SYLVIA PLATH E LA MAGIA DELLE PAROLE
Boston 1932 - Londra 1963. Trent'anni di disperata vitalità.
di Iceblues
"C'è sempre magia nella poesia, magia della parola, incantesimo; ma qui in modo così intenso che Sylvia Plath ci appare come la strega, la fattucchiera che intona formule incantatorie, o crea immagini stregate non di cera, o di argilla, ma di parole e le infilza con aghi, spilli, punteruoli. Con accenti, punti esclamativi o interrogativi.
Non c'è dubbio che Sylvia Plath compia una certa manipolazione magica delle parole. E si compiaccia di questo. Certi suoni ripetuti, certe melodie, refrain da ninna nanna, motivi da nursery rhyme che costellano la sua poesia hanno il sapore reattivo di formazioni controfobiche, o scaramantiche; valgono in quanto rappresentazioni simboliche dell'angoscia, volte a tenerla a bada, e insieme ad esprimerla. Del resto, di fronte alle frustrazioni della realtà non accade a chiunque di reagire con la magia? Non sempre conosciamo i limiti della nostra forza; sempre però risolviamo l'angoscia della parola. In sillabe, in suoni, sgorga per noi l'emozione. Tentiamo così di alleviare situazioni affettive di dolore. O di tensione. È in questo nesso emotivo - quasi fosse un muscolo dell'anima - che la parola umana acquista la sua potenza".
(dall'introduzione di Nadia Fusini a "Sylvia Plath. Opere" - Meridiani Mondadori)
BambinoSylvia Plath ha scritto saggi, racconti, articoli, un romanzo pubblicato quando era ancora in vita - La campana di vetro - e, naturalmente, poesie. Ha scritto anche tre leggere, allegre e simpatiche storie per bambini.
"Mia madre, Silvia Plath, voleva scrivere. Non c'è dubbio che per lei questa fosse la cosa più importante", scrive la figlia Frieda Hughes nell'introduzione a "3 storie per bambini", raccolte di recente da Mondadori in un volume riccamente illustrato. Con commovente stupore la figlia racconta come la madre, nella sua brevissima vita, abbia fatto in tempo a scrivere anche un denso diario e tre storie per bambini: A letto, bambini!, Max e il vestito color zafferano; Folletti in cucina.
In queste storie non c'è traccia dell'angoscia, del senso di morte, delle ossessioni "notturne" che hanno fatto di Sylvia Plath una grandissima artista: qui la vita quotidiana è serena e perfettamente vivibile. Ascoltiamo ancora Frieda: "Mentre le poesie testimoniano il suo grande talento e le sue doti intellettuali, mentre il diario descrive la sua battaglia personale quotidiana, le sue speranze e le sue paure, queste tre storie mostrano un lato della sua personalità che desiderava un mondo semplice e felice, dove i problemi possono risolversi facilmente e dove ogni vicenda si risolve con il lieto fine".
Bianca Pitzorno ha curato l'edizione italiana delle storie per bambini di Sylvia Plath. S. PlathScrive: "Non ero preparata ai versi ironici e leggeri di A letto bambini!, e alla prosa semplice, dolcemente ironica, da racconto della buonanotte, delle due storie successive. Sapevo che dal matrimonio di Sylvia Plath e Ted Hughes erano nati due bambini che non avevano fatto quasi in tempo a conoscere la madre, morta suicida quando Nicholas non aveva ancora un anno e Frieda ne aveva solo tre. Eppure per loro, per quando sarebbero stati in grado di leggere o almeno di ascoltare, questa madre disperata, questa artista così sensibile da non tollerare lo strazio della vita quotidiana, aveva fatto in tempo a scrivere una filastrocca esilarante, piena di sorprese e giochi di parole, e due storie semplici e affettuose, piene di serenità familiare".
"Forse - si chiede Bianca Pitzorno, la più grande scrittrice italiana di libri per ragazzi - era questa l'infanzia che disperatamente immaginava per i suoi figli".
I folletti che abitano la cucina della famiglia De Ciliegis non sono altro che Sale e Pepe, loro fanno sì che tutto vada per il meglio, che la lavatrice lavi le camicie, che i toast escano croccanti dal tostapane, che tutto sia ordinato e perfetto. La madre, la signora De Ciliegis, ha bisogno che tutto sia in ordine: "Guardarsi intorno, contemplare la sua cucina splendente d'ordine e di pulizia, la lavatrice in funzione, il forno acceso, il freezer che ronzava sottovoce tenendo in fresco il gelato alla vaniglia per il dessert del signor De Ciliegis, le riempiva il cuore di felicità".
