CRISTEROS: I VANDEANI DEL NUOVO MONDO
Nel 2006 ricorre l’80° anniversario di una delle più grandi e importanti, ancorché misconosciuta, rivolte di popolo del secolo scorso, che ha marchiato persino la storia di tutta l’America Latina: la rivolta dei Cristeros, i contadini cattolici che in Messico impugnarono le armi contro i governi militari appoggiati apertamente dagli USA, in difesa della propria religione. Per capire le cause scatenanti la Cristiada (appunto la rivolta dei Cristeros, iniziata nel 1926 e conclusasi tristemente nel 1929) bisogna fare un piccolo esame della storia del Messico.
Questa si può dividere in tre periodi, il primo dei quali ha inizio con la scoperta dell’America. In quel tempo l’impero Azteco, che comprendeva il Messico, aveva raggiunto il proprio apogeo. Il secondo periodo della storia si apre con la cessione del Messico alla Spagna, nel 1521, da parte di Fernando Cortés. Il problema che subito si presentava ai conquistatori era la sorte da riservare ai vinti: gli indigeni dovevano essere respinti all’interno e separati in riserve, o si doveva tentare di piegarli ai propri costumi? I colonizzatori del Nord-America scelsero la prima alternativa, mentre le popolazioni del Centro e del Sud America conobbero un’altra realtà: la Chiesa, i suoi missionari, la sua azione di carità e giustizia. Innanzitutto la Chiesa impedì che gli indios fossero ridotti in schiavitù, battezzandoli e conferendo loro, grazie proprio al battesimo, la stessa dignità dei conquistatori. Fu data al Nuovo Mondo un’unica fede e un’unica legislazione. Il patrocinio sulla nuova cristianità messicana era stato garantito dalla SS.ma Vergine Maria, apparsa a Guadalupe il 9 dicembre 1531. Questo periodo di splendore, però, cessò con l’espulsione dei Gesuiti dal Messico, nel 1767, voluta da potenti massoni. In seguito cominciò la penetrazione delle idee della Rivoluzione Francese e gli indios vennero invitati a sollevarsi contro l’oppressore spagnolo: a guidare la rivolta, però, furono dei sacerdoti. Questo accadde perché sul trono di Spagna era stato installato il fratello di Napoleone, dopo l’abdicazione forzata di Carlo IV e del figlio Ferdinando VII. Dopo la sconfitta dei ribelli, nel 1824 venne promulgata la Costituzione repubblicana nella quale prevalsero elementi liberali e massonici, importati dall’Europa e dagli Stati Uniti, che vedevano nella Chiesa il nemico più pericoloso, che bisognava limitare e soffocare. Uno dei maggiori protagonisti di quegli anni fu Benito Juarez, arrivato al potere con la violenza e che si distinse per la lotta antireligiosa che intraprese. Dopo un breve periodo di esilio negli USA, in seguito all’avvento di Massimiliano d’Austria come Imperatore del Messico, proprio grazie ad essi riconquistò il potere con la forza. Solo con l’ascesa al potere di Porfirio Diaz la Chiesa ottenne un periodo di tregua con lo Stato, dopo che anche il successore di Juarez (Lerdo de Teyada) aveva continuato l’opera nefasta del predecessore. Dell’instabilità messicana godettero solo i soliti Stati Uniti, che via via si annessero gran parte del territorio dello Stato confinante. A mettere fine al dominio porfirista e a promuovere la svolta verso il cambiamento e la rivoluzione fu Francisco Madero, un latifondista liberale. Ancora una volta decisivi nel momento più critico del processo rivoluzionario, quando il movimento maderista si divise dando vita nel Nord alla ribellione di Orozco e nel Sud alla rivolta contadina guidata da Emiliano Zapata, furono gli USA che appoggiarono l’élite rivoluzionaria sonorense, portandola al potere. In questa classe dirigente si distinsero presto Carranza, il suo braccio destro Obregòn e