
Originariamente Scritto da
carlomartello
In questo difficile contesto, che univa il sollievo della liberazione dal comunismo all'ansia per una diminuzione di rango internazionale, l'Occidente non si mosse con la dovuta cautela. Per sete di profitto una parte della finanza occidentale si buttò a capofitto nel lucroso business russo, favorendo l'emersione di quegli odiati oligarchi messi in diparte da Putin, spesso ex funzionari comunisti arricchitisi svendendo i beni nazionali, e portando l'ancor fragile sistema economico russo al collasso del 1998. In alcuni ambienti politici occidentali poi vi fu chi, disgraziatamente, scambiò la caduta del regime comunista in una occasione per farla definitivamente finita con la Russia in quanto Stato e nazione; così venne tollerato, se non apertamente incoraggiato, ogni tipo di movimento separatista, anche se manifestamente legato al terrorismo islamico, come nel caso ceceno. Il mondo del post 1989 aveva bisogno di una risoluta azione di condanna del comunismo e di quell'ideologia, ma l'ossessione anti-russa di alcuni orfani della guerra fredda diede un pessimo servizio a questa causa, confondendo le acque e, paradossalmente, aprendo le porte al riciclaggio politico delle élites comuniste dei paesi dell'Est Europa (e, caso unico in Occidente, del Partito Comunista italiano), che riuscirono a rimanere a galla semplicemente passando dalla parte dei «vincitori».
L'ascesa di Vladimir Putin nel 2000 ha parzialmente migliorato la situazione russa, ridando solidità e autorità allo Stato e mettendo un minimo di ordine fra gli oligarchi, anche se molta strada rimane da fare. Il grande merito di Putin, al di là degli inevitabili errori e dalle storture di un sistema nato da un rovinoso crollo, è stato soprattutto quello di aver incanalato il nazionalismo russo su binari «gaullisti» (con le debite differenze, sia chiaro!), scongiurando il ritorno al potere di forze neo-comuniste che avrebbero condannato la Russia ad un isolamento alla nord-coreana.