Il cuore di Sylvia Plath, invece, non fu quasi mai pieno di felicità.
Sylvia e i figliAveva trent'anni. La mattina dell'undici febbraio 1963, Sylvia lascia la colazione (pane e latte) accanto ai lettini dei suoi bimbi. Spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano. Va in cucina, anche qui sigilla tutte le fessure, poi infila la testa dentro il forno e accende il gas. Ha lasciato solo un breve messaggio, scritto su un foglietto appuntato sulla carrozzina del figlio: "Per favore, chiamate il signor Horder".
Nadia Fusini, notissima anglista, trova offensivo pensare che l'io della poesia di Sylvia Plath sia un io lirico, autobiografico, un io donna, di donna bianca, aggressiva, vendicativa e gelosa: "Si tratta del miracolo per cui un io - puro soggetto della lingua - incarnato in un corpo di carne e di sangue, lo trasforma. Si tratta di creazione - vera creazione è quella poetica - accade l'alchimia del passaggio da una sostanza ad un'altra, fino all'oro puro, fino all'oro colato di immagini che non sono di nessuno perché sono di tutti…Forse questo vuol dire Freud quando dice che l'uomo felice non scrive poesia. È sotto la pressione di un dolore indicibile che Dafne si trasforma in albero. Pensate così alla metamorfosi di Sylvia in poeta".
ContusioneChi era Sylvia Plath? Una donna americana molto legata alla madre, ossessionata dalla morte del padre scomparso quando lei aveva otto anni, tenta per la prima volta il suicidio a 21 anni, sposa un promettente e bellissimo poeta inglese, ha due bambini, il marito la lascia, muore suicida a 30 anni.
Scrive poesie da sempre. Nel grembo della madre, una donna forte, colta, aperta, deve depositare successi scolastici, successi letterari, una vita perfetta da figlia americana perfetta. Ma lei è straniera, come del resto i genitori di origine tedesca. Lascia l'America e va a vivere dall'altra parte dell'Atlantico, lontano dalla madre. La madre amatissima e dalla quale ovviamente si sentiva oppressa. Sylvia è l'espatriata, la donna che con dolore ha strappato le sue radici.
Impara da subito, ancora bambina, a comporre versi. Il marito in seguito racconterà che scriveva molto lentamente, attenta ad ogni parola, consultava febbrilmente dizionari, ossessionata dagli schemi metrici elaborati e complessi. La sua aspirazione è la perfezione. Le sue poesie sono limate e curate fino all'inverosimile. Ha una fantasia ricca e surreale: "Vuole sprofondare fin là dove tra le parole si rivelano legami magici, veri e propri vincoli" (Nadia Fusini).
Sylvia e TedMa nel 1960 va in crisi. Le sue poesie non sono vere, sono nate morte, non "respirano". Comincia una lotta terribile contro il suo demone. La morte appare quasi ad ogni strofa, è una presenza sinistra. Adesso deve vivere accanto ad un io assassino che lei conosce bene e cerca di tenere a bada: "Ho un buon io che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti saporiti, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo".
Lei stessa è sgomenta dalle immagini forti delle sue nuove poesie, dopo che il demone è lasciato quasi libero. Ma è anche difficile, con un tale compagno che le alita sul collo "creare una voce tutta mia, una visione tutta mia".
Era già morta una volta, molto prima dei suoi trent'anni spezzati dentro un forno. Rimase tre giorni sottoterra, nella caverna-cantina. È stata la sua morte simbolica. Una morte cercata e mancata che l'ha comunque battezzata. Lei è un'iniziata.
Estate del 1953. Aveva 21 anni. Sylvia è a Boston, a casa di sua madre. Ha avuto una piccola delusione, non è stata ammessa ad un importante corso di scrittura. Passa le giornate dormendo, poi subentra l'insonnia. Non si lava, a volte sembra catatonica. Un giorno la madre nota dei segni rossi sulle sue gambe. Alla madre terrorizzata Sylvia disse: "Oh, mamma, il mondo fa schifo! Voglio morire! Moriamo insieme!".