Calles, che facevano parte della fazione più giacobina, più vicina agli USA e più anticattolica del movimento rivoluzionario. Nel 1913 gli Stati Uniti riconobbero come “legittimo dittatore del Messico” Carranza che, l’anno successivo, sconfisse definitivamente il porfirista Huerta, giunto al potere all’inizio del ’13. Per i cattolici, accusati d’aver sostenuto Huerta, iniziarono arresti di massa, torture e fucilazioni. Carranza riuscì, in seguito, a reprimere la rivolta di Pancho Villa e Zapata. Fu però rovesciato nel 1920 dalla fazione governativa filo-statunitense capeggiata da Obregòn, che divenne il nuovo presidente, e Calles, i quali inasprirono ulteriormente le limitazioni e le vessazioni contro la Chiesa. Addirittura sotto la presidenza di Obregòn venne attuato un attentato contro l’Immagine della Vergine di Guadalupe, che miracolosamente non riportò danni, mentre Calles, succeduto ad Obregòn, istituì una chiesa nazionale patriottica, che però non ebbe fortuna. Iniziarono, quindi, molte rivolte da parte dei cattolici messicani, ma tutte, pacifiche o meno che fossero, vennero represse nel sangue e Calles per tutta risposta, in odio alla fede, rese ancora più oppressive le leggi anti-cattoliche. Incominciò allora un “batti e ribatti” di reazioni tra i fedeli e i governanti. Infine, per protestare contro la “Legge Calles”, con l’avallo di Pio XI la Chiesa cattolica messicana promulgò (1925) lo sciopero del culto. In risposta a queste e ad altre iniziative cattoliche, come il boicottaggio che mise economicamente in ginocchio il Paese, Calles optò di nuovo per la repressione violenta. Si registrarono quindi fucilazioni sommarie, arresti, torture,violenze a donne e bambine, iniezioni dei bacilli della tubercolosi, della lebbra e del colera, avvelenamenti di cibo e altre diaboliche punizioni. La situazione era diventata insopportabile: era giunta l’ora del combattimento e del martirio. Fin dall’agosto del 1926 nelle campagne si verificarono moti di piazza e vere e proprie rivolte: per i cattolici messicani, chiamati Cristeros (da Cristos Reyes) per derisione dai loro nemici, era iniziata la Cristiada che, come scrisse uno dei maggiori conoscitori della rivoluzione messicana Meyer, fu “… guerra coloniale, condotta da un’armata coloniale contro il suo stesso popolo…”. Quello dei Cristeros, come già detto, era un movimento cattolico di massa prevalentemente composto da contadini. L’11 gennaio 1927 fu proclamato il Manifesto detto “De los Altos”, che sanciva la nascita dell’Esercito Nazionale dei Liberatori, il cui generale in capo divenne Enrique Goroztieta, anche se l’unico vero capo dei Cristeros era Cristo Re. La loro era una tattica di guerriglia. La sera cantavano l’inno “Tropas de Maria”, conservavano e adoravano il Santissimo Sacramento, ogni reggimento aveva un cappellano, i capi portavano la croce sul petto e i soldati l’Immagine della Vergine di Guadalupe e prima della battaglia si facevano il segno di croce e poi si battevano al grido di “Viva Cristo Re!”. Calles dovette impegnarsi a fondo contro i Soldati di Cristo Re, il cui motto era: ”Dio, Patria, Libertà”, che comunque, nonostante gli scarsi armamenti e mezzi economici, riuscirono a resistergli per un paio d’anni. Per entrare nell’Esercito dei Liberatori, gli aspiranti dovevano prestare giuramento nel corso di una cerimonia religiosa e, una volta uniti al proprio battaglione, partivano con l’augurio: ”arrivederci in paradiso”. Mentre la popolazione cercava di sostenere con qualsiasi mezzo gli insorti, gli aristocratici, anche cattolici, voltarono loro completamente le spalle, arrivando persino a denunciarli e sabotarli. Nell’indifferenza quasi generale fece