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    Predefinito La Badessa e il Cavaliere

    tratti da il Foglio di oggi, martedì 14 marzo

    Troppa

    Ho fatto tardi perché ho visto Berlusconi-Annunziata in televisione”. Ma chi se ne frega, assaggia questo Negroni. Dosi, ghiaccio, bicchiere: al caffè Cimmino di via Filangieri il Negroni è perfetto, non ho nessuna intenzione di farmelo inquinare dalla contingenza politica.
    Fra l’altro è domenica, la mia finestra alcolica quaresimale, oggi pomeriggio prenderò l’alta velocità e velocemente dovrò dire addio a Napoli, ai Negroni, alle ragazze dell’enoteca Belledonne a Chiaia, alle feste dell’avvocato Correra, alle camere panoramiche di via Partenope, alle cinture di Tramontano, agli abitini già estivi della boutique Angeli e al Vesuvio ancora autunno-inverno, incappucciato di neve.
    Il mio amico Renato è pazzo, l’ho capito quando mi ha detto che da grande vuole fare il giornalista parlamentare, legge sei o sette quotidiani ed è sceso apposta con la funicolare da via Luca Giordano per rovinare le mie ultime ore napoletane con cianfrusaglie elettorali.
    “No guarda, ti devo raccontare, devi assolutamente sapere”. Se devo assolutamente, però ti sbrighi. “Aveva il solito accento sarnese, quell’accento insopportabile di provincia”. Ma con l’italiano come se l’è cavata, ha fatto i soliti errori? “Non ci ho fatto caso, ero completamente preso e infastidito da quella sua voce che sa di alluvione. E poi è ingrassata, uh, com’è ingrassata”. Il mio amico Renato di Lucia Annunziata potrebbe essere il figlio, sia per l’età che per la tendenza a prendere peso.
    Si sfotte da solo definendosi il Pingue Vomerese ma le donne gli piacciono magre, si è pure permesso di definire una mia amica “tracagnotta” e, ancora peggio, “sulla trentacinquina”.
    Com’era vestita? “Portava uno di quegli orribili tailleur neri con camicia bianca che ormai portano solo le commesse dei grandi magazzini”. Tipo Upim? “L’Upim a Napoli l’hanno chiusa, a essere più precisi era vestita da commessa da negozio in franchising di reggiseni, Calzedonia, quella roba lì”.
    Ma sei sicuro? Io ho amiche giovani e magre che comprano da Calzedonia. “Non ho niente contro le tue amiche ma io preferisco la lingerie di La Perla e di Chantelle”. Chantelle mai sentita. “E’ sontuosa, molto sontuosa”.
    Insomma era vestita male. “Avrebbe potuto lavorare anche da Yamamay”. Uno stilista giapponese? “Una catena di intimo di un imprenditore napoletano, frequentata da studentesse fuorisede indigenti, con punti vendita sparpagliati ovunque”. Da Procida a Resina? “Dal Vomero a Pòllena-Trocchia”. Ma l’intervista com’è andata? “Lui si è alzato perché lei non lo faceva parlare”. Addirittura. “Secondo me ha un po’ sbagliato ma può darsi che faccia gioco, che sia tutta ammuina. Comunque lei lo ha provocato, continuava a ripetere questa è casa mia, qui comando io”. Dio mio. “Quando si è alzato il Cav. le ha dato la mano, lei era perplessa sul da farsi, stava quasi per non dargliela, poi gliel’ha data”. Donna di mondo. “Uoma di mondo, semmai. E lo ha fatto solo grazie al marito americano, fosse stato per Sarno non gliel’avrebbe data”.
    Ci sei mai stato, lo sai che è il paese degli avi di Abel Ferrara? “Non lo sapevo ma il paese lo conosco benissimo”. Che ci sei andato a fare, cosa ci fa un vomerese a Sarno? “Ho degli amici che abitano lì vicino”. E’ un posto così brutto come lo si dipinge? “Non ci sono parole per definirlo, è il nulla indistinto, c’è sempre cattivo tempo, piove per nove mesi all’anno”. Come mai? “Colpa delle montagne avellinesi che incombono sulla zona”. Quelle che ogni tanto franano.
    “Nei tre mesi che non piove si schiatta a 40 gradi e non si respira per la puzza dei conservifici e delle concerie”. Ricordo al Pingue Vomerese che Domenico Rea descriveva gli abitanti di Sarno come tozzi contadini dalle vene varicose e che Lucia Annunziata, con la faccia da personaggio di Ignazio Silone e l’italiano da libro di Rocco Scotellaro, mi sembra avere una sua novecentesca dignità letteraria. “Sarà letteraria ma io mi dispero perché non essendo residente a Salerno non posso votare per Mara Carfagna, in lista per Forza Italia nella circoscrizione Campania 2”.

