Secondo un certo sentire, le banche islamiche sarebbero più oneste di quelle "convenzionali", perchè più lontane dall'usura e da altri fenomeni finanziari. Ora, tra le richieste che Mohammed Nour Dachan dell'UCOII fece alla Consulta islamica italiana ci fu anche la creazione di una simile banca. Allora diamogli un po' un'occhiata:
http://www.rassegna.it/2001/speciali...re/uccello.htm
Che cosa sono le banche islamiche
Si tratta di istituzioni finanziarie per le quali la legge stabilisce espressamente l’obbligo di operare secondo i precetti del diritto musulmano di matrice religiosa e il cui elemento peculiare è "l’assenza di interessi nel dare e nell’avere". "Lontane dall’essere enti non profit – chiarisce il professore Piccinelli - le banche islamiche propongono il coinvolgimento del cliente, risparmiatore o debitore, nelle attività economiche della banca da cui deriva l’utile ripartibile secondo le regole del profit-loss sharing".
Gli strumenti finanziari adottati
Il Profit Loss sharing. La con-partecipazione societaria "nei profitti e nelle perdite" è uno degli schemi fondamentali attraverso i quali nell’Islam viene concepita come lecita la remunerazione dei capitali e sul quale è stato costruito l’intero sistema bancario islamico contemporaneo. "Soltanto l’attività dell’uomo, infatti - spiega Piccinelli - il biblico sudore della fronte, che include il rischio imprenditoriale può eticamente e giuridicamente giustificare l’arricchimento. Questo divieto coranico con il rigetto almeno teorico degli interessi sui prestiti (in quanto guadagno del creditore collegato al semplice decorrere del tempo) ha condotto nel mondo musulmano all’affermarsi di forme d'investimento (mudaraba, qirad, musharaka) nelle quali l’utile ripartito tra i soci è sempre il risultato di un’attività d’impresa". Altrettanto, elementi di colloborazione tra istituto e cliente possono riscontrarsi nelle operazioni di concessione del credito. In questo modo la banca insieme al proprio cliente si assume pro-quota il rischio collegato al risultato finale dell’attività. Sono così finanziate operazioni di project financing, joint ventures, venture capital, equity financing. Anche il risparmio è gestito in speciali fondi comuni di investimento sotto forma di mudaraba (la banca investe fondi per conto del cliente e prende una percentuale sui profitti derivanti dall’investimento). "Di recente il Profit Loss sharing - continua Piccinelli - è stato esteso al settore della assicurazioni. Il takaful islamico – così è stato ridenominato il contratto assicurativo – può essere quindi assimilato all’esperienza delle mutue di assicurazione dove l’elemento solidaristico prevale sulla componente speculativa".
Tenete presente quel "Soltanto l'attività dell'uomo, [...], che include il rischio imprenditoriale può eticamente e giuridicamente giustificare l'arricchimento". Vi suona familiare? Un po' calvinista-protestante magari?
http://www.quadernivaltellinesi.it/Islam.htm
Diffusione della "Profit and loss sharing finance". Secondo la dottrina economica islamica, il creditore deve dividere con il debitore i rischi ed i risultati economici derivanti dall’investimento. Questo principio è, probabilmente, il più importante, se si vuole comprendere in profondità la logica del sistema bancario islamico. La legge islamica considera inaccetabile il fatto di "Guadagnare moneta dalla moneta" (questo è, di fatto, il risultato ultimo dell’applicazione di un tasso di interesse su di una somma depositata o prestata). La moneta è vista come un semplice mezzo di scambio, come un "capitale potenziale", che diviene reale soltanto nel momento in cui è investita in un processo produttivo. Partendo da questi presupposti i risparmiatori vengono incoraggiati ad "investire" i loro soldi, diventando "soci" in un progetto industriale nel quale dividere profitti e rischi del business, piuttosto che a diventare "semplici creditori". La finanza islamica è basata sulla convinzione profonda che il fornitore e l’utilizzatore di capitale debbano dividere equamente i rischi del business. Questo significa che, in campo bancario, il depositante, la banca ed il prenditore di fondi dovrebbero dividere i profitti ed i rischi associati al progetto d’investimento presentato dal debitore. Dal punto di vista gestionale, questo principio implica una forte attenzione della banca sulla profittabilità prospettica e sul controllo dell’andamento operativo e finanziario dell’investimento, più che sulle garanzie reali che il prenditore di fondi può esibire.