tuonare la sua voce in difesa dei perseguitati il Sommo Pontefice Pio XI, che scrisse addirittura un’Enciclica (1926) dal titolo “Iniquis afflictisque”. Purtroppo però il suo appello rimase inascoltato. Finalmente per loro giunse l’ora della vittoria, tanto che Calles si convinse che la rivolta non si poteva più contenere. Nelle province liberate, i Cristeros si adoperarono per realizzare strutture sociali e civili conformi all’ordine naturale e cristiano. Ognuno fu capace di dare testimonianza a Cristo con la propria vita: contadini e non, bambini e donne, membri della Lega per la Difesa della Libertà religiosa e moltissimi sacerdoti, tra i quali spicca la figura di Padre Miguel Pro. Tra i martiri della Cristiada possiamo annoverare, solo per citare alcuni nomi: Joaquim Silva e Manuel Melgarejo di 27 e 17 anni, Luis Navarro Origel, Gabino Alcazar di 80 anni, José Sanchez del Rio di 13 anni, Tomàs de la Mora di 16 anni e molti altri, tra cui, come già detto, moltissime donne che non si accontentavano di accudire ai servizi per le truppe e di curare i feriti, ma erano pronte a combattere al fianco dei loro uomini. A molti sacerdoti furono tagliate le braccia per impedire loro di celebrare la Messa. Ognuno di questi martiri moriva pronunciando come ultime parole: “Viva Cristo Re!”. Il 1928 era l’anno delle elezioni presidenziali che, come richiesto dagli USA, dovevano avere una parvenza di democraticità. Gli accordi erano che Calles passasse la mano a Obregòn, che gli avrebbe restituito la presidenza alla fine del mandato quadriennale, ma per essere sicuri di vincere avevano bisogno di screditare la Chiesa e di colpirla in uno dei suoi esponenti più noti e più amati: la scelta cadde su Padre Miguel Augustin Pro. Egli era nato nel 1891 a Guadalupe e nel 1911 era entrato nella Compagnia di Gesù: la sua giovialità e la cordialità, unite a una grandissima religiosità e devozione, suscitarono l’ammirazione di compagni e superiori. Per la gravissima situazione che si era creata in Messico, fu costretto ad emigrare, con gli altri novizi, prima negli Stati Uniti e poi in Spagna per poter continuare gli studi. Si distinse anche per l’assistenza agli ammalati durante l’epidemia, conosciuta come Spagnola, che causò migliaia di vittime in tutta Europa. Padre Pro venne ordinato sacerdote il 31 agosto 1925, in Belgio. Poiché gli operai delle miniere avevano abbandonato la religione per sostituirla con le ideologie comunista e socialista, egli divenne il loro apostolo, proprio per la qualità che aveva di saper legare col prossimo. Nel ’26 morì sua madre, mentre egli era ricoverato in ospedale a Bruxelles per la pessima condizione di salute in cui versava. Nello stesso anno ritornò in patria. Partecipò, quindi, allo sciopero del culto e al boicottaggio. Egli si dava tutto a tutti e i poveri erano la sua famiglia. Persone sconosciute gli portavano ciò di cui aveva bisogno per i suoi poveri ed era un incubo per la polizia, che era sempre sulle sue tracce: El Barretero (il suo nome in codice che significa il minatore) non aveva un attimo di tregua. Molte volte, grazie soprattutto alla sua capacità di recitare, riuscì a sfuggire alla polizia. La preoccupazione principale di Padre Pro, però, era sempre la conversione e la salvezza delle anime. L’intimità con Gesù e la devozione alla Santa Vergine erano le sorgenti della sua forza, tanto che lo spinsero ad offrire al Signore la sua stessa vita per la salvezza del Messico. Il 13 novembre 1927 si verificò l’avvenimento che il governo aspettava da molto tempo per poter gettare discredito sulla Chiesa: un attentato a Obregòn. L’attentato andò male e, per di più, in mano alla polizia rimase l’auto