    Camillo Langone

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Silvio e Lucia

    E’stato splendido, sono stati bravissimi, è già un cult. Lui che alzava il sedere dalla sedia e restava a mezz’aria, lei con tutti i muscoli di fuori che ripeteva “presidente lei non può, presidente lei non sa, presidente ritiri”.
    Lui che la fissava rigido, lei che rispondeva torva.
    E poi Lucia sola sola nello studio sadomaso, con le luci abbassate, lui fuori campo che ancora non l’abbandona. E’ stata una domenica fantastica, forse l’ultima, e ognuno potrà scegliere il proprio personale momento preferito a seconda del tifo, del voto e delle inclinazioni sessuali.
    Gente che, d’ora in poi, negli uffici andrà per scrivanie gridando ai colleghi che cercano il proprio nome su Google: “Questa rimarrà come una macchia nella tua carriera professionale”, furbetti che abbandoneranno cene noiose dicendo: “Io ora mi alzo e se ne vado”, ragazze che si taglieranno i capelli a caschetto come Lucia Annunziata e andranno a scuola di boxe, signore per bene che inchioderanno i mariti: “Tu non puoi dire che te ne vai” e “Tu non sai trattare con l’idraulico”.
    Da tempo le avevano sfilato con malagrazia la tonaca di Badessa della Rai, che le stava splendidamente, da tempo allora l’Annunziata si stava preparando per il nuovo personaggio d’assalto, campionessa di bondage.
    Flessioni, piegamenti, sollevamento pesi, sbarre, calze nere, si era allenata per benino.
    E prove davanti allo specchio per fermare l’espressione più cattiva.
    Era perfetta.
    L’avrebbe legato, torturato, sottomesso, camminandogli addosso coi tacchi e lui, spiazzato, l’avrebbe lasciata fare, forse gli sarebbe anche un po’ piaciuto. Non come quegli altri giornalisti maschi e mammalucchi, inginocchiati e grati di diffondere lo spot, non come quelle ragazze pon pon con gli occhi bassi, che al massimo gli chiedono cosa pensa di fare per le donne.
    L’Annunziata era pronta, aspettava il sangue e la gloria.
    Solo che il Cav. ha fatto il Cav. fino in fondo.
    Tutto liscio e impettito e compatto, era lì per raccontare le sue gesta, non per fare l’amore con Lucy. O forse aveva provato a fare il complimentoso dietro le quinte, una battutina, un sorrisetto, lei certo aveva schioccato la frusta.
    Poi, le luci, gli occhiali, i fogli con le domande, le interruzioni d’amore violento, lei che ci provava e lui che arretrava: in un lampo tutti i sublimi cliché hanno invaso lo studio, hanno riempito la domenica pomeriggio, hanno oscurato Mara Venier e Maurizio Costanzo.
    “Lei è di sinistra e pensa di decidere per gli altri, io sono liberale e decido solo per me stesso”, “Lei deve farmi rispondere”, “Lei è piena di pregiudizi”, “La saluto, signora, ma dovrebbe provare un po’ di vergogna”, “E poi dicono che la Rai è controllata da me”.
    Hanno fatto entrambi quel che sanno fare, lei la schiacciasassi con le contropalle in esposizione e un femminile riscatto da pretendere (e offrire) all’infinito, lui il presidente operaio oltraggiato e incredulo di fronte a qualcosa di diverso dall’ammirazione e dagli applausi.
    E’ stato splendido, sono stati bravissimi: un capolavoro estetico che certo non si ripeterà stasera, con i secondi contati e le inquadrature fisse, e Romano Prodi, così poco sadomaso, al posto di Lucia, sorrisi di burro e gesso e niente emozioni.
    Silvio Berlusconi non è stato un gentleman, Lucia Annunziata non è stata una signora, quindi è stata tutta vita.
    Lei ha fatto la questurina, non la giornalista, lui l’umiliato e offeso, non il premier paziente. Lei ha cercato lo scontro, lui le ha offerto la storia. Generosi entrambi, e talmente ben riusciti da far sbiadire tutto il resto: Antonio Cornacchione e Sabina Guzzanti, per quanti sforzi facciano, per quanto talento ci mettano, per quanta censura rischino, non saranno mai splendenti e ribelli come gli originali, d’ora in poi inimitabili, Silvio e Lucia.

