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Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito Il nuovo libro di Solgenitsin che non leggeremo mai.

    Come soffrirono in Russia
    Maurizio Blondet
    14/03/2006
    L'ebreo Lev Bronstein, detto Leone Trotsky, il 4 maggio del 1917 all'età di 37 anniFebbraio 1917: abdica lo zar, sale al governo una coalizione socialdemocratica, in un clima più anarchico che rivoluzionario.
    Il capo del governo, Kerenski, ha di fronte problemi angosciosi ed immensi.
    Le truppe austro-tedesche sono avanzate in un lampo, hanno fatto prigionieri due milioni di fantaccini russi.
    Pietroburgo è nel caos, piena di disertori ubriachi, che uccidono ufficiali e poliziotti; si odono dovunque scariche di fucileria disordinate.
    Il nuovo governo non controlla nulla; non sa come provvedere all’approvvigionamento delle città; i soldati rimasti al fronte restano senza ordini, e l’armata si sfalda.
    Qual è il primo provvedimento di Kerenski?
    Quello che ritiene più urgente e necessario?
    La prima misura è questa, del 3 marzo: iscrivere i procuratori legali ebrei - a cui prima era vietato condurre in proprio una causa - nel registro degli avvocati.
    E’ della sorte degli ebrei discriminati che più urgentemente, subito, bisogna occuparsi.
    Il 20 marzo, Kerenski, «con la collaborazione dei membri dell’ufficio delegato presso i deputati ebrei» alla Duma, abroga con legge «ogni discriminazione per gli appartenenti a una confessione, ad una dottrina religiosa o ad un gruppo nazionale».
    E' il primo atto legislativo della nuova Russia.
    «Su domanda dell’ufficio [dei delegati ebraici alla Duma], gli ebrei non furono menzionati espressamente nella risoluzione».



    Il governo Kerenski dura poco.
    Lo caccia, con un colpo di Stato, Leone Trotsky: vanno al potere i bolscevichi.
    Qual è il problema la cui soluzione sembra più urgente al nuovo regime?
    «La lotta all’antisemitismo»: così proclamano le Izvestia del 28 aprile.
    Lenin dirama il seguente ordine ai Soviet: «portare la più estrema attenzione alla propaganda antisemita operata dal clero; prendere le misure più radicali per stroncare la contro-rivoluzione e la propaganda dei preti»; raccomanda «misure preventive» contro ogni manifestazione antisemita.
    Nello stesso 1918, Lenin registra un «discorso speciale sull’antisemitismo» che viene diffuso con dischi da grammofono.
    Il 27 luglio 1918, il regime, che ha appena massacrato la famiglia dello zar, vara una legge speciale per «sradicare l’antisemitismo»: «il soviet dei commissari del popolo dichiara che il movimento antisemita è un pericolo per la causa della Rivoluzione».
    Il fatto è che a Cronstad operai e marinai pro-bolscevichi si erano rivoltati.
    Lamentando tra l’altro il trattamento feroce contro i «preti ortodossi».
    Operai di Arkangelsk avevano scritto alla Pravda segnalando: «vengono profanate, sporcate e saccheggiate solo le chiese ortodosse, mai le sinagoghe. La morte per fame e malattie porta via centinaia di migliaia di vite innocenti tra i russi», mentre «gli ebrei non muoiono né di fame né di malattie».
    Questi operai subiscono le «misure più radicali» ordinate da Lenin, e si sa cosa voleva dire.