degli attentatori. Grazie a quell’auto e ad una rivelazione, sotto tortura, di un arrestato,la polizia riuscì a risalire ai tre fratelli Pro e ad arrestarli la notte tra il 17 e il 18 novembre. Non c’erano prove che i tre avessero fatto parte del complotto e allora si ricorse alla menzogna: nonostante i Pro, anche di fronte alla stampa, si professassero innocenti, la polizia fornì false prove della loro colpevolezza e disse che essi si riconoscevano colpevoli. Calles, su suggerimento di Obregòn, ordinò che i tre fratelli e gli attentatori fossero fucilati anche senza processo. La mattina del 23 novembre Padre Pro venne condotto davanti al plotone d’esecuzione: pregò, perdonò e benedisse i suoi nemici e i soldati, distese le braccia in croce stringendo il rosario e, mentre gridava “Viva Cristo Re!”, venne fucilato. Dopo Padre Miguel fu la volta del fratello Humberto e degli attentatori. L’altro fratello, Roberto, venne risparmiato perché aveva preso la cittadinanza argentina e fu quindi espulso dal Messico. I socialisti Obregòn e Calles erano convinti d’aver inferto alla Chiesa il colpo di grazia, ma invece, agli stessi funerali di Padre Pro, il popolo ribadì la propria fedeltà a Cristo Re. Dio non lascia mai impunito il male: così fu anche per Obregòn, che venne ucciso il 17 luglio ’28 da un giovane pittore mentre festeggiava la vittoria delle elezioni. Scomparso Obregòn, successore di Calles divenne Portès Gil, che proseguì la lotta anticlericale. Tuttavia le difficoltà interne al governo e la crisi economica sembravano essere di buon auspicio per i Cristeros. Nel marzo del ’29 essi lanciarono un’offensiva generale in tutto il Paese, grazie anche al passaggio dei generali Manzo ed Escobar dalle fila del regime a quelle dei ribelli, riuscendo a conquistare diverse città, tra le quali Guadalajara. Nonostante l’arrestamento dell’offensiva, causato dalla mancanza di rifornimenti, la vittoria dei Cristeros sembrava vicina, anche se avevano perso il loro comandante in capo Goroztieta, morto in battaglia. In altre sedi (quelle massoniche) però, si era deciso che la vittoria dei Soldati di Cristo Re “non s’era da fare”. Venne quindi ordita la trappola degli “Arreglos” (Accordi). La Chiesa messicana, con l’avallo del Papa, accettò di prender parte alle trattative pur di ottenere la pace. Le leggi anticlericali non vennero abolite, ma la loro applicazione si fece più blanda e tollerante. Raggiunto l’accordo, quindi, lo sciopero del culto cessò e i Cristeros deposero le armi. Essi però, si sentivano giocati perché non era stato firmato un accordo, ma una resa. Continuarono infatti le espulsioni, gli arresti e le fucilazioni, nonostante i patti fossero diversi: per i Cristeros iniziò un lungo genocidio nascosto. Essi sapevano che gli accordi erano un imbroglio del governo, ma deposero le armi “…perché lo comandava la Chiesa…” (come disse Dolores Ortega, già militante della Brigata Giovanna d’Arco, in un’intervista del 1993), che si era fatta ingannare in buona fede. Purtroppo le persecuzioni contro la Chiesa messicana perdurano ancora oggi giorno, dato che il Partito Rivoluzionario Istituzionale, fondato da Plutarco Calles, è tutt’ora al potere. Molti si chiederanno allora, per cosa sono morti 30.000 Cristeros e 150.000 civili, visto che non hanno ottenuto nulla; la risposta è semplice: sono morti per Cristo, per amor suo e non è vero che non hanno ottenuto niente, infatti hanno conquistato la vita eterna. Perciò, insieme ai Soldati di Cristo Re, ai vandeani e a tutti i martiri cristiani, con tutto il fiato che ho in corpo, anch’io grido: “VIVA CRISTO RE!”.
Roberto Marcante




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