    Annalena Benini

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Che fa, concilia?

    La colpa principale è di Marco Travaglio. E’ lui che ha messo sotto stress le giornaliste scomode come Lucia Annunziata, è lui che ha riconquistato la scena irridendo mesi fa le conduttrici “accucciate sulle gambe” del nemico (così disse della più solare Ritanna Armeni), è lui che per lungo tempo ha rinfacciato a giorni alterni la docilità canina con la quale l’ex Badessa della Rai avrebbe consentito le clamorose sconcezze del centrodestra, assecondato le censure, chiuso gli occhi di fronte al baluginio del regime berlusconiano.
    Siccome per ragioni insondabili Travaglio è un autorevole commentatore politico dell’Unità e del gruppo l’Espresso; siccome all’ex montanelliano convertito ai girotondi viene riconosciuta una convincente capacità argomentativa; e sopra tutto siccome Lucia Annunziata non fa come Peppino Caldarola, che l’Unità non la apre neppure perché ha delegato ai propri avvocati l’onere di leggere e semmai querelare, è finito che la Badessa, alla prima occasione utile, s’è sentita in dovere di marcotravaglieggiare proprio con Silvio Berlusconi.
    Ci aveva già provato settimane fa con un Casini in formato domenical-familiare, maglioncino di cachemire e camicia sbottonata.
    In quella circostanza il presidente della Camera, interrotto e irritatissimo come il Cav., fece appello alle forze più lattiginose della scuola democristiana e riuscì a non sbottare. L’effetto fu egualmente stonato, Annunziata fece la figura della scalmanata senza giusta causa.
    Idem con Gianfranco Fini, che anche in televisione sfoggia il proprio invincibile grigiore, impermeabile come il piombo.
    Ma con il Cav. non poteva che essere tutta un’altra storia, per Lucia si trattava di contrastare lo spettro massimo dei mugugni travaglieschi e c’era un solo modo – credeva forse lei ingenuamente – per scongiurare l’accusa di servilismo: rendersi insopportabile.
    Antipatica, ma senza il sorriso scolastico e gaglioffo che paralizza il volto di Maurizio Belpietro, antipatico per autoproclama, e che una settimana fa ha sedotto l’antipaticissimo Massimo D’Alema su La7.
    Perfino un poco maleducata, Annunziata, mentre cercava di costringere il premier a sminuzzare il proprio eloquio, a incespicare e cadere.
    Avesse per lo meno speso dell’ironia sul repertorio sempre identico cui s’è inevitabilmente consegnato Berlusconi, la Badessa avrebbe fatto la mezza figura di un Fabio Fazio meno rilassato. E allora sì che lo scatto del Cav. sarebbe apparso come un cedimento alla perfezione di un agguato all’ora dell’aperitivo nel tinello Rai.
    Invece non è stata neppure derisoria e tutto è stato chiaro mentre ripeteva, con la faccia di una che s’aspetta il ceffone, quel suo snervante: “Ritiri il discorso sul mi alzo e me ne vado, lo ritiri lo ritiri lo ritiri”.
    Pareva una vigilessa innamorata dell’antica pratica di infliggere all’automobilista colto in flagrante l’invito a pagare – “Che fa, concilia?” - quando quello prova disperato a spiegare le proprie ragioni.
    E’ chiaro che in un modo sano l’umanità parteggia in blocco per l’automobilista.
    Più chiaro ancora che la vigilessa Annunziata si è comportata così in omaggio all’ossessione di Marco Travaglio, all’occhio della critica televisiva sinceramente democratica.
    E infatti sono corsi quasi tutti da lui a chiedere un giudizio sulla brutta lite con ritirata berlusconiana.
    Il risultato è che Travaglio, rozzo e ingrato, ha rimesso in fila i soliti capi d’imputazione contro Lucia e ha liquidato la cosa come un tentativo malriuscito di conquistarsi “la sua aureola di martire per rifarsi una verginità”.
    Se c’è uno che deve chiedere scusa all’Annunziata è proprio Travaglio, e a lui soltanto Lucia dovrebbe chiedere risarcimento per gli evidenti danni psicologici procurati.
    Quanto al Cav., se davvero fosse suonato come dicono alcuni, Travaglio o no, non lo accoglierebbero alla tele con il Panzerfaust spianato.
    Se non è fifa matta, è il sospetto iracondo che il fantasista di Arcore possa ancora sgambettare al governo.

