"Milano non è Milano", soprattutto nel libro del gallaratese Aldo Nove
Non scriverei a cuor leggero queste stroncature se gli stroncati rischiassero davvero gravi conseguenze. Gli autori presi in considerazione meritano oggettivamente la generale disistima, non per questo sarei felice se un mio articolo inducesse Simona Vinci al suicidio o Vinicio Capossela alla decisione di smettere di bere. Per fortuna non è mai successo niente, anzi l'insulsa antologia "Ragazze che dovreste conoscere" è lì che sgambetta nelle zone alte della classifica. Per sfortuna non succederà niente nemmeno stavolta che parlo di Aldo Nove. Lui che invece si meriterebbe esiti concreti. Il suo è uno dei pochi casi in cui, contrariamente a ciò che insegna Santa Madre Chiesa, non distinguo l'errore dall'errante. Me ne pento e me ne dolgo ma non sono capace di porvi rimedio: da qualunque parte li osservi Aldo Nove e i suoi libri mi appaiono come un blocco unico. Forse perché appartengono alla sfera dell'ideologia (intrinsecamente rigida) prima che a quella della letteratura (per sua natura flessibile). Aldo Nove che non si chiama Aldo e non si chiama Nove (trattasi di vile pseudonimo) è un comunista- consumista, è un ex giovane che si inginocchia davanti a tutte le merci ma che, lo si capisce dalla prosa risentita, se ne può permettere poche. "Milano non è Milano" è l'ennesimo manifestino di nichilismo da centro commerciale, con tutti i nomi delle marche come usava negli anni Novanta. Se è ennesimo perché parlarne? La notizia è che stavolta i volumi di Nove non prenderanno polvere sui soliti scaffali ikea di Einaudi Stile Libero ma nella biblioteca in noce massello di casa Laterza. Tutte le volte che vado in Terra di Bari mi abboffo di frutti di mare crudi e un'estate sì e un'estate no va in scena la vendetta della cozza pelosa: brividi, febbre, delirio, pezzuole bagnate. A Giuseppe Laterza, il giorno in cui doveva valutare il manoscritto, dev'essere capitata una disavventura del genere. Era meglio se mangiava orecchiette e braciole, perché quando Nove viene pubblicato da Stile Libero non succede niente (l'Einaudi è grande e grossa e in grado di sopravvivere alle rese di cento cannibali sdentati), quando invece viene preso in carico da un editore gracilino c'è da temere contraccolpi. Sono apulo-lucano e stimo l'unico editore non levantino del Levante, non voglio che la nuova collana dove appare "Milano non è Milano" faccia la fine della collana di poesia diretta da Nove per Bompiani, precipitosamente chiusa nel dileggio universale (indimenticabile per tragicomica correttezza politica la traduzione di Houellebecq in cui la parola "nègres" veniva resa con "extracomunitari"). Urge raccomandarsi a San Nicola, ma siccome aiutati che San Nicola ti aiuta sarebbe stato meglio far scrivere la guida di Milano a uno che ci abita, a Milano. Aldo Nove, non è colpa sua, abita al Gallaratese. Dalle parti di Pero. Quindi scrive che "la stazione Centrale è la più grande apoteosi dello stile monumentale fascista". Solenne asinata: il concorso architettonico è del 1912, quando Benito era all'opposizione ed era socialista. (A parte "la più grande apoteosi" che assomiglia leggermente a "la più migliore"). Quindi scrive che il negozio Ralph Lauren di via Montenapoleone è "di tradizione inglese". Spropositata ciucaggine: Ralph Lauren è stilista americano di tendenza cowboy. Quindi scrive che il quartiere Isola è in zona Brera. Sesquipedale somarata: non ci confina nemmeno, bastava guardare una cartina. Quindi scrive che la Torre Velasca è stata progettata da Giò Ponti. Fragoroso raglio: Giò Ponti è l'architetto del Pirellone, la Velasca è dello Studio BBPR (cioè Barbiano di Belgiojoso, Peressutti, Rogers). Aldo Nove, di Milano, non ne sa una beata fava. Giuseppe Laterza si sta mettendo le mani nei pochi capelli, sa già che stanotte suo padre Vito verrà a tirargli i piedi: "Io che ti avevo lasciato un catalogo onorato, la casa editrice di Croce e di Canfora!". "Non è colpa mia, è stata la cozza pelosa!". "Cozza sarai tu, e neanche tanto pelosa, che ti sei messo a fare libri-spazzatura senza nemmeno riuscire a venderli!". In nome di don Benedetto, di don Vito e della Madonnina del Duomo (su cui a pagina 43 lo sciagurato si permette pure di ironizzare) condanno Aldo Nove a sette settimane di cappuccio con gag e benda, da scontare nella mia cantina sotto il cardo di Parma. Il cappuccio (in cuoio con allacciatura posteriore, produzione artigianale) è un articolo entrato in questi giorni nell'assortimento del mio sito bdsm di fiducia, che ormai i lettori (spero anche le lettrici) conosceranno a memoria. La gag (pallina tipo mordacchia) serve a far tacere il condannato, siccome non ha nulla di sensato da dire. La benda gli verrà scostata otto ore al giorno: quattro per studiare la storia di Milano, la storia della moda, la storia dell'architettura, altre quattro per scrivere ininterrottamente su rotoli di carta igienica "Il Gallaratese non è Milano, il Gallaratese non è Milano, il Gallaratese non è Milano". A settembre lo interrogo: se risponde bene gli concederò di soggiornare scappucciato nella mia vasta cantina e a nutrirsi degli avanzi della mia tavola raffinata (pasta Latini olio Valentini…) per altre sette settimane, se risponde male lo rimanderò a pedate nel suo loculo del Gallaratese, a riempirsi la bocca di Quattro-salti-in- padella.
Camillo Langone




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