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  1. #1
    vae victis
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    Predefinito Il precariato è diminuito con il Cdx..

    Da il "Tempo Scaduto" di Ricolfi..Pagina 72-73-74..Capitolo 5.

    "Si è costretti a sfatare uno dei miti di questi anni,ossia la
    credenza in una "precarizzazione del mercato del lavoro" relati
    vamente recente e specificatamente imputabile al governo Berlusconi

    -Nel periodo 2001-2004 le unita' di lavoro irregolare sono dimi
    nuite al ritmo di 111 mila all'anno,mentre nel periodo 1997-2001
    erno aumentate di 61 mila unita' all'anno...
    -Nel periodo 2001-2004 le unita' di lavoro regolari(tipiche e atipiche)
    sono aumentate al ritmo di 308mila all' anno,contro un ritmo di
    226 mila all' anno nel periodo 1997-2001
    -Il tasso di Irregolarita' è calato nettamente dal 15,1% al 13,4% nel
    periodo 2001-2004,mentre era leggermente salito dal 14,8% al 15,1% nel
    periodo 1997-2001
    -Occupazione atipica diminuito nel 2001-2004 mentre era vertiginosamente
    aumentato dal 10,7% al 13,6% nel 1997-2001

    Dunque non è vero che in questi anni la flessibilita' si è trasformata
    in precariato.Semmai è vero il contrario:La precarieta'selvaggia
    degli anni 90 ha cessato di crescere..

    Elaborazione dei dati Istat e Oml

    La precarizzazione del lavoro sale dal 97 fino al 2001,data
    in cui inizia a scendere...

    Sinistri??Nel caso vi roda arrabbiatevi con Ricolfi...

  2. #2
    Voi l'avete votati io NO
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    Predefinito