    Alessandro Giuli

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Perepè perepè

    Ma che me ne frega della mia stessa opinione: io da anni vedo e ascolto Berlusconi con occhi e orecchie altrui, io non sono più io, le mie opinioni non mi appartengono più, io lo vedo e d’un tratto penso come la famosa gente cui Egli si rivolge, per un interminabile e orribile istante io la gente addirittura la capisco, la gente divento finalmente io, ed è bellissimo, finalmente mi sento parte di un ecosistema, finalmente posso intonare un salmo di riconoscenza a qualcosa o a qualcuno.
    Berlusconi è il mio anello mancante.
    E allora lo vedo che dice: la stampa è tutta di sinistra.
    Non è vero, ma poi vedo il Corriere della Sera che si schiera con Prodi e allora intòno: ha ragione Berlusconi.
    Lo vedo che dice: la magistratura vuole farmi fuori per motivi politici.
    E’ vero in parte, ma poi vedo la richiesta di rinvio a giudizio per il caso Mills e allora intòno: ha ragione Berlusconi.
    Lo vedo che dice: l’Italia con me ha acquisito prestigio nel mondo.
    E’ relativamente vero, ma poi lo vedo al Congresso americano e intòno: ha ragione Berlusconi.
    Lo vedo che dice: arrivano i comunisti.
    Non è vero, ma poi vedo il duetto con Diliberto e che dovrei pensare, che arrivano i socialdemocratici?
    E se infine una domenica pomeriggio passo da un amico e guardiamo Berlusconi nel suo spettacoloso duetto con una rispettabile e però tipica maestrina di sinistra, ditemi, non dovrei forse pensare che toh guarda, ha ragione Berlusconi?
    Che la Rai è in mano alla sinistra?
    Che quella lì è una prepotente?
    Che non vogliono farlo parlare?
    Io non sono più io: e allora vedo solo una signora d’approccio zitellesco che ho già visto da qualche parte (Annunciata, Annunziata, una mi pare di sinistra) che dapprima comincia a incalzare Berlusconi con temi che chissenefrega, perché sai che ne sappiamo noi degli spionaggi dei candidati del Lazio: dopodiché procede con domande diversamente formulate ma a che a noi, noi che non siano più noi, agli effetti, paiono sempre le stesse e dio che noia: e il conflitto d’interesse, e Biagi e Santoro, e lei perepé perepé sempre a interromperlo, dài piantala, lascialo parlare, che poi (questo lo penso anche io, che sono io) mai visto Berlusconi così in forma, così preciso, lucido, dicono che avesse dormito sino alle 9, bell’incarnato, risoluto e cordiale, non una parola fuori posto, probabilmente profumato.
    E allora, e infine, vedo Berlusconi che dice: la Rai è di sinistra, non vogliono farmi parlare, non vogliono farmi dire le cose che interessano alla gente, questa giornalista è notoriamente di sinistra e ha pregiudizi contro di me.
    E la verità non importa, perché di seguito vedo appunto l’intervista e intòno: ha ragione Berlusconi, punto.
    Il resto, direbbe un noto rubrichista della prima pagina del Foglio, sono seghe. Mancano 26 giorni al voto elettorale e io, che sono io, valgo meno di zero, ancor meno del solito, sicché non riuscirete a farmi parlare, chessò, di deontologia professionale, del profilo biografico dell’intervistatrice, se sia stata incalzante o aggressiva, se volesse rifarsi una verginità e queste cose, discutere del ruolo del servizio pubblico, dei precedenti, dei distinguini dei Follini, dei giudizi stitici ed equilontani alla Enrico Mentana, tutta roba da giornalisti, da cucinieri delle opinioni controverse stile Corriere.
    E’ andata come Berlusconi voleva che andasse, ha vinto lui, anzi ha ragione, ciao.
    La mia opinione di giornalista, me misero, chiedetemela dopo il voto: sarà brillante come un editoriale di Paolo Franchi. Sarà terzista e dualista e cerchiobottista e doppiopesista e neutralista e attendista e ambeduista:
    dirò che Berlusconi in effetti non poteva scegliersi le domande e che però l’Annunziata, a meno di un mese dal voto, non poteva non fare delle domande sul programma di governo.
    Dirò che Berlusconi forse è stato impulsivo perché inabituato a certe interviste, e che però l’Annunziata le espressioni “qui è casa mia” e “lei non può dire” non le può dire, perché non è casa sua.
    Mentre dirò queste preziose cose, frattanto, qualcuno avrà avuto ragione e magari avrà anche vinto.

