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    Simply...cat!
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    Predefinito Ragazzi,qui bisogna far le valigie!

    Il rapporto Fondazione Agnelli/Sis-Gcd: nel 2050 la popolazione scenderà a 44 milioni
    «L’Italia che lavora invecchia, spazio agli immigrati»
    Denuncia dei demografi. Turco: ripensare il welfare. Sacconi: la flessibilità aiuta


    Se il tasso di fecondità non aumenta, nel 2050 in Italia la popolazione sarà scesa a 44 milioni rispetto ai 57 milioni attuali. Le forze lavoro caleranno nei prossimi 15 anni di oltre 3 milioni e invecchieranno al proprio interno. Nel giro di cinque anni, gli stranieri presenti (tra regolari e clandestini) potrebbero salire da tre milioni e mezzo a 10 milioni. Sull’analisi sono tutti d’accordo. E, del resto, i dati presentati ieri dagli esperti nel corso del convegno organizzato dal CorrierEconomia parlano da soli. L’Italia invecchia a ritmi da record. Abbiamo il primato internazionale dei giovani che restano nella famiglia d’origine: il 68% dei maschi e il 60% delle femmine tra 18 e 34 anni mentre all’estremo opposto c’è la Danimarca con percentuali rispettivamente del 18 e dell’8%. Quando i giovani arrivano finalmente a costruirsi una famiglia fanno pochi figli. Avremo sempre più bisogno di immigrati, ma la maggioranza di quelli che arrivano restano clandestini, mentre soltanto una minoranza riesce, dopo 10- 15 anni e il superamento di innumerevoli difficoltà, a diventare cittadino italiano.
    Sulle ricette per affrontare la situazione, nei due schieramenti politici, rappresentati ieri da Maurizio Sacconi (Forza Italia) e Alfredo Mantovano (Alleanza nazionale) per il centrodestra e da Livia Turco (Ds) ed Enrico Letta (Margherita) per il centrosinistra, prevalgono le divisioni rispetto alle convergenze. «Un comune sentire sarebbe auspicabile - ha detto Sacconi -, ma temo invece che ci sia tra noi una profonda divergenza».
    Insomma, sarà colpa della campagna elettorale, ma neppure sulla questione demografica appare possibile una politica bipartisan. Del resto, in gioco, come ha detto Livia Turco, c’è «un profondo ripensamento dello Stato sociale», argomento sul quale si scontrano due diverse impostazioni. La Casa delle Libertà, ha spiegato Sacconi, pone l’accento sul «welfare to work» (la flessibilizzazione del mercato del lavoro tesa ad aumentare il tasso di occupazione, soprattutto giovanile e femminile, sulla scia della riforma Biagi). L’Unione, invece, parla di una precarizzazione crescente che va fermata per ristabilire un clima di sicurezza sociale, dal lavoro stabile alle politiche per la casa, che favorisca la realizzazione dei progetti di vita. Certo, hanno ammesso Turco e Letta, c’è un problema di risorse. «Sappiamo che la spesa pubblica dovrà crescere», ha detto il responsabile economico della Margherita. Però, ha aggiunto l’esponente ds, «per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema dovremo puntare su un universalismo selettivo, dove il cittadino compartecipa alla spesa sulla base del reddito». Secondo Mantovano, invece, «visto che molte competenze sono delle Regioni, per trovare le risorse, non c’è alternativa al federalismo fiscale».
    I professori Antonio Golini, Francesco Billari e Gian Carlo Blangiardo che, coordinati da Maurizio Ferrera, hanno illustrato il rapporto curato dal Gruppo di coordinamento per la Demografia della Sis e dalla Fondazione Agnelli, hanno ascoltato con attenzione gli interventi dei politici, sperando di non restare inascoltati. «Circa 25 anni fa - ha ricordato Golini - in un convegno prospettammo all’allora ministro della Pubblica istruzione il calo di alunni nelle elementari che poi si sarebbe puntualmente verificato e gli suggerimmo di spostare i maestri verso gli asili di cui invece ci sarebbe stato bisogno». Ma il consiglio non fu seguito.
    Enrico Marro
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    Chi mi segue a fare il pescatore alle isole Faroe?