Una mattina si sdraia a prendere il sole in giardino e a leggere, come amava fare, ma non riesce a concentrarsi su quello che legge, l'Ulisse di Joyce. Non riesce a seguire le frasi. Che succede? Vuole morire. La madre la porta da uno psichiatra, le viene prescritto un ciclo di elettroshock. L'elettroshock glielo fanno in ambulatorio e senza anestesia. Lo descrive nel romanzo La campana di vetro, con immagini che torneranno nei suoi versi: "Poi qualcosa calò dall'alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uiii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un'aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due. Che cosa terribile avevo mai fatto, mi chiesi".
Parole Ma il dolore non passa, semmai aumenta; le sembra di essere diventata "quella cosa completamente bruciata". Un giorno resta sola in casa. Prende una coperta, un bicchiere d'acqua, un flacone con cinquanta pillole, e lascia un biglietto: "Vado a fare una lunga passeggiata. Tornerò domani". Scende in cantina, con una catasta di legna forma una minuscola cella e vi si richiude dentro, al buio, al fresco, all'umido.
La ritrovano dopo tre giorni di ricerca disperata. Il fratello sente dei lamenti provenire dalla cantina e si precipita. Ha inghiottito troppe pillole, ha vomitato, non morirà.
La cura una psichiatra donna, molto sensibile, comprende che Sylvia ha un quoziente di intelligenza altissimo, ma allo stesso tempo è fragile. Non parla, è catatonica, non riconosce più le parole. Poi si altera, si sovreccita. La terapia non funziona, paradossalmente ne verrà fuori con un nuovo ciclo di elettroshock. La psichiatra dirà: "Era come se volesse essere punita".
Torna a casa, per anni è di nuovo quello che voleva la madre, la prima studentessa, la brava ragazza studiosa, scrive di tutto, invia centinaia di versi alle case editrici, alle riviste letterarie, non scoraggiandosi per i rifiuti. Si trasferisce in Inghilterra, dove incontra il poeta Ted Hughes, il futuro marito. Si sposa, la madre approva, ma dentro di lei resta un buco nero che non riesce a colmare.
Con Poem for a Birthday, sette poesie scritte all'avvicinarsi dei suoi 27 anni, incinta di quattro mesi, fa i conti con i tre giorni che è rimasta chiusa nella caverna-cantina. Con l'esperienza del manicomio. Perché voleva morire? Cosa le era preso? Forse qualcuno la chiamava…Chi la chiamava? Il padre morto? La morte? Ha vissuto una morte rituale, alla quale è seguita una rinascita biologica (ora aspetta il suo primo bambino) e artistica (ha ritrovato la capacità di scrivere).
Sylvia Voleva morire, ma è stata salvata ed è risorta. È lei la Lady Lazarus di una famosa poesia, Lazzaro è il simbolo di se stessa che risorge dopo il tentato suicidio:
"Presto, presto la carne/che il severo sepolcro ha divorato/tornerà al suo posto su di me,/e sarò una donna sorridente./Ho 30 trent'anni soltanto./E come i gatti ho nove volte per morire.
Il marito dirà: "Sembrava un'invalida, tanto era priva di protezioni interiori".
Dopo la separazione dal marito precipita in una disperata solitudine che rafforza i suoi toni mistici. Quando la rivede, qualche tempo dopo la separazione, Ted riconosce in lei qualcosa della chiaroveggente, sensazione rafforzata dalla lettura delle sue ultime poesie: "Sylvia è il poeta sciamano. In poesia penetra fino a profondità riservate in passato ai sacerdoti dell'estasi, agli sciamani, ai santoni".
Si fanno più forti in lei il gusto del macabro e della violenza. Anche il tema del doppio, dello specchio, del sosia, le rimane sempre molto caro (al doppio ha dedicato la sua tesi di laurea); anche il mare - ama l'Oceano - la valenza simbolica dell'acqua, ricorrono spesso nei suoi versi.
Vorrebbe celebrare ancora il mito della propria rinascita, ma ormai costruisce solo la sua effigie funebre.
