L'impegno della Rosa nel pugno per un nuovo welfare
Sala gremita al Residence Ripetta per il convegno economico della Rosa nel Pugno dal titolo "Marco Biagi. Ripartire dal Libro bianco" (Video). «Il nostro è un Paese bloccato a crescita zero, che ha bisogno di ripartire», ha sottolineato Emma Bonino aprendo i lavori. «Da parte nostra è stata fatta la proposta di riforme a costo economico zero ma con un costo politico, in quanto capaci di eliminare alcuni privilegi, come il superamento degli ordini professionali ma anche la rivisitazione del mercato del lavoro», proseguendo per la strada indicata da Marco Biagi.
L'economista ed editorialista del Corriere della Sera Francesco Giavazzi lancia un messaggio molto preciso all'Unione. Subito dopo le elezioni al paese serve una vera e propria «terapia d'urto». Il professore teme invece che prevalga la tendenza a procedere piano piano. Si è spiegato con una metafora. Una rana messa a bollire in una pentola a fuoco lento non ha speranze di uscir viva, mentre paradossalmente, se gettata in acqua già bollente è più probabile che trovi la forza di balzar fuori e stare benissimo. «Bisogna fare così» per il nostro paese, «altrimenti a fuoco lento si muore». E dunque, l'invito che Giavazzi rivolge alla Rosa nel Pugno, raccolto da Bonino, Capezzone e Villetti, è a «scuotere le acque» dell'Unione. L'economista mette in guardia dallo strumento della «concertazione», perché a furia di voler «dare ragione a tutti», di non scontentare nessuna categoria, si rischia di rimanere bloccati, mentre è ovvio che per intaccare privilegi non si avrà mai il consenso dei privilegiati.
Sul mercato del lavoro in particolare, Giavazzi, riferendosi alla proposta di Prodi di ridurre il cuneo fiscale di 5 punti, ha detto che va bene la diminuzione del costo del lavoro, ma per la scarsità di risorse nelle casse dello Stato, e anche perché più efficace, è meglio cambiare le regole, vale a dire più mobilità in uscita per più mobilità in entrata. E' vero che il costo del lavoro in Italia è il doppio che altrove, ma ciò che mette più in difficoltà le imprese è non poter licenziare in caso di errore. Guardando al modello danese, libertà di licenziamento a cospetto di un sussidio di disoccupazione di ampie garanzie ma rigidamente legato alla formazione e alla logica blairiana del "welfare to work". Puntando quindi, come ha fatto Blair, a ridurre il numero di chi necessita del sussidio e il tempo per cui ne ha bisogno.
Le riforme devono riguardare prima di tutto le regole per due motivi. Innanzitutto, perché lo Stato non ha più soldi, con la crescita zero, il rapporto deficit/pil tra il 4 e il 5 per cento, e, cosa ancor più grave in un periodo di rialzo dei tassi d'interesse, l'avanzo primario esauritosi. In secondo luogo perché continuare a investire denaro pubblico in un sistema ingolfato significa sprecarlo. Data la situazione, le prime cose da fare per ridare slancio all'economia sono una serie di riforme delle regole, riforme a costo zero: l'abolizione degli ordini professionali, per un facile accesso dei giovani laureati alle professioni; l'abolizione del valore legale del titolo di studio, per introdurre elementi di concorrenza tra le università; la liberalizzazione di acqua, luce e gas; la riforma delle Authority, che se sono troppo deboli non aiutano la concorrenza. Per quanto riguarda lo stato disastroso dell'università italiana, occorre «modulare i finanziamenti statali» agli atenei in funzione degli esiti della valutazione della didattica e della ricerca, «dal momento che è impossibile avere 100 università tutte eccellenti».
Il professore Boeri si è soffermato in particolare sul mercato del lavoro e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Bisogna uscire dalla logica dell'infinita diversificazione delle tipologie contrattuali e dalla realtà bloccata dei pochi lavoratori super tutelati a fronte dei moltissimi senza alcuna protezione. Bisogna elaborare degli standard minimi universali per quanto riguarda il salario all'ora e i contributi, oltre i quali vi è però libertà contrattuale tra lavoratore e datore di lavoro. L'attuale sistema di sicurezza sociale, basato interamente sulle casse integrazione, ha il difetto di discriminare i lavoratori di medie e piccole aziende, senza protezione in caso di perdita del lavoro. I lavoratori delle grandi industrie altamente sindacalizzate come la Fiat, o di settori sensibili come Alitalia, sono invece super protetti. A questo sistema inefficace, dispendioso e iniquo, occorre sostituire una rete di protezione universale - che può essere meno costosa (eliminando la confusione e gli sprechi attuali) e più efficace - che guardi al cittadino in difficoltà, senza fare distinzioni tra lavoratori di questa o quell'azienda. Tra lo stato e il cittadino un "contratto" di diritti e doveri, con il primo che s'impegna a dargli una mano, e il secondo ad attivarsi per riqualificarsi e trovare lavoro.
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