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  2. #2
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    Cinque mosse contro nuovi sbarchi

    Gilberto Oneto, 20/9/04 il Federalismo


    Sono cinque i principali gruppi di motivazioni che vengono solitamente tirati fuori per giustificare l’immigrazione: 1) che pone rimedio alla nostra denatalità, 2) che i nuovi cittadini pagheranno le nostre pensioni, 3) che gli immigrati fanno i lavori che gli Italiani non vogliono più fare, 4) che abbiamo il dovere della solidarietà, e 5) che la società multirazziale è l’ineluttabile futuro di tutti.
    Vediamo di esaminare ogni singolo punto.

    1 - Da noi c’è troppa gente, in Padania ci sono 230 abitanti per chilometro quadrato ma le aree abitabili di pianura e di collina sono meno di due terzi del totale, e qui la densità è largamente superiore a quella di tutti gli altri Paesi europei: in provincia di Venezia ci sono 341 abitanti per chilometro, a Como 375, a Genova 570 e in quella di Milano 1.
    455, come a Hong Kong o Singapore.
    A questi si devono sommare gli immigrati non censiti.
    Se la nostra gente ha deciso di diminuire di numero è una sua scelta libera e responsabile: abbiamo il tasso di natalità più basso del mondo e sono fatti nostri. Se abbiamo deciso di restare più larghi è per nostro vantaggio e non per fare posto ad altri. Non siamo affatto in via di estinzione ed è comunque un problema che dovremo - se mai si porrà - risolvere per conto nostro. La denatalità è strettamente collegata con il rifiuto dell’affollamento eccessivo, ma anche con l’insicurezza, con difficoltà economiche, e con la mancanza di prospettive di libertà. Negli anni Sessanta il Sud Tirolo sembrava avviato verso quella che veniva chiamata “la marcia della morte” della comunità autoctona: con l’acquisizione di larghe autonomie la provincia di Bolzano è balzata ai vertici dei tassi di rinnovata natalità. Se la comunità padana fosse libera si riprodurrebbe inevitabilmente lo stesso andamento. Oggi l’immigrazione crea ulteriore insicurezza e quindi minore natalità fra i Padani a vantaggio dei foresti di qualsiasi provenienza. Non ha neppure nessun senso spingere verso tassi più alti per evitare la formazione di vuoti e l’arrivo di ultronei: non avremmo alcuna possibilità di vincere tale devastante guerra dello spermatozoo. La nostra gente deve essere libera e soprattutto essere libera di scegliere i propri tassi demografici e non si deve neppure intromettere lo Stato con incentivi economici, si finisce per dare ulteriore vantaggio ad altri con i nostri soldi. Un popolo libero deve potersi regolare senza paura di intromissioni esterne, deve potersi alzare da tavola senza la paura che qualcuno gli freghi il posto.

    2 - La più parte degli immigrati non paga i contributi sociali perché lavora in nero, o evade, o non lavora affatto, o fa “lavori” (criminalità, droga e prostituzione) che non hanno vocazione né possibilità di essere assoggettati a contributi. In più, a causa di una legge sciagurata, gli immigrati che decidono di tornarsene a casa loro possono riprendersi quanto hanno versato e la più parte di loro ha tutto l’interesse a trasferire somme di denaro dove queste hanno maggiore potere di acquisto. Nel complesso quello che gli immigrati danno alla comunità è molto meno di quello che ricevono e di quello che costano: si ripete così una realtà già verificata anche con le migrazioni interne, moltiplicata nei suoi effetti nefasti dalla non appartenenza allo stesso contesto statuale e dalla sottrazione di enormi risorse dal mercato nazionale. Solo un sistema previdenziale a capitalizzazione regolato su base regionale e macroregionale potrebbe risolvere il problema e smascherare definitivamente la menzogna dell’utilità dell’immigrazione al sistema previdenziale complessivo. Non saranno in ogni caso gli immigrati a pagare le nostre pensioni ma rischiano di contribuire con forza al collasso del sistema.