Le ultime righe di questo passo sono interessanti: è tenuto in maggior conto il progetto che non le garanzie (ed avendo presente che il rischio è sempre dietro l'angolo). Se ancora a qualcuno non è "scattata la molla", gli si può consigliare, ad esempio, di pensare al sempre maggior indebitamento di una società come quella statunitense...
http://www.consorziointegratoeuropa....asp?IDCAT=1526
Operare secondo i precetti della Sharia aiuta il raggiungimento degli obiettivi socio-economici della società islamica. Le banche islamiche adottano il principio del “Mudaraba”, cioè basato sul concetto di compartecipazione sulla fiducia, come base per i rapporti tra loro e l’investitore o il cliente depositante. Secondo questo concetto, le banche non hanno la facoltà legale di restituire la somma investita in caso di perdita a meno che non sia acclarato un comportamento negligente della banca o che comunque abbia violato i termini degli accordi di “Mudaraba”. D’altra parte, quando la banca fornisce il capitale all’investitore sulle basi di un contratto di “Mudaraba”, essa non può richiedere la restituzione del capitale se vi è una perdita nel corso dell’investimento a meno che da parte dell’imprenditore non vi sia stato un comportamento scorretto o abbia violato i termine dell’accordo di “Mudaraba”. In entrambi i casi, chi ha fornito il capitale affronta il rischio di una possibile perdita del suo investimento.
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Murabaha
Contratto di vendita tra la banca e il suo cliente per la vendita di beni a un prezzo più un margine di profitto per la banca stabilito. Il contratto consiste nell’acquisto di beni da parte della banca che poi li vende al cliente con un sovrapprezzo stabilito. Il rimborso è solitamente rateale.
Mudaraba (Finanziamento fiduciario)
Accordo tra due parti delle quali una fornisce il 100% del capitale per un affare e l’altra, indicata come il “mudarib”,conduce l’affare usando le sue capacità. I profitti derivanti dall’affare sono distribuiti secondo percentuali stabilite in anticipo. Le perdite sono a carico solamente di chi fornisce il capitale mentre il “mudarib” perde solo il tempo, gli sforzi e la possibilità del guadagno derivanti dall’operazione. Il management è costituito unicamente dal “mudarib”. Il “mudarib” non partecipa alle perdite per la semplice ragione che, secondo i dettati della finanza islamica, uno non può perdere denaro se non ne ha contribuito all’apporto. Questo è uno dei modi più comuni di finanziamento islamico.
Il mudaraba, come fenomeno finanziario, non sembrerebbe molto diverso da qualunque consulenza finanziaria delle banche "convenzionali", compresa la possibilità di "stornare" denaro altrui verso progetti "delicati".
Il murabaha, invece, nonostante l'assenza dichiarata di interessi sugli investimenti, in sostanza fa tornare questi ultimi da altra via, dato che il sovrapprezzo patuito è proprio una sorta di interesse.
http://www.quadernivaltellinesi.it/Islam.htm
...si ha l’impressione che i principi su cui si regge la banca islamica siano costruiti per "raggirare" i divieti coranici: in effetti, a ben vedere, la distinzione fra i concetti di "commissione" e "interesse" non è sempre chiara. Si pensi, per esempio, al contratto denominato mark – up: la percentuale applicata sul costo del bene – che esprime la remunerazione per il servizio fornito dalla banca - è nella, sostanza, assimilabile ad un tasso di interesse. Leggendo alcuni autori, sembra che la contrapposizione islamic banking – conventional banking sia retta puramente su una questione terminologica.
