ora durante l'orario scolastico che meglio sarebbe destinare ad altra attività!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Independent
    Completamente d' accordo con Messori, aggiungendo che tutta la scuola pubblica andrebbe radicalmente ripensata (per usare un eufemismo).
    quoto
    radicalmente riformata

  8. #8
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    Hmmm..intendevo piuttosto qualcos' altro, ma lascio parlare Guareschi (e altri) tramite questa porzione di un bell' articolo di Carlo Stagnaro:
    Guareschi, il libertario della Bassa
    di Carlo Stagnaro

    Un sacco di patate con i baffi può essere un banale sacco di patate con i baffi, oppure Giovannino Guareschi. Che, morto di crepacuore nel ’68, invero sopravvive. Lo fa attraverso le parole che ha scolpito nei suoi racconti, le risate che ci ha strappato con le memorabili gesta della Pasionaria e di Albertino, i pensieri che ci ha sussurrato all’orecchio. Lo fa anche se non è più qui in carne e ossa: lo fa il Giovannino fatto d’aria e di sogni che ancora vaga sui resti del lager, sulle macerie del primo di questi cinque ventenni, nelle stanze scure della prigione che conobbe a causa dell’esimio signor De Gasperi Alcide. E, pur ignorato dalla critica, snobbato dalla gente che piace, accantonato frettolosamente come autore di second’ordine (destino sempre riservato a quegli scrittori che il pubblico apprezza), ha ancora molto da insegnarci.

    Forse, in questi giorni così confusi, in cui l’uno riforma la scuola e l’altro grida all’attentato, egli avrebbe puntato l’indice contro quei genitori che non rincorrono l’idea d’affidare alla collettività il futuro dei loro figli. Per l’autore di Don Camillo la famiglia è il luogo privilegiato non solo degli affetti, ma anche della crescita e dell’educazione. Come osserva Paolo Gulisano, “La famiglia di Guareschi è fatta di ruoli, di responsabilità, di amore, di regole che vengono infrante e riscritte. E’ fatta di litigi, di baruffe, di riconciliazioni, di musi lunghi, di tenerezze, di solidarietà e soprattutto di fedeltà”. In una sola parola, si tratta di una famiglia assolutamente normale: una famiglia che, per parafrasare il santo Escrivà de Balaguer, non si vergogna della stranezza di non essere strana. Eppure, è proprio questa piccola comunità che ha retto sulle spalle millenni di storia del genere umano. Guareschi ne parla con acume e brio. In primo luogo, egli si erge a difesa dell’infanzia contro ogni tentativo di sopprimere quell’indispensabile stadio della crescita di un uomo e di precipitare il bambino in un’eterna, irresponsabile adolescenza.

    Da ciò nasce la sua avversione per gli assurdi programmi di “educazione sessuale” che, secondo alcuni “progressisti”, andrebbero somministrati ai fanciulli fin dalla più tenera età. “Troppa gente si è posta il problema dell’iniziazione sessuale: è questa l’era dei riformatori e, tra le varie riforme, non poteva mancare quella sessuale che incomincia con l’eliminazione del pudore e finisce con la pianificazione del sesso e la formazione del sesso di Stato”. Ce n’è anche per quegli psicologi che hanno consacrato la propria vita alla distruzione dei modelli tradizionali: “ludologia è lo studio e la scienza dei giochi. Il ludologo è l’esperto che ti sa dire quale giocattolo va bene per un determinato tipo di bambino […]. Un giocattolo sbagliato può provocare gravi turbamenti psichici al bambino. E occorrerà anche qui l’intervento dello Stato che pianifichi e, magari, nazionalizzi la produzione di giocattoli fino a creare il Giocattolo di Stato”.