    3 - La maggioranza degli immigrati non lavora in maniera convenzionale o non lavora affatto: le liste di collocamento sono piene di immigrati. Che senso ha farne venire altri? E poi quali sono i lavori che gli italiani non vogliono fare: il crimine, lo spaccio, la prostituzione? La più parte di loro ha forte vocazione al commercio che non è esattamente un lavoro che molti italiani - soprattutto veraci - non vogliano fare. È vero che alcuni di loro fanno lavori pesanti, socialmente squalificati o anche pericolosi ma è sicuramente vero che tali lavori non vengano assunti dagli italiani solo perché non vengono pagati abbastanza. È un problema che potrebbe essere risolto sia lasciando operare la legge del mercato (se non si trova nessuno che lo voglia fare a quel prezzo si aumenterà il prezzo) che incentivando economicamente i lavori più disagiati.
    Il primo caso non può però funzionare se il mercato viene lasciato aperto a tutti i disperati del mondo: ci sarà sempre qualcuno disposto anche solo temporaneamente ad accettare anche le condizioni più sfavorevoli e il prezzo sarà perciò tenuto basso. Lo fanno solo per un po’ e poi si trovano qualcosa di meglio innescando così un doppio processo perverso: l’esigenza di lavoratori a basso costo diventa continua e l’operazione di abbassamento del costo del lavoro si trasferisce anche verso l’alto e finisce per intaccare tutti i livelli sociali: anche a quello di dirigenza - ad esempio - ci sarà così qualcuno disposto a prendersi qualsiasi mansione a meno. Il danno è generale con il degrado della qualità del lavoro, l’abbassamento dei salari e l’allontanamento dei lavoratori autoctoni più anziani o specializzati che non possono sostenere la concorrenza sleale dei nuovi arrivati. Questi accettano posizioni disagiate (o a condizioni meno favorevoli) per un po’ ma poi si sindacalizzano e diventano come gli altri, e così il gioco si ripete all’infinito con danno di tutti. Con alcuni miliardi di diseredati al mondo ci sarà sempre qualcuno disposto a concedersi per meno fino alla catastrofe economica e sociale.
    Si parla di lavoratori da fare venire in un Paese in cui c’è un tasso di disoccupazione fra i più alti del mondo occidentale, in cui si pagano sussidi di disoccupazione e stipendi a “lavoratori socialmente utili” (138.969 nel 1999) giusto per mantenerli, in cui ci sono milioni di pubblici dipendenti (una bella fetta dei quali “poco utili”), ci sono milioni di pensionati baby e di finti invalidi a cui si passa una pensione a mo’ di regalia, e dove ci sono legioni di cassintegrati. Una grossa fetta della ricchezza prodotta serve per mantenere gente che non ha lavoro, che non vuole lavorare o che fa pochissimo per il vantaggio della comunità. Si tratta di una cospicua forza lavoro che potrebbe essere impiegata a uguale costo in attività più utili per tutti. In ogni caso è folle sostenere la necessità di fare venire da fuori qualcuno che faccia il lavoro che potrebbero benissimo fare tutti questi.
    Se proprio ci sono attività molto sgradite (e ci sono), si deve risolvere il problema con i mezzi che abbiamo (e ne abbiamo). Se non bastano le leggi di mercato si trovi il modo di integrare gli stipendi per i lavori sgraditi ma necessari. Costerà sempre meno che mantenere tutto l’ambaradan dell’immigrazione. Si possono dare stipendi da nababbi a conciatori e raccoglitori di rifiuti e risparmieremo in ogni caso, come comunità, una montagna di soldi che ora va in assistenza, accoglienza, prevenzione, controllo, rimpatrio, eccetera, degli immigrati.
    Ma ci sono altre strade per risolvere il problema.
    Ci sono in Italia (anno 2002) 55.751 detenuti (di cui 17.349 stranieri), con 43.067 guardie carcerarie e 7.112 impiegati: un totale di 50.179 persone per custodirne 5.000 di più. La faccenda ha un costo esorbitante per la comunità: questi galeotti potrebbero lavorare, farebbero lavori che nessuno vuole fare, abbatterebbero i costi del loro mantenimento, farebbero del bene a se stessi guadagnando qualcosa, non marcendo nell’ozio e rigenerandosi col lavoro (assecondando così un diffuso cliché sociale) e contribuirebbero al bene comune, oltre che ripagare i loro debiti con la società anche in termini monetari.
    Ci sono lavori che non possono essere affidati a dei galeotti, come quello di badante. Qui si può ricorrere alle sovvenzioni (che costerebbero comunque infinitamente meno dell’assistenza generalizzata a tutti quelli che si presentano) oppure al lavoro sociale. È stata abolita la leva militare obbligatoria che è, oltre a tutto, sempre stata fonte di discriminazioni e ingiustizie. Si potrebbe richiedere a tutti i cittadini (indipendentemente dal sesso, dalla condizione sociale o dallo stato fisico) di prestare per un anno, al raggiungimento della maggiore età, un lavoro veramente utile alla società in assistenza agli anziani, ai disabili, negli ospedali, eccetera. Questo avrebbe un valore comunitario ed educativo straordinario e servirebbe a risolvere molti dei problemi posti dall’invecchiamento della popolazione.
    Alla finzione dell’immigrato che fa lavori che i nostri rifiutano ricorrono con uguale baldanza sia i sindacati che gli industriali. I primi devono giustificare la propria esistenza al mondo e i propri lucrosi stipendi, gli altri cercano solo i vantaggi economici di una mano d’opera sotto costo scaricando i costi sulla comunità. Una strana alleanza fra capitalisti della mutua (letteralmente) e sindacalisti che viene pagata da Pantalone e dalle fasce più deboli della società.