In ultimo, dati gli spunti precedenti, consigliamo di dare un'occhiata a questo intervento a quattro mani (dal vecchio sito di Franco Bifo Bernardi e Matteo Pasquinelli) e di meditarvi sopra. Ci auguriamo che gli eventuali lettori capiscano i rischi odierni, mascherati da (fasullo) incontro di civiltà:
http://www.rekombinant.org/old/article.html.sid=1256
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Sbancor:
S.Agostino, vescovo di Ippona, diceva che far pagare un interesse vuol dire vendere il Tempo. Ma essendo il Tempo di Dio, e non degli uomini, si vendeva così una cosa non propria. Argomentazione speciosa, in realtà prestando dei soldi io non vendo il tempo, ma mi privo di un bene che è la possibilità di spenderli subito. L'interesse ripaga questa perdita. Premio di liquidità, direbbe J.M.Keynes. Ma le idiozie sono lucrose. Impedendo ai cristiani di prestare soldi, da un lato si creò la finanza ebraica e dall'altro si svilupparono tutta una serie di operazioni finanziare complesse che non prevedevano interessi, ma certo non lesinavano sui profitti. Banchieri fiorentini, veneziani ed olandesi fecero scuola, finchè a forza di indebitare i sovrani, sopratutto gli inglesi, capirono sulla loro pelle che cosa era il "rischio sovrano". Il rischio appunto che il sovrano non pagasse. Gli islamici, come al solito arrivano dopo, ma la sostanza è la stessa. un sistema bancario senza interessi non è un sistema bancario "agratis". Può anche essere più penalizzante per il debitore. Si basa infatti sul trasferimento di titoli di proprietà (Merchant Banking, Venture Capital, Private equity) in cui l'interesse non c'è materialmente, ma c'è la partecipazione al rischio in cambio di una partecipazione alla società finanziata. Oppure si fanno pagare le commissioni, che non sono tecnicamente interessi, ma costo di un servizio. Quasi tutto il "banking" internazionale oggi si muove su questi principi, assai più lucrosi del misero spread sui tassi!
E' di ieri la notizia che Malaysia, Baharain, Brunei, Indonesia e Sudan hanno siglato un accordo con la "Islamic Development Bank" per costituire un International Islamic Financial Market, basato sul rispetto della Sharia e sui principi coranici. Attualmente la finanza islamica è diffusa in più di 40 paesi e coinvolge oltre 100 banche per diversi miliardi di dollari di transazioni. Da notare che Citibank, il gigante americano, controlla la Citi Islamic Investment Bank.
Ma quello che davvero è un colpo di genio bancario è il sistema di trasferimento di denaro denominato Hawalla (di cui sono omologhi il cinese Fen Shen, il Chop e l'Hundi) sostanzialmente funziona su due operatori. Io consegno il denaro e una parola d'ordine al primo, che telefona o telegrafa al suo corrispondente in un altro paese che mi paga cash, detratta una cospiqua commissione. Invece di una parola d'ordine si può usare ancheuna carta da gioco tagliata in due, ciò evita anche la possibilità di intercettazioni. E' un sistema usatissimo dagli emigranti ai trafficanti di ogni genere di merci proibite (droga, armi donne, schiavi ecc.). La sua assoluta semplicità lo rende praticamente impermeabile ad ogni tentativo di individuazione.
Sul lavaggio del denaro sporco e altro cfr. M.Giaconi: Le organizzazioni criminali internazionali, Franco Angeli 2001. E' una vera miniera!
Matteo:
Ragioniamo in termini neoliberisti. Il modello finanziario islamico non e' in realta' piu' competitivo e raffinato di quello occidentale? Il vincolo "etico" (machiavellicamente parlando) dei flussi finanziari "islamici" non e' vincente rispetto ad esempio alle nostre banche italiane? New Economy e finanza etica non sono pallide imitazioni di questo modello ben piu' radicale? In quali margini questo mio accostamento bizzarro regge? Il capitalismo islamico era gia' alla new economy prima che questa prendesse piede da noi? Se la nascita della "new economy" si fa coincidere con il passaggio dal capitale bancario al capitale finanziario delle borse, i musulmani non c'erano gia' arrivati, nel senso che la loro seppur poco sviluppata infrastruttura finanziaria era gia' "ideologicamente" ben predisposta?
