Sempre puntuali e ricche di spunti di riflessione le analisi di Barbara Spinelli sull'Unione Europea.
Riporto di seguito tre articoli della giornalista pubblicati nell'ultima settimana sul quotidiano La Stampa

Buona lettura.


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BARBARA SPINELLI
inchiesta


1. La Stampa, 3 marzo 2006
La Francia grande malata contagia tutta l'Europa
PARIGI
A forza di dire che l'economia è l'essenza stessa dell'unità europea, che è la ragione per cui sei paesi decisero nel 1951 di costruirla, e che ancor oggi è la sua più vera se non unica finalità, si finisce col non capire del tutto quel che sta gravemente danneggiando lo stare insieme degli stati europei. Il danno è particolarmente visibile in questi giorni, a seguito del muro che il governo francese ha innalzato contro l'intenzione dell'Enel di prender possesso della compagnia elettrica Suez, ma sono ormai anni che l'Unione minaccia di disfarsi. I suoi ultimi momenti di eccellenza sono stati la creazione dell'euro nel 1999 e il progetto di costituzione approvato dai governi il 29 ottobre 2004, su proposta di una Convenzione democraticamente rappresentativa. Ma la costituzione è in alto mare dopo il referendum che l'ha bocciata in Francia e Olanda, e l'euro è la moneta unica di un'Europa che si sta disunendo. La vicenda Enel-Suez-Gaz de France è una delle molte gocce che da anni scavano la roccia di cui è fatto l'edificio europeo, e che hanno finito col renderla friabile, pericolante. Sembra una vicenda tutta economica (uno scontro fra spiriti animali capitalistici e istinti nazionalisti, scrive John Plender sul Financial Times) ma la sua natura più profonda è politica, e politica è la disputa che essa sta suscitando.

Ci si domanda se l'Europa sia ancora una priorità, per i politici dell'Unione e in particolare per i paesi fondatori che ultimamente hanno fatto molto per sciuparla. Ci si domanda se surrettiziamente non stia scatenandosi una specie di guerra nella casa europea, che vede oggi contrapporsi Italia e Francia ma che può divenire guerra generalizzata. Il linguaggio militaresco è diffusissimo, nei commenti di giornali e politici. Proprio perché è così diffuso vale la pena rimettere ordine nelle parole, e ricordare quel che in origine convinse gli europei a unirsi e condividere parte delle rispettive sovranità.

Come Heidegger dice che l'«essenza della tecnica non è qualcosa di tecnico», così l'essenza del Mercato Comune non era il mercato, nel dopoguerra. L'Unione nacque non per creare un mercato, ma si propose di creare un mercato per metter fine a uno stato di guerra che durava da secoli. Economia liberale e mercato integrato sono mezzi per un fine strategico- politico, e non a caso la mossa iniziale fu quella di mettere in comune carbone e acciaio: due settori strategici, come strategici sono oggi elettricità e gas. La finalità dell'Unione è la pace duratura tra europei, è superamento politico dei nazionalismi. Non è lo spirito animale del mercato. Quando le cose vanno male in economia è dalla politica che conviene dunque ripartire, visto che con la politica si cominciò. Non stupisce che il primo decisivo progresso che gli europei volevano compiere negli anni Cinquanta, subito dopo la Comunità del carbone e dell'acciaio, fu un'Europa della difesa (la Ced, Comunità europea di difesa). Quel che venne poi (trattati di Roma, Comunità economica, Comunità dell'energia atomica) furono espedienti per far fronte al fallimento – causato ancora una volta da Parigi, nel '54 – della Difesa comune. Gli espedienti furono grandiosi, ma espedienti rimanevano.

È il motivo per cui il ministro Tremonti ha un modo di vedere profetico, quando descrive il comportamento francese con parole non solo dure ma volutamente politiche. Quando dice che «si rischia una deriva da agosto 1914: nessuno a quel tempo voleva il conflitto ma poi alla fine il conflitto ci fu», fa capire che gli stati europei senza neppure accorgersene rischiano di fare molto più che un errore economico. Rischiano di risvegliare spettri che distruggono l'Unione e la sua originaria, più autentica finalità. La Francia ha avuto forse le sue ragioni, per difendersi dall'offensiva italiana. Secondo molti esperti ha profittato dell'occasione per privatizzare di fatto Gaz de France, anche se per questa via lo Stato accresce la propria presenza in Suez, ancor ieri privata. La Francia è un paese immobilizzato dallo statalismo, da potenti forze corporative che ritardano la liberalizzazione della sua economia, e ha usato l'Italia per aggirare ostacoli interni che non osava aggirare in altro modo. Ma è pur sempre da Parigi che parte l'aggressione contro un mercato europeo dell'energia. È pur sempre Parigi che eleva muri che impediscono il farsi dell'Europa, non da oggi ma da anni. Quest'inchiesta sull'Europa comincia da qui, dal vero paese malato dell'Unione. Perché non è con l'Inghilterra che si troverà un'uscita politica dalla crisi, per il semplice fatto che i dirigenti britannici non la vogliono, né a destra né a sinistra.

