Sebbene Lamia in Filostrato sia un’espressione popolare sinonimo di Empusa, queste sono due realtà mitologiche che possono ritenersi distinte, ma che hanno in comune il vampirismo.
A Lamia possiamo attribuire un’ascendenza “Nobile”: era figlia di Belo, il re di Libia, ed ebbe la disgrazia di essere amata da Zeus al quale generò numerosi figli. Era, gelosa del marito, fece sì che i figli di Lamia morissero strangolati (solo Scilla, il mostro situato sullo stretto di Messina di cui narra l’Odissea, riuscì a scampare alla furia di Era), Lamia si nascose in una caverna e diventò un mostro orribile, geloso delle madri più felici di lei delle quali spiava i figli per poi rapirli. Alcune testimonianze aggiungono che Era avesse privato Lamia del sonno, ma Zeus le concesse il privilegio di potersi togliere gli occhi ed appoggiarli dentro un vaso per poter riposare: quando Lamia era priva degli occhi non era pericolosa. Graves aggiunge anche che «Lamia era la libica Neith, dea dell’amore e della battaglia, chiamata anche Anatha e Atena; il suo culto fu soppresso dagli achei ed essa finì per diventare uno spauracchio per i bambini. Il suo nome, Lamia, pare apparentato con Lamyros (ingordo) da laimos (gola), cioè, per una donna, lasciva, e il suo orribile volto è la maschera profilattica della gorgone, usata dalle sacerdotesse durante la celebrazione dei misteri di cui l’infanticidio era parte integrante. La leggenda degli occhi di lamia fu probabilmente tratta da una raffigurazione della dea nell’atto di conferire a un eroe capacità divinatorie offrendogli un occhio». (R. Graves, op. cit., p. 184).
Un’altra interpretazione attribuisce etimologicamente il nome “Lamia” al verbo “laniare” (lamiae… vel potius lanie e lanciando, quia laniant infantes), ma è contestata da numerosi autori.
Aristofane conferisce a Lamia caratteri ermafroditi attribuendole un pene e l’attrezzatura sottostante:
E primo fra tutti io ho combattuto proprio col cinghiale zannuto, cui dagli occhi fungevano terribili sguardi di Cinna, mentre intorno cento adulatori scellerati gli leccavano in giro la testa, e aveva la voce di un torrente che porta devastazione e fetore di foca e coglioni di Lamia mai lavati… (Aristofane, La Pace).
Anche lamia poteva trasformarsi in animale e donna bellissima, inoltre poteva presentarsi in numero maggiore di uno (solitamente tre).
Le lamie si univano alle Empuse quando esse apparivano nei trivi e insieme cercavano i giovani per berne il sangue dopo averli sfiniti con i rapporti sessuali.
Un’antica tradizione dei dintorni del Parnaso comprende una “Lamia del mare”, un demone che catturava i giovani che suonavano il flauto sulla spiaggia a mezzanotte e a mezzogiorno. Se questi rifiutavano di unirsi in matrimonio con lei, erano brutalmente uccisi. Probabilmente questa creatura è erede delle sirene, che seducevano i marinai col loro canto per privarli d’ogni bene, anch’esse erano donne alate, ma avevano il volto e il tronco di donne umane.
Una scultura ellenica, che attualmente si trova al British Museum, raffigura le Lamie che corrono con un bambino stretto fra le braccia, del quale probabilmente poi berranno il sangue; hanno un paio d’ali spiegate e i lunghi capelli fermati con un monile a forma di teschio.
Lamia rimase, con le medesime connotazioni di divinità malevola, anche nella cultura romana. Fu presto associata alla figura della strega, dalla quale rimase inscindibile anche nel Medioevo e nel Rinascimento: le cause sono da ricercarsi nel fatto che i delitti erano compiuti prevalentemente nottetempo e le vittime preferite erano i bambini (dei quali le streghe cercavano soprattutto il grasso, per preparare unguenti, e il sangue, che per la sua purezza poteva far da tramite col demonio). Un’altra caratteristica che accomuna queste creature sia alle streghe che ai vampiri è la capacità di trasformarsi in uccello notturno, per non essere riconosciute quando entravano nelle case a cercare le loro vittime.
Sia il popolo greco che quello romano manifestavano atteggiamenti contradditori nei confronti delle donne, una sorta d’ammirazione/timore: accanto alle capacità seduttive convivevano enormi potenzialità distruttive.
In Luciano leggiamo: (La Lamia) Non esita a uccidere se ha bisogno di sangue caldo che fuoriesca a fiotti da una gola recisa, e se le funebri mense richiedono visceri palpitanti; così con uno squarcio nel ventre, estrae i feti da porre sulle are ardenti e non per la via che la natura richiede (M. Centini, Il Vampirismo, Xenia, 2000, p. 37).
La simbologia del sangue, presente nell’antica Roma, non era molto dissimile da quella della Grecia classica. Pochi erano quelli che conoscevano i segreti per estrarre il sangue, conservarlo e usarlo nel modo migliore per ottenerne benefizi: le custodi di quest’arte erano principalmente donne, capaci di portare alla vita le creature, ma altrettanto abili a porvi fine. L’Asino d’Oro o le Metamorfosi di Apuleio reca il resoconto di un certo Aristomene di una vicenda accaduta al suo amico Socrate:
«E, spinta di fianco la testa di Socrate, gli immerge traverso la clavicola sinistra la spada fino all’elsa, poi accosta un piccolo otre e raccoglie diligente il sangue che spicciava senza versarne in terra neppure una goccia. Son cose queste che ho visto coi miei occhi. Inoltre la buona Meroe, per portar io credo, alcuna innovazione nei riti che regolano i sacrifici, introdusse la destra traverso la ferita e, dopo molto frugare, ne trasse il cuore del mio povero compagno, mentre dalla sua gola, squarciata pel violento colpo di spada, più che voce usciva un incerto gorgoglio, e il fiato sfuggiva sotto forma di bolle».
Le stesse donne che avevano compiuto il misfatto fecero in modo, con un sortilegio, che Aristomane rincontrasse l’amico ancora vivo.
Ne L’Arte Poetica di Orazio le Lamie sono descritte come esseri mostruosi, in grado di ingoiare i bambini e di restituirli ancora intatti se si squarcia loro il ventre (l’integrità dei corpi è, però, solo apparente, infatti all’interno sono svuotati d’ogni umore). Nelle Odi, sempre di Orazio, abbiamo un vero e proprio inno dedicato a Lamia:
Per Lamia
Caro alle Muse, voglio dare ai venti
Più ribelli le ombre e le paure,
che le portino via sul mare crètico
forse ora, su fredde rive, sotto l’orsa,
un re è temuto, o Tiridate trema:
io sono in questa mia unica pace.
Ma tu gioisci delle fonti pure,
dolce Pimplea: e intreccia
fiori caldi di sole,
intreccia la corona del mio, Lamia:
ogni mio omaggio è vano senza te.
Su corde nuove batte il plettro lesbio
Ma voi dovete consacrare lui,
tu con le tue sorelle
(Orazio, Odi ed Epodi, Bur, 1994, p. 139)
Dal sito http://digilander.libero.it/catafalco/





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