    Il grande filosofo e teologo Sergei Bulgakov confermerà con dolore nel 1941: «la persecuzione dei cristiani ha superato in Russia tutte le persecuzioni conosciute nella storia… benchè iscritta nel programma del bolscevismo, tale persecuzione ha trovato i più zelanti esecutori nei ‘commissari’ ebrei».
    D.S. Pasmanik, storico ebreo della rivoluzione bolscevica, scriverà: «il bolscevismo diverrà, per gli ebrei affamati delle città, un mestiere, allo steso titolo dei mestieri precedenti, sarto, farmacista, esattore».
    Nel 1919, molti dei nuovi bolscevichi si trasferiscono a Mosca.
    Un tale David Abzel racconta nella sua biografia di aver lasciato la natia Chernigov, in provincia, per andare nella capitale, dove già si erano trasferite due zie «ricche mercanti».
    Una delle zie, Liola, abitava adesso al «National», una residenza per membri del partito (la Prima Casa dei Soviet).
    Un vicino di casa di nome Ulrich lancia una battuta di spirito: «perché non apriamo una sinagoga al National? Siamo solo ebrei…».



    Comincia la fame comunista, dovuta alle esazioni contro i coltivatori diretti (kulaki); le carestie dilagano sul Volga nel 1922.
    Non così nelle residenze dei soviet.
    Gli inquilini ricevono gli aiuti dell’American Relief Administration (ARA) creata dal presidente Hoover per soccorrere gli affamati in Russia: nei pacchi c’è «caviale, formaggio, burro, storione affumicato…non mancavano mai sulle nostre tavole».
    Ai bambini dei membri del partito, in quelle residenze sovietiche, erano servite «prime colazioni all’americana: riso al latte, cioccolato caldo, panini bianchi e uova al piatto».
    Lenin scriveva nel suo «Sulla questione ebraica in Russia» (prefazione Shimon Dimanstein, 1924): «Il fatto che gran parte dell’intelligentsia ebraica si sia fissata nelle città russe ha reso un fiero servizio alla rivoluzione… se siamo riusciti a impadronirci dell’apparato dello Stato e a ristrutturarlo, fu esclusivamente grazie a questo nucleo di nuovi funzionari - lucidi, istruiti e passabilmente competenti».
    «La sua eccellente organizzazione, il bolscevismo la deve all’azione dei commissari ebrei», nota il già citato Pasmanik.
    «La Ceka ucraina era composta all’80 % di ebrei», scrive Bruce Lincoln, storico americano della Rivoluzione bolscevica



    G. Korolenko, socialrivoluzionario, nota nel 1919: «tra i bolscevichi gli ebrei sono in gran numero. La loro assenza di tatto, la loro presunzione colpiscono e irritano… specie nella Ceka, compaiono dappertutto fisionomie ebraiche, e questo esacerba i sentimenti tradizionali» del popolo.
    L.V. Kritchevski, che nel 1999 ha contribuito all’opera storica collettiva «Gli ebrei e la rivoluzione russa», pubblicata insieme a Mosca e a Gerusalemme, ha studiato i documenti, prima segreti, del personali negli apparati repressivi.
    «All’epoca del ‘Terrore Rosso’ », scrive, «le minoranze nazionali componevano il 50 % dell’apparato centrale della Vetcheka, e circa il 70 % dei posti dirigenziali in seno all'apparato». Minoranze nazionali?
    Molti lettoni, non pochi polacchi, ed ebrei.
    «Fra i giudici istruttori incaricati alla lotta alla contro-rivoluzione, la metà erano ebrei».
    Si sa che giudici fossero.
    Basta citare, fra le migliaia di nomi, Mathias Berman, che nel 1932 salirà fino a dirigere l’insieme dei Gulag e nel 1936, viceministro del NKVD, futuro KGB.
    O Jacob Agranov, cekista che diventa famoso nei «crudeli interrogatori dei partecipanti alla rivolta di Cronstadt».
    O Lev Ilic Injir: divenuto capo contabile di tutto il Gulag, portato a quel posto dal correligionario Iejov («un veterano del NKVD che punteggiava i suoi discorsi di citazioni del Talmud») che guidava, con Genrich Iagoda, l’enorme arcipelago.