Se rinascerà, l'Europa sarà rifatta mantenendo viva la memoria storica e non dimenticando quali sono i paesi che l'unione l'hanno pensata, voluta, costruita in cinquant'anni. Tra questi paesi, la Francia resta cruciale. Un misto di smemoratezza e non conoscenza spinge parecchi commentatori, in questi giorni, a criticare l'europeismo di chi punta ancora su Parigi, e non su Londra che dell'Europa avrebbe una visione diversa, più dinamica, fondata su un grande libero mercato.

L'idea che esista un'Europa alternativa a quella attuale è basata in realtà su un equivoco: da quando esiste l'Unione, i responsabili inglesi non hanno mancato di far capire che l'Europa politica non la volevano e che avrebbero cercato di disfarla semmai si fosse fatta. Blair ha dimostrato che il risveglio dell'Unione era per lui completamente secondario, nei mesi della presidenza inglese. Ha parlato molto bene di un modello sociale europeo meno compiaciuto dei propri insuccessi, ma parallelamente ha distrutto un po' più l'Unione (trasformando la «pausa di meditazione» concordata dopo i no referendari in pausa abissalmente vuota; negoziando sul bilancio europeo alla stregua di un meschino mercante egoista). Se ne sono accordi gli europei orientali, delusi da quello che sembrava un alleato intelligente, solidale. Se n'è accorta Angela Merkel, che ha finito col prendere le cose in mano e risolvere un litigio divorato dai nazionalismi.

Tanto più importante è che le classi dirigenti francesi guariscano dei propri mali, e tornino a lavorare per l'Europa: un lavoro tra l'altro che ha dato a Parigi ben più prestigio e grandezza, in passato, di quando gliene dia oggi la chiusura nazionalista. I mali sono vasti infatti, affliggono destra e sinistra, hanno aspetti sia economici e interni sia europei: il muro innalzato per fermare l'Enel è fatto di ingredienti che contraddistinguono non solo le pratiche francesi in economia, ma il suo modo di essere in Europa e di minacciarla a intervalli regolari. Gli ingredienti sono la tendenza nazionalista, la tentazione del protezionismo, il ruolo preponderante dello Stato nell'economia e la retorica molto ampollosa, piena di sé, con cui tale ruolo è sempre di nuovo sottolineato e pubblicamente esibito.

A queste tentazioni la Francia cede con una spensieratezza che non ha eguali in Europa: senza complessi, senza senso del limite e del ridicolo, senza memoria dei guai che nazionalismi e protezionismi hanno causato nel continente.

L'ampollosità è parte di questa impressionante spensieratezza: Parigi si permette quel che generalmente non fa parte del galateo dell'Unione, e che lei stessa rifiuta quando sono gli altri a permetterselo. Che a questo comportamento si reagisca con asprezza non è male: la Francia deve sapere che non può continuare a svolgere il ruolo, in Europa, del paese che detta le regole a tutti ma senza assoggettarvisi.

Bisogna infatti vedere perché si è arrivati a questo punto, di militarizzazione verbale delle dispute.

Alcune conversazioni che abbiamo avuto in Europa ci hanno convinti di una cosa: i partner della Francia sono stanchi di vedere Parigi rompere con disinvoltura quasi infantile un giocattolo dopo l'altro, senza quasi rendersi conto di quello che sta facendo. Sono stanchi soprattutto nei paesi fondatori (Germania e Italia) perché l'Inghilterra non può che rallegrarsi di queste continue lesioni. A forza di strappi e muri, l'Europa si allontanerà da quell'unione politica che i fondatori dicono di volere senza farla, e che Londra - più coerentemente - non vuole e non fa .

È il motivo per cui il comportamento parigino fa più danni di un analogo comportamento britannico. Quel che si è costruito nell'Unione, fin dagli esordi, è stato edificato grazie alla Francia, e non solo per imbrigliare la Germania ma per edificare con essa una comunità destinata a diversificare i poteri troppo assoluti dello stato nazione. Dalla Francia dunque vengono i principali progressi dell'Europa, compresi i progressi sulla via della sovranazionalità. Ma anche le regressioni e gli stalli son venuti da Parigi, perché la Francia resta nazionalista: non a caso è il paese più affezionato al diritto di veto nelle decisioni europee. E la permanenza del veto (cioè l'obbligo di unanimità anche quando c'è disaccordo) è quel che impedisce all'Europa di camminare e divenire potenza.

Negli ultimi anni, i governi francesi hanno mostrato, di questi suoi due volti, quello più regressivo, nazionalista e supponente. È un arretramento emerso con la caduta del muro di Berlino e l'allargamento, quando la verità è venuta alla luce: la Francia non era più l'unico e preminente centro politico d'Europa.