    4 - La solidarietà e l’amore per il prossimo rientrano sicuramente fra i doveri cristiani che sono parte essenziale della nostra cultura, ma che meritano alcune considerazioni: innanzitutto il prossimo (lo dice la parola) è chi ci è prossimo, vicino, parente, famigliare. Il nostro prossimo vero è chi appartiene alla nostra comunità antica, è chi ha sottoscritto con noi un contratto sociale anche istituzionale. Poi, se ne avanza, ci si dedica agli altri, ma questa estensione non può essere intesa come un dovere comunitario: può e deve essere solo una scelta singola che non deve coinvolgere gli altri. Il principio di porgere l’altra guancia è strettamente personale: non si può porgere l’altra guancia di nostra madre o del nostro vicino di casa. La generosità e l’umiliazione valgono solo per la nostra guancia.
    Nella comunità padana, considerata (spesso a torto) opulenta, ci sono molte migliaia di indigenti, di disabili, di anziani, di malati, di sfortunati che hanno bisogno della vera solidarietà e assistenza della nostra gente. Ci sono sacche geografiche di povertà straordinaria in aree marginali, di montagna ma anche di città, che necessitano di interventi sostanziosi. A questi dobbiamo dedicare le nostre risorse e attenzioni. Già la Padania è una delle aree con la più alta concentrazione di volontariato e di assistenza (un tempo si sarebbe detto “di carità”) ma non basta: dobbiamo aumentare i nostri sforzi per i nostri fratelli meno fortunati. Ogni energia dedicata ad altri è tolta ai nostri: ogni nuovo arrivato da fuori toglie spazio e attenzione ai nostri. Ogni nuovo immigrato peggiora le condizioni dei più deboli dei nostri.
    Noi non possiamo farci carico di tutti i diseredati del mondo che sono centinaia di milioni. Ogni anno la popolazione del mondo aumenta di circa 80 milioni di persone, se aprissimo indiscriminatamente le porte potremmo ovviare alla altrui esuberanza testosteronica per non più di 3 o 4 mesi e poi saremmo annientati. Lo stesso vale per i rifugiati, per le vittime di guerre e carestie, e di persecuzioni politiche: sono troppi! Non siamo in grado di essere di nessuna utilità accogliendoli qui senza autodistruggerci e non possiamo certo permettercelo.