    Ma la difesa dell’infanzia è solo il primo passo in un cammino intellettuale più lungo, che arriva a mettere in questione lo Stato moderno e la sua “peculiare istituzione”, la scuola pubblica. Vedendovi, non a torto, una macchina d’indottrinamento più che di diffusione della conoscenza, e non sottovalutando i problemi del monopolio statale, lo scrittore mette in evidenza che l’obbligo scolastico equivale a un rapimento dei bambini e, soprattutto, contribuisce a svuotare di senso l’istituzione famigliare. L’analisi di Murray N. Rothbard, forse il maggior studioso libertario del Novecento, può essere utile a capire l’obiettivo polemico di Guareschi: “la scuola pubblica [è] l’incarnazione del presunto diritto di ogni bambino all’istruzione, e [viene] celebrata come crogiolo della comprensione e dell’armonia fra uomini di diverse occupazioni e di diversa estrazione sociale”. Ma, al contrario, essa costituisce “un grande sistema di prigionia per i giovani” e l’obbligo racchiude “nella struttura scolastica milioni di ragazzi scontenti e recalcitranti”. “Se dobbiamo costringere tutta la popolazione di giovani in grandi prigioni nel nome dell’ “istruzione” – si chiede lo studioso americano – prigioni nelle quali insegnanti e amministratori fungono da guardie e custodi, come possiamo non aspettarci l’infelicità, lo scontento, l’alienazione e la ribellione da parte dei giovani?”.

    Queste riflessioni sono tanto più vere nel nostro paese, dove l’intervento statale ha sostanzialmente negato il ruolo, storicamente importantissimo, della Chiesa cattolica nell’educazione dei giovani. Anzi, v’è stato un periodo (quello dell’ “Italia liberale” post-unitaria) in cui la più pressante occupazione dei ministri dell’Istruzione fu chiudere istituti d’ispirazione religiosa e sbattere i ragazzi nelle strutture pubbliche. Non bisogna allora stupirsi del fatto che “le scuole pubbliche sono diventate fogne di crimini, piccoli furti e tossicodipendenza, e che non vi può essere una genuina istruzione se è in atto una deviazione delle menti e delle anime dei bambini”.

    Il punto cruciale è, da un lato, l’esproprio di responsabilità da parte dello Stato e, dall’altro, l’attribuzione d’un valore legale al titolo di studio. In quest’ultimo caso, si costringono i giovani a seguire lezioni lunghe, noiose e spesso mal congegnate con l’unico scopo di ottenere “un inutile diploma attestante l’inutile corso di studi frequentato con onore”. L’adorazione del “pezzo di carta”, insomma, s’è imposta solo in virtù d’una legge che ha creato un bisogno artificiale, non giustificato da un’autentica domanda esistente sul mercato ma solo dall’esigenza di rispettare alcune norme farraginose e confusionarie.

    La famiglia, garanzia e riserva di libertà

    Ancor più importante è notare che il sistema pubblico (composto dagli istituti, certamente, ma ancor più fondato sull’obbligo scolastico e l’imposizione di programmi ministeriali) ha dato luogo alla diffusa percezione che l’educazione dei figli non rientri più tra i compiti dei genitori perché – quale che sia il loro atteggiamento in merito – è lo Stato a occuparsene e sta ad esso stabilire quali valori debbano essere inculcati nelle giovani menti. L’operazione è riuscita tanto bene che molti, non appena s’accenni un minimo dissenso, saltano sulla voce esaltando l’imprescindibile ruolo del governo. Da esso ci s’aspetta che svolga il ruolo della chioccia che cura ed educa i bambini, laddove i genitori lascerebbero i figli nell’ignoranza e così spegnerebbero ogni grammo di speranza per il futuro nei loro cuori. Al contrario, dice Guareschi, “l’educazione dei bambini è di competenza dei genitori. Un genitore non può dire: “io lavoro e non ho tempo per educare i miei figli”, perché pur essendo oppresso dal lavoro, il tempo per mettere al mondo i figli lo ha trovato. L’istruzione pubblica è una conquista del progresso, ma l’educazione dei ragazzi è una faccenda che riguarda non il progresso, bensì la civiltà e perciò è di carattere privato. Ogni volta che lo Stato interviene nel campo morale, i genitori rinunciano a un pezzetto dei loro figli”.