Così è diventata non la locomotiva del farsi europeo ma la forza di inibizione. Il suo peso politico è sempre assai forte, ma proprio per questo le conseguenze sono temibili. In Germania mi dicono che ogni regressione francese ha effetti nefasti sugli stati membri vecchi e nuovi, disabituandoli alla disciplina europea e sbrigliando gli impulsi nazionalisti. Karl Lamers, già consigliere di Kohl, teme il decadere dei tabù che a partire dalla seconda metà del Novecento son serviti a incivilire l'agire europeo. Se a cominciare l'offensiva è la Francia, tutti si sentiranno abilitati a rinazionalizzare le loro politiche. Anche nel mercato comune energetico sarà così. Se Madrid aveva qualche remora ad accettare il controllo della compagnia tedesca E.on sul gruppo Endesa, ora si sentirà attratta da mal congegnate soluzioni nazionali. Una fonte mi dice in Germania: «È come per il referendum sulla costituzione. Il no francese ha dato le ali a tutti i no che circolano nell'Unione».

Gli elettori sono diventati essenziali, ogni politico pensa più a loro che all'Europa, ha detto il ministro degli Esteri Fini. In Italia si arriva a rivalutare la regressive e falsamente patriottiche visioni di Fazio sull'Italianità. Berlusconi accusa addirittura i magistrati di aver sventato le truffe di Fiorani, consegnando in tal modo una banca italiana allo straniero. La Francia è malata, non ha spazio dentro di sé per vedere l'altro. Ma ci sono malati che hanno più forza dei sani, e l'Europa intera è contagiata da questa forza strana e ingannevole.

Più volte ho chiesto ai miei interlocutori in Francia come mai questa sfilza di errori isolazionisti, negli ultimi anni. Come mai son così flebili le voci non ortodosse (sulla vicenda Enel i critici europeisti son rari: tra essi il socialista Strauss-Kahn, il centrista Bayrou, l'economista Fitoussi, il quotidiano Le Monde). Ho trovato smarrimento, ho constatato l'assenza di proposte, ma il cruccio di fronte a una lista così lunga di passi falsi è grande.

Rievochiamola brevemente. C'è stata in primo luogo la decisione di ignorare i vincoli del Patto di stabilità, in accordo col tedesco Schröder. Era un insieme di regole volute proprio da Parigi e Berlino, ma i due stati hanno deciso che per essi non valevano: era il 25 novembre 2003, e l'effetto di quel tradimento perdura ancor oggi. Poi è venuta la decisione di indire un referendum sulla costituzione europea, sfociata nel No del 29 maggio scorso. Una decisione assurda, un controsenso democratico che solo per finta rispettava gli elettori. Perché si poteva prevedere il disastro, dopo il referendum su Maastricht che Mitterrand vinse di poco nel '92. Perché il referendum del 2005 non ha avuto luogo simultaneamente nei 25 paesi, come sarebbe stato onesto e democratico fare. Il no francese ha avuto effetti sull'Olanda, e ha contribuito all'eurofobia che sta agitando l'Europa orientale. Si è consentito a un solo paese di rovinare tutto, e quel paese ancor oggi sembra non rendersene conto. Non sono solo i No a essere indifferenti. Anche i Sì sono lì tutti mortificati, taciturni, e sovranamente disinteressati. Mi è capitato di interrogare un noto esponente del Sì, nelle settimane scorse. Ha rifiutato di parlare della crisi europea perché «l'affare è ormai molto, molto lontano dai miei interessi».

Poi c'è stata l'irresponsabilità di un politico europeista come Fabius, che cambiando casacca ha lacerato la sinistra e fatto vincere il No. E non è tutto: nella serie di prevaricazioni francesi ci sono state le offese di Chirac ai paesi europei orientali, durante il negoziato d'adesione e prima della guerra dell'Iraq. «Avete perso l'occasione di stare zitti», tuonò il Presidente, ingigantendo le loro diffidenze antieuropee. La posizione sull'Iraq è stata decisa con Schröder senza alcuna consultazione con gli altri europei. Anche questo fu fatto per far brillare Parigi, non l'Europa.

Tutte queste condotte sono avvolte ogni volta da retorica europeista. «È straordinaria l'ipocrisia della Francia», mi dice Pierre Lellouche, studioso di strategia e deputato gollista, «si mescola l'europeismo con l'illusione del fare da sé, il modernismo verbale con il più arcigno conservatorismo economico». Invariabilmente, gli atteggiamenti francesi sono impregnati di una gioiosa arroganza, che ha radici nel gollismo e nelle politiche della sedia vuota. Anche oggi di fatto c'è una sedia vuota, solo virtualmente occupata da una Francia caoticamente senza idee.
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BARBARA SPINELLI
inchiesta