    Quanti sono i lavoratori precari
    Il gioco dei dati

    Se, come sostiene l’ultimo rapporto Istat, in Italia fossero solo 650 mila i collaboratori, 150 mila i lavoratori in somministrazione e 110 mila le prestazioni d’opera occasionali, nessuno sarebbe più contento di chi, come NIdiL-Cgil, si batte contro la precarietà. Purtroppo, ancora una volta, temiamo di essere di fronte all’ennesimo esercizio di “tira e molla dei dati”, sport ormai molto diffuso.
    Infatti, il numero dei collaboratori cresce quando si tratta di aumentare i contributi previdenziali per rimpinguare le casse dell’Inps e, poi, diminuisce vertiginosamente quando, pur di non concedere le giuste tutele sociali a una parte consistente del mondo del lavoro, si nasconde il fallimento della legge 30.
    Si potrebbero dare numeri attendibili utilizzando e incrociando in modo trasparente e corretto i dati dell’Inps con quelli dell’Ufficio delle Entrate e dell’Inail.
    Ma perché non si danno i dati ufficiali e si continuano a fornire solo stime che, purtroppo, contrastano sia con i numeri reali dell’intera platea dei lavoratori “atipici”, sia con quanto registra chi si occupa quotidianamente di questi lavoratori?
    Nasce il sospetto che sia più utile far credere che la precarietà, l’assenza di prospettive di vita per intere famiglie, la mancanza di protezioni sociali per un’intera generazione di lavoratori sia solo un’invenzione.
    I dati diffusi recentemente dall’Istat, peraltro, sono in contrasto con quelli forniti dalla Corte dei Conti che stima, almeno, 200 mila collaboratori nella sola pubblica amministrazione, escludendo Università e Ricerca. Non è credibile, quindi, che oltre un terzo delle collaborazioni si realizzi solo in enti locali e ministeri. Comunque, dal 1999 al 2003 i nuovi iscritti al fondo Inps parasubordinati sono stati 1.091.422, in percentuale + 61,53.
    Nel 2003 le posizioni attive nel Fondo Inps (ossia, i collaboratori che versano contributi) erano 1.700.000, pari al 56,39% degli iscritti. Di questi: 1.468.000 i collaboratori e 232.000 i professionisti e i dipendenti (dati Inps novembre 2004, diffusi in occasione delle elezioni per il rinnovo del Comitato di gestione).
    A questi lavoratori vanno aggiunti almeno 170.000 nuovi iscritti del 2004, anche se sottostimati.
    Si arriva così ad almeno 3 milioni di iscritti al fondo Inps parasubordinati e a circa 1.900.000 posizioni attive, senza considerare gli associati in partecipazione (circa 400.000 da stime Inail) lavoratori che dal 2004 sono confluiti nel fondo di gestione separata dell’Inps.
    Da una lettura incrociata dei dati ufficiali disponibili (fonti Inps, Inail, Corte dei Conti) è possibile tracciare un identikit attendibile degli iscritti al fondo.
    Intanto, sommando il numero degli amministratori (17,33%) a quello dei professionisti e dei collaboratori/professionisti (9,19%) otteniamo il 26,52 % degli iscritti al Fondo (503.880 persone). Questi sono lavoratori che, con grande probabilità, non si possono annoverare tra i collaboratori “puri” (collaboratori senza altre attività e reddito). Sottraendoli, quindi, al totale della popolazione attiva del Fondo, nel 2004, i collaboratori hanno raggiunto la cifra di 1.396.120.
    Inoltre, i collaboratori con altri redditi (da pensione o lavoro dipendente) rappresentano circa 18,95% degli iscritti (360.050). Se sottraiamo anche questi lavoratori al totale dei collaboratori definiti “puri”, nel 2004 si sono registrati 1.036.070 collaboratori attivi e senza altri redditi.
    Del resto sarebbe difficile immaginare entrate come quelle registrate dall’Inps in questi anni (e ipotizzate nei bilanci preventivi) con una popolazione di collaboratori di soli 400 mila soggetti (come sostiene l’Istat) che per altro, sempre dai dati Inps confermati dalle recenti ricerche Ires Eurispes, guadagnano appena 12.500 euro lordi annui.
    Infatti, nel bilancio preventivo, per il 2004, le entrate stimate dall’Istituto sono 4.832 milioni di euro, mentre le uscite sono solo di 87 milioni, per un avanzo economico, in un solo anno, di 4.745 milioni di euro.
    Queste previsioni di bilancio dimostrano sia che le risorse accantonate dai collaboratori nel Fondo Inps sono ingenti, sia che i dati dell’Istat sono inattendibili: se i collaboratori fossero davvero 650 mila, dovrebbero avere un reddito medio procapite (considerando il 17,80% di contribuzione prevista) di oltre 42.000 euro annui e non di 12.500 euro come tutte le ricerche dimostrano.
    Anche per i lavoratori in somministrazione i dati dell’Istat contrastano con quelli ufficiali diffusi dalle agenzie di lavoro temporaneo. Le associazioni di categoria delle imprese di fornitura di lavoro temporaneo (Apla, Confinterim, Ailt, che rappresentano la quasi totalità delle Agenzie per il lavoro) hanno fornito i dati relativi all’anno 2004.
    Vengono dichiarati complessivamente un totale di 1.160.000 missioni e 502.000 lavoratori interessati. Di questi lavoratori, purtroppo, solo circa 300.000 hanno rapporti di lavoro superiori ad un mese e il loro numero, comunque, di gran lunga maggiore dei 150 mila indicati dall’Istat.
    I dati dell’Istituto si spiegano solo ricorrendo a un calcolo virtuoso: se si considerano complessivamente tutti i contratti a termine dei lavoratori in somministrazione e si dividono per contratti a tempo pieno di 12 mesi, si ottengono circa 150 mila contratti ipotetici.
    Peccato però che, purtroppo, non parliamo di lavoratori così stabili ma di precari che lavorano anche meno di un mese l’anno.

