Maurizio Blondet
12/03/2006

MADRID - Due anni di indagini, e servizi segreti e magistratura spagnoli sono giunti alla conclusione ovvia sin dall'inizio: l'attentato alla metropolitana di Madrid (11 marzo 2004, 191 morti) è stato perpetrato da cani sciolti marocchini, senza alcun collegamento con Al Qaeda (1).
Un po' poco.
Difatti i familiari delle vittime hanno protestato: due anni di indagini, 116 arresti, 24 islamici in detenzione ancor oggi, e non si riesce a sapere nulla sui mandanti?
Uno degli agenti d'intelligence che ha parlato con l'Associated Press (senza consentire all'uso del suo nome) ha una risposta supefacente: «le autorità sanno più di quello che hanno rivelato, ivi compresa l'identità dei mandanti ideologici e dei progettatori del colpo»; ma sono «segreti giudiziari» che non saranno rivelati.
Due giorni dopo la tragica esplosione, qualcuno fece recapitare un video: dove un personaggio che si identificò come Abu Dujan al-Afghani, nonché «portavoce militare di Al Qaeda in Europa», rivendicò il misfatto.
Ma le indagini hanno smentito il collegamento.
Non una telefonata tra i terroristi musulmani di Madrid e Al Qaeda; non un solo trasferimento di denaro.



Un gruppetto di marocchini, siriani e nordafricani - parecchi con la fedina penale già sporca in Spagna per traffico di droga e altri fatti di delinquenza comune - avrebbero fatto tutto da soli.
La verità ufficiale indica l'ideologo del gruppo in Serhan Ben Abdelmajid Fakhet, un tunisino che, molto opportunamente, si è fatto saltare con sei complici nell'appartamento circondato dalla polizia iberica.
Il pianificatore «militare» è stato ufficialmente Jamal Ahmidan, marocchino, anche lui nel novero dei sei opportuni suicidi.
Il capo della cellula si chiamava Allekema Lamari, anche lui saltato con gli altri sei.
I terroristi casalinghi (molto avevano cittadinanza spagnola) avrebbero appreso come fabbricare bombe in siti internet di gruppi islamici radicali - o che almeno così si presentano.
Tutte le esplosioni di Madrid usarono come innesco un cellulare Mitsubishi Trium T110, già usato nell'attentato di Bali (2) e raccomandato da quei siti.
Più significativo un dato rivelato dalla AP: diversi degli attentatori erano «sotto controllo della polizia mesi prima dell'attentato».
Tanto che gli agenti fermarono l'auto guidata dal succitato Ahmidan su un'autostrada, in una notte di fine febbraio: apparentemente «ignari» che Ahmidan era la testa di un piccolo convoglio di auto dei terroristi che, quella notte, portavano l'esplosivo a Madrid.



Ora, gli inquirenti si giustificano così: «conoscevamo quei tizi come piccoli delinquenti comuni; non li credevamo capaci di pianificare un attentato così enorme. Ce lo avessero detto il giorno prima, non ci avremmo creduto».
Già; fin dai primi giorni dell'inchiesta, il giudice Juan Del Olmo fece la scoperta stupefacente che i fornitori dell'esplosivo erano non già due islamici, ma due spagnoli e noti confidenti della polizia.
Uno, Rafa Zouhier, confidente della segretissima Unidad Central de Operaciones (UCO) della Guardia Civil.
L'altro, Josè Emilio S. Trashorras, informatore della squadra narcotici di Aviles della polizia nazionale.
Era stato Trashorras, ex minatore, a procurare l'esplosivo e - secondo le prime versioni, a mostrare ai terroristi come innescarlo; mentre teneva informato di tutto il suo contatto nella polizia.
Scrissero allora i giornali: il magistrato Del Olmo ha messo le mani su registrazioni di telefonate tra il confidente e il suo referente, commissario Juan Sanchez Manzano, capo del Tedax (divisione esplosivi) della polizia.
E il confidente aveva perfino il numero del cellulare riservato del commissario (3).
L'attentato avvenne, si ricorderà, alla vigilia delle elezioni: avrebbe dovuto allarmare la popolazione al punto da indurla a rivotare massicciamente per il conservatore Aznar, sostenitore dell'intervento USA in Iraq; invece provocò l'effetto opposto, dando la vittoria al socialista Zapatero, che prontamente ritirò le truppe iberiche da Baghdad.