2. La Stampa, 5 marzo 2006
I Paesi dell'Est guardano agli Usa
È la nuova frontiera dell'Unione


Ci sono eventi e parole, nel presente storico dell'Unione europea, che apparentemente sono sporadici, non più aguzzi d'una puntura che dura lo spazio d'un sussulto cutaneo, di una polemica giornalistica, d'una disputa diplomatica, di uno scambio d'insolenze tra capi di governo. L'allusione a un'Europa vecchia che s'opporrebbe all'Europa nuova, ad esempio. Il sospetto che quest'ultima sia un cavallo di Troia adoperato da potenze esterne all'Unione, per farle del male. La cecità o sordità di questo o quel governo che si sarebbe comportato da "irresponsabile" nella guerra al terrorismo (è l'accusa che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rivolto il 2 marzo a Parigi, durante la sua visita in America). Non sono tuttavia punture di spillo, non sono una contingenza che viene e poi va. Sono il segno che il modo d'unirsi europeo è a un bivio cruciale e molto penoso: colmo di cose che occorrerebbe chiarire e sono invece tenute nell'oscurità, che varrebbe la pena esplicitare e sono invece relegate nello spazio del non detto o dell'allusione, dell'insinuazione, del vicendevole sospetto. L'Unione è a un bivio non da oggi ma da anni, e da anni tra europei ci si parla in tal modo. Più precisamente è a un bivio da quando nel 1989 finì la spartizione del vecchio continente, e si cominciò a preparare la sua riunificazione. La riunificazione è poi avvenuta, con l'allargamento a dieci nuovi paesi l'1 maggio 2004, e ha provocato un terremoto geografico e strategico che i dirigenti europei ancora non hanno guardato in faccia e discusso fra loro. Quel che era l'Est della Comunità è divenuto oggi centro, quel che era Ovest dell'impero sovietico s'è tramutato in Est dell'Unione. Le frontiere son cambiate, e sono cambiati anche i guardiani di queste frontiere. Davanti a tale terremoto stanno i governanti dell'Unione, per metà impreparati per metà disattenti. È quello che li spinge al linguaggio allusivo, insinuante: alla punzecchiatura del persiflage, anziché alla critica fatta per correggere e riparare. È quello che li rende simili a commentatori esperti in arguzie canzonatorie più che a dirigenti che agiscono, fanno politica, si mettono a edificare meglio la loro casa comune.

La spaccatura Tanto più importante è quel che succede da qualche tempo in Germania, dove si sta tentando una qualche cura del mal d'Europa. Una delle prime azioni di Angela Merkel, cancelliere succeduto a Schröder, è stata la visita a Varsavia nel dicembre scorso. Era urgente che un dirigente tedesco andasse finalmente lì, dove ormai corre la frontiera orientale dell'Unione, in maniera non sbadata. I paesi dell'Est - e in prima linea la Polonia con i suoi 38 milioni e mezzo di abitanti - sono oggi l'estremo limite dell'Europa unita, e hanno preso il posto che nella Comunità di ieri occupava la Germania federale. Questo slittamento tellurico non è avvenuto senza sconquassi di pensieri, di abitudini, di istintive inclinazioni, e la Merkel ha intuito che un chiarimento era più che mai necessario. In un certo senso, il suo era un passaggio di consegne. Se oggi c'è un malessere così grande in Europa, se l'Unione minaccia di arenarsi e suscitare diffidenze crescenti nelle proprie élite e nei propri popoli, è perché in anni decisivi è mancata una capacità d'iniziativa e di guida che fosse all'altezza dell'enorme rimescolamento geopolitico avvenuto nel 2004, quando l'Unione si allargò. Fu allora che cominciò a delinearsi una spaccatura dagli effetti perniciosi fra vecchia e nuova Europa, che il governo americano sfruttò e incattivì - nelle ore critiche in cui predisponeva l'offensiva in Iraq - presentando la prima Europa come appassita da inerzia e la seconda come accesa da giovane combattività. La leadership europea che era venuta meno, furono Bush e Rumsfeld ad assumersela, facendosi avvocati delle esigenze, della cultura e dei tormenti che agitavano i paesi appena usciti dal dominio sovietico. Quando il segretario alla Difesa Rumsfeld disse: "L'Europa per me non è Germania e Francia... Siete voi il nuovo centro di gravità dell'Europa" (22 gennaio 2003), i paesi dell'est si sentirono riconosciuti oltre che lusingati, e capirono quel che era divenuto obbligatorio: opporsi a Parigi e denunciare la supremazia franco-tedesca nell'Unione. Lo capirono per convenienza, per spirito obbediente, ma anche per intima convinzione.

Viaggio in Polonia Tutto questo il cancelliere Merkel doveva riaggiustare e mostrare di capire, col suo viaggio prima in Polonia poi in Russia: la diffidenza degli orientali verso l'asse Parigi-Berlino, la loro sensazione di esser disprezzati, soprattutto dopo che il Presidente francese li aveva trattati alla stregua di paria anziché di alleati, insultandoli non una ma due volte ("Hanno perso la buona occasione di stare zitti", disse il 17 febbraio 2003, quando l'Unione si divise sull'Iraq). Doveva capire infine, mettendosi in ascolto degli orientali, il sentimento che esistesse un solo garante della loro sicurezza, dei loro valori: non l'Europa con la sua politica inesistente e la sua incapacità di difendersi, ma l'America con le sue forti istituzioni politiche e militari. In Repubblica federale mi dicono: una tedesca orientale, una Ossi come la Merkel, è lesta a comprendere queste cose.