    Davide Imola, segretario nazionale NIdiL-Cgil

  3. #3
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    Predefinito

    Lavoro quante bugie
    di Nicola Cacace
    12.03.2006

    Quanti sanno che per l'Istat è occupato «chi ha fatto almeno un’ ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento»? E che è disoccupato solo chi cerca concretamente lavoro? Quanti sanno che da tre anni il tasso di occupazione (quota di occupati sulla popolazione in età da lavoro 15-64 anni) cala continuamente in Italia, soprattutto a Sud, mentre cresce in Europa? Quanti sanno che in Italia, malgrado la grancassa sui successi occupazionali, gli unici a crescere veramente sono i cosiddetti «inattivi».
    Cioè i cittadini 15-64 anni che non lavorano e non sono neanche considerati disoccupati perché, come spiega correttamente l'Istat, soprattutto a Sud «rinunciano ad intraprendere concrete azioni di ricerca di un lavoro che non c'è»?
    Quanti sanno che la tanto declamata riduzione del tasso di disoccupazione italiano, dal 9,1% del 2001 al 7,7% del 2005 è verità statistica ma bugia socio-economica per il fenomeno della rinuncia a cercare un lavoro che non c'è. Perciò, come ben sanno gli esperti, il più corretto indicatore dello stato di salute dell'occupazione è il "tasso di occupazione", cioè la quota di cittadini in età di lavoro, occupata, quota che dal 2003 si riduce pur essendo ancora inferiore alla media europea.
    Prima bugia: tra il 2001 ed il 2005 l'occupazione è cresciuta di quasi un milione e 100mila unità (da 21.468mila a 22.542mila), cioè del 5%. E' vero, ma si dà il caso che questo sia avvenuto quasi a parità del totale ore lavorate, come provato dal fatto che a fronte del milione di occupati in più, le "unità standard di lavoro", cioè gli equivalenti occupati a tempo, sono rimasti quasi fermi intorno ai 24 milioni. E nel 2005 si sono addirittura ridotte di 102mila unità rispetto al 2004. Cioè lo stesso monte ore di lavoro è stato semplicemente spalmato su un numero più grande di lavoratori. Grazie alla frantumazione del lavoro, si è semplicemente realizzato uno scambio tra occupazione e salario, meglio tra occupazione precaria e sottosalario.
    Seconda bugia: la disoccupazione tra il 2001 ed il 2005 si è ridotta dal 9,1% del 2001 al 7,7% del 2005 (III trimestre, ultimo dato disponibile). Verità statistica ma bugia socio-economica. Infatti come correttamente spiega l'Istat (commento alla III e ultima Rilevazione sulle forze di lavoro) "la disoccupazione cala per la rinuncia a intraprendere concrete azioni di ricerca di lavoro". La prova? Crescono gli inattivi 15-54 anni di ben 294mila unità tra 2005 e 2004. O gli italiani diventano "sfaticati" o i posti di lavoro non si cercano perché non ci sono.
    Terza bugia: cresce il tasso di occupazione, cioè la quota di occupati sulla popolazione in età di lavoro (15-64 anni), dal 55,9% del 2001 al 57,4% del 2005 (III trimestre, ultimo dato noto).
    Il tasso di occupazione è cresciuto leggermente dal 2001 al 2003, essendo misurato con gli occupati delle forze lavoro (quelli che «fanno almeno una ora di lavoro nella settimana di riferimento») grazie allo spalmamento delle ore di cui si è scritto. Ma dal 2003, esaurite le potenzialità dello spalmamento, il tasso di occupazione si riduce (2003 III trimestre 57,9%, 2004 III trimestre 57,7%, 2005 III trimestre 57,4%), con una riduzione elevata soprattutto nel Mezzogiorno, (2003 III trimestre 46,6%, 2005 III trimestre 45,7%). E intanto aumenta gravemente il divario Nord Sud, dal 2003 l'occupazione al Sud si riduceva anche in presenza di lievi aumenti dell'occupazione nazionale.
    In conclusione l'aumento di occupazione di 1.100.000 unità dal 2001 al 2005 è dovuto per metà all'aumento di popolazione da regolarizzazione immigrati e per metà ad uno spalmamento del monte ore lavorate tra un numero maggiore di precari. Dal 2001 ad oggi c'è stato un chiaro trade off, scambio tra sottoccupazione e sottosalario, provato dal fatto che il monte salari (redditi da lavoro dipendente) sul Pil non è aumentato come avrebbe dovuto se l'aumento di occupazione fosse stato accompagnato da un parallelo aumento delle ore lavorate. Senza contare che dal 1993 al 2003, malgrado l'aumento di occupazione dipendente, il peso dei redditi da lavoro dipendente sul Pil si è ridotto di ben 4 punti, a vantaggio di profitti e soprattutto rendite esentasse.

  4. #4
    vae victis
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    In definitiva a chi credere??

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da kingzorc
    In definitiva a chi credere??
    Mah fai tu!

  6. #6
    vae victis
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    Citazione Originariamente Scritto da pacomasnara
    Mah fai tu!

    Grazie per il consiglio!!!

  7. #7
    Bananas
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    purtroppo il precariato è realtà e chi è giovane lo sa.

  8. #8
    vae victis
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    Citazione Originariamente Scritto da Nikalte
    purtroppo il precariato è realtà e chi è giovane lo sa.
    E sara' cosi' ancora per molto.

  9. #9
    Bananas
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    Citazione Originariamente Scritto da kingzorc
    E sara' cosi' ancora per molto.

    purtroppo si...

  10. #10
    vae victis
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Nikalte
    purtroppo si...

    Cinesi,Indiani,Thailandesi,Paesi dell'Est,ci stanno facendo il cul* a forza di manodopera a basso prezzo,e se non vogliamo che le nostre aziende falliscano o si trasferiscano all' estero l'unica via è questa...io sarei piu' per una flessibilita' imperniata sulla meritocrazia,ci sono fancazzisti col posto fisso e gente brava precaria...bisognerebbe risolvere questa anomalia...

 

 
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