E' passata da pochi giorni la festa dell'8 marzo. Alcune brevi riflessioni. In primo luogo, un gustoso aneddoto riguardante il fiore simbolo di tale ricorrenza: la mimosa. Essa cresce su un albero preciso, l'acacia dealbata, importantissimo simbolo massonico. Saro un caso? In secondo luogo, possiamo dire questo: l'8 marzo, festa della donna, ha rappresentato per tanti anni la celebrazione di una cultura che ha indicato aborto, divorzio, liberazione sessuale come un progresso per le donne. Cosa pensarne? Che la tanto esaltata "rivoluzione sessuale" ha portato essenzialmente alla liberazione del maschio, soprattutto alla liberazione dalle responsabilità, mentre la donna troppo spesso ne ha “guadagnato” in sofferenza e solitudine. In tal senso, la pillola abortiva Ru-486 viene presentata come un'ulteriore, benefica conquista: in realtà, è una delle più grandi truffe fatte sulla pelle delle donne. Tale procedura abortiva è lunga, dolorosa e pericolosa: almeno tre giorni per abortire, nella migliore delle ipotesi, e decine di giorni per completare l’aborto. Gli effetti collaterali ricorrenti sono nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, accompagnati da perdite di sangue abbondanti e prolungate. Le complicazioni che possono mettere in pericolo di vita la donna sono molte, soprattutto emorragie ed infezioni, ma anche complicazioni cardiache. Le morti accertate nel mondo occidentale finora sono 11, per la maggior parte venute alla luce grazie alla caparbietà di familiari disperati, e non per le denunce delle istituzioni pubbliche. Secondo la maggiore rivista scientifica medica internazionale, il "New England Journal of Medicine", la mortalità per aborto medico è dieci volte superiore a quella per aborto chirurgico. Le notizie che arrivano da altri Paesi a riguardo sono poche, ma sconvolgenti. C'è di che riflettere.