La Germania del resto lo sa, in cuor suo. Le capitava di comportarsi così anche lei, quando non si collocava al centro della Comunità come oggi ma era il suo avamposto. In assenza di un'Europa politica e della difesa, doveva fare affidamento sull'America. Non poteva scegliere l'Europa europea contro l'Europa atlantica, come proposto da De Gaulle, per la prima volta, il 23 luglio '64 in una conferenza stampa. Oggi in quella posizione sono gli europei orientali, e la Polonia innanzitutto che da secoli teme i due potenti vicini - Russia e Germania - che ben due volte nella storia l'hanno inghiottita. Le nuove vedette che hanno preso il posto della Germania non sono forse più vedette di nulla, ma delle vedette hanno tutti i timori e le fervide immaginazioni.

Memoria storica Non si può fare l'Europa senza memoria storica: questo era vero per gli esordi dell'avventura comune, e lo è anche oggi. Né Chirac né Schröder tuttavia ne hanno avuto coscienza, e quel che hanno pigramente visto nelle periferie non era che un'estensione del loro mercato, delle loro consuetudini, degli automatismi diplomatici acquisiti nella guerra fredda, prima che avvenisse il sisma geopolitico della riunificazione europea. Per loro natura, gli Stati-frontiera possiedono più acuminato il senso della sicurezza, d'un destino fragile su cui vegliare continuamente, della necessità di semplificare la politica per poterla fare senza indugi nelle situazioni di emergenza. È quello che Parigi e Berlino non hanno compreso, pensando che il legame bilaterale avrebbe meccanicamente generato più Europa e ignorando le inquietudini delle nuove marche di confine.

Immaginavano di far grande politica, quando si opposero alla guerra in Iraq e si allearono con Putin, ma proprio il senso politico venne loro meno e fallirono due volte: in Europa, e una volta persa l'Europa anche nel rapporto con l'America. Il senso politico e la memoria storica di un'Unione esigono che le nuove periferie vengano non solo integrate, ma che siano interiorizzati i loro timori primordiali, per meglio aiutarle a razionalizzarli. Esigono che si affronti la questione dell'egemonia, che preoccupa da sempre i piccoli dell'Unione ed è oggi ben più vasto tormento - in Europa orientale - di quanto sia avvenuto per Belgio o Olanda o Lussemburgo. Molti politici e cittadini pensano che l'allargamento sia stato inopportuno e mal fatto, dalle autorità europee. Inopportuno di certo no: primo perché l'Est è in forte crescita - e questo soccorre l'insieme dell'Unione - secondo perché l'Ovest non poteva vivere avendo accanto a sé una serie di Stati dalle sovranità assolute. Ma fatto male sì: non dalla Commissione tuttavia, che aveva meticolosamente negoziato le condizioni di ingresso sulla base di criteri di democrazia e di rispetto di comuni regole giuridiche ed economiche, bensì dagli Stati, che nell'Unione mantengono ancora il monopolio su politica estera e sicurezza. Noi della vecchia Europa, è vero, dobbiamo ancora digerire i fratelli orientali: un compito difficile. Ma è difficile anche per loro digerire noi, più di quanto avessero e avessimo previsto. Jacques Rupnik, studioso d'Europa orientale e originario della Cecoslovacchia, mi fa notare il paradosso di intere classi dirigenti filoeuropee, nei paesi dell'Est, che negli ultimi tempi "sono state spazzate via proprio nell'attimo in cui la loro scommessa era stata vinta".

Questo paradosso è un segno d'immaturità loro e anche nostra. Trappola irachena "L'errore più fenomenale fu compiuto alla vigilia della guerra in Iraq", mi dice Karl Lamers, già consigliere di Helmut Kohl, "Se davvero si voleva ottenere una posizione europea contraria alla guerra che non fosse pura retorica, si doveva discutere apertamente tra i Venticinque i temi dell'America, della sicurezza e soprattutto dell'egemonia. In Europa occidentale siamo abituati ad auspicare una potenza europea, e dunque a concentrarci più o meno nettamente su vantaggi e svantaggi dell'egemonia americana. Per gli orientali non è così: storicamente, per loro, il pericolo egemonico viene dalla Germania e dalla Russia, e la natura assunta recentemente dall'asse franco-tedesco (prolungatosi alla vigilia della guerra irachena in asse franco-tedesco-russo) ha dilatato ai loro occhi i pericoli di ambedue le egemonie". Anche per questo gli europei orientali si sono abbarbicati all'Inghilterra, che garantiva un legame diretto con Washington e che tradizionalmente si propone di frenare, con l'aiuto dell'America, la nascita oltre-Manica, nel continente, d'un soggetto politico troppo potente.

Il rifiuto francese Ma l'Iraq non fu che la prima ferita dell'Unione, anticipatrice di altre ferite. Dopo quella spaccatura - erano passati poco più di nove mesi dagli ultimi insulti di Chirac - Francia e Germania ruppero il Patto economico di stabilità, e la diffidenza degli orientali divenne fobia nazionalista, perdita di fede in un ordinamento europeo che fosse equo e imparziale con tutte le proprie parti. Il passo falso era stato ancora una volta franco-tedesco, ma Parigi aveva responsabilità particolari: era Parigi che pretendeva di rappresentare, nelle relazioni con l'America e col mondo, un'Unione desiderosa di divenire potenza. Era nelle sue mani il compito di sfatare con azioni concrete l'Europa tutta apparente che l'Inghilterra di Blair proponeva agli orientali. Ma quel che Chirac e le classi dirigenti francesi pretendevano aveva pochi rapporti con la realtà dei fatti. E non solo: questa realtà, Parigi neppure si sforza di conoscerla, di incorporarla nei ragionamenti per estrarne l'invenzione di un'iniziativa politica.

