Maurizio Blondet
11/03/2005
I soldati americani ammazzano a casaccio ai posti di blocco in Iraq; non solo torturano, ma brutalizzano e umiliano prigionieri; in loro custodia, secondo l'ultimo rapporto dell'Human Right First, dall'agosto 2002 ad oggi sono morti cento prigionieri.
Sento già l'amaro commento pacifista: «ma è fatale, è naturale, è la guerra che rende brutii soldati».
Non è così.
Non è «naturale» che militari si disonorino a tal punto.
Di più: non è ammesso.
Come spiegarlo ai più che non hanno mai visto la guerra e la tragedia morale che è, che non hanno mai (per loro fortuna) provato la guerra?
E che perciò non l'hanno pensata fino in fondo, e dunque la credono non diversa da una rissa da osteria, solo con più volume di fuoco?
Provo a farlo partendo dalle nobili, dure, addolorate parole di Gregory D. Foster, docente di diritto militare alla National Defense University (Industrial College of the Armed Force): un professore che è anche un ufficiale superiore (1).
Foster parte dalla notizia dei cento morti mentre erano detenuti dall'armata americana, e dice: «per quanto riprovevoli le morti in sé, non è meno ripugnante l'irresponsabilità politico-militare senza scrupoli che ha accompagnato queste morti».
«Solo 12 di queste uccisioni hanno portato ad una punizione», e nel 70 % dei casi i puniti sono soldati semplici o subalterni.
Il più alto in grado ad essere punito è stato un maggiore.
Come si legge nel rapporto dell'Human Right First, «i comandanti né hanno dato alle truppe chiari limiti, né hanno preso i delitti sul serio, ordinando vigorose inchieste. Quanto alla propria responsabilità, l'hanno del tutto dimenticata».
In questi fatti - teppismo omicida della truppa, e irresponsabilità senza scrupoli degli ufficiali - Foster denuncia «i sintomi più vistosi e allarmanti di una profonda, cronica crisi del rapporto tra i militari e i civili in USA. Una crisi che, ormai da anni, erode dall'interno l'istituzione militare».
L'indisciplina sul campo, suggerisce, è il segno visibile di un enorme marciume che poi cola in una immensa a-moralizzazione dei corpi armati, e che riappare in comportamenti apparentemente non connessi: «centinaia di incidenti che coinvolgono militari, molestie sessuali e violenze carnali, violenze contro le mogli, omicidi, insabbiamenti».
Questa è la causa della stessa cattiva qualità strettamente militare americana: «incidenti da fuoco amico, sistemi d'arma che non funzionano, munizioni e materiali persi per negligenza e incapacità, frode e spreco».
E inoltre, anche più sinistro, «spionaggio interno, ossessione endemica per la segretezza, intimidazioni, rappresaglie contro chi denuncia» questi fatti.
«Non si tratta di qualche mela marcia. Ma delle mele comuni nel barile istituzionale putrefatto».
E Foster non è il solo ad allarmarsi per il disonore americano.
Infatti cita il vice-ammiraglio John Hutson, già giudice della corte marziale della Marina, che a proposito delle vergogne di Abu Ghraib ha detto: «uno di questi incidenti è una trasgressione isolata; due sono un problema grave. Dieci, sono una politica deliberata».
Continua Foster: «poiché insegno da vent'anni all'Università della Difesa Nazionale, sono ormai abituato a sentire i futuri ammiragli e generali, che sono i nostri studenti, scagliarsi per quella che chiamano la decadenza della società americana: insomma essi scambiano la propria evidente arroganza morale per la vera superiorità morale che ci si aspetta da loro […] Si considerano eticamente puri, anzi superiori, e non vedono alcuna contraddizione nelle grossolane mancanze etiche dei loro superiori, che essi venerano e sono pronti a emulare».
«Le forze armate USA, in quanto istituzione, meritano biasimo perchè sostengono una cultura che condona, quando non incoraggia, comportamenti indisciplinati, disumanizzati, sadici ed anche assassini in almeno una parte della truppa. E ancor più biasimo merita perché premia e promuove a gradi elevati ufficiali che dimostrano una vile carenza di integrità e responsabilità, con in più una disgustosa tendenza allo scaricabarile che essi denuncerebbero nei loro referenti politici,
se essi stessi non fossero completamente politicizzati».
«Quando ci è accaduto l'ultima volta di vedere un alto ufficiale accettare volontariamente la responsabilità per una catastrofe accaduta mentre era al comando (Beirut, Khobar Towers, USS Cole, Abu Ghraib), o qualcuno che abbia dato le dimissioni per ragioni di principio? Il silenzio assordante che udiamo è già la risposta».
«Ma alla fin dei conti l'apparato militare non è il solo a meritare riprovazione (e vergogna) per le morti e gli abusi dei detenuti, e le altre forme varie di violenza e malaffare di cui è tessuta questa crisi cronica. Sono colpevoli tutte le parti del tacito contratto sociale che costituisce i rapporti civili-militari: la gerarchia militare, che ha tradito i valori che esibisce e che ci si aspetta debba onorare; i suoi supervisori civili (sia quelli, militaristici e strategicamente miopi del governo, sia quelli nel Congresso, ideologizzati, politicamente codardi, militarmente analfabeti); una stampa compiacente e acritica; un movimento pacifista moribondo; e una popolazione americana confusa, apatica, alienata. Ecco il nostro nemico: siamo noi».