    Filippo Facci

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Villanie

    Prima di tutto non ditemi cosa devo dire perché mi alzo e me ne vado. E qui sono ancora a casa mia (“mi consenta, pensavo fosse la casa del dirett…”
    “Stia zitto lei, sarà anche la casa del direttore ma questo pezzetto c’è l’ho in subaffitto io”).
    E fatemi la cortesia: mi avete fatto una domanda, lasciatemi rispondere, o mi alzo e me ne vado. Dunque.
    Qui in terra consacrata berlusconiana, io che sono per il giornalismo tutto d’un pezzo manco fossi un editorialista di Sarno, volevo prendermi un rischio e dire: direttora Annunziata, ha fatto bene. Schiena diritta, ecco cosa ci vuole, tigna da donna del sud ma che ha girato anche all’est e all’ovest, mitologia purissima del giornalismo yankee. Le domande così si fanno, un terzo grado democratico, e se ne ricordi anche Mimum.
    E volevo avere anche il coraggio di dire: se Paolo Mieli ha il diritto di schierarsi con tutto il Corrierone, perché Lucia Annunziata, nella mezz’ora d’aria di cui gode in quella galera che è la Rai di destra, più sorvegliata della colf di Storace quando va al mercato, perché insomma l’Annunziata non può schierare se stessa e l’intero servizio pubblico dalla parte che vuole? E piazzare le domande che Berlusconi non vuole, di modo che sia per una volta tenuto a rispondere?
    E invece quello si alza e se ne va.
    Questo avrei voluto dire, con il coraggio di un cdr della Rizzoli. Ma poi.
    Ma poi uno rivede il video, rilegge il brogliaccio. Giusto per sincerarsi di quant’è prevaricatore il Berlusca.
    E riflette:
    a) ma che cavolo di domande gli sta facendo? Conflitto d’interessi, Biagi& Santoro. Si avvicina il voto e lei, bella fresca e up to date su tutte le cose della legislatura scorsa: ma che razza di ghost-writer s’è presa, quello di Al Gore?
    b) Ma perché non lo lascia rispondere? Sembra una crisi di nervi, un disco rotto (“è una cosa che non può dire. Ritiri il discorso mi alzo e me ne vado… “E’ una cosa che non può dire. Ritiri il discorso mi alzo e me ne vado”). Antipatica, davvero. Come direbbe Luca Ricolfi.
    E a questo punto, il sospetto: ma com’è che in questa campagna elettorale le uniche cose di sinistra le dicono quelli di destra? Perché in tutto questo l’unico che ha detto la cosa ragionevole che la sinistra avrebbe dovuto dire è stato Fini: “Annunziata non è una giornalista, ma una partigiana. Ha un concezione del giornalismo molto schierata e molto militante. Il giornalista non deve mai essere un megafono dell’intervistato, ma non può nemmeno essere un avversario politico”.
    Come dire? Giusto.
    Com’è che a sinistra non è venuto in mente a nessuno di chiamare le cose per come stanno? Petruccioli petruccioleggia (“Annunziata non ha seguito la legge sulla par condicio che afferma che il conduttore non deve far trasparire le sue posizioni politiche”).
    Giulietti giulietteggia (“Lucia ha soltanto dimostrato che ormai fare il giornalista con orgoglio costa più fatica), Maltese malteggia (“Una scelta impulsiva, e per una volta masochistica”).
    Caro Ricolfi si aggiorni. Invece di “Perché siamo antipatici”, provi a domandarsi direttamente: perché i giornalisti di sinistra sono proprio villani?
    E provassero a domandarsi, a sinistra, se non è quasi peggio degli sfasciacarrozze antifascisti di Milano, e peggio del cdr del Soviet della sera.
    Se la presidentissima Annunziata ha fatto un danno, se ha ammaccato l’auto a qualcuno, è a quei quattro fessi che continuano a credere che le elezioni le vinceranno così.
    Okkey, non bisogna essere per forza simpatici. Ma schizzare come un disco rotto perché Berlusconi dice mi alzo e me ne vado, è una cosa da evitare, mette subito dalla parte del torto, o almeno del ridicolo.
    Non mi torna in mente che qualcuno abbia trattato così Prodi o D’Alema presidente.
    Ma forse Annunziata doveva ancora farsi perdonare a sinistra, o insomma quelle cattiverie scritte ieri da Travaglio che non le manda a dire.
    Ma tornando a Ricolfi e all’antipatia: c’è sempre un modo di porsi male che alla fine è un autogol.
    E perciò: non ditemi voi quello che devo dire, fatto sta che i complimenti all’Annunziata proprio non li riesco a fare.
    Piuttosto mi alzo e me ne vado.

    Maurizio Crippa

    saluti

 

 

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