Destre e sinistre francesi non sono mai state tanto chiuse al mondo esterno, tanto disinteressate a quel che si pensa e si fa oltre il proprio recinto isolazionista. Quella di Parigi non era insomma vera politica, mentre la politica inglese lo era o comunque appariva tale. Non stupisce a questo punto il no dei francesi nel referendum sulla costituzione, il 29 maggio 2005: un referendum indetto e vissuto senza la minima consapevolezza che censurando o non censurando il Trattato costituzionale, una sola nazione determinava il destino di ventiquattro altre nazioni con inaudita arroganza. Ancor meno stupisce che l'idraulico polacco sia divenuto, a Parigi, emblema di tutti i mali possibili: il Presidente fu sorpreso da un Golem che egli stesso, con scriteriata spensieratezza, aveva fabbricato.
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BARBARA SPINELLI


1. La Stampa, 8 marzo 2006
L'Europa del futuro deve stare in pace con il gigante russo

PARIGI
Tutto cominciò con un risentito, ardente, introverso umor nero dei dirigenti politici in Francia: era il novembre 1989, d'un tratto il muro di Berlino era stato abbattuto, la Germania iniziava un suo graduale ma ineluttabile cammino verso l'unificazione, e l'intera geometria della guerra fredda s'accasciava, rendendo caduchi gli accordi di spartizione e i rapporti di forza che i vincitori della guerra avevano fatto valere in Europa per quasi mezzo secolo.

François Mitterrand, alla testa dello Stato, non volle inizialmente crederci perché non volle accettarlo. In un incontro con alcuni giornalisti, qualche settimana dopo la caduta del Muro, disse: «La riunificazione tedesca è un'impossibilità giuridica e politica». Al ministro degli Esteri Genscher comunicò che la Germania riunita avrebbe finito col diventare una «potenza autonoma, incontrollata», e che per l'Europa questo era «intollerabile». Régis Debray, suo confidente, minacciò: «Riattiveremo l'antica alleanza franco-russa». Quando Michel Rocard, eterno rivale socialista del Presidente, plaudì alla «pace ritrovata» in Europa, il Presidente reagì spazientito: «Come può parlare di pace? Quel che ci aspetta è l'esatto contrario. Gorbaciov non accetterà mai che si vada avanti. Questa gente gioca con la guerra mondiale senza accorgersene!» Attorno al Presidente si mormorava: quest'unificazione non s'ha da fare, e non si farà.

Con la forza grandissima che dà l'immobilità, specie quando s'unisce a visioni scure del divenire, Mitterrand cercò di fermare l'ineluttabile. Corse addirittura a Berlino Est - il 20 dicembre '89 - nel tentativo, inane e sleale verso Kohl, di puntellare il regime tedesco orientale di Egon Krenz. Per mesi fu come inebetito, e inebetita pareva la sua nazione.

Nello stesso anno, i francesi erano talmente ammaliati da se stessi - l'immersione nel bicentenario della Rivoluzione era totale - che il mondo fuori casa s'era fatto invisibile. Mitterrand lo vedeva, ma l'ottica non era meno egocentrica e il pensiero s'affaccendava solo attorno a quel che sarebbe accaduto alla Francia.

La fine della guerra fredda sarebbe sfociata in una Germania ingrandita, in una liberazione dell'Est, e il colpo era duro per il mito - fabbricato da de Gaulle - della Francia potenza vincitrice che determina i rapporti di potere in Europa. Un mito ingannevole, visto che non era stata la nazione a combattere Hitler, ma de Gaulle nella solitudine dell'esilio londinese.

Ma siccome la Francia ha fin dalla nascita di quel mito due anime, non prevalse l'anima risentita e isolazionista bensì quella che sul divenire influisce davvero e scommette sull'Europa. Fu così che Mitterrand finì col privilegiare la seconda anima, e tutti i suoi sforzi si concentrarono su un più forte ancoraggio tedesco nell'Unione. La nascita dell'euro era un mezzo per ottenerlo, e risuscitò l'alleanza con Kohl. I due leader si misero d'accordo perfino su un'unione politica dell'Europa: in una lettera indirizzata il 18 aprile 1990 al Presidente irlandese del Consiglio europeo, proposero di convocare due conferenze intergovernative: la prima sull'unione economica e monetaria, la seconda sull'unione politica e di sicurezza.