    Quello di educare i figli, dunque, non è solo un diritto dei genitori: è anche un dovere, il cui esercizio è necessario affinché la società sia composta da individui responsabili e non docili marmocchi. “La famiglia – ha scritto padre Robert Sirico – è la chiave per la formazione di una cultura della vita. Ogni persona umana è data al mondo per mezzo delle braccia amorevoli di una famiglia. La famiglia salda i nostri rapporti con il resto della comunità umana e ci ricorda in modo tangibile la nostra natura sociale”. Proprio in virtù di ciò, allora, è importante sottolineare quanto sia cruciale che ogni generazione trasmetta a quella successiva valori positivi – a partire, si capisce, dal necessario senso critico, senza però trascurare (anzi!) l’appartenenza a una comunità e a una fede.

    Bisogna opporre un deciso rifiuto, insomma, di fronte a ogni pretesa pedagogica da parte dello Stato: accettando l’intervento pubblico, una società rinuncia in buona sostanza ad ancorare i fanciulli a una visione forte della vita, per metterli in balia dei governi e per ciò stesso di quella divinità volubile e capricciosa che sono le maggioranze. Permettere che lo Stato gestisca monopolisticamente l’istruzione comporta anche l’introduzione di un concetto egualitario, per il quale ognuno deve ricevere la medesima educazione. Ma questo contraddice ogni buonsenso: poiché gli individui (e anche i bambini) sono diversi, essi vanno trattati con strumenti flessibili. L’educazione autentica, dunque, implica la differenza e la pluralità, non l’imposizione di modelli uniformi.

    Alla base dell’egualitarismo sta un profondo irrealismo: sembra che i fautori dell’uguaglianza abbiano dimenticato a chi è destinata l’istruzione. La funzione delle scuole, e la ragione per cui riteniamo ragionevole e utile mandare i figli a scuola, non è di educare la “società”, o poter esibire grafici colorati e statistiche entusiasmanti sul livello medio di alfabetizzazione. Piuttosto, è desiderio d’ogni persona ragionevole formare individui sempre più consci della realtà che li circonda e pronti ad affrontarla, a risolvere i problemi. L’obiettivo della scuola, dunque, non è diffondere la mediocrità, ma valorizzare l’eccellenza. Perché ciò non resti parola sulla carta, però, occorre sviluppare un sistema decentralizzato, privo di regole fisse e immutabili, capace di stimolare ogni ragazzo sulla base dei suoi interessi e delle sue aspirazioni. In poche parole: occorre sottrarre l’educazione al monopolio statale e, per farlo, è necessario abolire tutte quelle leggi che oggi rendono la scuola privata poco più di una succursale di quella pubblica, sopprimendo ogni pluralismo. Le scuole devono smettere di sembrare caserme, e ritornare a essere scuole.

    Lo stesso Guareschi, del resto, non esita a definire “rapimento” l’obbligo scolastico. Egli rintraccia nella scuola pubblica un’arma di indottrinamento di cui lo Stato dispone. “Dunque addio anche a te, Pasionaria: tu esci dalla mia vita ed entri nella vita dello Stato – scrive in occasione del primo giorno di scuola della figlioletta Carlotta –. Ti insegneranno l’ipocrisia statale e anche i tuoi pensieri non saranno più tuoi e vedrai le cose con gli occhi del Ministero. Adios, Pasionaria. Anche questa volta, come per Albertino, io dovrò accettare il sopruso, dovrò aggiogare anche te, con le mie mani, al barbaro, orrendo, smisurato carro dello Stato. Adios, Pasionaria! Io un tempo, quando sfogliavo le vecchissime Domeniche del Corriere, leggevo sorridendo la spiegazione de Le nostre pagine a colori e mi facevano pena le donnette dei lontani Paesi del Sud che si mettevano in rivoluzione per impedire che vaccinassero i loro bambini. Ma allora non capivo un accidente e pensavo alla greve ignoranza, e alle nebbie grasse della superstizione che inducevano le povere donnette a reputare i medici governativi emissari di chissà mai quale paurosa centrale di maleficio. E invece le donnette agivano per istinto e credevano di difendere le loro creature dal maleficio, mentre le difendevano dal sopruso dello Stato.