Sbancor:
Non cederei alla tentazione di ascrivere "superiorità" a modelli finanziari rispetto al altri. C'è già una ampia ed inutile letteratura sull'argomento. I modelli "base" sono due: il modello basato sul mercato finanziario e quello basato sul mercato creditizio. Il primo è caratteristico della cultura anglosassone, il secondo di quella tedesca e giapponese. Oggi sembra prevalere il modello anglosassone. Il modello "islamico" è sostanzialmente una riproduzione ideologica di quello anglosassone. A noi, abituati alle ferraginose banche italiane può stupire, ma solo a noi.
Normalmente i modelli bancocentrici funzionano meglio in paesi che devono ancora affrontare l'industrializzazione. Quelli mercato centrici in paesi non industriali o post industriali, con forti mercati finanziari. La differenza sostanziale fra i due modelli è la tecnica di ripartizione del rischio. In quello anglosassone il rischio viene spalmato sugli azionisti, spesso attraverso la mediazione di Investitori Iastituzionali (Fondi Comuni, fondi Pensione ecc.). Nell'altro rimane formalmente concentrato sulla banca. Ma solo formalmente, perchè se la banca fallisce coinvolge i depositanti. Nel primo modello si è garantiti da un titolo di proprietà. Nel secondo da un titolo di credito. I prezzi o i costi dei due modelli tendono a uguagliarsi (Teorema di Modigliani-Miller) sia per l'impresa che per il risparmiatore. La differenza però è sostanziale: il titolo di credito resta giuridicamente valido e può essere usato in azioni giudiziarie di rivalsa, il titolo di proprietà modifica il suo valore con le performance dell'azienda, per cui se il valore dell'impresa va a "zero" il titolo vale "zero"
I paesi che occupano una posizione più elevata nella divisione del lavoro tendono ad imporre il proprio modello. Accadde con Venezia e Firenze nel 1500, accadde con l'Olanda dei Fugger, accde oggi con le investment bank anglofone. Ma in realtà i modelli tendono ad unificarsi, come dimostra il caso della Deutsche bank che ha comprato molte merchant inglesi e americane.
Che il sistema di lavaggio del denaro con tecniche come hawalla sia superiore è anche questo discutibile. Hawalla è un sistema primitivo e richiede un forte sistema fiduciario, nonchè sistemi sanzionatori severi, come d'altra parte richiede l'usura. In realtà operazioni molto più sicure si possono fare con i "derivati", ma bisogna conoscere molta matematica finanziaria. Insomma io penso che dal punto di vista "etico" Oriente e Occidente siano la stessa cosa. Ladri.
Matteo:
Sbancor, per "vincolo etico" non intendevo la bonta' del modello economico islamico quanto il legame ideologico-religioso con la comunita'. In altre parole nell'Islam un modello sociale tribale e teocratico si sposa con i prodotti piu' evoluti del mercato finanziario. E' interessante notare poi come il divieto dell'usura abbia creato la finanza ebraica e costretto dall'altre parte i musulmani ad inventarsi un modello economico completamente opposto.
Petroldollari a parte. Nel sud del mondo (anche in quello che "sta" a nord) si stanno sviluppando forme di franchising globalizzante para-mafioso. Come McDonalds e Benetton, nelle citta' del nord del mondo spuntano come funghi negozi di alimentari, call center, ristoranti, in ogni citta' divisi rigorosamente per etnia. Pakistani i primi, arabi i secondi, cinesi i terzi. Queste grossolane semplificazioni servono per dire che, onesti e disperati a parte, queste piccole attivita' in franchising etnico sono business per il riciclaggio di denaro sporco, o se preferite prestiti in contanti di amici oltreoceano (indiano). Il sud del mondo sta reagendo alla colonizzazione della globalizzazione con forme di globalizzazione mafiosa le cui protesi arrivano fino al negozio sottocasa.
La parte finale è per chi vuol credere che il "negozietto sotto casa" sia solo una forma di rivincita. In realtà, essa è possibile anche in funzione del "petroldollaro". Il tutto accompagnandosi ad una predisposizione di fondo alle forme economico-finanziarie attualmente dominanti. Che non sono quelle continentali europee (e italiane)...