Ma una vera analisi dell'originario arroccamento non vi fu mai, e questo spiega come mai l'oscillazione tra la due anime non smetta di assillare Parigi, e la spinga di nuovo, oggi, a bloccare l'Europa. In parte questo è avvenuto perché dell'Unione politica non si fece più nulla, e solo l'euro vide la luce, essendo stato preparato con convinta tenacia. In parte la ricaduta francese nelle ossessioni isolazioniste fu accelerata dall'allargamento dell'Unione, il primo maggio 2004. Il no che i francesi hanno detto alla Costituzione europea, poco più di un anno dopo, è in buona parte un no - risentito, cupo - all'allargamento dell'Unione e all'idea che essa possa inglobare perfino la Turchia.

L'impoverirsi del pensiero europeo di Parigi divenne evidente il giorno in cui le vecchie frontiere occidentali dell'impero sovietico si trasformarono in frontiere orientali dell'Unione, e apparve chiaro il sisma geopolitico che tale metamorfosi comportava.

Parigi aveva fin qui controllato il limes dell'Unione, e dunque il suo divenire, attraverso il patto stretto con la Germania: precisamente quest'ordine si scomponeva. I tedeschi non solo si erano unificati.

Sin dal primo giorno dell'allargamento il loro Paese si era spostato a Ovest, lontano dalle mura d'Europa, e logicamente è con i Paesi orientali che Parigi avrebbe dovuto cominciare a negoziare, tanto più intensamente nell'ora in cui l'Europa sentiva di dover trattare la propria sicurezza con una potenza - la Russia - enormemente più vicina.

Tutte queste cose la Francia di Chirac (e dei suoi primi ministri Juppé, Jospin, Raffarin, Villepin) non le ha fatte, preferendo installarsi sotto una di campana di vetro fatta di illusioni e reminiscenze, e divenendo forza di inibizione nel continente. Jacques Rupnik, esperto di Est Europa a Parigi, mi dice che il no francese è esploso come un ordigno, nei Paesi orientali. Ha disinibito gli antieuropei, legittimandoli: «È come se un tabù fosse saltato, e i filoeuropei si son trasformati in eurorealisti, gli eurorealisti in euroscettici, gli euroscettici in eurofobi». In tutto l'Est questo smottamento è oggi palpabile.

È un fenomeno che va inoltre crescendo, man mano che si precisa quella che è una delle principali deficienze dell'Unione, tra l'89 e il 2006: la mancanza di una politica verso la Russia. Una menomazione grave, perché il negoziato con Mosca, che oggi è alle nostre porte di casa, toccherà prima o poi farlo seriamente, nella speranza che l'autocrazia di Putin venga superata e la sanguinosa guerra coloniale condotta in Cecenia finisca. L'Europa ha bisogno di stare in pace con la Russia e per ottenere questo risultato deve avere l'appropriata politica interna - che dia sicurezza agli esteuropei - e l'appropriata politica estera - che dia sicurezza a Mosca. L'unica cosa che non serve sono i rapporti bilaterali con il Cremlino, che son stati cercati negli anni passati da Chirac, Schröder, Berlusconi, e che sistematicamente hanno aggirato l'Oriente dell'Unione. Non è possibile ad esempio immaginare gasdotti che ci riforniscono di gas russo, ma che aggirano la Polonia.

Rassicurare i confini, e al tempo stesso non escludere un negoziato con il Cremlino che sia promettente per la Russia ma che non le risparmi le critiche: forse è questa l'idea di Angela Merkel, quando sceglie di visitare prima Varsavia, poi Mosca. L'obiettivo sembra essere quello di riprendere l'avventura europea evitando che l'Est continui a esser accaparrato da Londra e Washington, i soli garanti da cui esso si sente garantito.

La prima prova, molto positiva, è stata la discussione sul bilancio dell'Unione europea, negli ultimi mesi del 2005, quando i Paesi dell'Est si resero conto che il prezzo del contenzioso fra Parigi e Londra lo avrebbero pagato loro. Per Rupnik, è in quel momento che le speranze di una ripresa europea si sono riaccese. L'Europa anglofila era sembrata all'Est un'alternativa valida, un mezzo per controbilanciare l'egemonia franco-tedesca. Ma ecco che Blair dimostrava come non l'Unione gli stesse a cuore - e ancor meno la solidarietà con i nuovi europei - ma solo il tornaconto britannico. Per gli orientali fu un trauma e una terribile delusione. In quell'occasione scoprirono la fragilità dell'Europa, e i pericoli di tale fragilità. Se Francia e Germania si muoveranno bene, potranno edificare su questo disincanto.

L'impresa non sarà facile, tanto diverse sono le storie nell'Europa dell'Ovest e dell'Est. La prima ha capito dopo l'ultima guerra che una pace vera ci sarebbe stata alla sola condizione che i classici Stati nazione perdessero la sovranità assoluta - e infine mortifera - che per secoli avevano esercitato.