Un effetto collaterale sgradito al Pentagono: Paul Wolfowitz sibilò allora velenose considerazioni sulla «codardia» degli spagnoli.
Aznar, prima di lasciare l'ufficio di Primo Ministro, ebbe cura di ripulire totalmente i computer degli uffici di ogni traccia riguardante l'attentato.
Sono su questo i «segreti che non possono essere rivelati»?
Certo è che le indagini, se lette bene, fanno emergere un quadro significativo.
Ben noto a chi ha visto all'opera la «strategia della tensione» in Italia negli anni '70.
- Musulmani estremisti, radicalizzati dalle notizie dall'Iraq, decidono di «fare qualcosa».
- Questi singoli e gruppetti vengono manipolati da siti internet più o meno «islamici», e infiltrati da confidenti della polizia. Gli uni danno l'idea («fate come a Bali»), gli altri forniscono il materiale e l'expertise.
- I terroristi fai-da-te vengono portati a compiere l'attentato nel giorno politicamente più opportuno. In seguito, vengono liquidati: si sono fatti saltare, erano «terroristi suicidi».
- Poi esce un video di «Al Qaeda» che rivendica il tutto. Forse made in Hollywood.
Negli anni '70, in Italia, ad essere manipolati in questo modo erano fascistelli sedicenni, o piccoli delinquenti falliti del sottobosco tra malavita ed estremismo (come Gianfranco Bertoli): fecero attentati spaventosi di natura «indiscriminata» (stragi nei treni, Bertoli una bomba davanti alla Questura di Milano), il che era essenziale per dimostrare che, insieme a un terrorismo rosso delle BR, c'era un ancor più pericoloso - più irrazionale e folle - terrorismo nero.
Sono queste le «operazioni» a cui si dedicano squadre di polizia come, a Madrid, l'Unidad Central de Operaciones?
Probabile, per chi ha esperienza.



Tutto ciò ricorda (strane associazioni d'idee) un'inchiesta che Seimour Hersch pubblicò sul New Yorker l'8 novembre 2001, a quasi un mese dal mega-atentato alle Twin Towers.
Hersch è il più grande giornalista investigativo americano, ed ha molte fonti nell'ambiente militare e d'intelligence.
Fonti della CIA gli dissero: Al Qaeda non c'entra.
Non si possono comandare certe azioni da una caverna afghana.
«Solo i visti e gli altri documenti necessari per infiltrate negli Stati Uniti un gruppo terrorista del genere, implicano il coinvolgimento di un servizio segreto estero di prima grandezza,
e una quantità di denaro» (4).
Un'altra fonte confidò ad Hersch: tutte le tracce lasciate dai terroristi arabi delle Twin Towers che hanno condotto a risalire così facilmente alle loro identità, e tutto il resto, manuali di volo e così via, «sono stati 'piantati' deliberatamente per essere trovati».
A parlare era ancora la CIA di George Tenet, non di Porter Goss.
Naturalmente, i grandi piani presentano sempre qualche smagliatura.
Nell'ambiente aeronautico americano circola una voce di cui non ci assumiamo la responsabilità, ma che vale la pena di essere riportata: una hostess dell'American Airlines, intima amica di una delle hostess che era a bordo di uno degli aerei dell'11 settembre, era in vacanza a Toronto due anni dopo l'attentato.
Stava facendo la fila alla cassa per pagare in un supermercato, quando vide la sua amica «morta» avvicinarsi alla cassa.
La chiamò per nome: la «defunta» si volta, la guarda e poi corre fuori, confondendosi nella folla dello shopping center.
L'amica la insegue, ma viene fermata dalla security perché ha fatto suonare gli allarmi, passando dalle porte con la merce non pagata.
Però è sicura che quella fosse la sua amica: aveva un bracciale da tennis che le aveva regalato per Natale.
Naturalmente può essere una leggenda metropolitana.



Non lo è invece l'ultima notizia.
Rocco Buttiglione ha detto, mentre era intervistato per la rubrica mattutina della «7» di Ferrara, chiamata «Otto e mezzo»; di aver «festeggiato hanukkah nella casa dell'amico Michael Leeden». Notizia interessante per molti versi.
Non passa giorno che un cattolico non ridiventi ebreo, e neocon
Né che un altro politico non ritenga necessario far sapere, a voce altissima, che lui è amico degli ebrei e accetta tutto: kippà-hanukkà-shoà.
Avendo capito perfettamente che chi decide se lasciargli il posto, in Italia, non sono gli elettori.
E Michael Leeden è sempre qui in Italia, ci ha messo addirittura casa, e bazzica i politici.
Come anni fa, nella strategia della tensione: quando bazzicava con le destre italiote, e succedevano fatti atroci.
Che c'entra con Madrid, direte voi?
Niente, niente.
Incontrollate associazioni di idee.

Maurizio Blondet




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Note
1) Paul Haven, «No evidence al-Qaida planned Madrid Attacks», Associated Press, 9 marzo 2006.
2) Il 12 ottobre 2002 una bomba potentissima fece strage in una discoteca a Bali, Indonesia, frequentata da turisti australiani. Anche in quell'attentato «islamico» furono molti i punti oscuri. La CIA aveva emanato pochi giorni prima un'allerta, indicando Bali e «luoghi affollati» dell'isola come bersaglio di un imminente attentato: ma non aveva condiviso con l'Australia questo preciso allarme. E quattro ore prima dell'attentato, all'aeroporto di Bali (Denpasar) risultava atterrato un Dash 7 (un aereo rarissimo, a decollo corto, il solo velivolo commerciale capace di decollare da una portaerei), che era ripartito un'ora dopo l'esplosione. Fatto singolare, il passaggio di questo aereo era stato cancellato dal «log» della torre di controllo; ma evidentemente per una svista dei cancellatori, ne era rimasta traccia sui registri della manutenzione, perché l'aereo aveva fatto carburante. Ho narrato questo retroscena nel mio «Israele, USA, il terrorismo islamico», Effedieffe, pagina 15.
3) Confronta «Israele, USA, terrorismo islamico», pagina 117.
4) Soymour Hersh, «What went wrong», New Yorker, 8 novembre 2006.




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