    5 - La società multirazziale è una ineluttabile evoluzione di nulla. È l’invenzione e lo strumento che viene oggi tirato fuori da chi vuole distruggere: dopo avere usato la lotta di classe oggi impiega lo scontro etnico. È uno strumento della globalizzazione che vuole annientare bellezze, specificità e libertà.
    Ci sono ambientalisti che teorizzano la biodiversità, che fanno giustamente guerra contro l’introduzione di specie animali e vegetali esogene in habitat diversi ma che favoriscono l’immigrazione selvaggia, il mescolamento e la distruzione delle culture diverse. Non vale l’attenzione per le specificità culturali nella biodiversità? L’integrazione non ha mai funzionato: nei posti dove si sono trovate a convivere comunità diverse questo ha generato ghettizzazione e conflitti. La multietnicità porta generalmente a un aumento della criminalità e dei problemi sociali. È così anche da noi, dove non siamo mai veramente riusciti ad assorbire del tutto gli italiani con cui pure ci sono minori diversità. È impossibile integrare comunità, come - ad esempio - quella cinese (che ovunque nel mondo si è rinchiusa in ghetti autogestiti), o quella islamica che è aggressiva, invasiva e intollerante.
    Lo sradicamento ha come conseguenza la distruzione delle culture di chi migra e di chi li ospita. È la distruzione di ogni identità.
    È proprio in quest’ottica che l’immigrazione è uno straordinario strumento del processo di globalizzazione, ma anche - nel nostro caso - di aggressione alla Padania. L’immigrazione extracomunitaria è un mezzo impiegato dal centralismo colonialista italiano per distruggere le identità padane proprio in un momento in cui queste mostrano di risvegliarsi con decisione, è un modo per imporre una sorta di solidarietà italiana (riproponendo una identità inesistente) sulla base delle maggiori differenze rispetto agli altri. L’italianismo di destra e quello di sinistra sono, come sempre, alleati contro la Padania: gli uni per riproporre una italianità inventata, gli altri per arrivare a un mondialismo annientante.
    Ci si può difendere solo diventando veramente padroni a casa nostra.
    Indipendenza!

  3. #3
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    Red face E la Germania sta peggio di noi...

    L’ufficio di statistica di Berlino: declino della natalità peggio dell’Italia
    46 milioni
    E il governo vuol tagliare le pensioni a chi non ha bambini


    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    BERLINO - Spariranno i tedeschi? Si racconterà di loro come di un popolo estinto? Potrebbe succedere in 12 generazioni, intorno al 2300. Da oggi è ufficiale: quella germanica è una specie minacciata. Secondo l’Ufficio federale di statistica, sono stati appena 676 mila i bambini nati lo scorso anno. E’ la cifra più bassa dal ’45. La riduzione rispetto al 2004 è stata del 4%. Ora la Germania indossa la maglia nera nella graduatoria europea del tasso di natalità. Occupa l’ultimo posto con 8,5 nati ogni mille abitanti, meno ancora dell’Italia, che con 9,7 naviga anch’essa nelle posizioni di coda, lontanissima da Paesi come Francia (12,7) e Irlanda (15,2). Né la tendenza sembra destinata ad arrestarsi.
    «Nessuna misura o politica governativa sarà in grado di produrre cambiamenti significativi nell’arco di questo secolo», dice Herwig Birg, decano degli studiosi di demografia, che pronostica un calo della popolazione tedesca dagli attuali 82 a 46 milioni entro il 2100. Il rischio di diventare uno «Schwundland», un Paese destinato a svanire, viene evocato anche dalla Frankfurter Allgemeine .
    Una nazione che non fa o fa pochi bambini come la Germania è infatti segnata anche dal punto di vista economico. «Il tasso di natalità attuale determina cosa accadrà nei prossimi vent’anni. Si potrà riformare il mercato del lavoro, sanare le finanze pubbliche, migliorare il sistema educativo, ma la mancanza di capitale umano farà comunque da freno alla crescita», spiega Michael Hüther, direttore dell’Istituto economico di Colonia.
    Convincere i tedeschi a far più figli è stato uno dei primi obiettivi indicati dalla Merkel. Proprio ieri, il Bundestag ha approvato i provvedimenti della nuova ministra della Famiglia, Ursula von der Leyen, 7 figli e una vita in carriera, diventata una specie di testimonial del governo. Fra gli altri, la possibilità per le coppie che lavorano di detrarre dall’imponibile fino a 3 mila euro delle spese per la babysitter e nuovi fondi per il tempo pieno negli asili nido. Di più, i dati drammatici diffusi dall’ufficio di statistica hanno spinto alcuni deputati dei due maggiori partiti a proporre addirittura di dimezzare le pensioni a coloro che non fanno figli. «Ma i soldi dello Stato e gli incentivi non basteranno», spiega Reiner Klingholz, che a Berlino guida l’Istituto per la demografia e lo sviluppo.
    Cause profonde, culturali, economiche e sociali, sono all’origine del calo delle nascite. La scelta di lavorare, fatta da un numero sempre maggiore di donne, si scontra infatti con una società ancora in gran parte organizzata intorno a un modello tradizionale di ruolo femminile, quello riassunto dal trinomio Kinder, Küche, Kirche, bambini, cucina e chiesa. Così, i nidi assicurano appena 4 posti ogni 10 piccoli, la maggioranza delle scuole sono aperte mezza giornata e il sistema fiscale ha sfavorito le donne che lavorano. Il risultato è che spesso carriera e maternità paiono incompatibili. Ieri la Bild Zeitung ha pubblicato in prima pagina le foto di 7 fra le più celebri signore tedesche, tutte stelle dei media e tutte prive di prole, titolando: «Senza figli, più successo?» Klingholz ricorda poi la crisi della famiglia: cresce il numero di coloro che scelgono di vivere da soli, a Berlino metà delle unità familiari è composta da una persona. Per Frank Schirrmacher, vicedirettore della Frankfurter Allgemeine , responsabili sono anche i modelli offerti dalla tv: il 55% degli uomini e il 56% delle donne che appaiono nei programmi sono single e nelle fiction è praticamente impossibile trovare una famiglia normale.
    Secondo il demografo Birg, nel 2100 i tedeschi scenderanno da 82 milioni a 46 milioni
    Celebre l’affondo di Doris Köpf, signora Schröder, contro la Merkel a pochi giorni dal voto: «Non ha figli, non saprà fare la cancelliera»
    La «Bild» dedica la copertina a 7 Superdonne tedesche senza figli.
    Paolo Valentino
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem
    [...]
    4 - La solidarietà e l’amore per il prossimo rientrano sicuramente fra i doveri cristiani che sono parte essenziale della nostra cultura, ma che meritano alcune considerazioni: innanzitutto il prossimo (lo dice la parola) è chi ci è prossimo, vicino, parente, famigliare. Il nostro prossimo vero è chi appartiene alla nostra comunità antica, è chi ha sottoscritto con noi un contratto sociale anche istituzionale. [...]
    ________________
    Dal Vangelo di Luca (10 29-37)

    Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?".
    Gesù riprese: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
    Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte.
    Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
    Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione.
    Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
    Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
    Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?".
    Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Và e anche tu fà lo stesso".


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    C'è anche un altro tipo di riflessione da fare. Poichè si parla tanto di perequazione fra le diverse aree del paese, perequazione economica ovviamente, bisognerebbe capire perchè i flussi migratori extra-comunitari dovrebbero essere assorbiti, al 75%, dal Nord. Ci sarebbe, insomma, una perequazione giusta e una da ignorare.

    Il nord è la regione più ricca, si dirà, ed è vero. Ma questo cosa significa? Che per il fatto di avere qualche migliaio di imprenditori con villetta e mercedes spider, il ceto medio e medio-basso deve pagare lo scotto dei costi sociali di tale fenomeno?

    E' l'ennesima ingiustizia che si fa alla Padania. E, dentro la Padania, a certe aree prima che ad altre. E così via, fino ai quei quartieri o piccoli centri dove per diverse ragioni il disadattamento da immigrazione rende invivibile le strade e insicure perfino le case.

    Se ci devono essere le quote di immigrati, questa è la mia idea, che vi sia un'equa redistribuzione regionale, comunale e urbana.

    Lo Stato italiano non può arrogarsi il diritto di decidere in via esclusiva la politica migratoria nell'ignoranza di quegli effetti che si abbattono poi sul territorio. E se non fosse quell'associazione etnocida che è, forse considererebbe anche che il Nord ha già subito, e continua in parte a subire, un'immigrazione interna dal Sud che crea non poche problematiche alle popolazioni.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da ZENA


    Se ci devono essere le quote di immigrati, questa è la mia idea, che vi sia un'equa redistribuzione regionale, comunale e urbana.
    non devono esistere le quote e nemmeno gli immigrati.......
    la Padania è al collasso per la pressione antropica e la sola strada praticabile per tornare a una accettabile vivibilità e qualità della vita, è quella di gestire con intelligenza il provvidenziale calo delle nascite, per assestarsi nel giro di alcune generazioni, a un livello di popolazione compatibile con le potenzialità di un territorio già ampiamente compromesso.


  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball

    Sull’analisi sono tutti d’accordo.

    Chi mi segue a fare il pescatore alle isole Faroe?

    ecco vedi, sono tutti d'accordo, il primato spetta all'economia e al diavolo tutte le nefaste conseguenze per la società e il territorio......

    l'importante è che l'infernale giostra continui a girare........
    pazzesco.


 

 

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