La seconda aveva vissuto dopo il '45 una sorta di continuazione della guerra - la sovietizzazione delle menti, della politica, dell'economia - e nell'89 assaporò un'indipendenza e una sovranità che in passato non aveva volontariamente delegato a una libera comunità di Stati (come era avvenuto a Ovest) ma che aveva dovuto cancellare con la violenza. La sua diffidenza verso ogni rinuncia alla sovranità ha lunghe radici, e fatica a tener conto che nell'Unione europea le sovranità nazionali sono limitate e suddivise, non abolite. Gli eurofobi dell'Est profittano di questo malinteso, mettendo sullo stesso piano l'Unione europea e la falsa comunità dei Paesi comunisti. Vaclav Klaus, presidente della Repubblica ceca, è uno degli esponenti più bellicosi di questa ostilità, e sistematicamente paragona l'Unione al Comecon. Ma allo stesso modo la pensano i nuovi dirigenti in Polonia, e la destra nazionalista che in Ungheria potrebbe tornare al potere sotto la guida di Viktor Orban.

Vivere la condizione di marca di confine «non è semplice e a nessuno piace esser frontiera», sostiene Rupnik. È per questo che anche sui futuri allargamenti l'Unione si divide, perché tra europei un'autentica discussione sui confini ancora non c'è stata. Per gli europei occidentali è naturale dire: l'allargamento deve fermarsi qui, bisogna digerire quel che abbiamo fatto. Non così per gli orientali, dove ulteriori allargamenti sono una aspirazione costante. Un'Unione estesa a Ucraina e Bielorussia sposterebbe anch'essi a Ovest, come è successo con la Germania, e la Russia non starebbe loro così addosso. L'Europa deve oggi scegliere: o riconosce che esiste una comune questione frontaliera, o avrà sempre in casa cavalli di Troia che la insidiano. È la scelta se stare dentro la storia o fuori. Alle sue periferie ci sono Paesi che nella storia sono immersi, perché più esposti. Al suo centro ci sono i Paesi che godono la quiete falsa ma desiderabile di chi, stando dentro, può permettersi pause, indugi, inazione. Se l'Europa vuol rientrare nella storia, è nella sua interezza che deve apprendere a farlo, garantendo dal centro le proprie periferie.

In assenza di iniziative in tale direzione, i no degli europei orientali restano molti. Essi sono oggi contro l'abolizione del diritto di veto, contro l'unione politica, contro i progetti di ricominciare l'Europa partendo da un'avanguardia. Per Vaclav Klaus, negli ultimi vent'anni l'Unione s'è integrata troppo, e ora si tratta di tornare indietro. La sua «nuova idea d'Europa», egli vorrebbe addirittura «costituzionalizzarla», rendendo irreversibile il diritto di veto degli Stati e la loro sovranità intangibile (Financial Times, 30-8-2005). Ancora una volta, com'è già accaduto in occasione della campagna contro l'idraulico polacco che ha dominato il referendum sulla costituzione, è Parigi - difensore più strenuo del veto, fin dai tempi in cui de Gaulle, nel 1965, si oppose al federalismo della Commissione Hallstein a Bruxelles - ad aver fabbricato il Golem che adesso minaccia lei e tutti.

Il no al referendum francese è stato una manna, per politici come Klaus. Il Presidente ceco ne parla come di una benefica «opportunità». L'ex dissidente Adam Michnik, direttore di Gazeta Wiborcza, racconta come un dirigente polacco d'estrema destra, la sera del no, abbia esclamato «Viva la Francia!». Ancora una volta il legame degli eurofobi orientali con l'America è forte. Su Weekly Standard, rivista del neoconservatori, Bill Kristol scriveva un articolo entusiasta sul no francese, intitolandolo: «Vive la France!» Di errori ne sono stati fatti tanti, a Ovest. Il principale, per gli europeisti a Est, è stato quello di non chiarire che cosa fosse esattamente l'approfondimento, che a parole si voleva ottenere in parallelo coll'allargamento. Concentrarsi sulle istituzioni e la Costituzione fu giusto, ma il discorso doveva esser più vasto, e includere anche il che fare, il dove andare, i valori, l'identità. Non avendolo fatto si è permesso che il tema del che fare e dei valori venisse sequestrato dall'America, lasciando l'Europa divisa e impotente.

Una responsabilità non trascurabile ce l'hanno gli ex dissidenti, secondo Rupnik. In un certo senso hanno tradito: «Nel dissenso avevano affermato che bisogna vivere nella verità - era stato lo slogan di Havel, nel comunismo - e nel 2003 hanno inneggiato a una guerra in Iraq interamente basata su menzogne. Avevano affermato che i fini non giustificano i mezzi, e oggi tacciono sulle torture dei prigionieri e sulle prigioni Cia dislocate in Europa dell'Est. Avevano detto che le rivoluzioni antitotalitarie devono essere di velluto – “Chi vuole assaltare le Bastiglie finisce per costruire Bastiglie”, diceva Michnik - e in Iraq hanno accettato l'esportazione violenta della democrazia».

A questo punto era inevitabile che gli orientali regredissero, cadessero preda del fascino sterile del nazionalismo, divenissero eurofobi, si legassero all'America senza mai osare criticarla. Era inevitabile che perfino il Paese storicamente più ustionato dalle decisioni politiche adottate all'unanimità - la Polonia, che cessò di essere uno Stato funzionante quando introdusse nella Costituzione il liberum veto, nel 1791 - scopra d'un tratto in quel veleno il più dolce e lusinghiero dei sapori.

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Ciao a tutti.
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