Forse è il caso di far notare che ci vuole coraggio, anche fisico, a scrivere queste parole negli USA di oggi: un paese militarista, una superpotenza in guerra, dove è dovere patriottico «sostenere le nostre truppe» e dove per molto meno si è bollati per «anti-americani» o peggio, traditori.
Con un Pentagono dove spadroneggiano quei «militaristi strategicamente miopi» a cui non è difficile dare un nome: Rumsfeld e i suoi dottor Stranamore neocon.
Con una Casa Bianca abitata da un vile dallo sguardo sfuggente, ma vendicativo.
Che cosa sta dicendo a loro, e a noi, il professor Foster, docente dell'accademia militare, con lucido coraggio?
Sta dicendo che l'America (e anche noi) abbiamo ormai accettato nella nostra coscienza torbida la confusione tra il soldato e l'assassino, con ricadute sociali aberranti.
La civiltà occidentale ha sempre tenuto ferma la distinzione: il soldato non è, e non deve essere, un assassino e un aguzzino.
Non si sorrida, si rifletta: è ovvio che la distinzione è difficile nel combattimento, con armi letali in mano, sul campo di battaglia dove l'uso delle armi è senza limiti, fra esplosioni e massacri; dove, per dirla con Thomas Mann, i combattenti - almeno all'inizio - sono eccitati dall'indecente gaudente «vacanza morale» dalla civiltà, che la guerra decreta e consente.
Ma proprio perché è difficile, va tenuta con rigorosa severità.
Per questo esiste la disciplina militare: perché nella battaglia e nell'occupazione «non tutto è permesso», la guerra non si riduce ad ammazzare, né è fatta di odio e di rabbia.
E' fatta invece di tragedia, di dedizione e di disciplina.
I Marines vengono addestrati da sempre come assassini.
Ossia come soldati senza onore.
Non sorridete: chi s'è imbattuto in posti di blocco «militari» in Africa, o nella soldataglia serba, sa la differenza.
Sa che l'onore militare, che pare un orpello mentre sedete nella poltrona di casa, è l'estrema salvaguardia in territorio operativo.
Ho traversato posti di blocco italiani, e persino di Gurka: sereni, guardavano i documenti e ti facevano passare o ti respingevano: ciò che esprimevano era coraggio e protezione, non minaccia, rabbia, paura o cupidigia.
I buoni soldati sono quelli da cui i bambini, le donne che passano, i civili, non devono temere.
In Africa e in Serbia, le tute mimetiche, i gradi e i mitra potevano essere gli stessi dei nostri soldati regolari, ma si capiva subito che si è incappati in assassini e saccheggiatori.
Anche per questo l'esercito americano è di bassa qualità militare: i violenti e i teppisti sono radicalmente imbelli, gli aguzzini sono i primi a scappare.
Nella stessa logica militare - il cui scopo è vincere - gli assassini sono un peso, un ostacolo. L'assassinio non ha utilità, nemmeno tattica.
Foster ci dice che questa violenza imbelle e senza scrupoli abita ai piani alti delle gerarchie militari americane.
E ci dice la conseguenza più fatale: che l'abuso di truppe indisciplinate in guerre sporche, con l'assenso tacito del «tutto è permesso» da parte di ufficiali che sono i primi a negare la propria responsabilità - codardi nella ferocia - , si rovescia poi come un veleno nella società civile che ha prodotto e armato quella soldataglia, la demoralizza e la fa marcire, la erode da dentro; strategicamente incapaci e molli, i cattivi ufficiali nutrono un militarismo immaginario e golpista, i soldati tornano reduci e violentano e ammazzano la moglie e i vicini.
E' il motivo per cui i veri militari - quelli che sentono la tragedia del loro mestiere, il dovere di uccidere - sono i più riluttanti a ricorrere alla guerra.
I Rumsfeld e i Wolfowitz, civili politicanti e guerrieri di tavolino, sono lesti a ricorrere alle armi senza conoscerne le conseguenze: credono che un esercito sia uno strumento di precisione, netto e tagliente, capace di soluzioni-lampo.
I militari veri sanno che l'armata è uno strumento sanguinoso, sporco e impreciso, esposto al crimine morale più inaudito, che si degrada, deforma e consuma orrendamente con l'uso.
Foster sta gridando all'America: il tuo militarismo imbelle e non-militare ti perde.
Poche ore dopo, un famoso commentatore radiofonico, Bill O'Reilly rantolava, ascoltato e approvato alla radio da milioni di cittadini USA: «in un mondo sano, tutti i Paesi dovrebbero unirsi per bombardare l'Iran e spazzarlo dalla faccia della terra» (2).
Ecco un esempio del male che Foster denuncia: la guerra come vendetta teppistica, propria dei guerrieri da tavolo che mai andranno sul campo, tanto vili e militarmente analfabeti da essere convinti dell'onnipotenza fantastica delle armi, e che lo scopo di essa sia l'assassinio puro e semplice.
LAmerica è divorata dal suo male.
Maurizio Blondet
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Note
1) Gregory D. Foster, «The failure of a society», International Herald Tribune, 10 marzo 2006.
2) «O'Reilly: Blowing Iran off the face of the earth…», Media Matters, 10 marzo 2006.
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