    Quando nel 1933 è terminata la costruzione del canale Mar Bianco-Mar Baltico, dove sono morti a centinaia di migliaia prigionieri russi, asiatici, ucraini costretti al lavoro forzato a 50 sotto zero e alla fame, vengono premiati con medaglie e onorificenze gli artefici di questa grande, genocida opera del regime: Iagoda, commissario del NKVD; Matvei Berman, capo del Gulag; Semion (Shimon) Firin, direttore del BelBal; Lazare Kogan, capo delle costruzioni; Iakov Rappoport, suo vice; Naftali Frenkel, capo dei cantieri del Mar Bianco.
    Tutti sono ebrei.
    Se ne meraviglia lo storico ebreo Gabriel Landau: «siamo colpiti da quello che ci si aspettava di meno di trovare nell’ambiente ebraico: crudeltà, sadismo, violenza, che pareva così estranea a un popolo lontano da ogni vita guerresca. Coloro che ieri non sapevano ancora maneggiare un fucile, si sono trovati a fare i boia e gli aguzzini».
    Nel 1923 un altero ebreo, Bieckerman, scriveva: «oggi l’ebreo è dovunque, a tutti i livelli del potere. L’uomo russo lo vede a capo di Mosca, alla testa della capitale della Neva (Pietroburgo, allora Petrograd), alla testa dell’Armata Rossa, questa incomparabile macchina di autodistruzione… il russo vede nel giudeo il giudice e il boia; ad ogni passo, incontra dei giudei che non sono comunisti, ma che prendono tutto in mano ed operano a favore del potere sovietico… Non c’è da stupire che il russo si indurisca nell’idea che il potere attuale è ebraico, che è fatto per gli ebrei, che serve i loro interessi: ed è il potere stesso che lo conferma in questa certezza».



    La rivoluzione si estende nell’Europa dell'Est, con gli stessi caratteri.
    In Ungheria, sui 49 commissari, 31 erano ebrei.
    Quando scelsero come primo ministro Sandor Garbai che non era ebreo, Rakosi ci scherzò sopra: «occorre pure uno che possa firmare le esecuzioni capitali di sabato».
    A Mosca correva un detto popolare: per i russi la Siberia, per gli ebrei la Crimea - luogo di vacanza.
    La smetto qui.
    Chi domandi di sapere a quali fonti attingere, rispondo: Solgenitsin.
    Il suo libro che non apparirà mai in Italia («Deux siècles ensemble», Fayard) è corredato di tutte le note precisissime e vastissime, che qui tralascio: Solgenitsin ha avuto cura di citare quasi esclusivamente autori ebrei russi.
    Così soffrirono in Russia.
    Si domanda Solgenitsin se il bolscevismo avrebbe avuto la stessa ferocia, la stessa omicida indifferenza, ove i suoi dirigenti fossero stati semplicemente russi.
    Non risponde.
    Ma dice: i russi sono stati devastati.



    Almeno 60 milioni ne sono morti nei Gulag così ben diretti.
    Altri 22 milioni nella guerra contro i tedeschi, in cui questi morti salvarono coi loro corpi milioni di ebrei.
    La nazione russa è come mutilata, deformata per sempre, esaurita nelle sue energie da questa tragedia immane.
    Non sarà da celebrare anche il suo olocausto?
    Solgenitsin chiede e invoca: pentimento.
    «C’è pericolo che questo si ripeta? E’ in questo spirito che il popolo ebreo deve rispondere dei suoi rivoluzionari assassini e delle colonne di individui che si misero al loro servizio. Non si tratta qui di rispondere davanti agli altri popoli, ma davanti a se stessi, alla propria coscienza e a Dio».

    Maurizio Blondet




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  2. #2
    Zero Sen
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    Terribile.

  3. #3
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    ..se Stalin fosse riuscito a portare a termine l'operazione contro i "camici bianchi"....

  4. #4
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    Talking Kolyma: ottima località di villeggiatura per i "camici bianchi"


  5. #5
    kalashnikov47
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf
    ..se Stalin fosse riuscito a portare a termine l'operazione contro i "camici bianchi"....
    I "camici bianchi" gliel'hanno impedito. Non sono mica scemi i "camici bianchi".
    Peccato però. Se Josip Vissariovic fosse riuscito nell'intento, il mondo sarebbe stato diverso.

 

 

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