Vorrebbe staccarsi dal Ted, ma non riesce a superare lo strazio dell'abbandono. L'ultimo inverno, quello del 1962-63, è terribile. È rimasta sola con due bimbi piccoli nella casa di campagna del Devon, dove si era trasferita con Ted, prima della nascita del secondo bambino, e dove era perfino diventata apicultrice; ma il triste inverno inglese la angosciava da tempo: "Come sogno la primavera! Mi manca la neve americana, che se non altro fa dell'inverno una stagione pulita, eccitante, invece di questi sei mesi di seppellimento tra il tempo umido, la pioggia, e il buio; come i sei mesi che Persefone doveva passare con Plutone", scrive nel suo diario.
Scrive febbrilmente, all'alba, lo racconta lei stessa, "in quell'ora azzurra, silenziosa, quasi eterna che precede il canto del gallo, il grido del bambino, la musica tintinnante del lattaio che posa le bottiglie".
La sua vita è nel caos, eppure ora scrive una poesia al giorno e sono tutte "poesie da libro. Roba incredibile, come se la vita da casalinga mi avesse soffocata". Scrive ad un'amica: "Quando facevo vita domestica felice mi sentivo come un tappo in gola. Ora che la mia vita domestica è nel caos, faccio vita spartana, scrivo con addosso la febbre alta e tiro fuori cose che avevo chiuse dentro da anni, mi sento sbalordita e molto fortunata".
Ma non è facile: "Sto bene nella mente e nello spirito ma sono logorata e malata nella carne".
La madre è preoccupata, grazie ad un'amica trova un'infermiera pediatrica che aiuterà Sylvia ad occuparsi dei bambini. La giovane madre-poetessa ritrova coraggio e scrive con rabbia alla madre: "Non venirmi a dire che il mondo ha bisogno di storie allegre! Quello che vuole una persona uscita viva da Belsen - fisico o psicologico - è non sentirsi dire che gli uccellini fanno sempre cip-cip e sapere invece che qualcun altro è stato laggiù e ha conosciuto il peggio, esattamente per quello che è. Mi è di molto aiuto, ad esempio, sapere che c'è gente che divorzia e fa una vita d'inferno che non sentire di matrimoni felici".
Decide di tornare a vivere a Londra, il peso dell' isolamento nel Devon si è fatto angosciante. Sembra aver riacquistato forza e fiducia: "Vivere separata da Ted è meraviglioso, non sono più nella sua ombra ed è fantastico essere apprezzata per me stessa e sapere quello che voglio. Magari chiederò anche in prestito un tavolo per il mio appartamento all'amica di Ted…I miei bambini e scrivere sono la mia vita, e che loro si godano pure le loro storie d'amore e i loro party, pfui!".
La tomba di Sylvia PlathA Londra, nel mese di gennaio del 1963, Sylvia, come gli altri londinesi, sta vivendo il gennaio più freddo degli ultimi 150 anni. Scaldarsi, lavarsi e cucinare è un'impresa. Le sta vicino il dottor Horder, preoccupato per la perdita di peso di Sylvia. Può contare su qualche amico, ed anche il marito va a trovarla spesso nel nuovo appartamento. Prende degli antidepressivi. Scrive alla madre, in una delle ultime lettere: "Adesso vedo com'è tutto definitivo, ed essere catapultata dalla felicità mucchesca della maternità nella solitudine e nei problemi non è certo allegro".
Fa progetti per il futuro: "Adesso i bambini hanno più che mai bisogno di me e per i prossimi due o tre anni andrò avanti a scrivere la mattina, a passare con loro il pomeriggio e vedere amici o studiare e leggere di sera".
Ma il dottor Horder, che la segue assiduamente, è molto preoccupato per le sue evidenti condizioni di esaurimento psico-fisico e sta cercando di organizzare un ricovero in ospedale. È stata l'ultima persona a vederla viva, insieme ad un vicino di casa.
"Non ci sono sconti al male di vivere. L'opera non redime. Il male è nella materia: il male è nella cosa. Il male è nella creazione. Solo la morte reintegrerà la creatura nel mondo adamitico, caratterizzato dalla purezza e dalla luce. È così che l'ombra esce dallo specchio e divora il corpo. E lei, che aveva avuto bisogno di sentirsi reale, si dis-umana. Si dis-crea. Si suicida." (Nadia Fusini).
Sylvia Plath - Opere - Meridiani Mondadori
Sylvia Plath - 3 storie per bambini - Mondadori




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