Giancarlo il leghista che va all’Aspen (senza camicia verde)
Al segretario della Lega lombarda, Bossi ha di fatto già consegnato le insegne del comando, ha lasciato fossero sue le scelte sulle candidature, sua la decisione di rinnovare profondamente i gruppi parlamentari, suo il tratto di penna con cui ha lasciato a casa esponenti storici come Giancarlo Pagliarini, il direttore di Telepadania Max Ferrari, e un intellettuale militante della prima ora come Gilberto Oneto. In parte è vero ciò che ha detto il giovane dirigente ai colonnelli furibondi, «è stato l’Umberto a volere così». Però si tratta di una mezza verità. L’altra metà è che il potere di scelta lui l’ha usato, provocando l’ira di Calderoli che non intende cedergli il passo, attirandosi le antipatie di Castelli che si augura «Bossi alla guida del partito per cento anni», e ricevendo un giudizio assai severo da Maroni: «La prudenza è una dote utile in politica. Ma bisogna farne buon uso, perché può essere scambiata per ambiguità». Se Bossi ha ripetuto a Panorama ciò che tutti sanno, è perché pensa sia venuto il tempo, perché «dopo le elezioni rivolterò il partito come un pedalino». Le energie che la malattia gli concede serviranno a rivoluzionare gli assetti nella Lega. Tanto ai vertici, dove Calderoli controlla la maggioranza del Consiglio federale, quanto in periferia, dove regna una certa confusione: per una forza che ha fatto dei dazi doganali contro la Cina la propria bandiera, è strano infatti avere a segretario della Romagna il capo di una società di import-export con Pechino.
Potrà sembrare strana l’investitura, visto che Giorgetti non assomiglia in nulla a Bossi: non è provvisto di carisma, non è un celodurista, non adora il «dio Po», e di magliette indossa soltanto quella del Southampton di cui è tifoso. Insomma, è l’esatto contrario del prototipo in camicia verde. Forse è proprio questo che piace al capo, e che al capo serve in vista del «nuovo corso». Dopo averlo posto alla guida della Lega lombarda, vuole ora che traghetti tutto il Carroccio sulle rive dell’autonomismo, in caso di sconfitta il 9 aprile. Ma non sarà un ritorno ai riti magici, al secessionismo. I tempi sono cambiati.
Se l’era del Cavaliere dovesse infatti tramontare e decidesse di recidere il legame con il Polo, Bossi affiderebbe a questo bocconiano di trentanove anni il compito di fronteggiare una volpe come Roberto Formigoni, e tutto quel che il governatore rappresenta, cioè il progetto che dalla Lombardia punta a diventare un modello nazionale. E che passa per il definitivo isolamento della Lega. Non è dunque un caso se Giorgetti si è impegnato a sostenere Letizia Moratti nella corsa al Comune di Milano, e con lei s’incontra a cena ogni settimana, mentre tiene nel mirino il Pirellone e il suo presidente. Di sicuro non muoverebbe un dito per tenere in vita quella giunta, fedele all’insegnamento del Senatùr: «Mai fidarsi dei democristianoni».
Della politica porta già i segni: il fallimento della Banca leghista, i rapporti con Gianpiero Fiorani, la storia della mazzetta che avrebbe rifiutato, le voci di un coinvolgimento nello scandalo Bpi-Antonveneta, se possibile l’hanno reso ancor più schivo e introverso. Dieci anni fa venne «scoperto» dai deputati del centrosinistra in commissione Bilancio alla Camera: «Farà strada», disse il socialista Roberto Villetti. E il giudizio non è mutato quando - in questa legislatura - è diventato presidente della stessa commissione, sorprendendo persino Giulio Tremonti per i modi risoluti con cui ha difeso le prerogative parlamentari: «Mica penserai che qui facciamo i passacarte del governo».
Ma il ministro dell’Economia, come Bossi, ha intravvisto in lui un buon investimento. «Umberto, Giulio vuole che accetti. Che faccio?». E Bossi: «Vacci. E ascolta». Tenere un piede nel salotto buono aiuta. Certo, chi l’avrebbe mai detto: un leghista socio dell’Aspen.
corriere della sera
Francesco Verderami




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