    E’ un sopruso necessario ma la lancetta del medico che, per legge, inocula il vaccino nel braccio di vostro figlio, è una zanna del gran mostro, lo Stato, che uncina una nuova tenera vittima. Adios, Pasionaria: io adesso abbandonerò la tua mano tiepida e ti sacrificherò al dio crudele della gente che non crede in Dio perché, se vi credesse, potrebbe vivere felice all’ombra delle sue Eterne Leggi. Adios, Pasionaria: lo Stato fa le strade e fa camminare le ferrovie e illumina le città, di notte, ma ci toglie la libertà, e regola i nostri atti e anche i nostri pensieri, e sempre più ci trasforma in trascurabili ingranaggi di un’orrenda macchina che consuma sangue e serve solo a macinare aria. E io che mi indigno se il treno ritarda di cinque minuti, il treno dello Stato, io ora sono pieno di amarezza perché debbo permettere che lo Stato mi porti via la mia bambina per insegnarle l’abicì governativo. Quale tempesta nel tenero cranio di un povero borghese che cerca di difendere la propria personalità e quella dei suoi figlioli da quel mostro che egli stesso alimenta togliendosi il pane di bocca”.

    Lo Stato usa la scuola come strumento per legittimare se stesso agli occhi dei sudditi e indora la pillola con arditi ragionamenti sul “diritto all’istruzione” – ch’è invero un trucco semantico e risponde all’esigenza del governo di creare e mantenere il consenso. Ma, come già aveva rilevato Herbert Spencer, il vero scopo è quello di “formare buoni cittadini”. “E chi ha l’autorità per dire quali sono i buoni cittadini? Il governo: non c’è altro giudice. E chi ha l’autorità per dire come possono essere formati questi buoni cittadini? Il governo: non c’è altro giudice. Quindi, questa proposizione è convertibile in quest’altra: il governo trasforma i fanciulli in buoni cittadini, usando la sua propria discrezione per decidere che cos’è un buon cittadino, e in che modo un fanciullo può essere trasformato in un buon cittadino”. Non v’è nulla di incoraggiante in tutto ciò – semmai, c’è da restare con un palmo di naso di fronte all’arguzia retorica con cui i fatti vengono mascherati.

  9. #9
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    E questo cosa a ha a che fare con la Costituzione?
    In base a quale legge negheresti la possibilità di altri insegnamenti condessionali nella scuola pubblica?
    In realtà riflettendo si capisce subito che il modo migliore per garantire l'uguaglianza tra tutti i cittadini è togliere gli insegna,menti confessionali dalla scuola pubblica, perchè ciò che concedi a una confessione non lo puoi negare alle altre. Per altro gli insegnanti confessioanli non sono assunti tramite regolare concorso pubblico eppure sono pagati coi soldi di tutti i contribuenti, anche di coloro che a tale confessione non appartengono. Chi desidera insegnamenti confessionali si rivolga a scuole confessionali o alle organzizzazioni religiose come in Francia o negli Stati Uniti.

  10. #10
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    Hai capito bene? Ne dubito.
    L'ultimo era un pezzo in generale contro la scuola pubblica, in quanto all' insegnamento confessionale ho scritto prima che sono completamente d' accordo con Messori nel ritenere opportuno eliminare l' ora di religione.

 

 

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